Skip to main content

Full text of "Epistolario : seguito da lettere di altri scrittori del seicento"

See other formats


SCRITTORI   D'ITALIA 


GIAMBATTISTA  MARINO 


EPISTOLARIO 

SEGUITO  DA  LÈTTERE 
DI  ALTRI  SCRITTORI  DEL  SEICENTO 


A  CURA   DI 


ANGELO  BORZELLI  e  FAUSTO  NICOLINl 


VOLUME  SECONDO 


BARI 
GIUS.  LATERZA  &  FIGLI 

TIPOGRAFI-EDITORl-LIBRAl 
1912 


SCRITTORI   D'ITALIA 


G.  B.  MARINO 

EPISTOLARIO 

SEGUITO  DA  ALTRE  LETTERE  DEL  SEICENTO 


II 


Céi 


L 


GIAMBATTISTA  MARINO 


EPISTOLARIO 

SEGUITO  DA  LETTERE 
DI  ALTRI  SCRITTORI  DEL  SEICENTO 

A    CURA    DI 

Angelo  Borzelli  e  Fausto  Nicolini 

VOLUME  SECONDO 


BARI 
GIUS.    LATERZA    &    FIGLI 

TI  POGRAFI-KDITOR  I-LIBRAI 

191  2 


\^     \    1       \ 


PROPRIETÀ     LETTERARIA 


MAGGIO   MCMXII  —  3II63 


CONTINUAZIONE  DELLE  LETTERE  E  DEDICATORIE 


GIAMBATTISTA  MARINO 


cxc 

Al  signor  Giovan  Battista  Ciotti 

Accusa  ricezione  di  alcune  stampe  e  si  sfoga  contro  lo  Stigliani. 

Ebbi,  come  le  scrissi,  il  rotoletto  mandatomi  per  via  del 
signor  Contarini.  Poi  mi  venne  il  pacchetto  delle  stampe  del 
Franco,  inviatomi  dal  signor  Guinigi.  Ed  ora  ultimamente  ho 
anche  ricevute  le  picciole  figurine  del  Rosso  con  ^'Innocenti  di 
Rafaello.  Del  tutto  la  ringrazio  infinitamente,  ma  perché  Ella 
m'accenna  di  aver  mandati  due  fagottini  per  mezo  dell' istesso 
signor  Guinigi,  le  dico  ch'eccetto  questo  e  quello  del  Franco 
altro  non  mi  è  capitato. 

Mi  sarà  caro  ch'Ella  vada  continovando  con  diligenza;  e 
se  non  mi  manda  la  nota  di  tutta  la  spesa  che  va  facendo, 
io  mi  rimarrò  di  più  importunarla,  ed  invece  di  obligarmi  mi 
farà  un  gran  dispiacere. 

In  caso  che  nella  libreria  da  vendersi  si  ritrovi  qualche  libro 
di  belle  figure,  non  lasci  di  comprarlo  o  dia  la  caparra  per  me, 
avisandomi  intanto  del  prezzo,  ch'io  subito  glielo  farò  pagar 
costi.  Altretanto  dico  delle  carte  di  Agostino  viniziano,  del 
Parmigiano,  del  Rota  e  d'altri  ch'Ella  mi  dice  aver  trovate. 
Quanto  al  San  Loreyizo  incollato  in  tela,  poich'è  cosi  maltrat- 
tato, non  mi  curo  né  occorre  ch'Ella  se  ne  dia  briga,  per- 
ch'io non  lo  voglio. 

Le  mando  il  libro  francese  del  Trattato  della  corte  com'  Ella 
desidera,  e  non  l'ho  fatto  ligare  per  dar  minor  peso  al  corriere. 
Se  in  altro  posso  impiegarmi  per  lei  da  queste  bande,  vagliasi 
di  me  alla  libera  né  mi  risparmi  in  cosa  alcuna. 

Vorrei  ch'Ella  col  signor  Palma  fusse  non  solo  sollecita  ma 
fastidiosa,  perché  quando  simili  uomini  non  hanno  del  contino  ve 


4  GIAMBATTISTA    MARINO 

gli  sproni  a'  fianchi  non  finiscono  mai.  Starò  aspettando  simil- 
mente la  risoluzione  dell'altro  quadretto  di  mano  del  fiamingo, 
ch'Ella  mi  scrisse. 

Il  mio  Adofie  già  sarebbe  a  quest'ora  stampato,  ma  per  al- 
cuni nuovi  accidenti  sono  stato  costretto  a  mutare  tutto  un  canto 
intiero,  che  mi  ha  dato  un  gran  travaglio.  Sto  dandogli  l'ultima 
mano,  e  a  suo  tempo  non  mancherò  di  darle  gusto. 

Mi  rallegro  poi  delle  buone  novelle  ch'io  intendo,  cioè  che 
voi  ristampate  il  Afondo  nuovo  dello  Stigliani.  Veramente  oltre  il 
guadagno  siete  per  cavarne  gran  riputazione  alle  vostre  stampe. 
Ma  con  tutto  ciò,  io  vi  priego  instantemente,  quando  questo  sia 
vero,  di  non  far  tanto  onore  all'opere  mie,  che  sieno  impresse  da 
que'  medesimi  caratteri  che  deono  arricchire  il  nostro  secolo 
d'un  poema  si  singolare.  Mi  dicono  ch'egli  scrive  contro  di  me, 
rispondendo  alla  lettera  della  Sanipogna,  e  per  cativare  la  vostra 
buona  grazia  mostra  d'abbracciar  la  vostra  protezione  circa  gli 
errori  occorsi  nella  Calerla,  dicendo  che  son  io  che  ho  errato 
e  non  i  correttori  né  gli  stampatori.  Questo  è  soverchio,  perché 
io  ho  già  dichiarato  che  in  ciò  voi  non  avete  alcuna  colpa.  Ma 
staremo  a  vedere,  e  giuro  a  Dio  che,  se  sarò  stuzzicato,  in  un 
pelo  gli  farò  scontare  mille  offese  vecchie  fattemi  dalla  sua  mali- 
gnità e  gli  farò  pelar  la  barba  di  disperazione.  Non  già  ch'io 
mai  abbia  da  degnarmi  di  replicargli,  ma  gli  farò  lavar  la  testa 
senza  sapone,  in  modo  che  se  ne  pentirà  e  se  ne  morderà  la 
lingua;  che  nel  resto  ed  egli  ed  io  siamo  conosciuti  dal  mondo. 
E  con  tal  fine  le  bacio  le  mani. 
Di  Parigi  [principi  del  1623]. 

CXCI 

A  DON  Lorenzo  Scoto 

Notizie  di  una  nuova  malattia,  che  gì' impedisce  il  ritorno  in  Italia. 

Insomma  io  non  so  che  mi  dire  di  questa  mia  maledetta 
sciagura,  che,  non  ostante  la  mia  determinata  risoluzione  di  ri- 
tornare in  Italia,  vuol  pure  a  mio  marcio  dispetto  ritenermi  in 


LETTERE    E    DEDICATORIE  5 

Francia.  Quando  io  era  già  in  procinto  di  partire  ed  aveva 
apparecchiate  tutte  le  bisogne  necessarie  al  viaggio,  ecco  una 
nuova  flussione  che  mi  ha  tenuto  oggimai  tre  mesi  in  letto. 
Ed  in  tre  mesi  tre  volte  mi  son  riavuto  ed  altretante  son  ritor- 
nato a  ricadere. 

Né  mi  riprendete  della  mia  vita  disordinata,  perché  vi  giuro 
da  vero  amico  che  da  un  tempo  in  qua  vivo  con  molta  regola 
e  senza  far  delle  stravaganze.  Questo  impedimento  adunque  è 
stato  cagione  del  mio  lungo  silenzio  e  insieme  di  differire  la 
mia  venuta  a  quaresima,  nel  qual  tempo,  piacendo  al  Signore, 
seguirà  senza  fallo.  Or  che,  la  Dio  mercé,  mi  ritrovo  alquanto 
bene  e  che  il  male  è  cessato,  ho  voluto  salutarvi,  si  come  fo 
caramente  con  questa,  e  darvi  conto  dello  stato  mio.  E  perché, 
come  ho  detto,  il  mio  ritorno  non  può  essere  se  non  a  prima- 
vera, priegovi  intanto  per  farmi  passar  l'umor  maninconico  a 
mandarmi  il  quadro  del  Brandino,  insieme  co'  quattro  ritratti 
ad  olio  ed  il  dissegno  di  quella  battaglia  d'acquarella,  serbando 
presso  di  sé  le  due  casse  de'  libri  con  quella  integrità  che  si 
deve  sperare  dalla  vostra  bontà,  in  cui  tanto  confido  quanto  voi 
stesso  sapete.  Ma  se  mi  volete  bene,  sia  subito,  e  fattone  un 
fagottino  ben  coverto,  potrete  indrizzarlo  secondo  il  solito  al 
signor  Guinigi  in  Lione.  Se  con  cotesta  occasione  vorrà  il  si- 
gnor Muti  mandarmi  qualche  pezzo  di  disegno  di  quegli  stracci 
che  già  mi  promise  l'onorata  memoria  del  signor  Onofrio,  mi 
farà  un  favore  rilevato,   ed  io  non  sarò  ingrato. 

Di  grazia,  scusatemi  delle  continue  importunità  e  delle  mie 
impertinenti  dimande,  le  quali  so  che  son  poco  proporzionate 
alla  vostra  qualità,  che  siete  impacciato  sempre  in  cose  più  gravi. 

Desidero  intendere  se  il  signor  Scorza  si  ritrova  in  Torino  e 
se  inviando  le  lettere  a  voi  saranno  per  essergli  subito  capitate. 
Priegovi  a  darmene  aviso,  perché  gli  ho  da  scrivere  di  qualche 
affare.  E  state  sano,  mantenendomi  nella  vostra  buona  grazia 
e  salutando  in  mio  nome  i  due  signori  Ludovichi. 
Di  Parigi  [principi  del  1623J. 


6  GIAMBATTISTA    MARINO 

CXCII 

Al  medesimo 
Si  lagna  di  non  ricevere  lettere. 

Voi  tenete  poco  conto  di  me,  e  per  certo  avete  il  torto,  perché 
io  vi  ho  sempre  amato  ed  onorato.  È  possibile  che  a  cento 
lettere  mie,  le  quali  son  certissimo  che  vi  son  capitate,  io 
non  vegga  ancora  comparire  una  risposta?  Già  vi  ho  scritto 
per  ogni  ordinario  e  sempre  invano.  Ora  vi  rescrivo  questa, 
e  voglio  che  sia  l'ultima  volta. 

Vi  priego  adunque,  e  torno  a  supplicarvi  con  la  maggior  effi- 
cacia che  posso,  a  volermi  mandare  subito  subito  al  ricevere  della 
presente  i  quadri  che  si  ritrovano  fatti,  cioè  i  due  primi  del 
Brandin  e  quello  dello  Scorza,  insieme  con  i  ritratti  ed  i  dissegni 
che  sono  nel  picciolo  tamburetto,  perché  già  ho  imbagagliate  le 
mie  balle  e  resto  impedito  solamente  per  questo  rispetto;  il  che 
mi  è  di  sommo  disturbo  e  disgusto.  Ed  infine,  se  non  vengono 
incontanente,  non  mi  serviranno  piti  a  nulla,  e  mi  verrà  poi 
voglia  di  stracciargli,  poiché  non  potrò  portargli  dentro  la  va- 
ligia. L'altro  che  resta  verrà  poi  a  suo  tempo,  quando  sarà  finito. 
Starò  aspettandogli  senz'altro  indugio;  e  se  mi  amate,  non  man- 
cate di  darmi  questa  sodisfazione. 

DeW^^dofie  ne  sarò  forse  io  stesso  il  portatore,  se  non  avrò 
più  che  sicura  commodità  di  mandarlo.  Vi  bacio  le  mani. 
Di  Parigi  [1623]. 

CXCIII 

Al  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

Io  resto  confusissimo  né  so  che  mi  dire  di  tanto  silenzio. 
A  cento  lettere  mie  non  avete  data  altra  risposta  eh' una  sola, 
e  già  a  quest'ora  dovrebbono  esser  mille  volte  arrivate  le 
pitture. 


LETTERE   E   DEDICATORIE  7 

L'andata  del  re  a  Lione  andò  in  fumo,  onde  per  conseguenza 
anche  della  nostra  non  credo  che  se  ne  farà  altro.  La  mia  venuta 
in  Italia  non  credo  che  avrà  effetto  infìno  al  mese  d'agosto, 
perché  non  mi  sono  potuto  sbrigar  della  stampa  a  tempo  per 
questa  pasqua,  come  io  sperava.  Vi  priego  adunque  per  quanto 
amor  mi  portate  a  consolarmi  subito,  mandandomi  i  quadri  per 
via  del  signor  Guinigi,  perché  mi  muoio  d'impazienza.  Insieme 
co'  quadri  aspetto  parimente  i  dissegni  e  que'  quattro  ritratti  ad 
olio  che  sono  nel  tamburetto  piccolo,  perché  mi  servono  come 
vi  scrissi.  Di  grazia,  non  mancate  quanto  prima;  e  vi  bacio  la 
mano. 

Di  Parigi  [aprile  1623J. 

CXCIV 

Al  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

S'io  fossi  cosi  pentito  de'  miei  peccati  come  mi  pento  d'es- 
sere entrato  in  questa  tresca  di  pitture,  sarei  più  che  sicuro 
del  paradiso.  Quel  che  più  mi  travaglia  è  che  son  costretto  a 
sforzar  la  natura,  che  per  ordinario  non  suole  esser  molto  pronta 
allo  scrivere,  e  mi  bisogna  del  continuo  fastidir  gli  amici.  Di  più 
Iddio  mi  mortifica  col  mezo  di  coloro  i  quali  io  più  amo  e 
ne'  quali  più  confido.  Da  molti  mesi  in  qua  io  vi  ho  scritto 
per  ogni  posta,  ed  a  cento  lettere  mie  non  è  comparsa  se  non 
una  risposta  sola,  molto  stracca.  Onde  mi  conviene  replicare 
di  bel  nuovo  le  medesime  querimonie  ch'io  vi  feci  per  l'altra 
mia,  lamentandomi  forte  della  vostra  poca  amorevolezza;  che  se 
non  volete  farlo  per  effetto  di  cortesia,  dovreste  almeno  per 
termine  di  civiltà  corrispondere  a  chi  vi  onora  e  rispondere  a 
chi  vi  scrive,  massime  ad  uno  amico  della  qualità  mia. 

Io  mi  era  risoluto  di  non  rompervi  più  la  testa  con  le  mie 
importunità,  ma  la  necessità  mi  stringe  ancora  a  farlo,  assicu- 
randovi che,  se  voi  non  risponderete  a  questa,  io  farò  sinistro 
concetto  della  vostra  affezione  e  m'ingegnerò  di  portarmi  con 


8  GIAMBATTISTA    MARINO 

esso  voi  secondo  le  medesime  circostanze  di  discortesia.  Vi  priego 
adunque,  vi  supplico  e  vi  scongiuro  quanto  so  e  posso,  che  non 
vogliate  più  tenermi  impiccato  per  la  gola  in  farmi  tanto  atten- 
dere cotesti  benedetti  quadri,  poiché  ho  già  imbagagliato  e  resto 
impedito  di  mandar  le  mie  robbe  in  Italia  per  aspettarne  la 
risoluzione.  Se  sono  perduti  o  guasti,  o  per  altro  accidente 
non  si  possono  più  avere,  parlate  liberamente,  ch'io  me  ne 
porrò  l'animo  in  riposo.  Vi  scrissi  e  rescrissi  che  mi  mandaste 
subito  per  via  del  signor  Guinigi  quelli  che  si  trovano  finiti, 
cioè  i  due  del  Brandino  e  quello  del  signor  Scorza,  i  quali  mi 
dite  che  son  fatti,  e  insieme  con  essi  i  quattro  ritratti  e  i  dissegnì 
grandi,  poiché  mi  servono  al  presente  per  accommodargli  dentro 
le  casse.  Ora  torno  ad  essaggerarvi  il  medesimo,  e  sopra  tutto 
a  rispondermi  per  non  rompere  il  nostro  antico  commercio, 
poiché  non  posso  credere  che  le  tante  occupazioni  della  corte 
non  vi  concedano  tanto  di  tempo  che  possiate  tirar  due  righe 
per  amor  mio. 

Caro  Scoto,  non  mancate  subito  subito  d'inviargli,  perché 
la  state  tuttavia  passa  e  non  potreste  imaginarvi  il  disturbo 
che  ne  sento  e  la  incommodità  che  ne  patisco.  Gli  aspetto 
senz'altro,  e  se  l'ultimo  non  è  cominciato,  si  farà  appresso. 
Intanto  vi  raccomando  le  mie  casse,  pregandovi  a  conservarle 
bene  e  non  lasciarle  aprire  a  persona  nata,  perché  son  tutte 
piene  di  libri,  la  maggior  parte  italiani,  e  se  se  ne  perdesse  un 
pezzo  solo,  mi  guasterebbe  tutta  la  serie  della  mia  libraria,  né 
so  quando  mai  potrei  più  ritrovarlo  di  simile  impressione,  perché 
sono  tutti  di  stampa  scelta  fra  mille. 

Nel  far  questa  libraria  io  mi  sono  imbarcato  talmente  che 
già  ne  ho  speso  infino  a  quest'ora  cinquemila  scudi,  e  credo 
che  in  Napoli  non  ne  sarà  un'altra  tale;  onde  quando  vi  verrete 
so  che  n'avrete  gusto.  Resta  solo  a  finire  il  cumulo  delle  pitture, 
dove  ho  bisogno  del  vostro  aiuto,  ed  altretanto  dico  de'  rilievi, 
dei  quali  penso  di  far  in  Roma  buona  raccolta,  giaché  di  stampe 
d'intaglio  dolce  e  all'acqua  forte  credo  d'avere  quanto  si  può 
trovare  di  bello  al  mondo.  Orsù,  scrivetemi  m  nomine  Dei  e 
vogliatemi   bene,    perché   lo  merito.  A  settembre  senz'altro   ci 


LETTERE    E    DEDICATORIE  9 

rivedremo  costi,  poiché  l'Adone  è  già  stampato  tutto,  parlo 
quanto  al  corpo  del  poema,  ma  vi  mancano  ancora  alcune  prose 
di  discorso  che  vanno  nel  principio.  Il  re  si  è  lasciato  intendere 
di  volermi  fare  un  gran  presente  quando  io  lo  presenterò. 
Staremo  a  vedere. 

Già  vi  scrissi  che  in  Roma  sono  aspettato  come  papalino, 
dichiarando  che  non  vi  sarà  obligo  alcuno  di  servitù  e  sarò 
essente  dalle  leggi  del  corteggio.  Il  signor  cardinale  Lodovisìo 
mi  offerisce  gran  cose  con  animo  generosissimo,  protestando  che 
non  pretende  se  non  godere  la  mia  conversazione  quel  poco  di 
tempo  che  starò  in  Roma  e  trattarmi  come  servitore  del  re 
cristianissimo. 

Finisco  baciandovi  le  mani. 
Di  Parigi  [1623]. 

CXCV 

Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali 

Non  è  affatto  disposto  a  cangiar  «  servitù  », 
per  quanto  tra  breve  debba  ritornare  in  Italia. 

Io  sperava  che  la  stampa  dell'Adone  dovesse  senz'altro 
esser  finita  per  questa  pasqua,  per  poter  subito  dare  una  pas- 
sata in  Italia.  Ma  non  è  stato  possibile,  se  bene  non  credo  che 
anderà  molto  in  lungo;  ed  io  son  risolutissimo,  sbrigato  che  me 
ne  sia,  di  venirmene  volando,  ancor  che  fusse  di  mezza  state. 

Quanto  alla  mutazione  della  servitù  che  mi  accennate,  per 
Dio  starei  ben  fresco  a  volere  scendere  dal  cavallo  !  Non  dico 
che  il  personaggio  di  cui  si  parla  non  sia  grande  e  degno  di 
suggetto  più  eminente  di  me;  ma  non  mi  par  che  convenga, 
dopo  l'aver  servito  al  maggior  re  del  mondo  con  condizioni  tanto 
onorevoli,  d' impiegar  la  mia  persona  altrove.  Oltre  eh'  io  sono 
già  stracco  delle  corti  e  non  ne  voglio  più;  e  poiché  Iddio  mi 
ha  dato  il  modo  d'uscire  di  necessità,  mi  delibero  di  vivere  a 
me  stesso  gli  anni  che  mi  avanzano  con  qualche  riposo  e  tran- 
quillità. 


IO  GIAMBATTISTA    MARINO 

L'origine  di  cotesta  voce  m'imagino  bene  donde  può  esser 
derivata.  Ed  è  che,  determinandomi  io  di  passare  a  Roma  ed 
a  Napoli  per  qualche  tempo,  ho  procurato  di  sopire  quelle  impu- 
tazioni datemi  già  costi  in  Parma  tanti  anni  sono,  e  ne  fu  auttore 
forse  il  Materiale.  Onde  feci  pregare  questi  mesi  addietro  l'illu- 
strissimo signor  cardinale  a  voler  protegermi  e  liberarmi  da  si 
fatta  calunnia  con  la  sua  auttorità;  il  quale  al  primo  cenno  del 
mio  nome  me  n'ha  fatto  veder  gli  effetti  con  uffici  efficacissimi, 
ed  hammi  scritto  con  tanta  umanità  che  mi  ha  confuso.  È  vero 
che  io  presuppongo  che  tutto  ciò  egli  abbia  operato  a  contem- 
plazione di  questa  Maestà  cristianissima  di  cui  son  servidore; 
ma  dimostra  però  nelle  sue  lettere  d'essersi  mosso  a  favorirmi 
semplicemente  dal  riguardo  de'  meriti  miei,  i  quali  conoscendo 
io  esser  pochissimi,  potete  pensare  l'obligazione  che  gli  porto. 
Di  questa  facenda  si  sarà  per  aventura  cicalato  per  Roma  ed 
avrà  dato  che  dire  agli  scioperati. 

Subito  adunque  ch'io  mi  sarò  spedito  di  questa  benedetta 
impressione,  me  ne  verrò  volando,  e  potrà  essere  di  leggieri 
ch'io  passi  per  cotesta  volta  solo  per  rivedervi,  poiché  in  Parma 
non  ho  altra  facenda.  Prima  ve  ne  darò  avviso.  Il  re  mi  ha 
concessa  grazia  che  in  assenza  mia  la  mia  pensione  sia  qui 
pagata  al  mio  procuratore,  con  patto  ch'io  mi  lasci  rivedere  in 
questa  corte  ogni  due  anni  una  volta.  II  che  io  penso  di  far 
volentieri,  se  mi  porterò  con  salute.  Intanto  la  mia  vita  voglio 
che  sia  il  verno  in  Roma  e  la  state  in  Napoli,  dove  pretendo 
di  goder  qualche  delizia  insieme  con  gli  amici  e  specialmente 
con  voi.  Le  vostre  burle  son  graziose,  ed  io  vi  bacio  le  mani 
con  tutto  il  cuore. 

Di  Parigi  [1623]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  II 

CXCVI 

Al  signor  Giacomo  Scaglia 

Promette  d'inviargli  subito  VAdofte  e  gli  comunica  la  morte  dello  stam- 
patore Abramo  Pacard,  la  quale  per  altro  non  arrecherà  ostacoli  alla 
prossima   pubblicazione  del  poema. 

Vi  rendo  molte  grazie  de'  due  libretti  à£iV Epistole;  ed  in 
particolare  quest'ultimo  mi  è  stato  molto  caro.  Né  mi  sarei  mai 
pensato  che  nel  mondo  si  trovasse  tanta  sfacciatagine,  che  ad 
un  uomo  della  mia  qualità  si  dovesse  rubare  cosi  apertamente 
un  suggetto  ed  una  invenzione  già  publicata  da  me  venti  anni 
sono  per  tutto.  Ma  mio  danno;  merito  peggio,  perché  son  troppo 
coglione,  se  bene  ho  questa  contentezza  ch'almeno  ognuno  il  sa, 
e  quando  le  mie  saranno  alla  stampa  (il  che  voglio  che  sia  di 
corto),  si  conoscerà  che  differenza  è  da  cottone  a  stoppa,  assi- 
curandovi eh'  io  non  vidi  mai  stile  il  più  sciocco  ed  il  più  povero 
di  concetti  vivaci.  Con  tutto  ciò,  non  voglio  mancare  di  morti- 
ficar l'auttore  in  qualche  modo  che  ne  rimanga  confuso. 

Poiché  il  privilegio  non  si  può  ottenere  senza  avere  tutto  il 
libro,  bisogna  che  abbiate  qualche  altro  giorno  di  pazienza,  tanto 
che  sieno  finite  di  stampare  queste  prose,  che  subito  poi  lo  man- 
derò, e  siate  pur  certissimo  che  voi  sarete  il  primo. 

I  ritratti  del  Casoni  e  del  Magno  aspetto  con  disiderio,  e  non 
vi  mando  per  ora  il  mio  come  disiderate,  perché  qui  non  è 
pittore  che  vaglia  ed  io  voglio  che  l'abbiate  di  buona  mano. 
Subito  che  avrò  presentato  questo  libro  al  re,  il  quale  nel 
mese  che  viene  si  spera  che  debba  essere  a  Lione,  io  avrò 
licenza  di  dare  una  scorsa  in  Italia  almeno  per  un  anno;  e  allora 
mi  riserbo  a  mandarvene  una  copia  buona.  Intanto  vi  piacerà 
di  rimborsarvi  que'  pochi  quatrinelli  spesi  per  me  in  quello  del 
Cremonino,   protestandovi  di  nuovo  l'obligo  che  ve  n'ho. 

Rispondo  al  clarissimo  signor  Badoaro,  e  veramente  confesso 
di  restare  obligatissimo  alla  sua  infinita  cortesia,  certificandolo 
che  dependerò  sempre  da'  suoi  comandamenti. 


12  GIAMBATTISTA    MARINO 

Di  grazia,  informatevi  chi  sia  cotesto  Camprelli  che  ha  scritto 
contro  di  me,  e  datemene  minuto  aviso.  Io  non  l'ho  udito  mai 
nominare  e  vorrei  sapere  di  che  condizione  e  quaUtà  si  sia, 
s'egli  è  gentiluomo  o  plebeo,  prete  o  secolare,  ricco  o  povero, 
e  che  professione  fa.  E  vi  bacio  le  mani. 
Di  Parigi  [1623]. 

P.  S.  —  Il  Paccardo  è  morto  e  per  questa  cagione  il  libro 
non  è  finito  affatto,  ma  si  spedirà  fra  pochissimi  giorni,  perché 
sua  moglie  mi  sollecita. 

Questa  lettera  è  scritta  un  pezzo  fa  e  per  una  indisposizione 
sopragiuntami  non  ho  potuto  mandarla  prima.  Piaccia  a  Dio 
che  il  mio  male  non  s'avanzi,  si  che  impedisca  la  mia  risolu- 
zione di  venire  in  Italia  questo  autunno  e  di  dare  una  volta 
fine  a  questa  benedetta  stampa. 

CXCVII 

Al  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

XJ Adone,  come  già  le  scrissi,  è  finito  di  stampare,  salvo 
alcuni  ultimi  fogli,  i  quali  io  tengo  cosi  sospesi,  perché  ho  paura 
che  se  il  libro  si-  publica  prima  ch'io  possa  presentarlo  di  mia 
mano  al  re,  non  gli  sia  portato  da  altri.  Sto  adunque  aspettando 
che  S.  M.  sia  in  Lione,  come  si  crede  che  debba  essere  presto; 
ed  allora  io  farò  spedire  subito  in  un  tratto  quel  poco  che  resta 
ed  andrò  io  stesso  a  darlo  di  persona;  e  poi  di  là  tirerò,  piacendo 
a  Dio,  alla  volta  d'Italia  almeno  per  un  anno.  Questo  s'intende 
in  caso  che  il  re  vi  sia  per  tutto  il  mese  d'ottobre  e  ch'io 
mi  porti  bene,  perché  di  mezo  verno  non  voglio  viaggiare,  e 
se  non  mi  ritrovo  ben  sano,  attenderò  a  primavera. 

Questi  giorni  sono  stato  tributato  da  una  delle  mie  solite 
indisposizioni,  che  mi  ha  tenuto  più  di  venti  giorni  in  letto.  Ora 
per  grazia  di  Dio  mi  sento  meglio  e  non  lascio  di  continovare  la 
stampa,  ma  lentamente  per  la  cagione  sopradetta.  E  se  bene  il 


LETTERE    E    DEDICATORIE  I3 

Paccardo  è  morto,  i  suoi  eredi  non  restano  di  sollecitarmi.  Intanto 
V.  S.  viva  sicura  della  mia  promessa,  in  ratificazione  della  quale 
le  giuro  per  Dio  che  la  prima  copia  sarà  sua  e  verrà  a  tempo 
che  altri  non  vedrà  l'opera  prima;  e  se  non  solo  il  re  ma  tutti  i 
prencipi  del  mondo  mi  volessero  sforzare  a  fare  altrimenti,  io 
non  le  farei  mai  questo  torto.  Ma  questo  è  il  manco,  perché 
spero  quando  sarò  in  Italia  di  ricompensarla  con  altro  che  con 
VAdo?ie,  sentendomi  molto  obligato  alle  tante  affettuose  cortesie 
che  ha  usate  meco,   alle  quali  non  sarò  ingrato. 

Se  i  ritratti  verranno,  mi  saranno  carissimi  e  ne  porterò 
obligo  a  cotesti  signori  ed  a  lei,  la  qual  priego  a  volere  indriz- 
zar l'inclusa  a  mio  cognato  per  via  sicura,  essendo  di  negozio 
che  molto  m'importa. 

Il  signore  Iddio  la  contenti  e  feliciti. 
Di  Parigi  [1623]. 


CXCVIII 
Al  medesimo 

Manda  incompleto  V Adone. 

Ecco  ch'io  vi  mando  questo  benedetto  Adone,  e  accioché  in- 
tanto non  si  perda  tempo  alla  stampa,  non  mi  curo  di  mandarlo 
imperfetto,  poiché  vi  mancano  ancora  due  ultimi  quinternetti 
con  la  fine  del  ventesimo  canto  e  la  lettera  di  dedicazione  alla 
reina  madre,  che  va  nel  principio  subito  dopo  il  titolo  principale. 
Vi  manca  ancora  un  lungo  discorso  eh'  io  ho  fatto  sopra  questo 
libro  ed  entrerà  subito  dopo  la  lettera  dedicatoria;  e  veramente 
mi  sarebbe  sommamente  caro  che  in  Italia  non  si  vedesse  que- 
st'opera senza  esso,  perché  oltre  il  dichiarare  molti  miei  pensieri 
intorno  a  si  fatto  poema,  parlo  diffusamente  dello  scrivere  lascivo. 
Onde,  se  potrete  trattener  tanto  la  publicazione  finch'io  lo  mandi, 
vi  priego  a  farlo.  Se  no,  non  lasciate  di  fare  i!  fatto  vostro. 
Io  per  la  fretta  non  ho  avuto  tempo  di  copiarlo  al  presente,  ma 
penso  di  farlo  per  viaggio,  poiché  son  risolutissimo  di  partire 


14  GIAMBATTISTA    MARINO 

dopo  pasqua  alla  volta  d'Italia,  e  vi  scriverò.  Intanto  non  man- 
cherò di  mandarvi  quest'altra  settimana  quel  poco  che  resta  al 
compimento  del  libro  insieme  con  la  detta  lettera.  Di  grazia, 
avertite  bene  alla  correzione  e  risguardate  minutamente  le  note 
delle  mie  postille  per  tutto,  avertendo  che  nel  primo  canto  ritro- 
verete alcune  linee  cancellate  in  molte  stanze,  le  quali  non  im- 
portano nulla,  né  lasciate  di  stampare  i  versi  come  si  trovano. 
So  che  avrete  da  combattere  con  gì'  inquisitori,  ma  io  la  rimetto 
a  voi.  Il  presente  pachetto  per  esser  grosso  lo  mando  per  la 
via  del  signor  ambasciatore:  gli  altri  fogli  che  restano,  perché  son 
pochi,  gli  manderò  al  signor  Guinigi  a  Lione.  Iddio  vi  feliciti. 
Di  Parigi  [1623]. 

CXCIX 

Alla  Maestà  cristianissima  di  Lodovico   decimoterzo,     ■ 
RE  di  Francia  e  di  Navarra 

Abbozzo  della  dedica  che  segue. 

La  reciproca  scambievolezza  che  lega  insieme  i  principi  e  i 
poeti,  gli  scettri  e  le  penne,  le  corone  dell'oro  e  quelle  dell'al- 
loro, dalla  Grecia,  di  tutte  le  bell'arti  inventrice,  con  allegorico 
sentimento  fu  dimostrata  chiamando  Ercole  «  musagete  » ,  quasi 
duce  e  capitano  delle  muse.  Percioché  si  come  alla  quiete  degli 
studi  è  necessario  il  patrocinio  de'  grandi,  perché  gli  conservi 
nella  loro  tranquillità;  cosi  allo  'ncontro  la  gloria  delle  operazioni 
inclite  ha  bisogno  dell'aiuto  degli  scrittori,  perché  le  sottraggano 
all'oblivione.  Piacesse  a  Dio  che  la  mia  penna  fusse  bastante 
a  poter  degnamente  intraprender  le  lodi  immense  di  Vostra 
Maestà,  celebrando  i  miracolosi  progressi  che  fa  in  età  cosi 
giovane  e  si  acerba,  con  si  maturo  consiglio  che  più  di  grave 
non  si  desidera  nella  prudenza  de'  più  canuti;  che  va  crescendo 
in  tanta  grandezza  di  pregio,  che  oggimai  i  suoi  fatti  peregrini 
sono  ammirabili  ma  non  imitabili;  che  le  sue  forze,  le  sue  armi, 
le  sue  genti  e  tutti  i  concetti  alti  del  suo  animo  reale  non  ad 
altro  fine  si    rivolgono  che    alla  gloria  del   cielo;  che  è   amico 


LETTERE    E    DEDICATORIE  I5 

de'  buoni,  compagno  de'  soldati,  fratello  de'  servi,  padre  de'  vas- 
salli e  degno  figliuolo  primogenito  della  Chiesa  apostolica;  che 
vince  prima  che  combatta,  ottiene  più  trionfi  che  non  dà  assalti 
e  signoreggia  più  animi  che  non  acquista  terre. 

Ma  con  qual  cambio  o  con  qual  effetto  condegno  corrispon- 
derò io  a  tanti  suoi  eccessi  d'umanità,  i  quali  soprafanno  tanto 
di  gran  lunga  ogni  mio  potere?  Certo,  non  so  con  altro  pagargli 
che  con  parole  e  con  lodi,  in  quella  guisa  istessa  che  si  pagano 
le  divine  grazie.  Ben  vorrei  che  la  mia  virtù  fusse  pari  alla  sua 
bontà,  per  poter  altretanto  celebrar  lei  quanto  Ella  giova  a  me; 
percioché  si  come  i  suoi  gesti  egregi,  quasi  stelle  del  ciel  della 
gloria  influiscono  al  mio  ingegno  suggetti  degni  d'eterna  loda, 
cosi  i  favori  ch'io  ne  ricevo,  quasi  rivoli  del  fonte  della  magni- 
ficenza, innaffiano  l'aridità  della  mia  fortuna  con  tanta  larghezza 
che  fanno  arrossire  la  mia  viltà,  onde  rimango  confuso  di  non 
aver  fin  qui  fatta  opera  alcuna  per  la  quale  appaia  il  merito  di 
si  fatta  mercede.  Ma  io  non  dubito  punto  che  fra  l'altre  eroiche 
virtù  ch'adornan  gli  anni  giovanili  di  Vostra  Maestà,  in  tanta 
sublimità  di  stato,  in  tanta  vivacità  di  spirito  ed  in  tanta  seve- 
rità d'educazione,  non  debba  anche  aver  luogo  l'onesto  e  piace- 
vole trastullo  della  poesia.  Onde  ben  debbo  io  sperare  che  Vostra 
Maestà  dopo  le  guerre,  le  quali  con  troppo  dure  distrazioni  l'in- 
cominciano ad  occupare,  abbi  con  benignità  a  gradire  questo 
piccolo  e  povero  dono,  presentato  da  un  devoto  suo,  ch'altro  non 
è  che  povero  frutto  di  rozo  intelletto.  Or  piaccia  a  Vostra  Maestà, 
con  quella  benignità  istessa  con  cui  si  compiacque  di  farmi  degno 
della  sua  buona  grazia,  accettare  la  presente  fatica,  perché  vorrei 
pur  almeno  in  qualche  parte  pagar  con  gli  scritti  quel  che  non 
mi  è  possibile  sodisfar  con  le  forze.  E  senza  più,  augurando  a 
Vostra  Maestà  il  colmo  d'ogni  felicità,  le  inchino  con  riverenza 
la  fronte  e  le  sollevo  con  divozione  il  cuore. 
Di  Parigi  [1623]. 


l6  GIAMBATTISTA    MARINO 


ce 


Alla  Maestà  cristianissima  di  Maria  de'  Medici, 
REINA  di  Francia  e  di  Navarra 

Dedica  dell'Adone. 

La  Grecia,  di  tutte  le  bell'arti  inventrice,  la  qual  sotto  velo 
di  favolose  fizioni  soleva  ricoprire  la  maggior  parte  de'  suoi 
misteri,  non  senza  allegorico  sentimento  chiamava  Ercole  «  mu- 
sagete »,  quasi  duce  e  capitano  delle  muse.  Il  che  non  con  altra 
significazione,  s'io  non  m'inganno,  hassi  da  interpretare  che 
per  la  vicendevole  corrispondenza  che  passa  tra  la  forza  e  l'in- 
gegno, tra  '1  valore  e  '1  sapere,  tra  l'armi  e  le  lettere,  e  per  la 
reciproca  scambievolezza  che  lega  insieme  i  prencipi  e  i  poeti, 
gli  scettri  e  le  penne,  le  corone  dell'oro  e  quelle  dell'alloro. 
Percioché  si  come  alla  quiete  degli  studi  è  necessario  il  patro- 
cinio de'  grandi,  perché  gli  conservi  nella  loro  tranquillità,  cosi 
allo  'ncontro  la  gloria  delle  operazioni  inclite  ha  bisogno  dell'aiuto 
degli  scrittori  perché  le  sottraggano  alla  oblivione.  E  si  come 
questi  offrono  versi  e  componimenti  che  possono  a  quelli  recare 
insieme  col  diletto  l'immortalità,  cosi  ancora  quelli  donano  ricom- 
pense di  favori  e  premi  di  ricchezze  con  cui  possono  questi 
menare  commodamente  la  vita.  Quinci  senza  alcun  dubbio  è  nato 
ne'  signori  il  nobilissimo  costume  del  nutrire  i  cigni  famosi,  ac- 
cioché,  illustrando  essi  col  canto  la  memoria  de'  loro  onori,  la 
rapiscano  alla  voracità  del  tempo.  Quinci  d'altra  parte  parimente 
si  è  derivata,  in  coloro  che  scrivono,  l'antica  usanza  del  dedi- 
care i  libri  a  gran  maestri,  a'  quali  non  per  altra  cagione  sogliono 
indirizzargli  se  non  per  procacciarsi  sotto  il  ricovero  di  tale 
scudo  sicura  difesa  dall'altrui  malignità  e  dalla  propria  neces- 
sità. Questi  rispetti  mossero  Virgilio  ad  intitolare  il  suo  poema 
a  Cesare,  Lucano  a  Nerone,  Claudiano  ad  Onorio,  ed  a'  tempi 
nostri  l'Ariosto  e  '1  Tasso  alla  serenissima  casa  da  Este.  Questi 
istessi,  dall'altro  lato,  mossero  Mecenate  a  sovvenire  alla  povertà 
d'Orazio,  Domiziano  a  promovere  Stazio  e  Silio  Italico   a  gradi 


LETTERE   E    DEDICATORIE  l^ 

onorevoli,  Antonino  a  contracambiare  con  altrettanto  oro  le  fati- 
che d'Appiano,  ed  ultimamente,  per  tralasciare  gli  altri  stranieri, 
Francesco  il  primo,  re  di  Francia,  a  remunerare  con  effetti  di 
profusa  liberalità  le  scritture  dell'Alamanni,  del  Tolomei,  del 
Delminio,  dell'Aretino  e  d'altri  molti  letterati  italiani;  Carlo  il 
nono  a  stimare,  onorare  e  riconoscere  oltremodo  la  virtù  ed  eccel- 
lenza di  Piero  Ronzardo;  Arrigo  il  terzo  ad  accrescere  con 
larghe  entrate  le  fortune  di  Filippo  di  Portes  abate  di  Tirone; 
ed  Arrigo  il  quarto,  dopo  molti  altri  segni  d'affezione  parziale, 
ad  essaltare  alla  sacra  dignità  della  porpora  i  meriti  del  cardinal 
di  Perona.  Non  mossero  già,  per  mio  credere,  questi  rispetti  la 
Maestà  cristianissima  di  Lodovico  il  tredicesimo  quando  con  tante 
dimostrazioni  di  generosità  prese  a  trattener  me  nella  sua  corte, 
si  perché  all'edificio  della  sua  gloria  non  fa  mestieri  di  si  fatti 
puntelli,  si  anche  perch'io  non  son  tale  che  basti  a  sostenere 
con  la  debolezza  del  mio  stile  il  grave  peso  del  suo  nome.  Né 
muovono  ora  similmente  me  a  consacrare  a  S.  M.  il  mio  Adone, 
come  fo,  si  perché  l'animo  mio  è  tanto  lontano  dall'interesse 
quanto  il  suo  dall'ambizione,  si  anche  perché  sono  stato  preve- 
nuto co'  benefici  ed  ho  ricevuti  guiderdoni  maggiori  del  disi- 
derio  e  della  speranza  non  che  del  merito.  Ma  quantunque  i 
fini  principali  della  sua  protezione  e  della  mia  dedicazione  non 
sieno  questi,  con  tutto  ciò,  tanto  per  la  parte  che  concerne  i 
debiti  della  obligazion  mia  quanto  per  quella  che  s'appartiene 
ai  meriti  della  grandezza  sua,  con  ragione  parmi  che  si  debba 
il  presente  libro  al  nostro  re  e  che  da  me  al  nostro  re  sia  buon 
tempo  fa  giustamente  dovuto.  Devesi  a  lui  come  degno  di  qual- 
sivoglia onore  e  devesi  da  me  come  onorato,  benché  indegna- 
mente, del  titolo  della  regia  servitù.  Per  quel  che  tocca  a  S.  M., 
dico  eh' è  proporzionato  questo  tributo,  essendosi  già  col  soprac- 
cennato essempio  d'Ercole  dimostrato  ch'a'  prencipi  grandi  non 
disconvengono  poesie.  E  mi  vaglio  della  somiglianza  d'Ercole, 
meritando  egli  appunto  ad  esso  Ercole  d'essere  per  le  sue  azioni 
paragonato.  Poiché  se  l'uno  ne'  principi  della  sua  infanzia  ebbe 
forza  di  strangolare  due  fieri  dragoni,  il  che  fu  preso  per  infal- 
libile indizio  dell'altre   prove  future,  l'altro  ne'  primordi  e  della 

G.  B.  Marino,  C.  Achii.lini  e  G.  Preti,  Lettere  -  ii.  2 


l8  GIAMBATTISTA    MARINO 

sua  età  e  del  suo  governo  conculcò,  né  più  né  meno,  due  ferocis- 
sime e  velenosissime  serpi  ;  dico  le  guerre  intestine  di  Francia  e  le 
straniere  d'Italia,  superate  l'una  con  la  mano  del  valore,  l'altra 
con  quella  dell'autorità:  dal  qual  atto  si  può  far  certissimo  giu- 
dicio  dell'altre  imprese  segnalate  che  ci  promettono  gli  anni 
suoi  più  fermi.  Havvi  però  di  più  tanto  di  differenza,  che  quel 
che  l'uno  operò  già  adulto  e  robusto,  l'altro  ha  operato  ancor 
tenero  e  fanciullo,  estirpando  dal  suo  regno  un  mostro  cosi 
pestifero  com'era  l'idra  della  discordia  civile,  le  cui  teste  pareva 
che  d'ora  in  ora  moltiplicassero  in  infinito.  E  se  bene  al  presente 
guerreggia  tuttavia  co'  suoi  sudditi,  il  che  par  che  repugni  alla 
publica  pace  e  contrafaccia  alla  concordia  dello  Stato,  vedesi 
nondimeno  chiaramente  che  dopo  l'onor  di  Dio,  eh' è  il  suo 
primo  riguardo,  il  tutto  è  inteso  a  quel  medesimo  scopo,  cioè 
di  passare  alla  quiete  per  lo  mezo  de'  travagli,  né  altro  pretende 
che  con  la  dovuta  ubbidienza  de'  popoli,  tranquillando  le  continove 
tempeste  del  suo  reame,  stabilirsi  nella  paterna  monarchia.  Gran 
cosa  certo  è  il  mirare  i  miracolosi  progressi  che  fa  questo  mi- 
rabile giovane  in  età  si  acerba,  con  si  maturo  consiglio,  che  più 
di  grave  non  si  desidera  nella  prudenza  de'  più  canuti.  Ecco, 
appena  uscito  della  fanciullezza,  mosso  dal  senno,  spinto  dalla 
virtù,  guidato  dalla  fortuna,  accompagnato  dalla  loda,  ascende 
a  gran  passi  co'  piedi  del  valore  le  scale  della  immortalità,  e 
va  crescendo  in  tanta  grandezza  di  pregio  che  oggimai  i  suoi 
fatti  peregrini  sono  ammirabili  ma  non  imitabili.  Si  arma  per 
l'onor  di  Cristo,  combatte  per  la  verità  evangelica,  vendica  l'in- 
giurie della  corona  gallica,  ristora  i  riti  del  culto  cattolico,  fa 
inviolabili  le  leggi  della  buona  religione.  Le  sue  forze,  le  sue 
armi,  le  sue  genti,  i  suoi  tesori  e  tutti  i  concetti  alti  del  suo  animo 
reale  non  ad  altro  fine  si  rivolgono  che  alla  gloria  del  cielo. 
Fassi  essecutore  della  divina  disposizione,  difensore  della  regia 
dignità,  punitore  della  insolenza  de'  rubelli,  ed  in  tutte  le  sue 
generose  azioni  si  dimostra  amico  de'  buoni,  compagno  de'  sol- 
dati, fratello  de'  servi,  padre  de'  vassalli  e  degno  figliuol  primo- 
genito della  Chiesa  apostolica.  Risarcisce  i  quasi  distrutti  onori 
della  milizia,   i  disagi  gli  sono  ozi,   i   sudori   delizie,   le   fatiche 


LETTERE    E    DEDICATORIE  I9 

riposi.  Fa  stupire  e  tremare,  vince  prima  clie  combatta,  ottiene 
più  trionfi  che  non  dà  assalti  e  signoreggia  più  animi  che  non 
acquista  terre.  Il  suo  petto  è  nido  della  fortezza,  il  suo  cuore 
refugio  della  clemenza,  la  sua  fronte  paragone  della  maestà,  il 
suo  sembiante  specchio  dell'affabiltà,  il  suo  braccio  colonna 
della  giustizia,  la  sua  mano  fontana  della  liberalità.  La  sua  spada 
infocata  di  zelo  par  la  spada  del  serafino,  che  discaccia  dalla 
sua  casa  i  contumaci  di  Dio,  onde  il  mondo  che  gli  applaude 
e  che  ha  delle  sue  magnanime  opere  incredibile  aspettazione, 
con  voce  universale  lo  chiama  intelligenza  della  Francia,  virtù 
del  trono  e  dello  scettro,  angelo  tutelare  della  vera  fede,  poiché 
angelico  veramente  è  il  suo  aspetto,  angelico  il  suo  intelletto 
ed  angelica  la  sua  innocenza.  Cosi  la  somma  pietà  di  quel  Dio, 
il  quale  lo  regge  ed  il  quale  egli  difende,  guardi  la  sua  vita  ed 
allontani  dalla  sua  sacra  persona  la  violenza  del  ferro,  la  fraude 
del  veleno  e  la  perfidia  del  tradimento,  come  in  lui  si  adem- 
piranno appieno  tutte  le  condizioni  di  perfezione  che  mancarono 
negli  antichi  cesari.  E  trattandosi  in  questa  guerra  santa  dell'in- 
teresse pur  di  Dio,  non  mancheranno  a  quella  infinita  sapienza 
modi  da  terminarla  a  gloria  sua  e  con  riputazione  d'un  re  si 
giusto.  Quanto  poi  alla  parte  che  tocca  a  me,  debita  ancora 
non  che  ragionevole  stimo  io  questa  dedicatura,  accioché  se 
nell'uno  abonda  cortesia,  nell'altro  non  manchi  gratitudine.  Ma 
con  qual  cambio  o  con  qual  effetto  condegno  corrisponderò  io 
a  tanti  eccessi  d'umanità,  i  quali  soprafanno  tanto  di  gran  lunga 
ogni  mio  potere?  Certo  non  so  con  altro  pagargli  che  con  parole 
e  con  lodi  in  quella  guisa  istessa  che  si  pagano  le  divine  grazie. 
Ben  vorrei  che  la  mia  virtù  fusse  pari  alla  sua  bontà,  per  potere 
altrettanto  celebrar  lui  quanto  egli  giova  a  me.  Percioché  si 
come  i  suoi  gesti  egregi,  quasi  stelle  del  ciel  della  gloria,  influi- 
scono al  mio  ingegno,  suggetti  degni  d'eterna  loda;  cosi  i  favori 
ch'io  ne  ricevo,  quasi  rivoli  del  fonte  della  magnificenza,  innaf- 
fiano l'aridità  della  mia  fortuna  con  tanta  larghezza  che  fanno 
arrossire  la  mia  viltà,  onde  rimango  confuso  di  non  aver  fin 
qui  fatta  opera  alcuna  per  la  quale  appaia  il  merito  di  si  fatta 
mercede.   Potevano  per  aventura  da  questa  oblazione  distormi 


20  GIAMBATTISTA    MARINO 

due  circostanze,  cioè  la  bassezza  della  offerta  dal  canto  mio  e 
l'eminenza  del  personaggio  dal  canto  suo.  Ma  era  legge  de'  per- 
siani (come  Eliano  racconta)  che  ciascuno  tributasse  il  re  loro 
di  qualche  donativo  conforme  alle  proprie  facoltà  qualunque  si 
fusse.  E  Licurgo  voleva  che  si  offerissero  agl'iddìi  cose  ancorché 
minime,  per  non  cessar  giamai  d'onorargli.  Queste  ragioni 
scusano  in  parte  il  mancamento  del  donatore.  Ma  per  appagare 
la  grandezza  di  colui  a  cui  si  dona,  dirò  solo  che  quell'  istesso 
Ercole  di  cui  parliamo,  per  dar  alle  sue  lunghe  fatiche  qualche 
sollazzevole  intervallo,  deposta  talvolta  la  clava,  soleva  pure 
scherzando  favoleggiare  con  gli  amori.  Achille,  mentre  che  nella 
sua  prima  età  viveva  tra  le  selve  del  monte  Pelia  sotto  la  disci- 
plina di  Chirone,  soleva  (secondo  che  scrive  Omero)  dilettarsi 
del  suono  della  cetera,  né  sdegnava  di  toccar  talvolta  l'umil 
plettro  e  di  tasteggiar  le  tenere  corde  con  quella  mano  istessa 
che  doveva  poi  con  somma  prodezza  vibrar  la  lancia,  trattar 
la  spada,  domare  destrieri  indomiti  e  vincere  guerrieri  invinci- 
bili. Per  la  qual  cosa  io  non  dubito  punto  che  fra  l'altre  eroiche 
virtù  ch'adornano  gli  anni  giovanili  di  S.  M.,  in  tanta  sublimità 
di  stato,  in  tanta  vivacità  di  spirito  ed  in  tanta  severità  d'educa- 
zione, non  debba  anche  aver  luogo  l'onesto  e  piacevole  trastullo 
della  poesia.  E  se  il  medesimo  eroe  pargoletto  (come  narra 
Filostrato),  quando  ritornava  dall' essercizio  della  caccia,  stanco 
per  la  uccisione  delle  fiere,  non  prendeva  a  schifo  d'accettare 
dal  suo  maestro  le  poma  ed  i  favi  in  premio  della  fatica  con 
quello  istesso  animo  grande  con  cui  poi  aveva  da  ricevere  le 
palme  e  le  spoglie  delle  sue  vittorie;  perché  non  debbo  io  sperare 
che  S.  M.,  non  dico  dopo  le  cacce  nelle  quali  suole  alle  volte 
nobilmente  essercitarsi ,  ma  dopo  le  guerre  le  quali  con  troppo 
dure  distrazioni  l'incominciano  ad  occupare,  abbia  con  benignità 
a  gradire  questo  picciolo  e  povero  dono,  presentato  da  un  suo 
devoto,  il  quale  appunto  altro  non  è  che  frutto  di  rozo  intel- 
letto e  miele  composto  di  fiori  poetici,  quasi  lieto  e  sicuro  presagio 
de'  ricchi  tributi  e  de'  trionfali  onori  che  in  più  maturo  tempo 
saranno  al  suo  valore  offerti?  Farmi  veramente  la  figura  biforme 
di  quel  misterioso  semicavallo  ben  confacevole   al  mio  suggetto, 


LETTERE    E    DEDICATORIE  21 

come  molto  espressiva  delle  due  necessarie  e  principali  condi- 
zioni del  principe,  dinotando  per  la  parte  umana  il  reggimento 
della  pace  e  per  la  ferina  l'amministrazione  della  guerra.  La 
qual  significanza  si  attende  che  debba  perfettamente  verificarsi 
in  S.  M.  come  degno  figlio  di  si  gran  padre  ed  erede  non  meno 
delle  paterne  virtù  che  de'  regni,  la  cui  generosa  indole  precorre 
l'età  e  vince  l'altrui  speranze.  E  già  gli  effetti  ne  fanno  fede, 
poiché  non  cosi  tosto  prese  in  mano  le  redine  dell'imperio  che 
stabili  per  sempre  la  devozione  ne'  popoli,  ed  appena  assunto 
al  possesso  dello  scettro  gli  fu  commesso  l'arbitrio  del  mondo. 
Egli  è  ben  vero  che  se  il  centauro  (come  finge  il  medesimo 
scrittore)  per  rendersi  uguale  alla  statura  del  giovanetto,  quando 
le  dette  cose  nel  grembo  gli  sporgeva,  piegando  le  gambe  dinanzi 
si  chinava;  chiunque  volesse  con  dono  conforme  pareggiare  gli 
eccelsi  pregi  di  S.  M.,  ch'ancor  crescente  si  solleva  a  pensieri 
tanto  sublimi,  bisognerebbe  per  contrario  invece  d'abbassarsi 
innalzar  più  tosto  se  stesso  a  quel  grado  d'eccellenza  che  nella 
mia  persona  e  nel  mio  ingegno  manca  del  tutto.  Per  riparare 
adunque  alla  disconvenevolezza  di  cotale  sproporzione,  io  mi 
sono  ingegnato  di  ritrovare  un  mezo  potente,  e  questo  si  è  in- 
trodurre il  mio  dono  per  la  porta  del  favore  di  V.  M.,  anzi  all'una 
ed  all'altra  Maestà  farlo  commune,  accioché  si  come  Ella  è  per 
tutti  una  fontana  anzi  un  mare  onde  scaturiscono  agli  altri  l'acque 
della  vena  regia,  cosi  sia  per  me  una  miniera,  onde  passando 
quelle  del  mio  tributario  ruscello  piglino  altro  sapore  e  qualità 
che  non  dispiaccia  a  gusto  si  nobile.  E  si  come  Ella  è  fatta,  si  può 
dire,  lo  spirito  assistente  del  regno  suo,  avendolo  tanto  tempo 
governato  con  si  giusto  e  provido  reggimento,  cosi  si  faccia 
anche  il  genio  custode  dell'opera  mia,  rendendola  in  virtù  del 
suo  glorioso  nome  e  della  sua  favorevole  autorità  più  cara  e 
più  dilettevole.  Veramente  che  la  madre  abbia  a  partecipare 
delle  glorie  e  delle  Iodi  che  si  danno  al  figlio  è  dovere  di  legge 
umana  e  divina,  e  che  in  particolare  debba  Ella  aver  parte  in 
quelle  che  si  contengono  in  questo  volume  è  cosa  giusta  si 
per  rispetto  suo  come  per  rispetto  mio.  Per  rispetto  suo,  poi- 
ch'essendo  V.  M.  la  terra  che  ha  prodotta  si  bella  pianta  e  la 


22  GIAMBATTISTA    MARINO 

pianta  che  ha  partorito  si  nobil  frutto,  si  debbono  tutti  gli  onori 
attribuire  non  meno  a  lei,  come  a  cagione,  che  a  lui,  come  ad 
effetto.  Per  rispetto  mio,  percioché,  essendo  io  sua  fattura  e 
dependendo  tutto  il  mio  presente  stato  da  lei,  per  la  cui  ufficiosa 
bontà  mi  ritrovo  collocato  nell' attuai  servigio  di  questa  corte, 
si  come  dalla  sua  protezione  riconosco  gli  accrescimenti  della 
mia  fortuna,  cosi  mi  sento  tenuto  a  riconoscere  le  ricevute  cortesie 
con  tutti  quegli  ossequi  di  grata  devozione  che  possono  nascere 
dalla  mia  bassezza.  Oltre  che,  per  essere  il  componimento  ch'io 
le  reco  quasi  un  registro  delle  sue  opere  magnanime,  delle  quali 
una  parte,  ancorché  minima,  mi  sono  ingegnato  d'esprimere  in 
esso,  e  per  avere  io  ridotto  il  suggetto  che  tratta  (come  per 
l'allegorie  si  dimostra)  ad  un  segno  di  moralità,  la  maggiore 
che  per  aventura  si  ritrovi  fra  tutte  l'antiche  favole,  contro 
l'opinione  di  coloro  che  il  contrario  si  persuadevano,  giudico 
che  ben  si  confaccia  alla  modesta  gravità  d'una  prencipessa  tanto 
discreta.  Or  piaccia  a  V.  M.  con  quella  benignità  istessa  con 
cui  si  compiacque  di  farmi  degno  della  sua  buona  grazia,  accet- 
tare e  far  accettare  la  presente  fatica;  onde  si  vegga  che  se  bene 
il  mio  ingegno  è  mendico  ed  infecondo  ed  il  poema  che  porta 
è  tardo  frutto  della  sua  sterilità,  vorrei  pur  almeno  in  qualche 
parte  pagar  con  gli  scritti  quel  che  non  mi  è  possibile  sodisfar 
con  le  forze.  Se  ciò  farà  (per  chiudere  il  mio  scrivere  con  l'in- 
cominciato paralello  d'Ercole),  ricevendo  Ella  per  se  stessa  e 
rappresentando  a  S.  M.  composizioni  di  poeta  come  non  inde- 
gne di  re  guerriero  né  disconvenevoli  a  reina  grande,  conse- 
guirà la  medesima  loda  che  consegui  già  Fulvio,  quando  delle 
spoglie  conquistate  in  Ambracia  trasportò  nel  tempio  dello  stesso 
Ercole  da  lui  edificato  i  simulacri  delle  muse.  E  senza  più,  augu- 
rando a  V.  M.  il  colmo  d'ogni  felicità,  le  inchino  con  reverenza 
la  fronte  e  le  sollevo  con  devozione  il  cuore. 
Di  Parigi,  adi  30  d'agosto  1622  (0. 


(1)  Collochiamo  qui  questa  dedica,  non  ostante  la  data  de!  1622,  perché  elVettiva- 
inenle  nell'aprile  1623  venne  alla  luce  la  prima  edizione  deWAdone.  Nella  sccond.i 
questa  medesima  dedica  reca  la  data  del  30  giugno  1623  [£d.]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  23 

CCI 

Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali 

Invia  l'Adone. 

Eccovi  finalmente  questo  benedetto  Adotie  con  li  vostri  ar- 
gomenti, che  mi  pare  il  parto  dell'elefante,  tanto  si  ha  fatto 
aspettare.  Ve  ne  mando  una  copia,  e  la  mando  sciolta  per  non 
caricare  di  soverchio  peso  il  corriero  e  per  lasciarvi  in  libertà 
di  far  legare  il  libro  a  modo  vostro,  come  vi  è  legato  l'auttore 
con  catene  d'amore  cordiale.  Rincrescemi  di  non  aver  potuto 
spedire  a  tempo  un  mio  lungo  discorso,  che  va  nel  principio, 
circa  la  differenza  dello  scrivere  tenero  e  osceno,  il  quale  è 
pieno  di  buona  e  recondita  erudizione;  e  l'ho  tatto  per  chiuder 
la  bocca  a  coloro  che  dicono  questo  poema  esser  tutto  sparso 
di  lascivie  e  sporchezze.  Non  ho  potuto  porlo  in  netto,  perché 
mi  bisognerebbe  trattenermi  anche  qua  un  mese,  ed  io  voglio 
in  ogni  modo  rompere  questa  fatalità  che  mi  ritiene  in  Francia, 
dove  da  un  tempo  in  qua  non  ho  avuta  un'ora  di  salute,  ma 
sono  stato  del  continuo  agitato  da  gravissimi  mali. 

Orsù,  io  partirò,  piacendo  al  Signore,  fra  otto  giorni,  e  mi 
sarebbe  caro  passar  di  costà  per  rivedervi  ed  abbracciarvi.  Ma 
non  so  se  si  potrà.  Il  signor  cardinale  di  Savoia  mi  scrive  e  mi 
prega  che  desidera  menarmi  seco  a  Roma;  ed  io  mi  recherei  a 
gloria  il  goder  di  questo  onore,  ma  dubito  di  non  potere  arri- 
vare a  tempo  a  Torino.  Comunque  sia,  amatemi  e  comandatemi. 
Di   Parigi  [aprile  1623]. 

CCII 

Al  signor  Girolamo  Preti  -  Roma 

Fra  quattro  giorni  partirà  ])er  l' Italia. 

Finalmente  romperò  pure  questa  fatalità  che  mi  tiene  inca- 
tenato in  Parigi,  perché  fra  quattro  giorni  m'incaminerò  verso 
l'Italia  in  compagnia  del  signor  prencipe  cardinal  di  Savoia,  e 


24  GIAMBATTISTA    MARINO 

fra  due  mesi  alla  più  lunga  vi  rivederò  in  Roma.  Per  mezo  del 
segretario  del  signor  ambasciator  cristianissimo  vi  ho  scritto 
un'altra  mia  con  due  inchiuse  per  Napoli,  né  ora  m'occorre 
soggiunger  altro  se  non  che  non  posso  darmi  pace  degli  aguati 
che  tuttavia  mi  vanno  ordendo  cotesti  buoni  spiriti  del  N.  e 
del  N.  Che  i  sonetti  non  sieno  miei,  si  osservi  di  grazia  lo 
stile  e  la  maniera;  e  son  sicurissimo  che  non  sarà  chi  voglia 
stimarmi  auttore  di  cosi  brutta  ed  infame  poesia.  Iddio  mi  dia 
pazienza  quanto  mi  dà  lume  di  poter  conoscere  le  mie  imper- 
fezioni. E  chi  sarebbe  più  scelerato  e  di  me  più  ingrato,  se  io, 
che  confesso  titoli  d'obligazioni  con  quel  signore,  gli  mostrassi 
la  mia  ingratitudine  per  mezo  delle  mie  carte,  che  devrebbeno 
essere  tutte  piene  delle  sue  lodi?  Difendete  voi  la  mia  riputa- 
zione anzi  la  mia  innocenza,  mentre  per  fine  v'abbraccio. 
Di  Parigi  [aprile  1623J. 

ceni 

A  DON  Lorenzo  Scoto 
S' incammina  verso  l' Italia. 

Questa  mattina  parto  per  Fontanabiau  insieme  col  signor 
duca  di  Guisa  che  mi  mena  nella  sua  carozza;  onde,  presi  gli 
ultimi  congedi  dal  re,  subito  m'incaminerò  a  cotesta  volta.  Mi 
pesa  infino  al  cuore  che  dubito  d'arrivar  io  a  Torino  prima 
che  il  libro,  poiché,  non  avendo  voluto  il  messaggiero  caricarsi 
del  peso  di  un  si  grosso  pachetto,  mi  è  stato  necessario  conse- 
gnarlo al  cocchio  ordinario,  il  quale  va  a  Lione  alquanto  tardo. 
Comunque  sia,  il  signor  Guinigi  so  che  userà  ogni  diligenza 
perché  venga  quanto  prima,  ed  avertile  che  vi  son  dentro  otto 
volumi,  avendovene  aggiunti  altri  due  per  lo  serenissimo  pren- 
cipe  Tomaso  e  per  Sua  Altezza. 

A  rivederci  fra  pochissimi  giorni. 
Di  Parigi  [aprile  1623]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  25 

CCIV 

Al  signor  Antonio  Bruni 
Lo  invita  ad  andar  con  lui  a  pranzo  presso  i  conservatori  di  Roma. 

Sono  invitato  per  dimattina  a  pranzo  da'  signori  conser- 
vatori di  Roma  nel  loro  appartamento  in  Campidoglio,  ma  non 
ho  voluto  accettar  l'invito  senza  V.  S.;  onde  verrà  da  lei  il 
nostro  signor  Ippolito,  ch'è  il  segretario  di  quel  senato  e  di 
tutti  i  galantuomini  di  Roma.  A  ora  di  messa  l'aspetterò  adun- 
que nella  chiesa  della  Minerva,  per  poter  poi  ricevere  insieme 
il  favore  che  quei  signori  ci  preparano.  Dopo  pranzo  io  leggerò 
un  canto  della  Strage  deg/'nmocenti,  e  V.  S.  potrà  anche  far 
parte  a  quel  nobilissimo  congresso  de'  tre  ultimi  sonetti  che 
mi  lesse  l'altra  sera  in  Camera.  E  le  bacio  le  mani. 
Di  casa,  in  Roma  [dopo  il  maggio  1623]. 

ccv 

Al  signor  Giovan  Battista  Parchi 

Si  lagna  che  Vincenzo  Berò  non  abbia  consegnate 
due  copie  deWAdotie  al  Friuli  e  al  Contarini. 

Non  ho  tempo  da  diffondermi  in  lungo,  perché  in  questi 
frangenti  di  sedia  vacante  mi  ritrovo  occupatissimo. 

Rendo  a  V.  S.  infinite  grazie  della  viva  memoria  che  con- 
serva di  me  e  della  cortese  affezione  che  mi  dimostra,  assicu- 
randola che  in  qualsivoglia  opportunità  mi  ritroverà  sempre 
prontissimo  a  servirla  secondo  la  debolezza  delle  mie  forze. 
Onde,  quando  nascerà  l'occasione  ed  Ella  vedrà  che  io  possa 
valer  qualche  poco,  mi  comandi  alla  libera. 

Sono  in  grandissima  rabbia  perché,  avendo  lasciate  in  Parigi 
due  copie  dell'Adone  in  mano  del  signor  Vincenzo  Berò  bolo- 
gnese perché  le  mandasse  subito  agli  eccellentissimi  signori 
Priuli  e  Contarini,  e  avendomi  egli  data  parola  di  farlo  subito, 
veggo  che  mi  ha  burlato,  né  si  è  degnato  pur  di  rispondere  a 


26  GIAMBATTISTA    MARINO 

tre  lettere  mie.  Di  grazia,  V.  S.  gli  scriva  con  qualche  senso, 
e  dicagli  ch'io  mi  ritrovo  molto  affrontato  per  cagion  sua,  man- 
cando del  mio  debito  con  due  padroni  miei  di  tanta  qualità. 
Soggiungagli  di  più  ch'io  son  vivo  e  potrò  rivederlo,  né  mi 
mancherà  forse  modo  da  fargli  conoscere  ch'io  non  son  uomo 
da  esser  burlato.   Ma  di  questo  non  più. 

Il  ritratto  di  Celio  Magno  andò  in  fumo.  Ed  io  bacio  a 
V.  S.  le  mani. 

Di  Roma  [tra  l'8  luglio  e  il  6  agosto  1623]. 

CCVI 

Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali 

Si  scusa  di  scrivergli  brevemente,  a  causa  delle  sue  occupazioni  durante 
il  conclave  dopo  la  morte  di  Gregorio  XV,  e  lo  ringrazia  d'un  sonetto. 

Non  rispondo  a  lungo  alle  tre  vostre,  perché  mi  ritrovo  oc- 
cupatissimo in  questi  frangenti  di  sedia  vacante.  Deve  bastarvi 
ch'io  vi  amo  di  buon  cuore  e  godo  della  vostra  salute. 

Vi  ringrazio  del  sonetto,  e  quanto  all'  intaglio  del  mio  ritratto 
potete  far  come  vi  piace.  Il  vostro  accetterò  volentieri  e  lo  terrò 
fra  le  mie  cose  più  care.  Cosi  parimente  vedrò  con  gusto  l'altre 
vostre  poesie.  Intanto  conservatemi  l'amor  vostro,  né  tralasciate 
di  scrivermi,  ancorch'io  talvolta  sia  tardo  a  rispondervi. 

Iddio  vi  feliciti. 

Di  Roma  [tra  l'S  luglio  e  il  6  agosto  1623]. 

CCVII 

Al  signor  Giacomo  Scaglia 

Occupatissimo  a  causa  del  conclave,  non  può  inviare  il  Discorso  sullo 
scriver  lascivo;  e  dichiara  di  ridersi  d^^W  Essamina  scritta  contro  di 
lui  dal  Camprelli. 

Sono  in  casa  del  serenissimo  signor  cardinal  di  Savoia,  per- 
ché dopo  la  morte  del  papa  S.  A.  e  l'ambasciador  della  Maestà 
cristianissima  non  hanno  voluto  ch'io  mi  trattenga  altrove.  In 
questi  frangenti  mi  ritrovo  tanto  occupato  che  non  so  se  potrò 


LETTERE    E    DEDICATORIE  27 

mandarvi  il  Discorso  a  tempo.  Scrissi  già  a  V.  S.  ch'io  non  mi 
curava  punto  dell' Essaminci  scritta  contro  di  me.  Ora  lo  replico 
di  bel  nuovo,  pregandovi  a  non  impedirla.  Lasciate  pur  correre 
l'acqua  all' ingiù  e  che  si  scapriccino  tutti,  che  ben  si  rimarranno 
chiariti.  Ho  data  un'occhiata  a  quel  sommario  d'opposizioni,  e 
vi  giuro  che  leggendo  tante  buffonerie  ho  riso  un  pezzo  e  mi 
tengo  da  più  che  prima,  poiché  il  naso  appuntuto  d'un  signor 
critico  cosi  sottile  non  ha  saputo  trovare  altro  nelle  mie  cose, 
e  mentre  cerca  di  notare  i  miei  errori  discuopre  le  sue  marce 
ignoranze.  Ma  vi  assicuro  che  tanto  questa  quanto  qualsivoglia 
altra  squaquarata  contro  di  me,  uscita  che  sarà  fuora,  non  sarà 
né  letta  né  confutata;  e  starei  fresco  se  volessi  levar  pur  un'ora 
agli  altri  miei  studi  per  dar  soddisfazione  a  due  pedantuzzi,  che 
vorrebbono,  come  dice  Cornelio,  «  7ìiagnis  hiimicitiis  dar  escere  ». 
Vi  priego  per  fine  dal  cielo  ogni  prosperità. 
Di  Roma,  adi  28  di  luglio  1623. 

CCVIII 

Al  signor  Bernardo  Castello 

Accusa  ricezione  d'uno  schizzo,  attende  un  dipinto  di  Raffaello 
e  annunzia  l'elezione  di  Urbano  ottavo. 

Ho  ricevuto  lo  schizzo  del  Cangiaso  e  ne  rendo  grazie  a 
V.  S.  con  tutto  il  cuore.  Starò  aspettando  la  mano  di  Rafaello, 
e  la  priego  a  non  mancarmi,  perché  il  mio  ritorno  verso  coleste 
bande  dubito  che  non  sarà  cosi  presto.  Rispondo  tardi,  perché 
infino  a  quest'ora  sono  stato  occupatissimo.  Basta,  lodato  Iddio, 
dopo  tante  turbulenze  di  sedia  vacante  abbiamo  un  papa  poeta, 
virtuoso  e  nostro  amicissimo.  V.  S.  mi  saluti  caramente  il  mio 
signor  Castellino  e  ditegli  eh'  io  mi  maraviglio  come  non  mi 
scriva.  Le  ricordo  poi  V Annunziata  piccola  in  un  pezzetto  di 
tela  o  di  rame,  ma  con  sua  commodità.  Con  che  finisco  bacian- 
dole le  mani. 

Di  Roma  [dopo  il  6  agosto  1623]. 


28  GIAMBATTISTA    MARINO 

ccrx 

Al  signor  Giacomo  Scaglia 

Gli  concede  il  diritto  di  ristampare  e  vendere  egli  solo  l'Adone. 

Mi  pesa  molto  ch'Ella  sia  travagliata  dalla  malignità  de'  suoi 
emuli  per  la  stampa  dclVAdofie.  Onde  con  questa,  scritta  e  sot- 
toscritta di  mia  propria  mano,  le  replico  quel  che  tante  volte 
l'ho  detto,  cioè  che  questo  libro  non  intendo  né  voglio  che 
costi  sia  ristampato  da  altri  che  da  lei,  né  che  la  vendita  di 
esso  passi  per  altra  mano  che  per  la  sua,  e  s' Ella  ne  potrà 
cavare  alcun  guadagno,  stimo  che  sia  poco,  rispetto  alle  molte 
obligazioni  che  porto  alla  sua  cortesia.  Questa  semplice  scrit- 
tura credo  che  dovrà  bastare,  senza  bisogno  d'altra  cautela  più 
efficace;  e  disidero  che  abbia  forza  di  contratto  autentico,  sup- 
plicando affettuosamente  cotesti  illustrissimi  signori  proveditori 
e  riformatori  dello  studio  di  Padova  a  volerle  far  buono  il  suo 
privilegio,  che  altri  non  possa  imprimerlo  né  vendere,  che  tale 
è  la  mia  volontà,  se  il  beneplacito  dell'autore  può  valer  qualche 
cosa.  Se  poi  sarà  necessaria  altra  dechiarazione,  le  ne  manderò 
non  una  fede  sola  ma  cento. 

La  stampa  dell'opera  non  mi  dispiace,  se  bene  mi  pare 
alquanto  frusto  il  carattere,  che  non  s'attacca  bene  in  alcuni 
luoghi.  Il  Discorso  è  impossibile  averlo  per  adesso,  perché  se 
voi  sapeste  le  mie  occupazioni  mi  avreste  pietà.  Quel  titolo  che 
avete  posto  nel  piede  di  ciascuna  pagina,  scritto  in  lettere  tonde, 
che  dicono:  «  L\-ldoue  del  cavalier  Marino  »,  io  non  so  a  che 
serve;  anzi  mi  par  che  disturbi  l'occhio  del  lettore.  Perciò  vi 
consigHo  a  levarlo. 

Quando  il  poema  sarà  libero,  di  grazia  mandatene  qua  una 
dozina  di  copie  a  persona  che  me  le  consegni,  perché  mi  ri- 
trovo impegnata  la  parola  con  personaggi  a'  quali  non  posso 
mancare;  ed  avisatemi  del  prezzo,  che  subito  vel  farò  rimbor- 
sare. Qui  finisco  baciando  mille  volte  le  mani  al  mio  caro  caro 
signor  Strozzi. 

Di  Roma  [agosto  o  settembre  1623]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  29 

1623,  adi  12  settembre. 

Attesto  io  Gierolimo  Friuli  cavaliere  che,  per  la  prattica  eh'  io 
tengo  del  carattere  del  cavalier  Marini,  la  presente  lettera  sia  scritta 
di  sua  mano. 

lo  Angelo  Contarini  cavalier  affermo  esser  il  carattere  della 
presente  lettera  del  signor  cavalier  Marini,  sottoscritta  anco  da  lui 
medesimo  di  propria  mano. 

Io  Giulio  Strozzi  affermo  la  presente  lettera  esser  tutta  di 
mano  del  signor  cavalier  Marino,  per  l'antica  conoscenza  che  ho 
del  suo  scritto. 

ccx 

Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali 

Ringrazia  l'amico  d'avergli  inviato  il  ritratto,  e  si  scusa 
di  mandargliene  in  contraccambio  uno  assai  brutto. 

Ho  ricevuto  il  ritratto  di  V.  S.,  il  quale  mi  è  stato  caro, 
benché  soverchio,  avendolo  io  già  scolpito  nel  cuore.  Terrollo 
nel  mio  museo  tra  le  immagini  degli  uomini  più  segnalati,  a  per- 
petua memoria  della  sua  cortesia  e  della  mia  affezione. 

L'Adone  di  Vinegia  è  scorretto,  se  bene  l'impressione  di 
Francia  non  monda  nespole.  Qui  si  ristampa  tuttavia,  ed  io 
stesso  lo  correggo,  onde  sarà  senz'altro  il  migliore.  I  sonetti 
di  V.  S.  son  bellissimi,  ed  io  le  ne  rendo  molte  grazie;  ma  qui 
non  si  fa  cosa  che  vaglia.  Di  me  in  Roma  sono  stati  fatti  mille 
ritratti,  ma  pochi,  al  mio  parere,  hanno  colpito.  Procurerò 
d'averne  uno  di  buona  mano  e  mandarlo.  Intanto  ne  mando 
uno  intagliato  in  carta,  eh' è  onestamente  goffo  e  non  si  rasso- 
miglia punto.  V.  S.  mi  conservi  nella  sua  grazia  e  nella  sua 
memoria.  E  le  bacio  la  mano. 
Di  Roma  [autunno  1623]. 


30  GIAMBATTISTA    MARINO 

CCXI 

A     MONSIGNOR     GlOVAN     BATTISTA     LAURO 

CAMERIERE    SECRETO    DI    NOSTRO    SIGNORE 

Ringraziamenti  e  complimenti. 

In  questo  giorno  nel  quale  la  Santità  di  Nostro  Signore  ha 
ricevuto  in  Vaticano  la  corona  del  suo  gran  sacerdozio,  ha 
V.  S.,  nel  discorso  meco  fatto,  troppo  cortesemente  data  la 
corona  alli  miei  componimenti,  li  quali  però  io  apena  giunto 
a  casa,  ove  mi  sono  stati  resi  li  poemi  e  prose  di  V.  S.,  piglia- 
tone il  saggio,  ho  scoperto  doversi  con  maggior  ragione  alli 
suoi.  Anzi  che,  veduto  fra  quelli  il  Commentario  sopra  la  corona 
del  dito  della  Madonna,  pregio  di  Perugia  sua  patria,  che  ha 
cosi  leggiadramente  celebrata  la  mirabil  penna  di  Nostro  Si- 
gnore, non  ho  potuto  contenermi  dì  non  rendere  grazie  a  V.  S. 
di  cosi  segnalato  dono  ed  insieme  testificarle  con  questa  mia  la 
molta  osservanza  che  le  porto,  mentre  il  conoscitore  dei  meriti 
di  V.  S.,  ornato  oggi  delia  corona  pontificale,  gliene  prepara  i 
premi.   E  le  bacio  le  mani. 

Di  casa  [in  Roma,   29  settembre   1623]. 

CCXII 

A  DON  Lorenzo  Scoto 

Si  lagna  del  silenzio  dell'amico,  discorre  delle  varie  ristampe  d^ftW Adone 
e  si  ricorda  a  jìarecchi  amici  torinesi. 

Che  cosa  fate?  che  n'è  di  voi?  che  vuol  dire  tanto  silenzio? 
Da  poi  ch'io  mi  partii  di  Torino  non  ho  mai  più  ricevuta  una 
vostra  riga.  Io,  se  non  vi  ho  scritto  per  la  parte  mia,  sono  scu- 
sato per  le  tante  e  si  stravaganti  rivoluzioni  occorse  qui  dopo 
il  mio  arrivo.  La  morte  d'un  papa,  una  sedia  vacante,  la  crea- 
zione d'un  altro  papa,  le  stragi  e  l'infermità  di  tanti  cardinali 
ed  in  particolare  del  nostro,  il  quale  non  si  è  ancora  del  tutto 
riavuto,  mi  hanno  infino  ad  ora  tenuto  quasi  stupido  nonché 
sospeso.  Ora,  di  grazia,  scrivetemi  nel  nome  di  Dio;  e  se  non 


LETTERE    E    DEDICATORIE  3I 

volete  mandar  le  lettere  nel   pachetto  del   prencipe  cardinale, 
mandatele  per  la  posta  ordinaria. 

Della  stampa  dèìV Adone,  parlo  di  quella  di  Torino,  non  se 
n'è  avuto  più  alcuno  aviso,  onde  debbo  credere  che  sia  svanita, 
né  so  quel  che  si  sia  fatto  del  signor  Lorenzo  Catani,  il  quale  non 
mi  ha  date  mai  più  novelle  di  sé.  In  Venegia  l'hanno  ristampato, 
ma  scorrettissimo  e  pieno  d'infiniti  errori  importanti.  Ora  si 
ristampa  in  Roma,  e  credo  che  sarà  il  più  perfetto,  perché  l'ho 
migliorato  in  moltissimi  luoghi  e  levatone  parecchie  superfluità. 

Direte  al  signor  Braida  che  ho  ricevuta  la  sua  lettera,  ma  non 
ho  tempo  di  risponderli  adesso  per  ritrovarmi  molto  occupato. 
Ditegli  che  non  ho  mancato  di  ritentar  più  volte  l'effetto  del 
suo  negozio,  ma  che  sempre  vi  ho  ritrovata  difficoltà.  Con  tutto 
ciò  averei  operato  qualche  cosa  di  più,  se  il  male  del  serenissimo 
prencipe  cardinale  non  m'avesse  disturbato. 

Scrivo  al  signor  Scorza,  a  cui  consegnerete  l'inclusa;  e  se 
vorrà  darvi  il  dissegno  dell'  Orfeo,  potrete  mandarmelo  per  la 
posta  dentro  un  cannoncino  di  latta. 

Fate  i  miei  baciamani  e  le  mie  riverenze  affettuosissimamente 
ai  miei  signori  marchese  Villa,  conte  di  Moretta,  Scarnafiso, 
Montué,  Meietti,  Villafaletto  e  Tesauro.  Al  mio  carissimo  poi 
monsignor  di  Cercenasco  offerite  in  sacrificio  il  fiore  dell'anima 
mia  in  un  saluto.  Fate  una  umilissima  riverenza  in  mio  nome 
agli  eccellentissimi  signori  don  Felice,  anzi  Fenice,  e  don  Ema- 
nuello.  E  se  il  signor  gran  cancellier  Pro  vana  si  ritrova  costi, 
baciategli  le  mani  da  mia  parte. 
Di  Roma  [autunno  1623]. 

CCXIII 

Al  signor  Bernardo  Castello 

Dà  conto  della  convalescenza  di  Urbano  ottavo  e  del  cardinal 
di  Savoia,  e  chiede  un  quadretto. 

Insieme  con  la  lettera  di  V.  S.  n'ho  ricevuta  anche  un'altra 
del  signor  Castellino,  a  cui  non  posso  rispondere  al  presente 
per  ritrovarmi  occupatissimo,  onde   la  priego  a  scusarmi  con 


32  GIAMBATTISTA    MARINO 

esso  lui  e  a  dirgli  che  gli  scriverò  poi  con  maggior  commodità. 
Il  nostro  signor  prencipe  cardinal  di  Savoia  è  tuttavia  convale- 
scente ed  il  papa  è  migliorato  assai  di  sanità,  talché  incomincia 
a  negoziare.  Del  padre  Grillo  né  del  Bracciolini  non  ho  intesa 
cosa  alcuna,  né  se  ne  parla  punto.  Ma  si  spera  che  questo  debba 
essere  un  pontificato  glorioso  e  molto  favorevole  alla  virtù. 
Quanto  al  quadretto,  la  misura  la  rimetto  a  V.  S.:  solo  le  dico 
ch'io  penso  di  tenerlo  vicino  al  letto  per  far  le  mie  orazioni 
alla  beatissima  Vergine;  onde  le  figurine  credo  che  vorrebbono 
essere  un  palmo  e  mezo  incirca.  Della  mano  di  Rafaello  la  rin- 
grazio, ma  son  cose  lunghe.  E  qui  finisco  baciandole  le  mani. 

Di  Roma  [autunno  1623]. 

CCXIV 

Al  signor  Antonio  Bruni 

Consiglia  all'amico  convalescente  di  guardarsi  la  salute, 
intermettendo  gli  studi. 

Fui  questa  mattina  in  Sant'Andrea  per  riverire  il  signor 
cardinal  principe  e  per  rallegrarmi  seco  della  sua  ricoverata 
salute,  quale  è  tanto  più  da  stimare  quanto  che  l'acquisto  di 
lei  è  in  istagione  cosi  pericolosa  per  male  cosi  grave  e  comune 
a  tanti  altri  cardinali  che  se  ne  moiono,  nato,  per  quel  che  ne 
parlano  i  medici,   da  una  quasi  infezion  d'aere  nel  conclave. 

Ora  che  ritorno  a  casa,  intendo  che  V.  S.  si  trovi  anche  nel 
detto  luogo  di  Sant'Andrea  per  riaversi  della  sua  grave  malatia; 
e  pur  fui  l'altrieri  a  visitarla  col  signor  Francesco  della  Valle, 
senza  intender  cosa  alcuna  di  questa  risoluzione  e' ha  poi  fatta. 
Mi  scusi  adunque  se  non  sono  entrato  nelle  sue  stanze  a  baciarle 
la  mano,  si  come  farò  dimani  senz'altro.  Ma  per  dirla,  non  vorrei 
trovarla  co'  libri  e  col  rompicapo  di  N. 

Il  signor  Bagnarta,  eh' è  medico  in  Roma  cosi  accreditato, 
m'ha  detto  poco  fa  che  il  dolore  continuo  che  affligge  V.  S. 
nella  testa  nasce  dal  voler  Ella  leggere  dopo  una  infirmità  cosi 
lunga.  Vadano  pur  al  diavolo  cotesti  libri  ;  ed  attenda  a  guarirsi 


LETTERE    E    DEDICATORIE  33 

ben  bene  prima,  perché,  invece  di  mantener  fresca  la  memoria, 
assassina  la  complessione.  Ella,  e  nel  concetto  degli  uomini 
dotti  e  nell'opinione  di  tutti  coloro  che  hanno  barlume  di  let- 
tere, è  già  celebre:  però  si  abbia  cura,  e  particolarmente  lasci 
il  comporre  in  questa  sua  convalescenza,  non  parendomi  bene 
che  per  dare  spirito  alla  poesia  si  tolga  e  si  rubi  alla  vita. 

Il  lator  di  questa  è  un  giovine  borgognone  che  m'ha  servito 
in  Francia  con  ogni  fedeltà:  però,  dovendo  egli  trattenersi  in 
Roma,  priego  V.  S.,  mentre  ha  bisogno  di  servitore,  ad  accettarlo 
al  suo  servizio.  Ha  buon  carattere  ed  è  prattico  nella  nostra  lingua 
quanto   basta:   è  nobile   nell'aspetto   e   di   nascita   onoratissima. 

Invito  V.  S.  ad  un  discorso  che  si  farà  oggi  in  San  Silvestro  in 
presenza  dei  signori  cardinali  di  Savoia,  d'Este  e  della  Valletta; 
e  m'avvisi  se  potrà  venire,  perché  verrò  a  levarla  in  carrozza, 
non  credendo  che  in  cosi  bella  giornata  un  moto  cosi  breve 
possa  pregiudicare  alla  sua  convalescenza.  E  gli  bacio  le  mani. 
Di  casa,  in  Roma  [autunno  1623]. 

CCXV 
Al  signor  Giacomo  Scaglia 

Si  duole  d'una  ristampa  dell'Adone  fatta  in  Bologna,  e  ringrazia 
Francesco  Businelli  della  lettera  scritta  in  sua  lode. 

Sono  stato  più  di  venti  giorni  in  letto  con  dolori  colici.  Perciò 
vi  priego  a  scusarmi  se  non  vi  ho  scritto.  Il  disgusto  poi  della 
perdita  delle  mie  robbe  prese  dalle  galere  di  Diserta  mi  ha  molto 
accorato.  E  se  bene  m'hanno  tolto  per  più  di  settemila  scudi  di 
valore,  quel  che  più  mi  rincresce  è  un  numero  di  pitture  origi- 
nali ;   cose  che  mi  erano  carissime.  Ma  di  ciò  non  si  parli  più. 

Hanno  ristampato  V Adone  in  Ancona,  pure  in  quarto  come 
il  vostro,  e  la  stampa  e  la  carta  non  è  cattiva;  non  so  se  la  cor- 
rezione corrisponde.  Un  libraro  qui  me  ne  ha  mostrati  alquanti 
fogli,  ma  io  me  ne  son  tanto  risentito  che  ho  creduto  creparne 
di  rabbia.  Come  diavolo  le  genti  son  cosi  temerarie  che  ar- 
discano  di   ristampare   un   libro   senza  saputa,   anzi  contro   la 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -n.  3 


34  GIAMBATTISTA    MARINO 

volontà  dell'autore?  Io  ne  ho  sentito  molto  disgusto,  perché 
desiderava  che  si  aspettasse  questa  impressione  di  Roma,  dalla 
quale,  per  esser  più  corretta  ed  emendata  da  me,  si  può  pigliar 
la  regola  dell'altre.  Ora,  perché  intendo  che  costi  parimente  si  è 
posto  mano  a  ristamparlo,  vi  priego  a  voler  sospendere  alquanto 
finché  questa  di  qua  abbia  effetto,  percioché,  oltre  che  sarà  mi- 
gliore la  vostra,  la  vendita  sarà  sicura;  che  altrimenti  il  mastro 
del  sacro  palazzo  fa  grande  schiamazzo  e  minaccia  di  proibirlo 
se  l'altre  impressioni  non  saranno  conformi  a  questa;  ed  a  me 
farete  un  piacer  grande. 

Vi  scrissi  già  ch'io  avea  ricevuto  il  primo  pachetto  degli 
Adoni,  che  furono  sei  e,  con  l'aggiunta  d'un  altro  consegnatomi 
dal  signor  Ferro,  son  sette.  Ora  sto  aspettando  gli  altri  con  di- 
siderio,  i  quali  ho  promesso  di  distribuire  tra  gli  amici,  e  mi 
maraviglio  che  tardino  tanto. 

Per  grazia,  scusatemi  col  signor  Businelli  se  non  gli  ho  scritto, 
poiché  mille  altri  impedimenti  oltre  la  indisposizione  mi  hanno 
fatto  mancare  a  cotesto  virtuosissimo  gentiluomo,  a  cui  mi  pro- 
fesso e  confesso  obligato  per  sempre. 

Vi  priego  a  procurarmi  la  buona  grazia  del  padre  abbate 
Collini  e  ratificargli  quella  mia  devota  ed  affettuosa  osservanza, 
la  qual  mi  sovviene  avergli  già  assegnata  con  la  persona  istessa 
molti  anni  sono  in  Ravenna. 

Non  mi  scorderò  di  passare  tutti  quegli  uffici  che  mi  saranno 
possibili  a  favore  del  padre  Guiotti,  si  per  amor  vostro  si  per 
gli  meriti  del  suggetto.   E  con  tal  fine  vi  bacio  le  mani. 
Di  Roma  [autunno  o  inverno  1623]. 

CCXVI 

Al  signor  Antonio  Bruni  -  Napoli 
Consiglia  all'amico,  convalescente  in  Napoli,  il  soggiorno  di  Mergellina. 

Questa  mia  lettera  troverà  V.  S.  giunta  in  Napoli,  dove 
spero  che  cotesto  cielo  sempre  temperatissimo  conferirà  molto 
alla  sua  salute.  Io  non  ho  che  soggiunger  altro,   eccetto  che 


LETTERE    E    DEDICATORIE  35 

ricordarle  tutto  quel  che  discorsi  seco  nel  punto  istesso  ch'entrò 
Ella  in  lettica.  S'abboccherà  forsi  col  signor  marchese  di  Co- 
rigliano;  però  gli  faccia  un  umilissimo  inchino  da  mia  parte. 
In  Napoli  fugga  l'aere  della  notte,  perché  quei  crepuscoli  sono 
tanto  nocivi  quanto  questi  di  Roma.  Se  la  stagione  il  compor- 
terà, loderei  assaissimo  che  V.  S.  passasse  buona  parte  di  questo 
inverno  in  Mergellina,  da  dove  goderà  tutta  Napoli,  e  l'amenità 
de'  monti  accompagnata  da  una  perpetua  tranquillità  di  mare 
gioverà  non  poco  alla  sua  convalescenza.  Potrà  per  suo  esercizio 
passarsene  talora  a  visitar  il  sepolcro  di  Virgilio ,  dopo  che  avrà 
contemplato  quello  del  nostro  Sanazzaro,  perché  quelle  ceneri 
sono  atte  a  infondere  nobilissimi  spiriti  di  poesia  a  chi  degli  scritti 
dell'uno  e  dell'altro  è  cosi  devoto  come  è  V.  S,  Io,  in  quei 
primi  anni  della  mia  gioventù,  almeno  una  volta  la  settimana 
andava  a  riverir  quelle  ossa  con  mio  estremo  gusto,  e  spero 
anche  di  ritornarvi. 

Si  abbia  cura,  mentre  per  fine  le  bacio  le  mani. 
Di  Roma  [inverno  1623]. 

CCXVII 

Al  signor  cardinal  d'Este-Roma 

Lo  prega  di  raccomandare  al  viceré  di  Napoli,  duca  d'Alba, 
Francesco  Bruni. 

Se  bene  il  mal  di  stomaco  mi  trattiene  in  letto,  si  che  io  non 
possa  presenzialmente  servir  a  V.  S.  illustrissima,  non  m'im- 
pedisce però  il  debito  dell'osservanza  con  che  la  riverisco,  né 
fa  ch'io  non  me  le  presenti  per  mezo  di  questa  mia,  supplicandola 
d'un  favore  non  men  giusto  che  degno  della  sua  magnanimità. 

Il  signor  Antonio  Bruni  tratta  in  Napoli  d'impetrar  dall'ec- 
cellentissimo signor  duca  d'Alba  un  governo  per  il  signor  Fran- 
cesco suo  fratello;  e  perché  sa  quanto  vagliano  appresso  S.  E. 
l'intercessioni  di  V.  S.  illustrissima,  perciò,  non  potendo  egli 
stesso  venir  da  lei  per  trovarsi  gravemente  ammalato,  m'ha  fatto 
richiedere  ch'io  le  porga  le  mie  più  affettuose  suppliche,  accioché 


36  GIAMBATTISTA    MARINO 

si  degni  scrivere  a  quel  viceré  una  lettera  altrettanto  calda  per 
il  sudetto  interesse  quanta  è  viva  la  fede  che  s'ha  nell'ufficio 
di  V.  S.  illustrissima.  Ella  sa  i  meriti  del  signor  Bruni,  e  quando 
non  meritasse  per  altro  il  patrocinio  d'un  principe  suo  pari, 
nel  renderebbe  meritevolissimo  l'esser  un  de'  primi  ingegni 
che  oggi  compongano  e  riverente  con  singoiar  ossequio  della 
sua  serenissima  casa,  in  ogni  età  protettrice  degli  spiriti  elevati. 
Il  signor  Francesco  poi,  suo  fratello,  oltre  la  nobiltà  e  le  con- 
dizioni della  nascita,  è  gentiluomo  che,  benché  assai  giovine,  ha 
pur  servito  a  S.  M.  cattolica  a  proprie  spese  con  splendidezza, 
sotto  il  comando  dell'illustrissimo  signor  don  Girolamo  del 
Monte,  per  avventuriere,  e  si  renderà  medesimamente  con  le  sue 
azioni  più  tuttavia  meritevole  della  grazia  che  per  mezo  di  V.  S. 
illustrissima  egli  spera  dal  viceré  di  Napoli.  Con  gli  oblighi  che 
ne  le  professerà  poi  il  signor  Antonio,  accompagnerò  io  nuovi 
debiti  che  ne  confesserò  alla  somma  benignità  di  lei,  mentre 
con  umilissimo  inchino  le  bacio  le  mani. 
Di  casa,  in  Roma  [inverno  1623-4]. 

CCXVIII 
Al  signor  Bartolomeo  Scarnato 

Ringrazia  il  consiglier  Marciano,  accenna  a  difficoltà  nell'avere  certa  di- 
spensa, si  duole  d'un  amico,  e  promette  un  esemplare  dell' Adotie. 

Rendo  infinite  grazie  a  V.  S.  dell'officio  passato  a  favor  mio 
col  signor  consigliero  Marciano,  a  cui  mi  confesso  e  professo 
obligato  in  perpetuo,  poiché  senza  precedente  merito  d'alcuna 
mia  servitù  si  è  mosso  a  proteggere  i  miei  interessi.  Ma  tale 
è  il  costume  degli  animi  grandi,  che  non  vogliono  altro  stimolo 
ad  operare  azioni  nobili  che  la  propria  generosità.  È  mio  debito 
di  professargli  questa  mia  obligazione,  almeno  per  lettere,  infino 
a  tanto  che  mi  sia  conceduto  dal  tempo  e  dalla  occasione  di 
dargli  più  aperto  segno  della  divota  volontà  mia.  E  l'averei  fatto 
al  presente,  se  non  mi  fussero  sopragionte  altre  occupazioni 
urgentissime:  farollo  nondimeno  per  l'altra  posta  senza  fallo.  Ma 


LETTERE    E    DEDICATORIE  37 

priego  intanto  V.  S.  a  volermene  essere  mallevadore  e  fargli 
fede  della  confusione  che  sento  in  me  stesso  per  non  poter 
corrispondere  con  la  debolezza  delle  mie  forze  a  tanto  eccesso 
di  cortesia.  Alcuni  amici  mi  rappresentano  l'effetto  del  negozio 
molto  difficile;  ma  mi  giova  di  sperar  tanto  nella  efficace  autorità 
di  cotesto  signore,  che  potrà  superare  qualsivoglia  difficoltà. 

Ho  trattato  del  particolare  di  V.  S.  con  molte  persone  prat- 
tiche  e  versate  in  simili  affari:  insomma  ritrovo  la  cosa  molto 
più  difficile  che  Ella  non  crede,  perché  non  vi  è  essempio  che 
sia  stato  mai  solito  di  concedere  si  fatte  dispense.  Con  tutto 
ciò,  io  mi  risolvo  di  parlarne  al  papa  istesso;  e  poiché  li  preme 
questa  facenda,  non  lascierò  di  usarvi  ogni  mio  sforzo.  E  cre- 
dami pure  che  si  farà  tutto  il  possibile;  ma  a  lei  non  voglio  dar 
chiacchiere. 

Quanto  a  quell'amico,  non  so  che  mi  dire.  Dicolo  perché 
questi  giorni  passati  ho  avuto  a  trattare  seco  di  certo  negozio, 
e  l'ho  ritrovato  molto  rustico,  non  ostante  ch'io  gli  abbia  fatto 
qualche  servigio.  Perciò  non  mi  confido,  né  volentieri  mi  riduco 
a  pregarlo  di  cosa  dove  si  tratta  di  suo  interesse  e  di  cui  so  che 
non  ne  farebbe  nulla.  Pure,  se  V.  S.  vorrà  in  ogni  modo  che 
io  gliene  parli,  non  lascierò  di  farlo,  purché  Ella  accompagni 
l'officio  che  io  ne  farò  a  bocca  con  una  lettera  di  suo  pugno. 

L,' Adone  V.  S.  l'averà  quando  sarà  finita  la  stampa  di  Roma, 
la  qual  sarà  la  più  corretta.  E  con  tal  fine,  li  bacio  caramente 
le  mani. 

Di  Roma  [1623  o  1624]. 

CCXIX 

Al  medesimo 

Ringrazia  del  dono  di  alcuni  limoni  e  si  scusa  di  non  poter  mandare 
un  componimento  poetico  a  don  Antonio  Carmignano. 

Rendo  infinite  grazie  a  V.  S.  de'  bei  limoni,  i  quali,  poiché 
sono  cosi  eccellenti,  voglio  che  vagliano  per  un  regalo  di  un 
personaggio  eminentissimo.  Se  il  dono  fusse  stato  di  altra  ma- 
teria, certo  io  non  mi  sarei  risoluto  di  accettarlo.  Ma  diceva  un 


38  GIAMBATTISTA    MARINO 

galantuomo  che  «  Mangiar  un  frutto  e...  si  può  far  per  tutto  ». 
In  contracambio  io  non  so  che  mandarli  di  qua  se  non  qualche 
cosa  benedetta,  come,  verbigrazia,  corone,  medaglie  ed  agmis- 
dei.  Ma  dubito  che  V.  S.,  essendo  tutto  purità,  non  vorrà  rice- 
vere cose  sante  dalla  mano  di  un  povero  peccatorello.  Con  tutto 
ciò,  se  io  tarderò  molto  a  venire,  le  ne  farò  parte  per  la  com- 
modità  del  procaccio,  ancorché  io  speri  di  trasferirmi  costà  di 
persona  quanto  prima;  ed  in  tal  caso  ne  sarei  io  stesso  il  por- 
tatore, massime  se  io  avessi  sicura  speranza  di  poter  riscotere 
il  mio  capitale.  Ma  V.  S.  non  me  ne  fa  più  motto,  onde  giudico 
che  si  sia  raffreddata  la  buona  volontà  del  signor  Marciano  e 
dei  signori  protettori  del  «  monte  ». 

Quanto  al  resto,  V.  S.  ha  mille  torti  a  passar  meco  tanti 
complimenti  di  parole  e  a  far  girandole  di  cerimonie  in  qual- 
sivoglia occorrenza.  Sa  la  mia  natura  sincera  e  nemica  di  tutte 
le  affettazioni  e  sa  insieme  gli  oblighi  che  le  porto.  Perciò  sia 
certa  che  non  lasciarò  mai  di  servirla  di  buon  core,  non  solo 
in  detti  ma  in  fatti,  più  che  non  farei  ad  un  proprio  fratello;  e 
questo  li  sia  detto  una  volta  per  sempre. 

Per  amor  di  Dio  V.  S.  faccia  le  mie  scuse  con  il  signor 
don  Antonio  Carmignano  se  non  mi  ritrovo  atto  al  presente 
a  servirlo,  perché  da  un  tempo  in  qua  mi  è  mancata  la  vena 
e  l'intelletto  sta  più  svogliato  che  svegliato  né  opera  cosa  alcuna. 
Iddio  sa  quanto  volentieri  impiegherei  ogni  mio  sforzo  per  so- 
disfare a  cotesto  signore;  ma  queste  sono  facende  che  non  si 
fanno  quando  l'uom  vuole.  Vederò  di  stuzzicare  l'ingegno  quanto 
posso,  e  forse  l'autorità  del  suo  commandamento,  congiunto  alla 
liberalità  del  suggetto,  potrebbe  darmi  il  valore  come  n'ho  il 
volere,  se  gli  sproni  dorati  fussero  bastanti  a  far  correr  un 
cavallo  restio.   E  pertanto  le  bacio  le  mani. 

Di  Roma  [1623  o   1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  39 

ccxx 

Al  medesimo 
Invia  una  copia  del  suo  ritratto. 

Accusai  a  V.  S.  la  ricevuta  delle  rime  del  signor  don  Fran- 
cesco Capece  e  i  versi  latini  del  signor  Francesco  de  Petris, 
e  all'uno  e  all'altro  ne  rendo  di  nuovo  doppie  grazie. 

V.  S.  mi  par  che  accenni  altra  lettera  scrittami,  dove  si  con- 
tenga non  so  che  particolare  del  signor  duca  di  Maddaloni  e  di 
miei  ritratti.  Io,  se  ben  non  l'ho  ricevuta,  comprendo  quanto 
a'  ritratti  che  ne  desidera  dell'altre  copie,  onde  ne  mando  una 
qui  inclusa,  che  più  non  ne  ho  potuto  avere  per  ora. 

Mando  anche  a  V.  S.  la  lettera  del  signor  abbate  Gaetano 
al  signor  Ciotto,  del  tenore  ch'Ella  mi  scrisse,  ed  è  molto  calda. 
Piaccia  a  Iddio  che  partorisca  buono  effetto  e  di  concederle  ogni 
felicità. 

Di  Roma  [1623  o  1624]. 

CCXXI 

Al  medesimo 

Si  duole  della  perdita  delle  sue  lettere  e  promette 
d'occuparsi  di  un  affare  dell'amico. 

Io  resto  mortificatissimo  intendendo  che  le  mie  lettere  si 
perdano:  a  questo  modo  scrissi,  è  forse  un  mese,  a  V.  S.  a 
lungo,  rallegrandomi  con  esso  lei  del  nuovo  ufhcio  del  secretario, 
e  mi  diffusi  in  altri  diversi  particolari.  Ora  mi  maraviglio  come 
la  carta  non  sia  capitata;  onde  bisogna  dire  o  che  il  mio  servi- 
tore quando  la  portò  alla  posta  se  n'abbia  nettato  il  culo,  o  che 
la  puttana  del  postiglione  se  ne  sia  servita  a  farne  coppo  da 
conocchia.  Orsii,  non  importa.  Ho  inteso  quanto  V.  S.  mi  scrive 
intorno  al  suo  negozio,  e  perché  al  presente  ho  fretta  e  non  ho 
tempo  da  buttar  via,  le  dico  brevemente  ch'io  me  ne  informerò 


40  GIAMBATTISTA    MARINO 

qui  del  tutto  e  vedrò  ciò  che  si  potrà  fare:  poi  le  ne  darò  aviso. 
Ed  assicurisi  pure  che  qui  ha  un  servitor  vero  che  non  man- 
cherà di  diligenza.  Onde,  se  la  cosa  è  fattibile,  ancorché  difficile, 
mi  confiderò  di  tirarla  ad  effetto  per  mezi  e  per  favori.  V.  S. 
mi  ami,  mi  scriva  e  mi  comandi.  E  le  bacio  le  mani. 
Di  Roma  [1623  o   1624]. 

CCXXII 

A  DON  Lorenzo  Scoto 

Essendosi  smarrita  una  balla  contenente  pitture,  desidera 
che  il  Brandin  e  lo  Scorza  ridipingano  per  lui  i  quadri  già  fatti. 

Già  vi  scrissi,  intorno  alla  rappresentazione  da  farsi  nel  natale 
del  serenissimo  signor  duca  di  Savoia,  che  il  suggetto  si  poteva 
togliere  daW  Achilleide  di  Stazio,  cioè  fare  il  nascimento  e  l'edu- 
cazione d'Achille,  dove  entrerebbono  Teti,  Chirone  e  simili  per- 
sonaggi. Poi  quanto  più  vi  ho  specolato  sopra,  tanto  più  me  ne 
son  compiacciuto,  e  credo  che  anche  voi  farete  bene  a  risolvervi 
in  questo. 

Ora  vi  prego  che,  se  mai  mi  avete  favorito  di  buon  cuore,  al 
presente  mei  facciate  conoscere  con  effetti  più  vivi  in  cosa  che 
molto  mi  preme.  Voi  sapete  ch'io  già  m'imbarcai,  infin  di 
Francia,  a  fare  una  galena  di  pitture  di  diversi  maestri  eccel- 
lenti. Ritornato  in  Italia  ebbi  aviso  che  tutte  le  dette  pitture 
si  erano  perdute,  con  essere  state  tolte  da'  corsari.  Alora  io  per 
ricuperare  almeno  parte  de'  quadri  perduti  con  danari,  vi  scrissi 
e  pregai  che  ne  faceste  fare  le  medesime  favole  dal  Brandino 
e  dallo  Scorza.  Appresso  mi  fu  data  speranza  da  Lione  e  da 
MarsigHa  che  la  balla  dove  erano  le  pitture  si  ritrovava  in  salvo. 
Onde  io  mi  mossi  a  rescrivere  che  non  occorreva  più  trattar 
di  rifare  i  detti  quadri,  poiché  non  erano  presi  da'  turchi.  Ulti- 
mamente ho  ricevute  fresche  novelle  che  in  effetto  la  detta  balla 
è  pure  andata  nella  malora.  E  se  bene  ho  fatto  scrivere  in 
Barbaria  per  vedere  se  se  ne  può  ricuperar  qualche  cosa  per 
quatrini,  io  non  voglio   stare  a   questo   e   l'aspettare    mi   è  di 


LETTERE    E    DEDICATORIE  41 

grandissimo  disturbo,  poiché  ho  fretta  e  mi  bisogna  accommodare 
la  mia  casa  di  Napoli.  Vi  prego  adunque,  vi  scongiuro  ed  essor- 
cizo,  se  mi  volete  bene,  ad  abbracciare  efficacemente  questo  ne- 
gozio, conforme  all'altra  che  vi  scrissi.  Dico  ch'io  desidero  da 
monsignor  Brandino  i  due  medesimi  suggetti  fatti,  cioè  in  un  qua- 
dro Venere  quando  si  fa  acconciar  la  testa  dalle  Grazie  con  lo 
specchio  innanzi,  ed  in  un  altro  la  stessa  Venere  quando  parla 
al  cinghiale  menatole  inanzi  dagli  Amori.  Avertendo  ch'io 
non  voglio  che  si  muti  invenzione,  ma  che  sieno  le  medesime 
figure  e  nella  medesima  postura;  ma  perché  la  misura  de'  quadri 
sarà  maggiore  in  quanto  alla  larghezza  de'  fianchi,  come  vedrete 
nella  mostra  che  vi  mando,  si  potrà  empire  il  resto  di  paese  o 
farvi  qualche  altro  amorino,  overo  il  carro  della  dea  co'  cigni 
o  le  colombe.  Questo  si  può  fare  in  quello  del  cinghiale,  che 
rappresenta  la  campagna;  ma  nell'altro,  che  si  rappresenta  in 
una  loggia  col  baldachino,  si  potrà  empir  lo  spazio  con  una 
balconata  di  balaustri  che  accenni  qualche  poco  di   paesaggio. 

Nel  medesimo  tempo  vorrei  che  voi  pregaste  lo  Scorza  a 
farmi  un  Orfeo  della  medesima  grandezza  e  della  medesima 
maniera  come  quello  che  mi  mandò  a  Parigi,  salvo  che  la  tela 
sarà  della  proporzione  come  quelli  del  Brandino;  onde  avrà 
campo  di  farvi  qualche  altro  animaletto  di  più.  Quel  ch'io 
voglio  è  che  voi  diciate  che  lo  volete  non  per  me  ma  per  voi, 
e  che  voi  gliel  pagherete,  perché  cotesto  galantuomo  da  me 
non  volse  prender  nulla  ed  io  non  voglio  dargli  tanta  fatica. 
Vi  farete  adunque  dire  gli  ultimi  prezzi,  e  credo  che  si  conten- 
teranno dell' istesso  dell'altra  volta,  che  furono  dodeci  ducatoni 
il  pezzo,  se  bene  credo  che  lo  Scorza  vorrà  più  e  merita  più, 
perché  vi  è  più  fatica.  Avisatemi  subito  del  tutto  particolar- 
mente e  ditemi  quando  bisognano  i  quatrini,  ch'io  gli  farò  sbor- 
sare costi  in  vostra  mano. 

Per  amor  di  Dio,  non  mi  mancate  in  questo,  che  altrimenti 
sarei  mortificatissimo  e  romperei  parecchi  miei  disegni.  Potrei 
valermi  del  favore  del  mio  signor  conte  di  Moretta  e  di  Scar- 
nafiso,  ma  farei  torto  alla  confidenza  che  ho  in  voi  a  cercar 
altri  mezi:  onde  potete  vedere  come  vengo  alla  libera.  Sopra 


42  GIAMBATTISTA    MARINO 

tutto  mi  preme  la  spedizione,  perché  ho  necessità  d'avergli 
prestissimo;  e  se  voi  volete,  si  averanno  senz'altro  quanto  prima, 
poiché  non  si  hanno  a  trovar  nuove  invenzioni,  essendo  già 
fatte.  Caro  Scoto,  diventa  una  pitima  cordiale  continua  per  me 
e  mettigli  uno  spontone  a'  fianchi,  facendovi  subito  subito  por 
la  mano;  che  se  credete  di  farmi  languire  con  le  lunghe  dilazioni, 
non  occorre  abbracciar  l'impresa,  perché  certo  non  posso  aspet- 
tare. Starò  aspettando  con  la  risposta  di  questa  l'aviso  che 
sieno  incominciati  e  forse  a  buon  termine,  ed  insieme  quando 
e  come  ho  da  mandare  il  danaro  e  che  summa. 

Adio,  adio:  ti  raccomando  questa  cosa  quanto  più  so  e 
posso. 

Di  Roma  [principi  del  1624]. 

CCXXIII 

Al  medesimo 

Gode  di  essere  nella  buona  grazia  del  duca  di  Savoia 
e  del  principe  Tommaso,  e  discorre  della  Strage  degli  innocenti. 

Vi  rendo  infinite  grazie  della  diligenza  usata  intorno  al  mio 
negozio.  Ratificate  l'obligo  mio  al  signor  di  Cercenasco,  pre- 
gandolo a  tenermi  vivo  nella  memoria  sua  e  nella  buona  grazia 
di  S.  A.  Il  serenissimo  duca  ha  scritta  una  lettera  al  signor 
conte  Ludovico  d'Aglié,  dove  si  dichiara  apertamente  non  aver 
contra  di  me  pur  un'ombra  di  disgusto,  anzi  parla  in  essa  onore- 
volmente di  me.   E  tanto  mi  basta. 

La  Strage  dei  fanciulli  innocenti  dorme,  perché,  avendo  io 
già  qualche  intenzione  di  dedicarla  al  papa,  son  tuttavia  in  dubbio 
e  non  so  quel  che  mi  farò.  Basta,  ho  fretta  e  non  si  può  scri- 
vere ogni  cosa. 

Ringraziate  umilissimamente  il  serenissimo  signor  prencipe 
Tomaso  da  mia  parte,  e  ditegli  che  presto  gli  darò  qualche  saggio 
dell'obligo  che  gli  professo.  Ma  ricordategli  che  quando  io  mi 
partii  da  Chiamberi,  mi  fece  dire  dal  signor  Viglioni  che  mi  voleva 
metter  nel  rollo  de'  suoi  servitori  attuali  con  le  prerogative  del 


LETTERE    E    DEDICATORIE  43 

medesimo  trattenimento  che  si  dà  a  coloro  che  servono  effet- 
tivamente, ancorché  io  sia  lontano.  Io  n'andrei  molto  glorioso 
di  questo  onore  e  goderei  d'averne  il  titolo  come  n'ho  l'effetto, 
perché  realmente  adoro  cotesto  signorino,  eh 'è  tutto  pieno  di 
splendore  e  di  virtù  regia.  Se  sarà  in  Torino,  potrete  parlargli 
a  bocca;  se  no,  scrivetegli  e  ditegli  che  mi  pregerò  più  d'esser 
trattenuto  da  S.  A.  che  dalla  Maestà  cristianissima,  onde  deve 
osservarmi  la  promessa,  obligandomi  io  dal  mio  canto  di  vo- 
lare ad  ogni  suo  cenno.  E  vi  bacio  le  mani. 
Di  Roma  [principi  del  1624]. 

CCXXIV 

Al  signor  Antonio  Bruni  -  Roma 

Si  duole  che  non  possa  riavere  dalla  dogana,  le  balle  dei  suoi  libri,  e 
narra  delle  liete  accoglienze  avute  a  Napoli  dalle  accademie  degli 
Oziosi  e  degli  Infuriati  e  dal  viceré  duca  d'Alba. 

Io  resto  non  solo  mortificato  e  confuso  ma  quasi  disperato 
di  rabbia,  poiché  veggo  che  coloro  ne'  quali  più  confido  mi 
mancano.  Ho  aspettata  dopo  il  mio  arrivo  in  Napoli  la  spedi- 
zione della  mia  licenza  secondo  la  promessa  fattami,  e  mi  ac- 
corgo ch'ella  è  svanita,  né  posso  averne  novelle.  Le  balle  de' 
miei  libri  è  più  d'un  mese  che  sono  giunte  e  si  ritrovano 
sequestrate  in  dogana,  né  mi  vagliono  tutti  i  favori  del  mondo 
per  liberarle.  Il  vicario,  il  cardinale,  il  doganiere  vorrebbono 
farlo,  ma  non  possono  senza  l'ordine  di  costà,  talché  io  corro 
pericolo,  se  non  è  presto  l'aiuto,  di  perderne  la  maggior  parte, 
oltre  le  pene  delle  censure  ecclesiastiche.  Mi  si  diede  intenzione 
di  concedermi  la  permissione  per  breve.  Poi  bisognò  farne  pa- 
role in  congregazione,  ed  il  breve  si  ridusse  a  lettera.  Ora  questa 
lettera  neanche  si  può  avere.  Monsignor  Filonardi  mi  promise 
infallibilmente  di  mandarmela  subito  per  la  prima  posta,  ma  non 
si  vede  ancora  comparire.  Io  non  credo  che  voglia  far  questo 
torto  alla  devota  servitù  che  gli  professo,  né  alla  sua  propria 
gentilezza  che  m'ha  obligato  per  sempre.  L'ho  conosciuto 
sempre  molto  inclinato  a  favorirmi  ;  onde  non  posso  recarmi  a 


44  GIAMBATTISTA    MARINO 

credere  che  ora,  in  occasione  di  cosa  che  tanto  mi  preme, 
voglia  burlarsi  di  me  mancando  a  quel  che  mi  promise.  Sono 
stato  ogni  giorno  con  monsignore  illustrissimo  nunzio,  il  qual 
si  stringe  nelle  spalle,  dicendo  che  non  ne  ha  aviso  alcuno. 
Priego  V.  S.  con  tutta  l'efficacia  del  cuore  a  volere  abbracciare 
con  caldezza  questo  negozio,  accioché  io  n'abbia  la  risoluzione 
quanto  prima:  altrimenti  sarò  costretto  a  montar  su  le  poste 
per  cavarne  costrutto,  con  evidente  rischio  della  vita  in  si  fatta 
stagione. 

Non  mi  diffondo  in  essaggerare  più  lungamente  l'importanza 
di  questa  facenda  e  la  necessità  che  ho  del  presto  favore,  perché 
so  quanto  Ella  negli  interessi  degli  amici  sia  ufficiosa  e  sollecita. 
S'io  non  mi  fossi  assicurato  sopra  la  parola  di  cotesti  ministri, 
non  riceverei  al  presente  questo  travaglio  e  questo  affronto,  per- 
ché non  mi  sarei  giamai  partito  senza  aver  prima  l'effetto  della 
cosa  in  mano.  Sarà  adunque  parte  della  cortesia  di  cotesti  illu- 
strissimi ministri,  se  non  vogliono  inviar  la  detta  lettera  a  mon- 
signor nunzio,  d'indirizzarla  a  me,  poiché  io  stesso  son  quello 
che  ho  da  godere  del  privilegio. 

Qui  hanno  voluto  in  ogni  modo  crearmi  prencipe  dell'aca- 
demia  degli  Oziosi.  Né  mi  sono  giovate  scuse,  perché  giovedì 
con  publici  applausi  ed  acclamazioni  fui  dichiarato  tale  nel 
capitolo  grande  di  San  Domenico,  con  tanto  concorso  di  popolo 
e  di  nobiltà  che  fu  certo  cosa  mirabile,  perché  senza  il  numero 
innumerabile  de'  letterati  e  de'  cavalieri  vi  furono  contati  cento- 
sessanta prencipi  e  signori  titolati.  Vi  fu  recitata  un'altra  ora- 
zione in  mia  loda,  con  infinita  quantità  di  poemi,  d'emblemi, 
d'anagrammi  e  d'altre  composizioni  di  diversi  begl' ingegni. 

Il  mercordi  innanzi  fui  invitato  dal  signor  marchese  d'Ansi 
all'altra  academia  degl'Infuriati,  con  altrettanta  moltitudine  di 
gente  di  qualità,  la  qual  si  raccoglie  in  San  Lorenzo,  dove  fui 
parimente  onorato  con  solennità  simile.  Tra  queste  due  acade- 
mie  passa  qualche  dissensione,  massime  tra'  capi,  e  fanno  sem- 
pre a  gara  in  tutte  le  cose.  Ma  la  verità  è  che  quella  degli 
Oziosi  è  la  principale  e  per  molti  rispetti  la  migliore.  Io  vorrei 
pure  ridurre  ad  accordo  questi  disgusti,  e  farò  ogni  mio  sforzo 


LETTERE    E    DEDICATORIE 


45 


per   unirle   insieme,   se   ben   dubito   d'avere  a  ritrovarvi  delle 
difficoltà:  con  tutto  ciò  non  lascerò  di  tentarlo. 

Il  signor  viceré  mi  fece  chiamare  e  mi  mandò  la  sua  gon- 
dola, su  la  quale  io  mi  tragittai  a  Santa  Lucia,  dove  mi  aspet- 
tava la  sua  carrozza.  Fui  introdotto  a  Sua  Eccellenza  dal  secre- 
tano Consales,  il  quale  è  poeta  e  galantuomo.  Non  mi  distendo 
a  raccontare  le  cortesi  accoglienze  ed  offerte  che  mi  fece,  perché 
me  ne  vergogno.  Dice  che  negl' intervalli  delle  sue  occupazioni 
vuol  essere  spesso  meco,  e  l'altra  sera  venne  a  Posilipo  e  volse 
parlarmi  domesticamente.  Certo  è  signore  gentilissimo  e  di  somma 
bontà. 

V.  S.  potrà  facilmente  aver  distinta  relazione  di  tutti  questi 
particolari  da  mille  persone.  Ed  io  le  giuro  Iddio  che  non  cre- 
deva di  dover  ricever  mai  la  millesima  parte  di  tanti  onori  che 
ho  ricevuti  nella  mia  patria.  Son  sicuro  ch'Ella  ne  sentirà  gusto, 
perché  so  quanto  mi  ama. 

Per  grazia,  V.  S.  mi  saluti  caramente  tutti  gli  amici,  special- 
mente il  mio  carissimo  signor  Preti,  e  consegni  l'inclusa,  che 
va  al  mio  procuratore,  al  signor  Salviani.  E  sappia  ch'io  mi 
muoio  di  desiderio  di  riveder  Roma,  perché  tutte  l'altre  delizie 
mi  paion  nulla,  ritrovando  qui  penuria  di  veri  N...  E  con  tal 
fine  le  bacio  le  mani. 

Di  Napoli  [maggio  1624]. 

P.  S.  —  Mi  sono  sopragiunte  in  un  medesimo  punto  due  lettere 
di  V.  S.,  alle  quali  per  ora  non  rispondo,  perché  non  ho  tempo. 

All'illustrissimo  signor  cardinale  Scaglia  mille  profondissime 
riverenze. 

CCXXV 
Al  medesimo 

Intorno  allo  stesso  argomento.   Dà  inoltre  istruzioni  circa  alcuni  quadri 
e  ossequia  il  cardinal  Scaglia. 

Io  sto  dato  al  diavolo,  perché  non  veggo  ancora  compa- 
rire cotesto  benedetto  ordine  per  liberare  i  miei  libri  dalla 
dogana. 


46  .    GIAMBATTISTA    MARINO 

Monsignor  Filonardi  scrive  qua  al  signor  abbate  Massi  d'avere 
effettuato  il  negozio,  ma  non  distingue  i  particolari,  né  io  posso 
aver  notizia  del  modo.  Per  amor  di  Dio,  V.  S.  s'abbocchi  seco 
e  col  signor  cardinal  Mellini  per  sapere  come  ho  da  fare,  perché 
vivo  confusissimo  e  questa  facenda  mi  è  di  grandissimo  disturbo, 
né  io  avrei  fatte  venir  le  mie  robbe  a  Napoli,  se  non  mi  fussi 
fidato  della  parola  datami  da'  superiori. 

Scrissi  già  a  V.  S.  come  fui  fatto  prencipe  dell'academia 
degli  Oziosi  con  tanti  applausi  e  tanti  onori  che  sono  incredibili 
e  impossibili  a  dire.  Giovedì  passato  pigliai  il  possesso  in 
San  Domenico,  dove  feci  un  discorsetto,  quale  fu  possibile  a 
comporre  in  tanta  strettezza  di  tempo  e  fra  tanti  rompimenti  di 
capo.  Vi  fu  tutta  Napoli  intiera,  né  vi  rimase  titolato  né  ufficiale 
che  non  vi  venisse;  e  si  crepava  di  caldo,  ancorché  fusse  dentro 
il  capitolo  grande;  e  i  chiostri  e  '1  cortile  e  le  piazze  erano  tutte 
piene  di  gente,  e  tutta  scelta. 

Ora  tra  l'una  e  l'altra  academia  si  è  venuto  per  questa 
cagione  a  cattivi  termini,  e  piaccia  a  Dio  che  la  cosa  finisca 
senza  sangue,  perché  il  signor  marchese  d'Ansi,  che  muove 
gran  parte  della  città  come  carrafesco,  fa  pratiche  urgentissime 
per  non  perdere  l'udienza;  ed  io  mi  ritrovo  tra  l'incudine  e '1 
martello  né  so  come  risolvermi,  perché  non  vorrei  disgustare 
alcuno. 

Priego  V.  S.  a  voler  prendersi  briga  di  trovare  il  signor  Gar- 
beza,  dico  il  libraro  de'  Giunti  al  Pellegrino  all'insegna  del 
giglio,  e  sapere  se  ha  ricevuti  que'  tre  ritratti  ad  olio  che  ha 
mandati  il  signor  Giacomo  Scaglia,  libraro  di  Vinegia,  per  via 
del  padre  fra  Giovan  Francesco  Guiotti.  Se  saranno  capitati  in 
sua  mano,  come  credo  e  come  io  lasciai  ordinato,  V,  S.  mi  farà 
favore  farli  consegnare  ad  Emilio  in  casa  del  signor  Crescenzio, 
ed  insieme  pregare  il  detto  signor  Garbeza  che  scriva  al  detto 
Scaglia  che  mandi  l'altro  in  sua  mano,  e  quando  sarà  venuto 
potrà  farne  l'istesso. 

Rendo  umilissime  grazie  all' illustrissimo  mio  signor  cardinal 
di  Cremona  della  viva  memoria  che  serba  di  me  e  della  cura 
che  si  è  degnato  di  prendersi  in  protezione  di  quel  mio  parente. 


LETTERE    E    DEDICATORIE 


47 


V.  S.,  per  grazia,  gli  faccia  fede  della  mia  devota  osservanza, 
ed  infino  a  tanto  ch'io  sodisfaccia  di  mio  pugno  a  questo  de- 
bito, significarli  la  perpetua  obligazione  che  professo  e  con- 
fesso a  Sua  Signoria  illustrissima. 

Saluto  caramente  tutti  gli  amici  e  specialmente  li  signori 
Salviani,  Aleandro  e  Falconio,  ed  a  V.  S.  bacio  mille  volte  le 
mani. 

Di  Napoli  [maggio  o  giugno  1624]. 

P.  S.  —  Ho  ricevuta  l'altra  lettera  di  V.  S.,  dove  dice  di 
voler  procurarmi  la  mia  spedizione  e  mandarla  per  la  staffetta. 
Priegola  ad  ogni  modo  a  farlo,  perché  sopra  questa  facenda  ho 
voluto  quasi  impazzire,  non  sapendo  imaginarmi  come  si  vada 
la  cosa,  mentre  costi  dicono  d'averla  mandata  e  qui  per  mille 
diligenze  usate  non  se  ne  sa  novella.  Desidero  adunque  inten- 
dere a  chi  è  stata  mandata,  accioch'io  possa  almeno  farmene 
render  conto,  perché  qui  né  a  monsignor  nunzio  né  al  cardi- 
nale né  a  monsignor  Campanile,  eh' è  in  luogo  del  Santo  uflìcio, 
non  è  capitata. 

Sto  aspettando  il  rimanente  àeìV  Adone  per  poter  correggerlo 
ed  insieme  il  Discorso  di  V.  S.  per  curiosità  di  leggerlo.  E  di 
nuovo  le  bacio  le  mani. 


CCXXVI 

Al  medesimo 

Cliiede  consiglio  per  qual  mezzo  inviare  alcune  leccornie  al  cardinal  Scaglia, 
e  dà  altre  notizie  sulle  dispute  tra  gl'Infuriati  e  gli  Oziosi. 

Ho  inteso  che  il  duplicato  finalmente  è  venuto,  onde  spero 
di  levar  questa  settimana  le  mie  robbe  di  dogana  e  poi  man- 
darle subito  a  Roma,  perché  in  effetto  mi  par  mill'anni  di 
esservi,  tali  son  le  miserie  di  questa  città. 

Scrissi  al  signor  Preti  in  risposta  della  sua  e  mandai  la  lettera 
aperta  ed  inclusa  nel  piego  di  V.  S.,  da  cui  desidero  d'intendere 
se  poi  la  suggellò  e  la  consegnò  come  le  scrissi.  Dica  al  signor 


48  GIAMBATTISTA    MARINO 

Agazio  ch'io  non  gli  scrivo  perché  mi  ritrovo  occupatissimo, 
ma  sia  pur  certo  che  farò  di  fatti  e  non  di  parole. 

Air  illustrissimo  signor  cardinal  di  Cremona  io  voleva  scri- 
vere pur  ora,  ma  sto  aspettando  due  scatole  di  «  gentilezze  »  da 
mandargli,  e  con  quella  occasione  sodisfarò  poi  al  debito.  Di 
grazia,  V.  S.  mi  avisi  come  le  par  bene  che  io  le  mandi,  perché 
per  mare  arrivano  tardi  e  dicono  che  si  pagano  costi  molte 
gabelle;  per  via  del  procaccio  poi  dubito  che  le  vasella,  per 
esservi  cose  liquide,   non  si  riversino. 

Se  la  risposta  al  sonetto  di  V.  S.  corre  fretta,  io  la  farò  subito; 
ma  se  patisce  dilazione,  la  differirò   a  tempo  di  miglior  vena. 

Quanto  alla  mia  morte  non  è  nuova  invenzione  sparger  questa 
voce,  poiché  io  stesso  più  volte  ho  letta  questa  pappolata  nelle 
gazette.  Se  i  miei  nemici  non  hanno  altra  candela,  andranno  a 
dormire  al  buio.  Perciò  se  alcuno  ne  dimanda  V.  S.  per  saperne 
il  vero,   potrà  rispondere  con  que'  versi  di  Dante: 

che  Brancadoria  non  è  morto  unquanche, 
ma  mangia,  beve  e  dorme  e  veste  panni. 

I  disgusti  tra  queste  due  accademie  si  vanno  tuttavia  avan- 
zando, ond'io  dubito  che  il  signor  viceré  non  vi  abbia  a  por 
le  mani.  Quella  di  San  Lorenzo  in  effetto  è  fallita,  perché  tutti 
i  titolati  e  gli  ufficiali  vengono  a  San  Domenico  e  vi  son  prencipi 
che  discorrono.  Vanno  dei  brutti  sonetti  in  volta  e  molto  pic- 
canti, ma  io  non  m'impaccio  in  questo.  Alcuni  malignetti  mi 
volevano  mettere  alquanto  in  paura,  con  darmi  ad  intendere  ch'io 
sarò  senz'altro  ammazzato  come  cagione  e  capo  principale  di 
questo  gran  concorso;  e  giuravano  ch'era  stato  dato  l'ordine 
agli  assassini  per  tirarmi  delle  archibugiate.  Ma  io  me  ne  fo 
beffe,  perché  ho  la  conscienza  netta  e  fo  professione  d'onorare  e 
servir  tutti  e  parlar  di  tutti  come  si  conviene,  massime  del  signor 
marchese  d'Ansi,  con  cui  tengo  antica  servitù.  Con  tutto  ciò,  ho 
voluto  chiarire  questa  partita,  facendogli  parlare  da  personaggi 
d'auttorità,  i  quali  gli  hanno  fatto  fede  del  vero.  Ha  dimostrato 
di  restar  molto  appagato,  dicendo  che  non  ha  rancore  alcuno 
verso  la  mia  persona;  e  tanto  mi  basta. 


LETTERE   E    DEDICATORIE  49 

Io  sono  entrato,  non  so  come,  coglionescamente  in  una  grande 
e  continova  obligazione,  alla  quale  ormai  non  posso  più  sup- 
plire e  ne  sono  già  stracco.  Mi  bisogna  ogni  mercordi  fare  un 
discorso  imparato  a  mente  per  introduzione  del  problema,  ed 
accioché  sia  degno  dell'aspettazione  che  si  ha  di  me  e  della 
gente  che  mi  ascolta,  son  costretto  a  farvi  studio  particolare, 
talché  del  continuo  tengo  impacciato  l' intelletto  e  la  memoria 
per  ritrovare  nuove  invenzioni  e  per  recitarle.  In  effetto  gli  ap- 
plausi e  l'acclamazioni  son  grandi  e  tali  ch'io  mi  vergogno 
di  dirlo.  Ne  ho  fatto  parecchi  bizzarri  e  mi  son  riusciti  felice- 
mente, che  per  Dio  sono  stato  alle  volte  sforzato  a  fermare  il 
ragionamento  per  la  gente  che  mormora  quasi  ad  ogni  periodo. 
Vorrei  che  V.  S.  ne  scrivesse  a  qualche  suo  amico  di  qua  per 
averne  avisi  particolari. 

Intanto  all'eccellentissimo  signor  don  Carlo  Colonna  fo  mille 
profondissime  reverenze,  al  signor  don  Alonso  bacio  parimente 
le  mani  degli  onori  che  mi  fa,  ed  a  V.  S.  priego  dal  cielo  salute 
e  felicità. 

Di  Napoli  [maggio  o  giugno   1624]. 

P.  S.  —  V.  S.  mi  farà  favore  di  consegnare  l' inclusa  al 
signor  abbate  Magnesio  e  procurarmene  risposta.  E  dica  al 
signor  cavalier  Barbazza  ed  al  signor  Gasparo  Salviani  che 
vadano  al  procaccio,  perché  vi  troveranno  lettere  mie. 

CCXXVII 
Al  medesimo 

Ancora  non  ha  potuto  ricuperare  le  balle  dei  libri. 

Già  scrissi  a  V.  S.  che  il  duplicato  circa  il  negozio  de'  miei 
libri  era  venuto.  Tengo  tuttavie  le  balle  depositate  in  dogana 
e  vorrei  mandarle  costà,  ma  non  so  come  farmi.  Priegola  a 
passarne  una  parola  con  monsignor  Filonardi,  da  cui  potrà 
intendere  dove  si  hanno  da  deporre  giunte  che  sieno  costi. 
La  libreria  non  è  qui  tutta,  ma  queste  sono  balle,  che  il  resto 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -w.  4 


50  GIAMBATTISTA    MARINO 

verrà  di  Lione  con  maggior  commodità.  Se  si  può  ottenere  che 
stieno  come  in  deposito  in  casa  del  signor  Crescenzio,  dove 
tengo  altre  cose  mie,  l'avrò  per  sommo  favore.  Se  no,  mi  con- 
tento che  si  trattengano  nella  dogana  di  Roma,  purché  non 
sieno  aperte  infino  al  mio  ritorno,  che  sarà,  piacendo  a  Dio, 
per  tutto  il  mese  d'ottobre  senz'altro. 

Quanto  alla  impressione  dell'  Adone  forse  mi  risolverò  di 
scrivere  all'illustrissimo  Pio;  ma,  per  dirla,  non  troppo  mi 
preme. 

Del  negozio  del  signor  cardinal  Lodovisio  me  n'  è  stato 
fatto  qualche  cenno  di  nuovo  dal  nostro  signor  cavalier  Bar- 
bazza,  a  cui  scrivo  diffusamente.  V.  S.  mi  risaluti  gli  amici  e 
specialmente  il  nostro  signor  Agazio,  e  dica  al  signor  Girolamo 
Preti  che  per  molte  occupazioni  non  rispondo  per  questa  volta 
alla  sua  gentilissima  lettera,  ma  che  lo  farò  quanto  prima.  Qui 
finisco  baciando  a  V.  S.  mille  volte  le  mani. 

Di  Napoli  [giugno  o  luglio  1624]. 
CCXXVIII 

Al  signor  cavalier  Andrea  Barbazza  -  Roma 

Descrive  entusiasticamente  le  bellezze  di  Posilipo, 
e  loda  un  poemetto  di  Antonio  Bruni. 

La  lettera  di  V.  S.  tutta  piena  di  vezzi  mi  fu  resa  appunto 
ieri  in  Posilipo,  eh' è  luogo  tutto  vezzoso  ed  ameno;  e  perché 
in  essa  mi  dimanda  solamente  nuova  del  mio  stato,  però  in 
risposta  Ella  sappia  che  mi  trovo  assai  allegro  di  animo  e  sano 
di  corpo  in  questo  scoglio,  non  so  s'io  debba  chiamarlo  villa 
o  dilizie  di  Napoli.  Qui  l'acque  del  mare  sono  sempre  tran- 
quille, perché,  come  quelle  che  vivono  sicure  da'  venti  sotto  il 
patrocinio  de'  monti  che  fanno  loro  graziosissima  corona,  non 
temono  di  tempesta.  Qui  l'ombre  degli  alberi  anche  nel  fitto 
meriggio  difendono  dal  caldo  il  nocchiero.  Qui  le  fontane  sem- 
pre dolcissime  e  purissime  porgono  diletto  e  refrigerio  ai  mari- 
nari. Ed  insomma  questo  spazio  di  mare  è  un  teatro  gloriosissimo, 


LETTERE    E    DEDICATORIE  5I 

dove  Ogni  sera  viene  la  nobiltà  napolitana  dentro  le  gondole 
a  goder  un'aria  di  paradiso.  Io  darei  troppo  nell'affettato  se 
volessi  minutamente  descriver  tutte  le  bellezze  di  questo  luogo, 
dove  la  primavera  si  gode  per  mezo  dell'aria  sempre  temperata 
e  di  fiori  che  in  ogni  tempo  vi  germogliano,  l'estate  per  mezo 
de'  frutti,  l'autunno  per  mezo  de' vini  e  l'inverno  per  mezo 
de'  ghiacci  che  gli  raffredda.  Né  certo  in  cosi  ameno  promon- 
torio poteva  V.  S.  inviarmi  poesia  che  fusse  più  confacevole 
al  mio  gusto,  quanto  è  quella  del  poemetto  del  nostro  genti- 
Hssimo  signor  Bruni  ;  onde  io  posso  goder  Posilipo  e  nelle  leg- 
giadrissime  carte  di  detto  signor  Bruni  e  nell'amenità  di  questi 
monti  e  nella  gentilezza  del  mio  signor  cavalier  Barbazza,  che 
m'ha  fatto  parte  di  cosi  delicata  lettura.  S'Ella  fu  mai  in  Posi- 
lipo, si  ricorderà  che  da  questo  luogo  scaturiscono  i  vezzi  e  le 
delizie,  ed  appunto  di  cento  vezzi  e  di  mille  delizie  è  ricca  questa 
poesia,  tutta  pura  e  frizzante,  tutta  leggiadra  e  concettosa,  com'è 
tutto  puro  questo  aere,  frizzante  il  vino  che  danno  questi  monti, 
ed  è  leggiadro  e  concettoso  lo  spirito  del  signor  Bruni.  Io  ne 
farò  parte  a  questi  belli  ingegni,  ed  intanto  rendo  grazie  a  V.  S. 
del  favor  che  n'  ho  ricevuto. 

Mi  scriva  qualche  cosa  del  nostro  negozio,  perché  in  ogni 
modo  io  penso  ritornarmene  a  Roma  a  settembre;  e  mentre 
perdo  la  provvisione  di  Francia,  il  partito  che  in  cotesta  corte 
mi  si  fa,  come  non  mi  dispiace,  cosi  non  è  fuori  del  mio  biso- 
gno. Ed  a  V.  S.  ed  al  signor  Bruni  bacio  le  mani. 
Di  Napoli  [estate  1624]. 

CCXXIX 

A  Don  Lorenzo  Scoto 

Avendo  ricuperata  la  balla  con  le  pitture, 
non  ha  più   bisogno  dei  quadri   del   Brandin. 

Tre  volte  vi  ho  scritto  dopo  ch'io  sono  in  Napoli  e  non 
veggo  comparire  risposta.  Di  grazia,  rispondetemi  e  datemi  aviso 
del  vostro  ben  stare. 


52  ■  GIAMBATTISTA    MARINO 

Vi  diedi  aviso  degli  applausi  publici  e  degli  onori  straor- 
dinari ricevuti  nella  mia  patria  da  tutta  la  nobiltà  e  dal  viceré 
istesso.  Son  tuttavia  prencipe  dell'accademia  degli  Oziosi  di  qua; 
il  che  mi  dà  un  grandissimo  disturbo,  perché  son  venuto  per 
respirare  nelle  delizie  e  mi  bisogna  discorrere  ogni  mercordi. 
Vero  è  che  l'accademia  è  fioritissima  e  vi  è  un  concorso  innu- 
merabile di  signori,  di  cavalieri  e  d'altra  gente. 

Torno  a  replicarvi  ch'io  ritrovai  qui  in  dogana  la  balla  delle 
mie  pitture  che  si  teneva  perduta,  onde  non  occorre  più  fasti- 
dire monsù  Brandin  né  altri  per  cagion  de'  quadri.  Fu  preso 
errore  nella  balla;  e  se  bene  la  perdita  delle  altre  balle  è  stata  di 
grande  importanza,  per  molte  cose  di  prezzo  che  vi  erano  dentro 
e  per  una  buona  quantità  di  libri  rari,  nondimeno  stimo  questo 
per  manco  male. 

Vogliatemi  bene  e  conservatemi  nella  buona  grazia  di  mon- 
signor di  Cercenasco,  salutandovi   caramente   il    nostro  signor 
conte  di  Moretta.  Vi  bacio  la  mano. 
Di  Napoli  [giugno  o  luglio  1624]. 

ccxxx 

Al  signor  Gierolamo  Preti 

Si  duole  che  egli  abbia  polemizzato  contro  il  Di  Somma 
a  proposito  dell'Adone. 

Le  doglienze  che  voi  fate  contro  il  signor  Agazio  di  Somma, 
per  aver  egli  paragonato  anzi  preferito  W-ldone  alla  Gierusa- 
lenime  e  appoggiato  questo  paradosso  all'auttorità  del  vostro 
nome,  da  una  parte  sono  ragionevoli,  essendo  per  molti  rispetti 
sproporzionato  il  parallelo  e  potendo,  senza  metter  voi  in  questo 
travaglio,  fortificarlo  col  testimonio  d'altre  persone  dotte  e  fa- 
mose, le  quali  non  si  sono  recato  a  disonore  affermar  l' istesso; 
ma  dall'altra  non  mi  pare  che  la  cosa  meriti  tanto  schiamazzo, 
poiché  tutte  le  proposizioni  si  sogliono  intender  con  le  debite  clau- 
sule  e  circonstanze,  e  a  questo  modo  si  può  far  riscontro  anche 
fra  V Iliade  e  V Ancroia;  né  opinione  si  trova  cosi   stravagante 


LETTERE    E    DEDICATORIE  53 

e  falsa,  che  non  si  possa,  se  non  sostentare  con  ragioni  con- 
cludenti, almeno  difendere  con  argomenti  sofìstici,  tanto  più  le 
cose  poetiche,  le  quali  sono  più  di  tutte  le  altre  dubbiose  e  dispu- 
tabili. Il  che,  s'è  lecito  nelle  controversie  delle  catedre,  molto 
più  deverà  esser  permesso  nelle  scuole  delle  vere  amicizie. 
E  se  colui  che  lealmente  ama  deve  esporre  per  l'amico  la  vita 
e  protegger  la  reputazione  di  colui  eziandio  con  la  spada  e  col 
sangue,  perché  non  deve  farlo  con  qualche  poca  di  temerità  con 
la  penna  e  con  l'inchiostro? 

Non  deve  esser  altrui  gran  meraviglia  se  il  signor  Agazio  si 
sia  lasciato  trasportar  d'affetto  troppo  traboccante  a  proferire  cosi 
gran  bestemmia,  come  voi  stimate  che  questa  sia,  essendo  egli 
incorso  in  questo  errore  ed  eccesso  per  l'affezione.  Ed  essendo 
le  colpe  d'amore  tutte  leggiere  e  scusabili,  il  lodar  ancora  smo- 
deratamente gli  amici  è  cosa  lodevole;  onde  deverà  egli  di  cosi 
bella  azione  esser  lodato  o,  se  non  lodato,  almeno  non  tanto 
aspramente  ripreso,  massime  da  coloro  che  si  vantano  d'essermi 
più  di  lui  amici.  Per  la  qual  cosa  può  egli  dir  a  voi  quelle 
medesime  parole  che  disse  Euripide  nella  Ifigenia:  «  Mihi  expro- 
basti probum  honestum  ».  Ma  quel  che  più  mi  mortifica  è  che  que- 
sto rimprovero  gli  vien  da  coloro  che  doverebbono  il  contrario 
rimproverare  a  chiunque  mi  biasimasse,  e  sopra  tutto  mi  duole 
che  chi  professò  meco  legge  di  parzial  amistà  lasci  publica- 
mente  intender  il  suo  pensiero  ed  invece  d'essermi  campione 
mi  si  dimostri  aversario,  procurando  che  si  sopprimano  le  mie 
Iodi  e  che  li  scritti  che  rissultano  in  gloria  mia  non  si  stampino. 
Aggiungesi  la  ragione  dell'essempio,  poiché  voi  in  altre  scritture 
m'avete  lodato  più  di  lui,  e  negli  amici  schietti  non  si  presup- 
pone ombra  d'adulazione  ma  candore  di  verità.  Ed  ancorché 
non  fusse  vostro  pensiero  che  quella  lettera  in  cui  vi  dichiaraste 
mio  lodatore  si  stampasse,  ciò  non  importa,  perché  niun  uomo 
deve  far  in  secreto  quelle  cose  delle  quali  abbia  poi  in  publico 
a  vergognarsi.  Basta  dunque  l'averla  fatta,  che  questo  solo 
v'obliga  a  mantener  il  falso  per  vero;  altrimente,  s'era  menzo- 
gna, né  allora  dovevate  scriverla,  né  ora  potete  ritrattarvi  senza 
nota  di  leggerezza. 


54  GIAMBATTISTA    MARINO 

Io  non  ebbi  mai  si  fatte  pretensioni,  dico  di  concorrere  o  di 
contendere  col  Tasso,  anzi  riverisco  la  sua  memoria  come  sacra 
e  ammiro  il  suo  spirito  come  divino.  Niun  è  che  meglio  di 
me  conosca  le  imperfezioni  e  i  mancamenti  deWAdofie;  ma  si 
come  son  il  primo  a  confessarmi  de'  suoi  peccati,  cosi  sarò 
sempre  il  primo  a  scusarlo  di  quel  che  non  peccò.  Che  il  genere 
della  Gej-usalemme  sia  diverso  non  si  nega;  che  lo  stile  sia  più 
magnifico,  più  laconico,  più  poetico  e  più  ricco,  questo  ancora 
si  concede;  ma  che  in  quel  mio  poemazzo  non  sia  pur  qualche 
particella  che  gli  si  possa  contraponer  ed  esser  contrapesato  alla 
medesima  bilancia,  di  questo  me  ne  riporto  al  vostro  giudizio. 

Rompansi  pur  il  capo  i  signori  critici  disputando  fra  loro 
se  con  quel  nome  si  debba  battizzare:  so  che  chi  volesse  far 
l'apologista  averebbe  mille  capi  da  poterlo  far  passar  per  epico. 
E  se  bene  favoleggia  sopra  cosa  favolosa,  si  sa  nondimeno  che  la 
favola  antica  ha  forza  d'istorica;  ma  se  altri  non  vorrà  chiamarlo 
«  eroico  »  perché  non  tratta  d'eroe,  io  lo  chiamerò  «  divino  » 
perché  parla  de' dèi.  Voi  l'intitolate  «poema  fantastico  e  fuor 
di  regola  »,  e  dite  che  non  può  cadere  la  comparazione,  perché 
sarebbe  come  voler  rassomigliar  V Eneide  alle  Metamorfosi. 
Adunque,  secondo  voi,  di  necessità  ne  segue  che  quello  delle 
Metamorfosi  sia  poema  irregolato  e  fantastico,  né  vi  soviene  di 
quello  che  lasciarono  scritto  molti  di  coloro  che  di  quest'arte 
hanno  trattato,  cioè  che  si  può  fabricar  poema  non  solo  d'un'a- 
zione  d'una  persona  e  d'un'azione  di  molte  persone,  ma  anche 
di  molte  azioni  di  molte  persone,  se  bene  non  sarà  cosi  perfetto 
secondo  la  mente  d'Aristotile.  Parlo  delle  Metamorfosi  (intende- 
temi bene)  e  non  ù^iV Adone,  percioché  V Adone  non  è  azione 
di  molte  persone  ma  d'una  sola;  e  parlo  in  quanto  alla  parte 
della  disposizione,  perché  circa  l'arte,  come  sono  l'invenzione, 
il  costume,  la  sentenza,  l'elocuzione,  io  non  credo  che  Vir- 
gilio passi  molto  davantaggio  ad  Ovidio,  né  che  il  poema  delle 
Trasformazioni  a  quello  à&W Eneide  abbia  da  ceder  punto.  Anzi, 
se  non  avessi  paura  d'esser  tenuto  matto  molto  più  di  quel  che 
dubbitate  d'esser  tenuto  voi  per  aver  detto  quello  sproposito, 
direi  con  ogni  libertà  che  tra  uno  e  l'altro  è  quella  differenza 


LETTERE    E    DEDICATORIE  55 

che  è  tra  l'A.  e  '1  suo  P.  Ma  perché  non  vogUo  esser  lapidato 
dai  fiutastronzi  e  dai  caccastecchi ,  mi  basterà  dire  che  troppo 
bene  averò  detto  che  le  poesie  d'Ovidio  sono  fantastiche,  poiché 
veramente  non  vi  fu  mai  poeta,  né  vi  sarà  mai,  che  avesse  o 
che  sia  per  avere  maggior  fantasia  di  lui.  E  ittinavi  le  mie  fos- 
sero tali  !  Intanto  i  miei  libri  che  sono  fatti  contro  le  regole  si 
vendono  dieci  scudi  il  pezzo  a  chi  ne  può  avere,  e  quelli  che 
son  regolati  se  ne  stanno  a  scopar  la  polvere  delle  librarie. 

Io  pretendo  di  saper  le  regole  più  che  non  sanno  tutti  i 
pedanti  insieme;  ma  la  vera  regola,  cor  mio  bello,  è  saper 
rompere  le  regole  a  tempo  e  luogo,  accomodandosi  al  costume 
corrente  ed  al  gusto  del  secolo.  Iddio  ci  dia  pur  vita,  che  faremo 
presto  veder  al  mondo  se  sappiamo  ancor  noi  osservar  queste 
benedette  regole  e  cacciar  il  naso  dentro  al  Castelvetro.  So  che 
voi  non  séte  della  razza  degli  stiticuzzi,  anzi  non  per  altro  ho 
stimato  sempre  mirabile  il  vostro  ingegno,  se  non  perché  non 
vi  è  mai  piacciuta  la  trivialità,  ma  senza  uscir  della  buona 
strada  negli  universali  avete  seguita  la  traccia  delle  cose  scelte 
e  peregrine.  Pure  sono  stato  constretto  a  far  questa  bravata  in 
credenza,  sentendomi  stuzzicare  il  naso;  e  l'ho  fatta  perché 
con  gli  amici  veri  parlo  con  ogni  confidanza  alla  libera.  Ora 
quanto  all'impressione  d'esso  Adone  io  non  me  ne  curo  un 
pelo  che  lo  censurino,  poiché  non  fo  in  esso  il  fondamento 
principale  della  mia  immortalità.  E  qui  finisco  baciandovi  cara- 
mente le  mani  e  pregandovi  dal  cielo  quel  che  vorrei  per  me. 
Di  Napoli  [estate  1624]. 

CCXXXI 

Al  medesimo 

Si  duole  che  abbia  trascinato  anche  il  Bruni  nella  polemica 
contro  il  Di  Somma. 

È  possibile  che  voi,  da  me  stimato  più  di  chichesia,  non 
contento  di  far  tanti  rumori  contro  il  signor  Agazio  di  Somma 
per  aver  egli  appoggiato  all'auttorità  del   vostro   nome  un  suo 


56  GIAMBATTISTA    MARINO 

parere,  andiate  tirando  anche  dalla  vostra  alcuni  altri  amici  e 
particolarmente  il  nostro  signor  Antonio  Bruni,  il  quale  per  aderir 
alla  vostra  sentenza,  non  ricordevole  più  dell'obligo  che  si  dee 
all'amico,  va  pur  nell'accademie  e  negli  altri  circoli  difendendo 
conclusioni  contro  il  detto  signor  Agazio?  È  azion  questa  degna 
di  voi,  mentre  in  publiche  scritture  ed  in  ogni  altra  occorrenza 
vi  siete  dimostrato  mio  parzialissimo,  ed  al  presente,  per  far  più 
apparire  le  ragioni  che  andate  usurpando  della  nostra  parte,  non 
solo  vi  dimostrate  contrario  a  voi  medesimo,  ma  seducete  contro 
di  me  il  signor  Bruni,  la  cui  penna  è  assolutamente  una  delle 
prime  eh 'oggidì  scrivano  in  poesia,  e  pur  poco  fa  era  cosi  pronta 
alla  difesa  delle  mie  opere  come  ora  mi  si  presuppone  contraria? 
Con  l'altra  staffetta  vi  scrissi  con  ogni  confidenza  e  libertà  il 
mio  senso;  ma  il  sentir  poi  che  andiate  ingrossando  la  vostra 
parte,  togliendo  a  me  i  propri  amici,  mi  dà  opportuna  materia 
di  dolermene.  Io,  per  dirvela,  non  curo  punto  ch'altri  tenga 
opinione  diversa  alla  mia,  anzi  quanto  più  in  questo  modo  s'apre 
la  strada  a  conoscersi  la  verità,  tanto  più  debbo  aver  cara  la 
diversità  de'  pareri  intorno  alle  mie  cose.  Ma  ho  ben  dispiacere 
ch'altri  cerchi  d'armarmi  contro  i  miei  amici  o  parziali  o  indif- 
ferenti, infino  con  le  stratagemme  e  manifatture;  e  di  ciò  aspra- 
mente mi  querelo  con  voi  e  con  coloro  che  voglion  farmi  giudice 
in  causa  dove  tanta  passione  dimostrate. 

Io  amo  le  mie  poesie  in  quel  modo  che  amano  i  padri  più 
teneri  i  figli  più  degni,  conforme  accennò  Aristotile  nel  quinto 
de\V£fiCt7:  però  chi  cerca  d'opporsi  alla  reputazion  de'  miei  com- 
ponimenti mi  tocca  la  pupilla  degli  occhi,  ed  io  son  obligato 
per  legge  di  natura  e  per  ogni  altro  rispetto  alla  difesa.  È  ben 
vero  ch'essendo  la  questione  litteraria  entreranno  in  campo  le 
ragioni  e  gli  argomenti,  e  non  vibrerò,  come  forsi  altri  crede, 
le  saette  d'Apollo  contro  di  voi  e  del  signor  Bruni,  perché 
voglio  corrispondere  all'offese,  che  da  voi  e  da  lui  ricevo,  con 
l'affetto  e  con  la  pazienza  e  con  la  speranza  che  ho  di  doversi 
l'uno  e  l'altro  avveder  dell'errore  commesso.  E  Iddio  vi  guardi. 
Di  Napoli  [estate  1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  57 

CCXXXII 

Al  signor  Antonio  Bruni  -  Roma 

Si  duole  che  egli  si  sia  alleato  col  Preti  nella  polemica 
contro  il  Di  Somma. 

Con  mia  estrema  e  particolar  maraviglia  intendo  dalle  lettere 
d'un  amico  di  Roma  che  V.  S.,  invece  di  difendere  l'opinione 
del  signor  Agazio  contro  gli  schiamazzi  del  signor  Preti,  e  in 
publica  accademia  ed  in  privato  congresso  si  dimostrava  so- 
stenitor  del  contrario;  e  se  bene  la  candidezza  dell'animo  suo 
e  la  stretta  amicizia  che  passa  fra  noi  mi  persuadeno  il  contrario, 
non  è  però  ch'io  non  viva  con  martello  di  questa  strana  me- 
tamorfosi fintanto  che  da  lei  non  ne  sarò  chiarito. 

Si  ricorderà  che  m'ha  più  volte  in  presenza  di  molti  anche 
detto  stimar  egualmente  l'incanto  d'Ismeno  nella  Gerusalemme 
e  quel  di  Falsirena  n&W Adone;  anzi  poche  settimane  sono  Ella 
medesima  mi  scrisse  sentir  altrettanto  maggior  il  gusto  dalla 
lettura  del  secondo  che  del  primo,  quanto  che  il  secondo  è  più 
copioso  ed  è  sparso  di  colori  più  vivi  e  spiritosi  di  poesia.  Or 
come  adunque  affermar  che  tra  parte  e  parte  d'un  poema  con 
l'altro  non  si  possa  far  parallelo  e  paragone?  È  cosi  povero  il 
mio  poema  ^^W Adone  che  non  abbia  cento  e  mille  luoghi  da 
paragonar  con  altrettanti  della  Gerusaleynmeì  II  discorso  in  lode 
della  vita  pastorale,  che  introduco  in  bocca  di  Clizie,  non  è  simile 
a  quell'altro  del  pastore  che  parla  ad  Erminia?  È  cosi  gran  be- 
stemmia il  dir  che  si  possa  comparar  un  membro  all'altro,  benché 
i  poemi  sieno  fra  loro  diversissimi?  Io  non  ebbi  mai  pensiero 
d'emular  il  Tasso  in  questo  mio  poema,  ma  nemmeno  ho  per 
isproposito  che  un  litterato  amico  voglia  far  parallelo  tra  scrit- 
tura e  scrittura  in  quelle  parti  che  fra  loro  o  per  il  soggetto  o 
per  lo  stile  hanno  simiglianza:  perciò  aspetto  con  ansietà  grande 
risposta  da  V.  S.  intorno  alla  verità  del  fatto,  per  poter  anch'io 
risolvermi  circa  il  publicar  il  mio  parere  in  questa  materia.  Grac- 
chino pure  i  pedantuzzi  moderni,  ch'io  non  ho  in  questo  poema 
osservate  le  regole  d'Aristotele;  cicalino  i  poetuzzi  dozzinali  ma 


58  GIAMBATTISTA   MARINO 

critici,  ch'io  abbia  in  un  corpo  pigmeo  effigiate  membra  gigan- 
tesclie;  perché  contro  i  loro  cicalamenti  e  morsicature  mi  sono 
armato  del  tallone,  a  guisa  d'  Ercole,  e  della  sofferenza  e  del  non 
curar  si  fatta  gente. 

Mi  dispiacerebbe  si  bene  che  il  signor  Preti  e  V.  S.  si  fossero 
insieme  uniti  a  non  voler  sostentare  una  proposizione  la  cui 
disputa  risultarebbe  in  mio  onore,  perché  l'uno  e  l'altro  di  loro 
è  da  me  singolarmente  stimato  e  gii  riverisco  come  due  gran- 
dissimi lumi  della  nostra  poesia,  vedendo  ne'  loro  versi  fiorir  a 
gara  tutte  le  grazie  e  le  vivezze  dell'eloquenza  poetica.  Ma  pas- 
siamo ad  altro. 

Il  signor  cavalier  Francesco  Gualdi  sarà  da  me  servito  del 
sonetto  che  desidera  sopra  una  di  coleste  sue  antichità,  subito 
che  mi  vedrò  di  vena;  il  che  farò  per  non  mancar  alla  promessa, 
non  già  per  recar  alcun  ornamento  al  suo  studio.  Quella  sera 
che  noi  ci  fummo,  è  stata  da  me  osservata  più  ch'altra,  perché 
in  una  sola  camera  si  vede  raccolto  il  fiore  del  più  bello  che 
dal  seno  dell'antichità  potrebbe  altri  giamai  sperare.  Certo  è 
degno  cotesto  gentiluomo  di  grandissima  loda,  ed  a  gran  ragione 
non  viene  in  Roma  curioso  oltramontano  che  non  voglia  am- 
mirar tante  varietà  di  cose  antiche  e  peregrine.  Io  me  la  fo  in 
Posilipo  e  godo  i  frutti  dell'estate  ed  un'aria  temperalissima  di 
primavera.  Saluto  gli  amici  e  fra'  primi  il  nostro  signor  Aleandri. 
Di  Napoli  [estate  1624]. 

CCXXXIII 

Al  signor  Emilio  Buonalingua 
Discorre  di  diversi  affari  e  invia  riconoscenti  saluti  al  Crescenzio. 

lersera  fummo  insieme  lungamente  in  barca  per  Posilipo 
col  signor  duca  di  Zagarolo  e  vi  era  anche  il  signor  duca  di 
San  Gemini.  Gli  feci  le  raccomandazioni  di  V.  S.,  e  mostrò  di 
gradirle  molto.  Se  ne  sta  per  ordinario  alla  Torre  dell'Annun- 
ziata e  non  suol  venire  in  Napoli  se  non  per  qualche  occor- 
renza di  Manichei. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  59 

Il  Rossino  ha  scritto  qui  a  suo  fratello  ch'egli  non  è  venuto 
per  la  voce  sparsa  della  mia  morte.  Il  simile  mi  dice  che  gli 
ha  scritto  sua  madre,  a  cui  V.  S.  potrà  parlare  e  dirle  che,  poiché 
io  son  vivo,  farà  pur  a  tempo  di  venire. 

Quanto  al  giovine  di  cui  V.  S.  mi  scrive,  mi  accenni  quel 
che  vuole  ch'io  faccia,  che  io  lo  farò.  Per  servigio  mio  non  so 
come  potrebbe  riuscirmi,  poiché  Ella  sa  che  io  ho  il  gusto  stra- 
vagante. Ma  se  sarà  in  Roma  a  tempi  freschi,  vedremo  la  sua 
disposizione.  Aspetto  risoluzione  della  cosa  di  Petruccio,  e  le  fo 
sapere  come  il  signor  Pietro  Ettori  si  ritrova  in  Napoli,  per 
quanto  mi  è  stato  detto  da  molti.  Intendo  che  sta  con  certi 
corsari  di  buona  qualità.  Io,  dubitando  se  sia  vero  o  no,  ne  ho 
dimandato  Agostino,  il  quale  mi  dice  d'averlo  veduto:  se  cosi 
è,  capiterà  senz'altro  a  casa  mia,  perché  gli  amici  vel  condur- 
ranno. 

Se  il  negozio  che  è  in  mano  del  signor  Canale  preme  a 
V.  S.,  non  mancherò  di  scrivergli  e  manderò  la  lettera  a  lei 
stessa.  Ma  sa  bene  quel  che  io  le  dissi,  cioè  che  questi  sono 
uffici  superflui  ed  inutili,  perch'egli  da  sé  non  vi  può  far  nulla, 
e  son  tutte  chiacchiere  quando  l'ordine  non  vien  dal  padrone. 
Io  non  vorrei  importunarlo  senza  frutto  e  senza  proposito;  ma 
s'Ella  vuole,   lo  farò. 

V.  S.  mi  risaluti  caramente  il  mio  signor  Crescenzio,  e  s'in- 
formi s'io  posso  qui  servirlo  in  alcuna  cosa  di  suo  gusto  e  di 
quel  che  si  può  fare  nelle  liti  che  tiene,  perché,  per  la  grande 
introduzione  che  ho  in  palazzo  e  per  l'amicizia  che  tengo  con 
questi  ufficiali,  forse  sperarci  che  le  mie  istanze  dovessero  essere 
di  qualche  efficacia,  almeno  in  quanto  al  sollecitare  i  negozi  per 
mille  mezi  con  ogni  diligenza.  E  qui,  baciando  le  mani  al  signor 
Tancredi,  le  priego  dal  cielo  ogni  prosperità. 
Di  Napoli  [estate  1624]. 


6o  GIAMBATTISTA    MARINO 

CCXXXIV 

Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali 
Narra  degli  onori  tributatigli  a  Napoli. 

La  lettera  di  V.  S.  mi  è  stata  carissima,  non  già  perché  fusse 
necessaria  a  farmi  nuova  fede  della  sua  antica  affezione,  poiché 
ne  son  sicuro  per  molte  prove;  ma  perché  mi  ha  data  occasione 
non  meno  di  ridere  della  vana  malignità  degl'inimici,  che  di 
godere  del  vero  gusto  degli  amici,  tra' quali  pongo  V.  S.  nella 
prima  fila,  sapendo  con  quanto  sentimento  di  parzialità  accom- 
pagna sempre  le  mie  fortune.  Se  la  speranza  di  cotesti  pove- 
relli che  hanno  sparsa  la  voce  della  mia  morte  non  ha  altra 
candela,  andrà  a  dormire  al  buio,  perché  non  fui  giamai  in 
tutto  il  corso  della  mia  vita  né  più  sano  né  più  allegro  né  più 
glorioso  di  quel  che  sono  al  presente. 

Mi  ritrovo  dopo  tanti  anni  di  peregrinazione  nella  mia  patria, 
ricevuto  e  accarezzato  con  tanti  onori  e  con  tanti  applausi  ch'io, 
che  conosco  assai  bene  i  pochi  meriti  miei,  resto  pieno  di  con- 
fusione né  posso  non  vergognarmi  di  me  stesso. 

Non  conviene  ch'io  mi  diffonda  in  raccontare  i  particolari, 
percioché  le  cose  son  cosi  publiche  che  potrà  averne  relazione 
da  mille  bocche  e  da  mille  penne.  Il  signor  viceré  è  quasi  ogni 
giorno  meco:  mi  fa  favori  non  ordinari  e  dimostra  di  compia- 
cersi della  mia  conversazione.  Son  prencipe  di  questa  academia, 
con  concorso  frequentissimo  di  tanta  moltitudine  di  titolati,  di 
cavalieri  e  letterati,  che  veramente  è  cosa  mirabile.  La  città, 
per  usar  meco  gratitudine  e  lasciar  qualche  publica  memoria 
di  aver  avuto  un  figliuolo  che  non  l'ha  fatto  disonore,  tratta 
di  voler  farmi  una  statua  con  epitafio  in  nome  di  tutta  l'univer- 
sità. Queste  sono  dimostrazioni  non  facili  e  non  solite  in  questo 
regno,  e  da  ogni  altro  sarebbono  forse  procurate  con  cento  mezi  ; 
ma  Iddio  sa  s'io  fo  ogni  mio  sforzo  per  evitarne  l'effetto,  perché 
son  molto  alieno  da  si  fatte  ambizioni  e  mi  basta  essere  stimato 
qualche  cosa  in  casa  mia  contro  la  regola.  Ho  voluto  darne 
parte  a  V.   S.,   perché  so  con  che  vivo  affetto  sente  ogni  mia 


LETTERE    E    DEDICATORIE  6l 

prosperità  ed  accioché  dia  una  mentita  a  tutti  coloro  che  mi 
predicano  per  morto.  Son  vivo  adunque  e,  avendomi  Ella  fatto 
certo  ch'io  vivo  ancora  nella  sua  memoria  e  nella  sua  grazia, 
voglio  pretendere  di  vivere  tuttavia  un  gran  pezzo  alla  barba 
degli  autori  di  cotali  invenzioni.  Starò  qui  per  tutto  il  mese 
di  novembre,  e  poi  farò  ritorno  alla  volta  di  Roma,  in  casa  del 
serenissimo  signor  cardinal  di  Savoia,  dove  potrà  V.  S.  indi- 
rizzarmi i  suoi  comandamenti.  E  intanto  le  bacio  caramente 
le  mani. 

Da  Napoli  [estate  1624J. 

ccxxxv 
Ad  Antonio  Bruni  -  Roma 

Si  lagna  di  non  aver  lettere, 
e  s' informa  come  debba  inviare  alcuni  libri  a  Roma. 

Per  questo  procaccio  non  ho  lettere  di  V.  S.,  e  pure  ultima- 
mente le  scrissi  e  le  mandai  una  lettera  diritta  al  signor  abbate 
Magnesio,  perché  mi  favorisse  di  consegnarla  e  di  ritirarne  rispo- 
sta. Non  so  se  sia  stata  recapitata. 

Ebbi  risposta  dal  signor  Preti,  a  cui  non  mi  pare  di  replicare, 
per  non  entrare  in  dispute  pedantesche  e  perché  non  voglio  dar 
disgusto  all'amico.  Nelle  prime  stampe  mi  riserbo  a  dichiarare 
la  mia  intenzione. 

Scrissi  al  signor  cavalier  Barbazza  che  mi  mandasse  il  dise- 
gno, tal  qual  era,  dentro  un  cannoncino  di  latta,  consegnandolo 
al  procaccio  da  parte  mia.  Io  l'ho  aspettato,  ma  non  è  venuto: 
forse  avrà  fatto  il  medesimo  viaggio  che  fece  l'altro. 

Desidero  che  V.  S.  s'informi  da  monsignore  Filonardi  se 
posso  mandare  questa  parte  di  libri  che  son  venuti,  e  per  qual 
via  ed  a  cui  debbo  inviargli,  e  se  in  Roma  hanno  da  stare  in 
dogana  infino  alla  mia  venuta  o  da  dipositarsi  in  mano  d'alcuna 
persona  particolare.  Intanto  non  vorrei  che  in  conto  alcuno 
fossero  aperte  le  balle;  e  se  si  può  ottenere  che  si  mettano  in 
casa  del  signor  Crescenzio,  dove  sono  altre  mie  robbe,  bene; 
se  no,  si  trattengano  pure  in  dogana. 


62  GIAMBATTISTA    MARINO 

Vorrei    mandar    qualche  cosetta   al   nostro   signor   cardinale 
Scaglia,  ma  non  so   se  per  mare  sia  meglio  che  per  via  del 
procaccio.  V.  S.  me  ne  avisi.  E  le  bacio  le  mani. 
Napoli  [estate  o  autunno  1624]. 

CCXXXVI 

Al  medesimo 

Si  lagna  della  posta,  dà  istruzione  per  l'invio  d'un  disegno  del  Barbazza, 
chiede  conto  di  alcuni  sonetti  e  non  sa  come  mandare  alcune  lec- 
cornie al  cardinal  Scaglia. 

Io  non  so  come  diavolo  si  possano  perdere  le  lettere  di  qua 
a  Roma.  Risposi  subito  per  lo  seguente  procaccio  al  signor 
cavalier  Barbazza,  e  mi  maraviglio  che  non  abbia  ricevuta  la 
risposta.  Perciò,  se  userà  diligenza,  credo  che  la  troverà,  e  forse 
potrebbe  essere  alla  staffetta. 

Gli  scrissi  che  consegnasse  il  disegno  al  procaccio,  invol- 
gendolo dentro  un  cannoncino  di  latta  accioché  non  si  guastasse. 
Ora  V.  S.  potrà  dirgli  l'istesso,  e  se  il  signor  Sementa  vorrà 
accompagnarlo  con  alcun  altro  de'  suoi,  si  come  mi  promise, 
mi  farà  doppio  favore. 

Son  curioso  di  sapere  che  sorte  di  sonetti  son  questi  che 
vanno  in  volta,  e  se  vanno  sotto  nome  mio,  opure  son  fatti 
contro  di  me  overo  contro  qualche  prencipe.  Queste  son  delle 
solite,  e  Iddio  mi  dia  pazienza. 

Io  non  mando  le  scatole  al  nostro  signor  cardinal  di  Cre- 
mona, perché  non  so  che  farmi.  Se  le  mando  per  via  del  pro- 
caccio, le  vasella  si  spargeranno,  essendo  cose  liquide.  Per  mare 
V.  S.  mi  dice  che  vi  ha  delle  difficoltà  per  cagione  de'  sospetti 
della  peste.  Vedrò  di  risolverla  al  meglio  che  si  potrà,  giaché 
sono  del  tutto  acconce. 

V.  S.  mi  risaluti  caramente  monsignore  Querenghi,  i  signori 
Aleandri,  Preti  e  gli  altri  amici,  e  dica  al  signor  Salviani  ch'aspetto 
sua  risposta.   E  le  bacio  mille  volte  le  mani. 
Di  Napoli  [autunno  1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  63 

CCXXXVII 

Al  medesimo 

Ancora  della  spedizione  dei  libri  a  Roma,  dell'invio  dei   dolci   al   cardi- 
nale Scaglia  e  della  polemica  a  proposito  dell'Adone. 

Rendo  grazie  a  V.  S.  della  diligenza  usata  intorno  alla  cosa 
de'  libri  e  starò  aspettandone  l'ordine;  ma  veggo  gran  difficoltà 
nel  mandargli  al  presente,  per  cagione  di  questi  sospetti  di  peste 
e  turbulenze  di  guerra  che  qui  s'intendono,  poiché  mi  dicono 
che  non  lasciano  costi  passare  né  entrare  barche  che  di  qua 
vengano.  Onde  non  so  che  farvi. 

L'istesso  rispetto  non  mi  lascia  inviar  le  scatole  che  tengo 
preparate  un  pezzo  fa  al  signor  cardinal  di  Cremona,  poiché 
mandarle  col  procaccio  sarebbe  un  perderle  affatto,  essendo  cose 
liquide.  Bisogna  adunque  aver  alquanto  di  pazienza  ed  aspettare 
finché  il  passaggio  del  mare  sia  spedito;  e  quando  sarà  tempo, 
V.  S.  me  ne  darà  aviso. 

Più  volte  mi  son  provato  per  far  la  risposta  al  sonetto  di  V.  S., 
ma  non  mi  riesce  cosa  che  vaglia,  perché  non  ho  vena.  Vedrò 
in  ogni  modo  di  servirla. 

V.  S.  mi  farà  favore  di  salutar  caramente  da  mia  parte  il 
nostro  signor  Preti  e  di  scusarmi  con  esso  lui  se  non  gli  scrivo, 
perché  realmente  non  mi  ritrovai  giamai   altrettanto   occupato! 

Non  rispondo  alle  sue  ragioni  nel  particolare  dell'Adone, 
perché  non  voglio  entrare  in  controversia  con  amico  cosi  caro 
e  cosi  buono,  né  basterà  mai  tutta  la  malignità  del  mondo  ad 
avvelenare  l'amore  che  passa  tra  noi  o  asperger  fiele  nella  dol- 
cezza della  nostra  affezione.   E  tanto  basti. 

Intendo  che  in  Roma  si  tocca  tamburo  e  si  fa  gente  con  gran 
motivi  di  guerra.  Desidero  di  saperne  il  vero.  E  bacio  a  V.  S. 
con  tutto  il  cuore  le  mani. 

Di  Napoli  [autunno  1624]. 


64  GIAMBATTISTA    MARINO 

CCXXXVIII 
Al  medesimo 

Si  scusa  di  non  mandare  una  poesia  di  risposta,  invia  scatole  pel  procaccio 
e  si  scusa  di  non  poter  rendere  un  servigio  a  Gaspare  Salviani. 

La  vena  mi  è  mancata,  onde  da  un  tempo  in  qua  non  posso 
cacare  un  maledetto  verso.  Più  volte  mi  son  messo  giù  per 
far  la  risposta  di  V.  S.,  e  non  mi  riesce  cosa  che  vaglia:  la 
priego  a  scusarmi  ed  a  credere  che  io  non  me  ne  scordo. 

Poiché  veggo  che  il  commercio  di  mare  non  è  libero  ed  il 
coltivare  la  mia  servitù  col  signor  cardinale  di  Cremona  importa 
tanto,  mi  risolvo  di  mandar  le  scattole  col  procaccio,  ancorché 
io  sia  sicuro  che  verranno  tutte  guaste.  Penso  adunque  per 
l'altra  settimana  inviarle,  e  ne  darò  aviso  a  V.  S. 

V.  S.  mi  farà  favore  di  dire  al  signor  Gasparo  Salviani  che 
le  sue  lettere  i  segretari  non  vogliono  riceverle,  ed  in  mano  del 
signor  viceré  non  posso  consegnarle  per  le  cagioni  già  scritte. 
Onde,  se  desidera  che  abbiano  buon  recapito,  bisogna  procurare 
che  di  costà  vengano  indirizzate  a  S.  E.  dentro  il  piego  del- 
l'ambasciatore di  Spagna. 

Ho  cercato  quel  signor  Montalbano,  ma  non  si  ritrova  né 
morto  né  vivo;  onde  non  credo  che  egU  sia  in  Napoli,  perché 
l'averei  veduto.  Con  tutto  ciò  credami  che,  quando  lo  ritrovassi, 
non  farebbe  più  di  quello  che  ho  fatto  io,  né  averebbe  maggior 
favore  di  me,  se  sfacciatamente  non  volesse  darle  al  viceré. 
Quando  a  V.  S.  parrà  tempo  che  le  balle  de'  miei  libri  pos- 
sano venir  liberamente  per  mare,  mi  favorisca  impetrare  da 
cotesto  prelato,  novo  successore  di  monsignor  Filonardi,  quel 
medesimo  privilegio  che  si  era  ottenuto  dall'altro,  cioè  ch'elle 
se  ne  stiano  in  qualche  luogo  senza  essere  aperte  infìno  al  mio 
ritorno,  il  quale  spero  che  sarà  verso  la  fine  di  novembre,  s'altro 
intoppo  non  mi  trattiene.  E  con  tal  fine  bacio  a  V.  S.  mille 
volte  le  mani. 

Di  Napoli  [autunno  1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  65 

CCXXXIX 

Al  medesimo 
Annunzia  d'aver  inviati  i  dolci  al  cardinale  Scaglia. 

Finalmente  ho  preso  partito  di  mandar  le  scatole  per  mare 
con  la  commodità  d'una  barca  che  partirà  dimane  o  l'altro. 
L'ho  fatte  adunque  consegnare  al  padrone,  il  quale  ancora  non 
so  come  si  chiama,  perché  ho  mandato  un  servitore  alla  marina 
e  non  è  ancor  tornato;  onde,  perché  è  tardi  e  il  procaccio  vuol 
partire,  non  ho  voluto  mancare  di  darne  aviso  a  V.  S.,  riser- 
bandomi a  scriverle  il  nome  del  barcaruolo  per  la  staffetta. 
Intanto  potrà  far  usar  diligenza  a  Ripa,  cercando  le  barche  che 
vengono  di  Napoli,  che  facilmente  n'avrà  notizia.  Le  scatole 
son  due  ed  in  ciascuna  di  esse  son  dodici  barattoli  di  diverse 
conserve,  ed  hanno  scritto  di  sopra:  «  All'illustrissimo  e  reve- 
rendissimo signor  cardinale  Scaglia  ».  Non  son  più  lungo,  perché 
non  ho  tempo.  All'istesso  illustrissimo  signor  cardinale  scrivo 
per  lo  medesimo  padrone.  E  le  bacio  le  mani. 
Di  Napoli  [autunno  1624]. 

CCXL 

Al  signor  cardinal  Scaglia  a  Roma 

Invia  due  scatole  di  dolci. 

Alla  incomparabile  bontà  di  V.  S.  illustrissima,  eh' è  l' istessa 
dolcezza,  non  si  convengono  altri  doni  che  di  cose  dolci.  Perciò 
prendo  ardimento  d'inviarle  alcuni  pochi  frutti  della  mia  patria, 
i  quali  vengono  conditi  più  con  la  simplicità  d'un  affetto  devoto 
che  con  l'artificio  del  zucchero  preparato.  Saranno  consegnate 
in  casa  di  V.  S.  illustrissima  da  Francesco  Scotto,  padron  di 
barca,  due  scatole  con  ventiquattro  vasella  di  queste  conserve. 
Priegola  a  gustarle  ed  a  scusare  insieme  la  negligenza  del  mio 
scrivere,  la  qual  procede  solo  dal  rispetto  e' ho  alle  sue  molte 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -u.  5 


66  GIAMBATTISTA    MARINO 

e  gravi  occupazioni.  E  senza  più,  baciando  a  V.  S.  illustrissima 
reverentemente  le  mani,  le  auguro  dal  cielo  il  colmo  d'ogni 
grandezza. 

Di  Napoli  [autunno   1624]. 

CCXLI 

Al  signor  Antonio  Bruni 

Ancora  delle  scatole  inviate  al  cardinale  Scaglia. 

Mandai  le  due  scatole  all'illustrissimo  nostro  signor  cardinal 
di  Cremona.  Il  padrone  della  barca  si  chiama  Francesco  Scotto. 
V.  S.  potrà  usar  le  debite  diligenze  a  Ripa,  e  mi  avisi  se  l'ha 
ricevute.  V.  S.  mi  faccia  grazia  di  dire  al  signor  Salviani  che, 
se  non  piglia  espediente  alle  sue  lettere,  sapranno  poi  di  muffa 
e  saranno  molto  vecchie.  Io  le  conservo  tuttavia  e  non  so  più 
che  farvi. 

Il  procuratore  del  signor  Antonio  Sforza  venne  una  volta  a 
parlarmi,  e  fu  tra  noi  risoluto  d'andare  un  giorno  deputato 
a  negoziare  con  questi  ufficiali.  Poi  non  l'ho  mai  più  veduto 
e  desidero  che  Sua  Signoria  il  sappia,  accioché  non  mi  abbia 
per  trascurato  in  servirlo. 

E  con  tal  fine  bacio  a  V.  S.  mille  volte  le  mani. 
Di  Napoli  [autunno  1624]. 

CCXLII 

Al  medesimo 
Invia  una  scatola  di  dolci. 

Messer  Tomaso  d'Ischia,  il  qual  parti  da  questo  porto  ieri 
l'altro,  consegnerà  a  V.  S.  una  scatola  piena  di  venti  barattole 
di  diverse  conserve.  Vien  franca  di  porto,  né  Ella  avrà  da  far 
altro,  eccetto  che  godersele  per  amor  mio.  Sono  cose  dolci 
dovute  a  V.  S.,  che  mi  fa  continuamente  cosi  abbondante  parte 
delle  sue  dolcissime  composizioni.  E  le  bacio  con  ogni  osser- 
vanza le  mani. 

Di  Napoli  [autunno  1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  67 

CCXLIII 

Al  medesimo 

Si  dichiara  pronto  a  sottomettersi  al  giudizio  che  dell'Adone 
darà  il  censore  pontificio,  cardinal  Pio. 

Ho  caro  che  le  scatole  sieno  capitate  bene,  e  per  ora  non 
mi  occorre  altro  da  scrivere  a  V.  S.  di  nuovo. 

La  correzione  del  mio  Adone  non  poteva  esser  commessa 
a  miglior  censore  che  all'illustrissimo  signor  cardinal  Pio,  il 
quale,  lascio  che  sia  mio  antico  signore  e  che  si  sia  sempre 
dimostrato  parzial  protettore  di  me  e  delle  cose  mie,  almeno  è 
uomo  che  sa,  di  finissimo  giudicio  e  versato  ne'  poeti  antichi 
e  moderni.  Priego  V.  S.  a  fargli  una  umil  riverenza  in  mio 
nome  e  dirgli  quanto  io  spero  che  abbia  la  mia  riputazione  a 
cuore.  Ma  con  tutta  la  serviti!  devota  ch'io  gli  professo,  non 
intendo  però  d'obligarlo  a  perdonarmi  le  staffilate,  s'io  le  merito. 
Se  il  libro  merita  il  fuoco,  che  si  abbruggi  e  si  condanni  all'obli- 
vione, perché  mi  contento  di  soggiacere  più  tosto  alla  sentenza 
ancorché  rigorosa  d'un  personaggio  nobile,  intelligente  e  che 
rimira  le  cose  con  animo  benigno  e  con  occhio  spassionato, 
ch'alle  goffe  sindicature  di  certi  uomini  plebei,  indiscreti  ed 
incapaci.  Ricordo  al  signor  cardinale  ch'egli  fu  prima  prencipe 
che  prete,  e  perciò  non  dovrà  dimostrarsi  molto  scropoloso  in- 
torno a  certe  bagattelle,  le  quali  non  pregiudicano  punto  alla 
religion  cattolica.  Che  vi  sia  dentro  qualche  lascivietta  Io  con- 
fesso, ma  quanto  vi  è  di  lascivo  è  tutto  indirizzato  al  fine  della 
moralità,  si  come  potrà  ben  comprendere  chi  vorrà  leggerlo 
attentamente,  e  si  come  io  farò  vedere  al  mondo  in  un  lungo 
discorso  scritto  da  me  sopra  questo  suggetto,  dove  dimostro 
la  differenza  eh' è  tra  la  lascivia  dello  scrivere  e  l'oscurità,  e 
quali  sono  i  poeti  che  Platone  discacciò  dalla  republica  come 
perniciosi.  Basta,  quando  pur  vi  fusse  qualche  cosa  da  levar 
via,   son  pronto  ad  ubbidire. 

Non  son  più  lungo,  perché  sono  occupatissimo  e  scrivo  in 
fretta. 

Di  Napoli  [autunno  1624]. 


68  GIAMBATTISTA    MARINO 

CCXLIV 

Al  medesimo 

Manda    un    sonetto. 

Ecco  il  sonetto  in  risposta  di  quel  di  V.  S.  So  che  do  versi 
per  versi,  ma  non  già  poesia  per  poesia,  perché  là  dove  la  sua 
composizione  è  tutta  leggiadra  e  spiritosa,  la  mia  è  cosi  men- 
dica di  spiriti  che  sembra  più  tosto  cadavero  che  vivezza  d'in- 
gegno. Qual  si  sia,  la  riceva  e  sappia  che  '1  mestiero  de'  versi 
non  è  per  quelli  che  s'incaminano  verso  l'occaso.  Apollo  è 
giovine  e  le  muse  son  pulzelle  vergini,  e  come  non  pratticano 
volentieri  co'  vecchi,  cosi  si  maritarebbero  lietamente  a  giovani 
senza  barba. 

Mi  ami  al  solito. 

Di  Napoli  [autunno  1624]. 

CCXLV 

Al  medesimo 

Complimenti. 

Io  sempre  dissi  dopo  il  mio  ritorno  da  Parigi  a  Roma  che 
le  poesie  di  V.  S.  erano  tutte  spirito,  e  che  quanto  Ella  s'al- 
lontanava dalla  strada  battuta  de'  poeti  non  meno  critici  che  sti- 
lici, tanto  più  rendeva  glorioso  il  suo  nome.  Mi  stimola  a  farne 
questa  nuova  testimonianza  per  lettera  l'occasione  che  me  n'ha 
presentata  V.  S.  con  l'inviarmi  la  Canzone  in  morte  del  sere- 
nissimo principe  Filiberto,  il  quale  vi  vera  vita  immortale  nella 
fama  delle  sue  opere  magnanime  e  nella  eternità  delle  Rime 
eroiche  di  V.  S. 

Io  l'ho  letta  e  riletta  più  volte,  sempre  con  nuovo  gusto  e 
con  nuova  maraviglia,  perché  la  sua  frase  è  peregrina,  i  con- 
cetti nobili,  il  numero  gentile  e  da  quando  in  quando  il  lettore 
s'incontra  in  quel  non  so  che  inaspettato  che  cosi  da  Aristotele 
si  commenda.  Me  ne  rallegro  seco  di  cuore,  e  mi  rallegro 
anche  meco  d'aver   per   amico  e  per  parziale  un  soggetto  che 


LETTERE    E    DEDICATORIE  69 

sarà  de'  primi  poeti  di  questo  secolo,  a  dispetto  di  quelli  che 
vogliono  ficcar  il  naso  dove  non  debbono. 

Scrivo  con  la  staffetta  all'illustrissimo  signor  cardinal  di  Cre- 
mona ed  al  signor  cavalier  Barbazza  nostro.  Aspetto  il  discorso 
sopra  il  luogo  d'Omero.  Ed  a  V.  S.  bacio  le  mani,  priegandola 
a  riverir  da  mia  parte  il  signor  Aleandri  e  '1  signor  Falconio. 
Di  Napoli  [autunno  1624]. 

CCXLVI 

Al  medesimo 

Loda  versi,  dà  notizie  delle  Strage  de  gì'  innocenti  e  ringrazia 
il  Bonifacio  e  il  Litigato  dei  sonetti  scritti  in  sua  difesa. 

Ho  letto  più  volte  l'ultimo  foglio  delle  poesie  di  V.  S.,  e  per 
dirgliene  il  mio  parere  da  vero  amico,  mi  par  che  debbano  recar 
maraviglia  e  diletto  insieme  agl'ingegni  delicati,  perché  i  suoi 
versi  hanno  spirito  e  maestà  nobile  e  non  caminano  per  la 
strada  battuta  dagl'ingegni  plebei.  Io  le  ammiro  come  gioie 
preziosissime.  Vorrei  bene  che  mutaste  in  tutti  i  modi  il  terzo 
verso  del  quinto  sonetto,  perché  la  metafora  è  ardita  ed  io  non 
lodo  tra  composizioni  cosi  eulte  neanche  i  nei,  cheché  se  ne 
dicono  gli  altri.  Cosi  medesimamente  leverei  via  l'addiettivo  alla 
Dora.  Questo  è  quanto  m'occorre  di  censura,  né  posso  né  devo 
lodarle,  perché  questo  uffizio  appartiene  al  mondo,  che  ne  sarà 
il  giusto  giudice;  ed  io  mi  pregio  che  ne'  luoghi  dove  per  sua 
gentilezza  dice  aver  imitato  alcuni  stracci  delle  mie  rime  mi  veggia 
inferiore  nel  mestiere  dell'ingegno  al  mio  signor  Bruni,  purché 
mi  ceda  in  quello  d'amore  e  della  vera  amicizia. 

10  sto  dando  l'ultima  mano  al  poema  A^^^  Innocenti.  Ne  man- 
derò a  V.  S.  alcuni  canti  con  l'altra  posta,  perché  me  ne  dica 
il  suo  pensiero. 

11  viceré  mi  fa  al  solito  straordinarie  accoglienze.  Ed  appunto 
ier  l'altro  venne  da  me  il  suo  segretario  ad  offerirmi  prò  visione 
da  parte  di  S.  E,;  ma  con  tutto  ciò  non  son  corso  all'incanto, 
perché  non  mi  conosco  meritevole  e,  per  dirla,  nella  mia  patria 
non  vi  desidero  nemmeno  il  mio  ritratto. 


70  GIAMBATTISTA    MARINO 

Quest'aere  produce  grandi  ingegni  ma  non  gli  alleva;  Roma 
fu  sempre  secondo  il  mio  genio;  ed  io,  conforme  m'avisa  V.S., 
mi  risolverò  al  partito  del  cardinale  principe,  poiché  non  è  senza 
qualche  conseguenza  onorevole.  Aspetto  con  desiderio  la  licenza 
per  li  miei  libri.  Dica  al  signor  Preti  che  non  rispondo  alla  sua 
lettera  per  le  mie  solite  occupazioni.  Ho  da  pregar  V.  S.  che 
renda  di  mia  parte  le  mie  più  affettuose  raccomandazioni  al 
signor  Baiacca,  che  si  mostra  cosi  parziale  delle  mie  cose;  ma 
non  mi  maraviglio,  mentre  cotesto  bello  ingegno  serve  al  mio 
illustrissimo  signor  cardinale  di  Cremona. 

I  sonetti  in  risposta  di  quel  N.  sono  belli  e  piccanti,  ma  troppo 
iperbolici  lodandomi,  perché  non  merito.  Io  ne  rendo  grazie  al 
signor  Gasparo  Bonifaccio  ed  all'eccellentissimo  Litigato  e  ne 
conserverò  viva  memoria.  Bensì  vorrei  che  V.  S.  fingesse  non 
avermeli  mandati  e  che  scrivesse  insieme  a  quei  signori  a  non 
publicar  queste  loro  fatiche,  perché  in  questo  modo  quel  tal 
non  volesse  imbrattar  la  carta  e  cicalar  del  mio  nome,  che  ave- 
rebbe  l'intento.  Questa  razza  di  gente  bisogna  covrirla  e  nascon- 
derla con  l'oblivione,  perché  sono  stati  degli  altri  i  quali  hanno 
voluto  stuzzicarmi  perché  io  fischiassi  loro  una  volta,  vedendo 
forse  che  quel  poeta  panciuto  si  comprò  l'immortalità  delle  mie 
Fischiate.  Il  silenzio  sia  loro  risposta.  Se  nelle  cose  serie  quei 
signori  scriveranno  cosi  come  mostrano  talento  nel  burlesco  e  nel 
satirico,  a  me  ne  parrà  assai  bene;  ma  non  posso  dar  giudizio, 
perché  non  ho  veduto  altre  scritture.  Non  so  poi  che  diavolo 
si  voglia  quel  bricconcello  di  N.  con  tante  sue  lettere.  Non  sono 
necessarie  se  non  al  necessario.  V.  S.  lo  saluti  da  mia  parte, 
ma  gli  soggiunga  ch'io  non  rispondo  perché  la  mia  penna  è 
impedita.  Non  so  che  si  vogliano  cotesti  poetuzzi  stiticuzzi: 
ci  lascino  stare  una  volta. 

Faccia  i  miei  baciamani  al  signor  conte  d'Agile;  e  se  V.  S. 
s'abboccherà  col  cardinale  principe  di  Savoia,  riverisca  S.  A. 
da  mia  parte,  com'io  riverisco  il  signor  Bruni,  di  cui  aspetto  il 
discorso  sopra  il  loco  di  Platone,  tanto  celebrato  dal  signor  mar- 
chese Manso. 

Di  Napoli  [8  ottobre  1624]. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  7I 

CCXLVII 

Al  medesimo 

Complimenti. 

Onora  troppo  V.  S.  il  mio  Adone,  mentre  ne  cava  argomento 
per  una  delle  sue  lettere  eroiche;  ed  io  pago  poco  il  mio  debito, 
mentre  ne  la  ringrazio  con  due  belle  parole.  Ma  s'io,  per  la 
stima  singolare  che  fo  de'  parti  nobilissimi  del  suo  ingegno  e 
per  l'obligo  che  professo  all'amor  eh'  Ella  mi  porta,  son  già  dive- 
nuto tutto  suo,  non  so  che  possa  di  me  prometterle  altro.  Lodo 
il  capriccio  e  la  sua  rissoluzione  d'introdur  Venere  che  scriva 
ad  Adone,  dopo  che  questi  si  trova  in  poter  di  Falsirena.  È  certo 
che  la  lettera  ha  più  concetti  che  caratteri,  ed  è  cosi  in  ogni 
sua  parte  vezzosa  e  leggiadra  come  tutta  vezzo  e  leggiadria  è 
ristessa  Venere.  Veggo  i  luoghi  imitati  da' greci  e  da' latini, 
in  particolare  da  Claudiano  eh' è  '1  favorito  di  V.  S.,  e  mi  piac- 
ciono oltremodo  quei  brilli  di  poesia  viva.  I  poeti  che  dettano 
rime  senza  vivezze  fabricano  cadaveri,  non  poesie,  e  sono  degni 
più  tosto  del  titolo  di  «  beccamorti  di  Parnaso  »  che  di  «  cigni 
d'Ippocrene  ».   Ma  passiamo  ad  altro. 

Il  ritratto  del  signor  cardinal  prencipe  inviatomi  da  V.  S. 
si  riporrà  nella  mia  Galeria  fra  gli  altri;  ed  io,  subito  che  mi 
vedrò  di  vena,  vi  farò  il  sonetto  designato,  accioché,  ristam- 
pandosi l'opera,  possa  dar  questo  nuovo  testimonio  a  S.  A.  della 
mia  continuata  ed  infinita  osservanza. 

Rendo  grazie  al  gentilissimo  mio  signor  Bruni  del  discorso 
che  disegna  indrizzar  a  me  nel  libro  delle  sue  Rime,  e  nelle 
prime  stampe  vedrà  il  mondo  se  io  le  corrisponda  o  no. 

Quel  mio  servitore  di  Terni  fa  tuttavia  delle  sue,  né  vorrei 
che,  mandandolo  io  via  e  ritornando  egli  a  Roma,  gli  desse  V.  S. 
ricovero.   Le  bacio  affettuosamente  le  mani. 
Di  Napoli  [autunno  o  inverno  1624]. 


72  GIAMBATTISTA    MARINO 

CCXLVIII 

Al  medesimo  -  Urbino 

Si  congratula  con  l'amico  della  carica  avuta  di  segretario  del  duca  di 
Urbino;  ricorda  il  Baldi,  il  Guarini,  il  Bembo  e  il  Tasso,  e  parla  della 
Filli  di  Sciro  del  Bonarelli. 

Dagli  avvisi  de'  menanti  di  Roma  e  dalle  lettere  di  molti 
amici  intendo  che  '1  serenissimo  signor  duca  d'Urbino  di  proprio 
moto  abbia  chiamata  al  carico  di  suo  segretario  la  persona  di 
V.  S.  con  buona  provisione,  e  che  però  Ella  serve  a  S.  A.  con 
intiera  sodisfazione  di  cotesto  litteratissimo  prencipe,  in  ogni 
tempo  protettore  e  stimatore  degl'ingegni  più  grandi,  ed  in- 
sieme all'illustrissimo  Gessi,  eh 'è  prelato  di  quei  maneggi  e  di 
quel  valore  che  sa  la  corte  romana  e  tanti  pontefici  che  l'hanno 
in  carichi  nobilissimi  e  principalissimi  esercitato.  Io  me  ne  ral- 
legro seco,  non  meno  come  desideroso  sempre  d'ogni  sua 
fortuna  che  come  particolar  osservatore  del  suo  gran  merito. 
Ma  non  posso  capire  come  possa  V.  S.  in  un  medesimo  tempo 
servir  all'uno  ed  all'altro,  in  modo  eh'  Ella  duri  nel  cumulo  del- 
l'occupazioni che  daranno  coteste  due  segreterie,  e  che  i  suoi 
patroni  debbano  restar  serviti  da  un  solo.  Presuppongo  bene 
che  avrà  degli  aiutanti  e  che  l'aprirsi  a  lei  un  largo  campo  di 
mostrare  al  mondo  il  suo  valore  è  cosa  assai  conforme  alle  sue 
virtù;  pure  desidero  aver  più  distinto  ragguaglio  di  ciò  che 
passa,  ed  intanto  mi  rallegro  seco  che  magni  a  due  ganasse, 
senza  sospetto  di  biasimo  ma  con  sua  propria  loda  e  riputazione. 
Nelle  comedie  e  nelle  tragedie  sono  alcuni  istrioni  che  fanno 
eccellentemente  la  parte  del  capo  di  casa  e  del  servo,  del  re  e 
del  consegliere.  Che  Proteo  si  trasformasse  in  varie  sembianze 
è  verità  infallibile  de'  poeti  ;  che  Giano  avesse  due  facce  è  pur 
cosa  notoria:  onde,  se  tutti  questi,  o  dèi  od  uomini  che  si  fos- 
sero, meritarono  applauso  e  commendazione,  perché  non  dovrà 
V.  S.  meritar  grandissime  lodi,  mentre  esercita  con  eccellenza 
la  segreteria  del  più  stimato  principe  dell'età  nostra  e  del  più 
celebre  e  glorioso  ministro  che  abbia  Nostro  Signore? 


LETTERE    E    DEDICATORIE  73 

Di  Urbino  conobbi  in  Mantua  il  signor  Berardino  Baldi,  ab- 
bate di  Guastalla,  che  per  l'erudizione  peregrina  e  per  l'eccel- 
lenza di  posseder  molte  lingue  fu  assai  stimato  mentre  visse; 
e  '1  signor  cavalier  Battista  Guarini,  che  fu  pure  al  servizio  di 
cotesta  serenissima  Altezza,  mi  lodò  anche,  in  una  congiuntura 
di  leggere  alcune  poesie  di  detto  signor  Baldi,  gl'ingegni  del 
paese.  Perciò  credo  che  a  V.  S.  non  manchino  pratiche  di  per- 
sone virtuose,  e  che  le  serviranno  alle  volte  per  istimolo  al  com- 
porre le  memorie  del  cardinal  Bembo,  che  fu  prima  cortegiano 
nella  corte  d'  Urbino  che  prelato  e  segretario  in  quella  di  Roma. 
Mi  si  riferisce  che  vi  fu  anche  Torquato  Tasso,  unica  e  singoiar 
fenice  dell'epopea,  e  se  la  memoria  mi  aiuta,  mi  par  d'aver 
altre  volte  inteso  che  compose  quel  grandissimo  poeta  in  Fir- 
mignano,  villa  poco  distante  da  Urbino,  la  bellissima  canzone 
che  comincia: 

O  del  grande  Appennino 
figlio  picciolo  si,  ma  glorioso. 

La  qual  composizione,  benché  imperfetta  e  non  finita,  è  però  per 
l'affetto  e  per  cento  bellezze  poetiche  una  delle  più  nobili  can- 
zoni che  uscirono  da  quella  famosissima  penna. 

In  cotesta  provincia  avrà  medesimamente  V.  S.  mille  infor- 
mazioni del  signor  conte  Guidobaldo  Bonarelli  di  felice  ricor- 
danza, perché  egli  nacque  in  Pesaro,  per  quanto  egli  stesso  mi 
disse  un  giorno  in  Modona,  benché  la  sua  casa  sia  nobilissima 
in  Ancona,  dove  al  presente  vive  il  signor  conte  Prospero  suo 
fratello,  cavaliere  e  poeta  anche  nobilissimo.  Quelle  vivezze 
pellegrine  della  bellissima  Filli  di  Sciro  dimostrano  la  qualità 
del  nobilissimo  intelletto  del  conte  Guidobaldo,  e  la  difesa  del 
doppio  amore  introdotto  in  quella  sua  pastorale,  eh 'è  l'ottima 
tra  le  migliori  e  l'emula  dell'ottime  per  non  dir  vincitrice,  e 
per  nobiltà  e  purità  di  frase  e  per  arguzia  di  concetti  accenna 
che  l'auttore  seppe  egualmente  immortalarsi  nelle  filosofie  e  nelle 
poesie,  nel  correr  le  poste  per  negozi  de'  principi  da  lui  serviti 
e  nel  passeggiar  il  Liceo  virtuoso  del  Parnaso  da  lui  pratticato. 
La  difesa  eccellente  di  quel  doppio  amore  rende  più  ammirabile 


74  GIAMBATTISTA    MARINO 

il  doppio  carico  da  V.  S.  sostenuto;  onde  per  interesse  suo  pro- 
prio deve  tanto  più  lodarla  e  commendarla. 

Il  nostro  signor  cavalier  Barbazza  da  molti  giorni  in  qua  non 
mi  scrive,  né  so  s'egli  il  faccia  per  darmi  martello  o  per  tenerlo 
tutto  occupato  col  martello  che  gli  dà  la  sua  dama. 

Io  godo  poca  salute  e  forsi  che  me  ne  tornerò  a  primavera 
a  Parigi,  e  nel  passaggio  goderò  per  qualche  giorno  V.  S.  o  in 
Urbino  o  in  Pesaro,  dove  allora  si  troverà. 

Iddio  la  guardi. 

Di  Napoli  [1624  o  1625]. 


CCXLIX 

Al  medesimo 

Lettera  elogiativa  premessa  a  La  ghirlanda^  elogio  del  Bruni 

per  l'Altezza  serenissima  di  Francescomaria  secondo  Feltrio  della  Rovere, 

duca  sesto  d'Urbino  (Roma,  Zannetti,   1625). 

Tre  giorni  sono  mi  capitò  la  lettera  di  V.  S.  del  primo  di 
marzo  con  alcuni  fogli  àe)\' Elogio  che  compone  per  cotesta 
Altezza,  le  cui  virtù  singolari,  si  come  furono  da  me  sempre 
ammirate  da  lontano  nel  grido  della  fama  sparsane  per  tutta 
Europa,  cosi  ebbi  anch'io  una  volta  fortuna  di  riverirle  da  vicino 
con  l'occasione  del  passaggio  del  signor  cardinal  Aldobrandini 
di  felice  memoria  per  lo  Stato  d'Urbino,  e  conseguentemente  per 
l'onor  ch'io  ricevei  allora  d'essere  introdotto  a  riverir  S.  A. 
Però  son  sicuro  che  non  potrà  la  sua  leggiadrissima  penna  lodar 
tanto  cotesto  letterato  principe,  che  la  loda  non  riesca  stretta 
e  scarsa  ai  meriti  di  signore  che  nel  trono  ha  cosi  bene  filo- 
sofato e  tra'  libri  ha  con  tanta  prudenza  governato  sempre  i 
suoi  popoli. 

So  che  gli  encomi  usciti  dalle  penne  de'  poeti  benché  valo- 
rosi sogliono  apportar  sospetto  d'adulazione,  perché  non  si  può 
negare  che  non  diano  per  lo  più  nell'eccesso  o  con  iperboli  o 
con  simili  maniere  d'ingrandir  le  cose;  ma  le  poesie  di  V.  S. 
son  pitture  vive  che  ritraggono  l'esemplare  lodato  al  naturale. 


LETTERE    E    DEDICATORIE 


75 


Io  ho  letta  la  parte  inviatami  con  mio  grandissimo  gusto  e,  per 
dirne  il  mio  senso,  se  le  corrisponderà  il  resto,  e  si  può  dal 
sereno  dell'alba  far  certo  argomento  della  tranquillità  del  merig- 
gio, la  stimo  composizione  assai  bella,  poiché  nel  suo  stile  fiori- 
scono le  grazie,  le  rime  non  sono  mendicate  ma  naturali  e  si 
replicano  di  rado,  il  concetto  è  nobile,  la  dicitura  peregrina,  i  pen- 
sieri nuovi,  e  si  vede  ch'Ella  non  imita  quei  pittori  frustapennelli 
che  attendono  a  copiar  le  tavole  antiche,  ma  le  piace  filosofar 
con  nuove  e  capricciose  fantasie  per  non  esser  nel  numero  della 
plebe  de'  poeti.  Veggo  ancora  che  i  luoghi  imitati  son  reconditi, 
e  v'ha  gran  parte  Nonno  e  Claudiano,  amendui  lumi  inestingui- 
bili della  poesia  greca  e  latina.  Ma  sopra  tutto  lodo  l'imitazione 
delle  sue  poesie,  perché,  se,  coni' Ella  sa,  la  poesia  tanto  è  più 
nobile  quanto  più  imita,  questi  suoi  versi  acquisteranno  altret- 
tanto maggiore  applauso  quanto  è  più  riguardevole  in  loro 
l'imitazione.  Plutarco  istesso  nel  libro  De  audieiidis  poètis  dice 
che  alcuno  rappresenterà  cose  spiacevoli  agli  occhi  e  apporterà 
gusto,  mentre  imiterà  bene,  adducendo  gli  esempi  di  Timomaco 
che  descrisse  Medea  omicida  de'  propri  figli,  di  Teone  che  rap- 
presentò Oreste  uccidente  sua  madre,  di  Parrasio  che  dipinse 
Ulisse  pazzo  e  di  Cerefane  che  portò  agli  occhi  degli  uomini 
alcuni  atti  lasci vissimi ;  delle  quali  descrizioni,  benché  fiere  ed 
impudiche,  trae  pur  diletto  il  lettore  per  l'imitazione  leggiadra 
di  che  i  casi  sudetti  sono  arricchiti.  Però  sarà  V.  S.  degna  di 
maggior  loda  perché  rappresenta  al  vivo  casi  dilettevoli  e  suc- 
cessi di  gloria. 

Se  mi  verrà  fatto  qualche  verso,  non  mancherò  di  dar  alcun 
segno  della  stima  ch'io  fo  del  pellegrino  ingegno  di  lei  e  de' 
meriti  immortali  del  serenissimo  signor  duca,  la  cui  Altezza  nel 
mio  Adone  avrà  pur  ricevute  per  testimonio  della  mia  devozione 
alcune  poche  rime  che  vi  si  leggono  per  la  serenissima  sua 
casa,  sempre  fautrice  e  protettrice  degli  ingegni  elevarti.  Di  questo 
mio  poema  non  saprei  dirle  cosa  di  nuovo,  parendomi  che  il 
trovarsi  in  mano  dell'illustrissimo  signor  cardinal  Pio  per  la 
revisione  e  correzione  d'alcune  lascivie  fiutate  da  certi  nasi  aqui- 
lini e  lunghi,  basti  a  certificarmi  che  debba  correggersi  con  animo 


76  GIAMBATTISTA    MARINO 

spassionato.  Ma,  per  dirla,  quel  destino  il  quale  perseguitò  la 
vita  del  povero  Adone  continua  ad  assassinargli  con  la  vita 
l'onore,  né  stimo  cosa  in  tutto  convenevole  che  l'infelice,  già 
morsicato  da  un  porco  salvatico,  ora  venga  stroppiato  da  porci 
domestici.  Pure  mi  consolo  che  non  tanto  l'altrui  maledicenza 
cercherà  calunniosamente  d'attaccarlo  nella  fama  e  di  ripigliar 
quel  disgraziato  giovenetto,  quanto  l'altrui  amorevole  giustizia 
considererà  la  sua  innocenza.  Se  '1  libro  merita  il  fuoco,  che  s'ab- 
bruci e  si  condanni  all'oblivione,  perché  io  stimerò  più  tosto  di 
soggiacere  agli  ordini  de'  superiori  che  riguardano  con  occhio 
sincero  l'altrui  fatighe,  che  d'acquistarmi  qualsivoglia  applauso 
da  quelle  poesie  che  potrebbon  partorire  scandalo.  Mi  conservi 
per  fine  la  sua  grazia  e  mi  voglia  bene,  com'io  fo  col  vivo 
affetto  dell'animo.  Io  godo  da  alcuni  giorni  in  qua  poca  salute 
e  mi  va  pizzicando  qualche  volta  il  solito  male  di  retenzione 
d'orina.  Il  nostro  signor  cavalier  Andrea  Barbazza  mi  scrive 
qualche  volta  ed  io  gli  continuo  la  mia  antica  osservanza. 
Di  Napoli,  a'  12  di  marzo  1625. 

CCL 

Al  marchese  di  Villa 

Lettera  elogiativa  preposta  SiW  Erocallia  ovei'o 
dell'  Amore  e  della  Bellezza  del  Manso  (Venezia,  Deuchino,  1628). 

Non  senza  perché  l'occhiuta  providenza  di  Dio  —  che,  quasi 
emola  della  sovrana  di  lui  bontà,  gareggiando  seco  con  frater- 
nevol  tenzone,  si  come  questa  comunica  se  medesima  a  tutte 
le  cose,  rendendole  il  più  che  la  loro  natura  comporta  somma- 
mente buone,  cosi  ella  dal  male  stesso,  tutto  che  d'alcuna  bontà 
non  capevole,  trae  del  continovo  non  pensati  beni,  —  stimo  io  che 
permettesse  agli  anni  passati  che  V.  S.  illustrissima  avesse  parte 
avuta  nella  perdita  de'  bagagli  ch'accadde  nell'esercito  del  ca- 
tolico  re,  nel  cui  servizio  Ella  militava.  Percioché  mi  fo  a  cre- 
dere che  da  quella,  ch'allor  parve  disavventura,  avesse  già  pre- 
determinato dovere  un  cosi  gran  bene  la  nostra  italica  favella 


LETTERE    E    DEDICATORIE  77 

acquistare  quanto  l'è  stato  il  venirle  per  mezzo  di  quel  fortu- 
noso avvenimento  non  pur  quella  parte  de'  Dialoghi  di  V.  S. 
illustrissima,  che,  quivi  rubbati,  d'una  in  altra  mano  passando, 
furon  finalmente  sotto  titolo  di  Paradossi  impressi  in  Melano,  e 
l'altra  parte  di  essi  eziandio,  ch'io  veggo  or  lei  di  necessità 
costretta  a  publicar  suo  malgrado;  ma  tutti  i  parti  parimente 
del  suo  fecondissimo  intelletto  ch'Ella  tiene  si  rigidamente  sop- 
pressi. Nella  sconfitta  degli  eserciti  perditori  suolsi  le  più  volte 
ne'  bagagli  patir  saccomanno,  ma  ne'  vittoriosi,  come  allora  il 
catolico,  è  accidente  assai  rado;  ed  altretanto  che'  rubbatori  per 
troppo  avvidità  della  preda  la  si  perdano,  com' avvenne  a  co- 
loro che,  venuti  nel  dividerla  tra  sé  in  contesa,  si  lasciaron  nel 
fiume  la  valigia  cadere,  entro  cui  que'  Dialoghi  si  serbavano;  e 
vie  più  eh 'a  capo  del  terzo  giorno  si  ritrovassero  e  ricove- 
rassero dal  cupo  fondo  di  quell'acque  correnti.  Ma  dove  più 
chiaramente  per  mio  avviso  risplendono  i  raggi  della  provi- 
denza  divina  (ad  antiveduto  fine  operante)  si  è  l'essersi  ritro- 
vate le  carte,  ov'erano  i  Dialoghi  scritti,  parte  dall'acqua  e  dal 
limo  guaste  e  parte  che  leggere  e  trascrivere  si  poterono,  onde 
fossono  poscia  si  sconciamente  stampati  che  V.  S.  illustrissima 
s'avesse  non  tanto  della  perdita  quanto  del  ricovero  avuto  a 
dolere.  Conciosiaché,  se  non  si  fossero  giammai  smarriti  o  quivi 
del  tutto  perduti,  il  mondo  non  n'avrebbe  né  quella  né  altra  copia 
di  volontà  di  lei  ottenuto,  essendo  Ella  a  publicar  cosi  questa 
come  tutte  l'altre  sue  opere  si  renitente;  ma  s'alio  'ncontro  si 
fossero  tutti  intieramente  ritrovati  e  publicati,  avrebbe  si  bene 
i  Dialoghi  avuti,  ma  soli,  rimanendo  Ella  a  rispetto  degli  altri 
suoi  scritti  nella  sua  pristina  opinione  di  celargli.  Là  dove,  es- 
sendo ora  usciti  fuora  cosi  disordinati  e  stravolti  (scambiati  i  titoli 
d'essi  e'  nomi  de'  favellatori  e  mutate  l'introduzioni  a'  ragiona- 
menti e  in  gran  parte  il  trattamento  stesso  delle  materie),  che, 
non  patendo  divedergli  si  travvisati,  non  ha  potuto  (com' Ella 
confessa)  per  molte  volte  che  l'abbia  in  man  presi  sofferire  di 
leggerne  due  carte  intiere;  s'avviserà  ottimamente  quanto  s'in- 
gannino coloro  che,  soprastando  a  publicare  le  cose  da  essi 
scritte,   lasciano   che  '1   debban   fare  o  gl'involatori  'n  vita  o' 


78  GIAMBATTISTA    MARINO 

successori  dopo  la  morte.  E  tanto  più  '1  conoscerà  apertamente 
quanto  men  le  rimane  di  quella  speranza  nel  principio  da  lei 
conceputa,  che  quel  che  Ella  di  leggere  nauseava  non  dovesse 
né  men  alcun  altro  curar  di  leggere;  posciaché  que'  volumi, 
che  ne  furono  impressi,  sono  non  pure  per  tutta  l'Italia  ma 
per  le  più  lontane  provincie  disseminati  e  con  avvidità  riletti  e 
nella  latina  lingua  trasportati.  Né  può  dimenticarsi  V.  S.  illu- 
strissima che,  venendo  dalla  corte  catolica  al  cristianissimo  re 
che  se  ne  stava  allor  all'assedio  di  Montalbano,  e  ritornan- 
dosene con  esso  lui  a  Parigi,  e  quivi  essendo  come  autore  de* 
Paradossi  non  men  frequentemente  da'  dotti  che  per  l'altre  sue 
qualità  e  dignità  da'  soldati  e  da'  signori  visitato,  si  doleva  meco 
delle  lodi  che  glien'erano  date,  dicendomi  che  non  le  veniva 
ricordata  cosa  da  potersi  recare  ad  onore,  ma  più  tosto  rimpro- 
verato quella  che  l'apportava  vergogna.  Anzi  m'affermò  che 
la  medesima  persecuzione  (che  tale  V.  S.  illustrissima  l'appellò) 
aveva  in  molte  città  della  Spagna  patito,  ritrovandovi  appresso 
uomini  di  molta  dottrina  quel  libro,  che  non  chiama  suo,  con 
altretanta  lor  buona  opinione  con  quanto  suo  rossore  lo  rive- 
deva. Né  potrà  negarmi  che  lo  stesso  non  le  sia  poscia  nelle  prin- 
cipali città  della  Fiandra  ed  in  alcune  della  Magna  parimente 
avvenuto,  com'Ella  stessa  m'ha  qui  nel  mio  ripatriar  riferito; 
si  che  il  pensar  oggimai  che  non  s'abbiano  a  più  divolgare  o 
divolgati  a  non  leggere  è  speranza  (com 'apertamente  si  vede) 
perduta.  E  molto  meno  io  le  redirò  quel  ch'altre  volte  in  questo 
medesimo  proposito  sono  stato  solito  dirle:  che  la  sua  modestia 
potrebbe  giudicarsi  ambiziosa,  volendo  anteporre  il  suo  al  giu- 
dizio di  tutti  i  letterati  di  Europa.  Anzi  confesso  che  V.  S.  illu- 
strissima ha  molta  ragione  di  rammaricarsi,  percioché  poscia 
che  m'ha  conceduto  ch'io  vedessi  gli  stessi  Z?/a/(?^/i?  nella  lor 
vera  forma,  conosco  la  differenza  cosi  notabile  fra  quegli  stam- 
pati e  questi  manoscritti,  ch'Ella  giustamente  si  duole  della  pu- 
blicazion  de  prima  (non  perciò  condennando  que'  valentuomini 
che  l'approvano,  percioché  essi  stimano  buono  quel  che  poscia 
a  vista  dell'ottimo  par  che  divenga  men  buono,  com' il  lume 
della  candela  in  sé  chiara,  sopravenendo  un  doppiere,  sembrarà 


LETTERE    E    DEDICATORIE 


79 


oscuro);  ma,  per  la  stessa  cagione  ond'il  loro  divolgamento  si 
reca  ad  onta,  parmi  che  per  necessaria  conchiusione  rimanga  con- 
vinto a  confessare  che  sia  gravissimo  errore  il  soprasedere  og- 
gimai  a  publicare  non  pur  questi  medesimi  Dialoghi,  che  deono 
vendicarla  dalla  vergogna  che  stima  aver  ricevuta,  ma  tutte 
l'altre  opere  sue  eziandio  ch'in  somigliante  disavventura  age- 
volmente possono  incorrere.  E  chi  può  assicurarne  di  quel  che 
dee  alla  giornata  avvenire?  chi  liberarne  dagli  accidenti  del  caso, 
dalla  tracotanza  degli  sciocchi,  <!alla  malvagità  degl'invidiosi? 

Io,  quanto  è  a  me,  per  questo  solo  rispetto,  ancorché  altre 
volte  mi  sia  doluto  d'esser  troppo  facile  stato  a  concedere  le  mie 
cose  agli  stampatori,  molto  più  ora,  che  soprapreso  non  tanto  dal- 
l'età quanto  dalla  infermità  mi  veggo,  duolmi  d'esser  stato  tardo 
a  mandar  fuori  l'altre  mie  cose,  alle  quali  se  Nostro  Signor  Iddio 
non  mi  concederà  tempo  di  poter  publicare  in  vita,  amerò  meglio 
darle  alle  fiamme  ch'alle  stampe  dopo  la  morte.  Ma  '1  mio  senso 
o  '1  mio  esempio,  come  d'inferiore,  non  dovrà  muovere  V.  S. 
illustrissima,  che  m'è  non  men  di  prudenzia  e  di  dottrina  che  di 
valore  e  di  grado  superiore;  onde  com'io  mi  sono  soventi  volte 
sotto  l'ombra  della  sua  casa  e  della  sua  protezione  nelle  mie 
maggiori  disavventure  ricoverato,  cosi  altretante  mi  son  pari- 
mente del  suo  sapere  e  del  suo  parere  ne'  miei  studi  dalla  mia 
giovenil  età  infin  a  quest'ultimi  anni  valuto;  e  da  cui,  s'alcuna 
cosa  è  ch'io  sappia  o  ch'abbia  con  lode  scritta,  il  tutto  con- 
fesso d'aver  appreso:  si  che  sarei  da  riputare  arrogante  se  pre- 
sumessi a  lei  dar  consiglio,  ed  Ella  men  che  prudente  allo  'ncon- 
tro  se  si  lasciasse  dal  mio  commovere;  ma  dee  bensi  removerla 
dall'antica  sua  opinione  questa  medesima  esperienza  ch'Ella 
stessa  n'ha  nelle  sue  cose  fatta  e  lasciarsi  dalla  sempiterna 
providenza,   dove  lo  scorge,   liberamente  guidare. 

Consideri  se  a  V.  S.  illustrissima,  che  non  pure  per  l'uni- 
versale e  profonda  contezza  di  tutte  le  scienze  e  per  l'eloquenza 
nel  favellare  e  nello  scrivere  è  maestro  de'  più  dotti,  ma  che 
col  proteggere  e  promovere  gli  studiosi  è  tenuto,  e  a  ragione, 
padre  delle  muse  e  favoreggiatore  di  tutti  gli 'ntendenti,  e' ha 
rinovato  o  più  tosto  fondato  in  questa  età  l'antiche  academie, 


8o  GIAMBATTISTA    MARINO 

la  cui  mercé  sono  restituite  oggi  in  Napoli  e  restaurate  nell'Italia 
tutta  all'attico  splendore;  se  convenga,  dico,  essere  avara  di 
quelle  medesime  cose  in  iscritto  che  loro  ha  in  gran  parte  a 
voce  viva  liberalmente  participato? 

Ella,  e' ha  cosi  gran  parte  avuto  in  tutte  l'opere  buone  eh' a 
suo  tempo  in  questa  nostra  patria  ed  in  molte  fuori  son  fatte 
e  che  con  reale  magnificenza  ha   da'  fondamenti  eretto  un  cosi 
bene  istituito  collegio  per  l'acquisto  delle  scienze  e  delle  virtù 
vorrà  invidiare  le  sue  fatiche  a  coloro  stessi  per  cui  non  ha  ri 
sparmiato  né  sudore  né   spesa?  Ella,  del  cui  giudizio  si  sono 
prencipi  grandi,  i  generali  degli  eserciti  e'  re  stessi  valuti,  darà 
a  se  medesima  consiglio  cosi  deforme  dall'altre  sue  operazioni 
Ella,   la  cui  pietà  e  religione  è  vivo  esempio  a  tutti  i  buoni  e 
da  cui  il  prendo  io,  in  questa  mia  cadente  età,  non  meno  di  virtù 
e  di  divozione  che,  nella  già  sorgente,  di  costumi  e  di  dottrina 
il  prendessi,  e  per  gli  cui  conforti  mi  veggo  riposto  nel  sentiero 
al  qual,  com'io  spero,  la  stessa  previdenza  divina  m'ha  richia- 
mato in  quest'anni  (che  saranno  forse  gli  ultimi  della  mia  vita) 
alla  patria,  riducendomi  ad  osservare  in  V.  S.  illustrissima  e  nelle 
sue  azioni  e  nelle  parole  quel  che  finora  giammai  non  conobbi, 
vorrà  in  questa  parte  lasciar  di  se  medesima  cosi  differente  esem- 
pio dagli  altri  suoi? 

Perché  privare  i  filosofi  della  sua  fisiologia,  i  teologi  della 
filosofia  catolica,  i  matematici  de'  detti  d'Euclide,  gli  astrologi 
delle  tavole  de'  moti,  i  teatri  delle  tragedie,  i  poeti  delle  rime 
e  tutti  gli  studiosi  de'  discorsi  academici  e  di  cent'altre  opere 
sue  ch'io  so  e  forse  di  molte  più  ch'io  non  so? 

Certamente  non  sarebbe  questa  rispondente  all'altre  sue  azioni, 
né  proporzionata  alla  dottrina,  prudenzia  e  pietà  ond'Ella  è  piena. 
Vadano  adunque  prima  fuora  i  Dialoghi  e  facciano  la  scorta  al- 
l'altre opere.  Alle  quali  tutte  vorrei  esser  padrino,  ma  che  poss'io 
in  gran  parte  quasi  vecchio  e  del  tutto  infermo?  Celebrarle  con 
le  rime  è  picciol  ossequio  e  da  me  già  prestatole  più  anni  sono; 
ma  perché  ad  ogni  modo  ambisco  avervi  il  mio  nome,  v'  ho 
fatto  gli  argomenti,  dimostrazion  d'obligo  e  d'affetto  non  fatto 
da  me  ad  altri   giammai    e    eh 'a    niun    altro    mi    starebbe    ben 


LETTERE    E   DEDICATORIE  8l 

fare,  come  ch'in  servigio  di  V.  S.  illustrissima  mei  rechi  a 
sommo  onore.  E  cosi  la  supplico  a  concedermelo,  nel  fargli  tra- 
scrivere innanzi  ai  Dialoghi  stessi,  e  forse  meglio  assegnando  a 
ciascuno  il  suo:  cosi  i  primi  a'  quattro  Dell'  Amore  ^  come  gli  altri 
a'  quattro  Della  Bellezza,  che  gli  ultimi  de'  quattro  Parodossi  gli 
ho  ritenuti,  volendovi  ammendare  alcuni  errori  del  trascrittore. 
Mentr'io  le  bacio  riverente  le  mani,  supplicandola  a  perdo- 
nar la  mia  se  l'invia  questa  d'alieno  carattere,  gravata  tuttavia 
dal  male,  ancorché  migliorato,  la  Dio  mercé,  da  quel  ch'Ella 
mi  lasciò  ieri.  E  le  priego  da  Nostro  Signore  felicissima  salute 
sopra  la  mia  stessa  vita. 

Di  casa,  il  di  xv  di  marzo  1625. 


G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -w. 


APPENDICE 


I 

COMPONIMENTI  BURLESCHI  DEL  MARINO 
IN  FORMA  EPISTOLARE 

I 
Al  padre  Naso 

Se  gli  occhi  di  coloro  che  festeggiano  il  vostro  naso,  am- 
mirabil  padre  Naso,  fussero  archi  a  pallotte  o  balestre  a  bolzoni, 
vi  so  dire  che  già  a  quest'ora  ve  l'avrebbono  concio,  poiché  tutti 
non  hanno  altra  mira  né  altro  bersaglio,  ed  è  da  ciascuno  mo- 
strato a  dito  come  la  cometa.  Iddio  grazia,  ne  avete  un  bel  pezzo, 
e  tale  che,  se  gli  fusse  trinciato  a  minuto  per  cavarne  il  conto, 
darebbe  da  far  tre  mesi  ad  un  computista.  E  se  la  terra  producesse 
simile  specie  di  frutto,  vi  vorrebbe  a  portarlo  altro  che  due  fac- 
chini, come  quel  gjappolo  della  terra  di  promissione.  Beato  voi 
che,  senza  menarvi  paggi  né  mazzieri  innanzi,  vi  fate  far  largo 
per  tutto,  perché  le  genti  guardano  in  voi  prima  il  naso  che  la 
persona.  E  meritamente,  percioché  il  vostro  naso  Massimiliano 
vi  risiede  nel  mezo  della  faccia  con  tanta  maestà  e  prosopopea, 
che  par  l'abbate  di  Giugni  quando  sta  alla  badiale  overo  il  vi- 
ceré di  Napoli  quando  si  fa  portare  in  seggetta.  Io  l' ho  rassomi- 
gliato alla  mula  di  messer  Damiano  medico,  il  cui  collo  era  si 
prolisso  che,  quando  passava,  si  vedevano  anticipatamente  spuntar 
l'orecchie,  poi  comparire  a  poco  a  poco  la  testa,  e  tardava  un'ora 
innanzi  che  desse  volta  al  cantone. 

L'ombra  terribile  del  vostro  naso  sesquipedale,  quando  esce 
fuora,  si  stende  avante  per  un  gran  tratto  di  strada;  onde  tutti 
gridano:  —  Eccolo,  eccolo!  ognun  si  guardi!  lasciatelo  passare!  — 
Delle  dame  non  vi  dico  covelle,  che  non  si  saziano  di  squadrarlo, 
essaminarlo  e  discorrervi  su  con  mille  contemplazioni,  argomen- 
tando a  minori  ad  maius  circa  le  corrispondenze  de'  correlativi. 


86  GIAMBATTISTA    MARINO 

E  se  gli  altri  portenti  spaventevoli  sogliono  far  disperdere  e  iscon- 
ciare  le  donne  gravide,  il  vostro  naso  prodigioso  e  mirabile  ha 
virtù  per  contrario  di  farle  ingravidare  per  la  cupidità  di  uno  spi- 
rituale appetito,  nella  guisa  che  si  conta  delle  cavalle  spagnuole. 
Certo  io  giuocherei  un  buon  dado  che  non  se  n'accattarebbe  un 
altro,  da  quello  di  Trastullo  Cacastracci  in  poi,  il  qual  verarhente 
non  monda  nespole;  e  Castrocucco  si  può  ben  gloriare,  non  già 
di  produr  lane  fine  come  l' Inghilterra,  miele  eccellente  come  la 
Spagna  o  vini  preziosi  come  la  Francia,  ma  nasi  sopranaturali, 
nasi  stupendi,  nasi  iperbolici.  Vero  è  che  a  Trastullo  con  un  morzo 
ne  fu  levato  via  un  pezzo  dalla  fante,  merceché  le  riusci  mancino 
nel  giuoco  di  scaricabarili.  Ma  che  ha  da  fare?  Vi  è  quella  diffe- 
renza ch'era  tra  Morgante  e  Margutte;  e  quando  ancor  fusse  in- 
tiero, non  arrivarebbe  alla  metà  del  mezo  del  vostro  naso  immenso, 
infinito  e  incirconscritto,  di  cui  non  solo  non  se  n'è  perduta 
dramma,  ma  ne  avanza  tanto  che  ne  potreste  provedere  chiunque 
ne  fusse  mal  fornito,  assai  meglio  di  que'  mastri  da  Tropeia  che 
lo  rifanno  posticcio.  Alessandro  Magno,  Pompeo  Magno  e  Alberto 
Magno  si  usurparono  quel  sopranome  non  so  perché.  Al  vostro 
naso  magnifico,  maggiorente  e  maiorasso  si  convengono  con  più 
ragioni  si  fatti  titoli,  la  cui  magnitudine  contiene  in  sé  tutte  le 
forme  geometriche.  Bel  suggetto  da  comporre  un  panegirico!  Ma 
guarda  la  gamba  eh'  io  volessi  entrare  in  questo  laccetto  !  Se  il 
Caro,  cosi  valentuomo,  ebbe  carestia  di  terreno  quando  volse  far 
quell'encomio  al  re  de'  nasi,  pensate  ciò  che  farei  io  se  mi  pren- 
dessi assunto  di  voler  ficcare  il  naso  nelle  lodi  del  vostro  naso,  che 
è  il  gran  berlibeio  di  tutta  quanta  la  Nasamona, 

Incominciar,  verbigrazia,  dalla  dignità  del  naso,  dimostrando 
che  questo  membro  è  il  soprastante  e  sopraintendente  di  tutte 
l'altre  membra,  sarebbe  essordio  troppo  generico  e  avrebbe  del 
triviale,  essendo  cosa  notissima  che  dal  naso  si  piglia  la  misura 
di  tutto  il  corpo,  onde  chi  l' ha  avantaggiato  ha  tutto  il  rimanente 
della  persona  fatto  per  architettura,  e  chi  è  storpiato  del  naso  ha 
anche  guasto  il  cervello.  Soggiungere  che  il  naso  ha  un  so  che  del 
regio  e  dell'egregio  e  che  dalla  fisonomia  del  naso  molti  metopo- 
scopi  hanno  spesso  cavato  pronostico  d'imperio  e  di  monarchia, 
è  concetto  vecchio:  poiché  si  trova  scritto  in  parecchie  leggende 
che  Nabucdonasorre  fu  cosi  gran  re  solo  per  un  naso  traboc- 
cante, altitonante  ch'egli  aveva;  e  che  Scipione  Nasica  fu  ammaz- 
zato perché,  con  avere  un  nasuccio  da  scimiotto,  fu  tanto  sfacciato 


LETTERE   E   DEDICATORIE  87 

che  pretendeva  d'impadronirsi  di  Roma.  Oggidì  in  Firenze  vive 
la  famiglia  de'  Nasi,  eh' è  ben  altro  cognome  che  quello  de'  Fabi 
derivato  dalle  fave,  de'  Lentuli  dalle  lenticchie,  de'  Pisoni  da'  pi- 
segli,  e  si  fatte  bagattelle.  Ed  io  ho  conosciuto  il  capitan  Naso 
per  un  bravo  soldato,  che,  se  avesse  avuto  il  viso  conforme  al 
casato,  avrebbe  potuto  negli  assalti  far  la  breccia  senza  tante 
colubrine  o  passavolanti. 

Trattar  delle  preminenze  e  prerogative  del  naso,  facendo  ve- 
dere che  non  è  diletto  di  cui  non  partecipi  il  naso,  neanche  sarebbe 
cosa  nuova;  poiché  ognun  sa  che,  se  si  mangia,  ancorché  la 
bocca  arrabbi  di  fame,  non  vuole  assaggiar  boccone  se  prima 
la  serenissima  Altezza  del  Naso  con  una  discretissima  fiutata  non 
le  ne  fa  la  credenza.  Se  si  beve,  il  primo  a  cacciarsi  dentro  il 
bicchiere  è  il  signor  Naso.  Se  si  bacia,  messer  lo  Naso  è  quel 
che  si  accosta  prima  a  toccare  e  poi  le  labra;  e  perciò  finalmente 
si  suol  dire:   «  Ei  caccia  il  naso  per  tutto  ». 

Sottentrar  poi  col  luogo  topico  dell'onore,  provando  che  chi 
è  più  nasuto  è  più  onorato  e  che  l'onore  consiste  più  nel  naso 
degli  uomini  che  nella  cotal  delle  donne,  è  cosa  anch'ella  ordina- 
ria; e  se  ben  si  potrebbe  argomentare  dall'uso  del  parlar  popolare, 
come  per  essempio:  «  Il  tale  mi  ha  dato  nel  naso  »,  «  Va',  toccagli 
il  naso»,  «Non  si  lascia  menar  per  lo  naso»,  «Se  mi  salta  la 
mustarda  al  naso  »,  «  Mi  saprò  levar  le  mosche  dal  naso  »  e  simili 
modi  di  dire,  basterebbe  solo  arrecar  questa  prova:  che,  quando 
vogliamo  svergognare  alcuno  in  quinta  generazione,  gli  diciamo  che 
«ci  dia  del  naso  a  Pozzuolo».  Vadano  pure  a  cacciarsi  in  cesso 
certi  giovanotti  moderni,  che  si  pensano  di  far  impazzir  le  gentil- 
donne con  ciuffetti  ricci,  co'  collari  attillati  e  con  le  calze  alla  si- 
vigliana.  Altro  ci  bisogna!  Naso,  moneta  e  brachetta  da  svizzero 
sono  i  sette  miracoli  del  mondo.  Ma  che  vo  io  girandolando?  che 
servono  queste  facende  alla  nostra  materia?  o  chi  non  le  sa?  Infine 
son  lodi  che  possono  parimente  convenire  agli  altri  nasi,  e  tutti 
i  nasi  son  belli  e  buoni.  L' importanza  sta  in  avere  un  naso  famon- 
gomadano  e  scarabombardone,  un  naso  ditirambico  e  heautonti- 
merumenonico,  un  naso  da  una  mano  e  meza  e  da  quattro  sòie 
co'  tacconi,  ch'ecceda  gli  ordini  communi  delle  prammatiche  e 
delle  Pandette,  come  avete  voi. 

Come  e  donde  sia  nata  una  si  sconcia  creatura,  questo  non 
si  sa,  ed  è  secreto  imperscrutabile  non  meno  di  quel  che  si  sia 
l'origine  del  Nilo;  onde  sopra  la  sua  geneologia  si  fanno  ogni  di 


88  GIAMBATTISTA    MARINO 

mille  dispute  e  questioni.  Chi  vuol  che  per  antica  linea  sia  stato 
generato  dal  Caos.  Chi  dice  che  discende  da  Naasonautem.  Altri 
ch'egli  è  figliuol  dell' Aguglia,  nipote  di  Testacelo,  cugino  della  clava 
d'  Ercole,  fratel  carnale  del  martello  di  dama  Rovenza  e  parente 
stretto  del  gran  diavolo  di  Ferrara.  Alcuni  portavano  opinione  che 
la  sua  razza  venisse  dalla  Cuba;  e  perché  l' Indie  sogliono  sempre 
produrre  cose  maiuscole,  come  si  vede  nelle  zucche,  nelle  noci, 
nelle  canne,  ne'  castroni  e  va'  discorrendo,  volevano  per  questa 
ragione  che  anche  il  vostro  naso,  Demogorgone  degli  altri  nasi, 
fusse  detto  «  naso  indiano  ».  Ma,  avendolo  veduto  un  piloto  tor- 
nato ultimamente  da  quelle  bande,  mi  ha  detto  che,  se  quel  paese 
avesse  un  naso  di  si  lunga  ragione,  il  Colombo  con  dirizzar  la 
calamita  verso  l'eminenza  del  suo  corso  avrebbe  subito  presa 
terra.  È  ben  vero  che,  se  esso  vostro  naso  si  attraversasse  tra 
Abila  e  Calpe,  non  si  potrebbe  traficar  lo  stretto  e  con  una  sof- 
fiata o  con  una  crocchiata  farebbe  innavigabile  l'Oceano.  Se  cosi 
è,  vi  si  vuole  attaccar  su  uno  scritto  che  dica:  «  Non  plus  ultra  », 
quasi  significando:  «  O  voi  che  cercate  nasi,  che  fate  incetta  di 
nasi,  che  non  volete  se  non  nasi  sfoggiati,  nasi  strenuati,  nasi 
gigantei,  fermatevi  qui,  non  passate  oltre:  eccovi  un  naso  quo  non 
nasonior  alter  » . 

Gracchi  adunque  chi  vuole  a  sua  posta,  plus  quain  nasutis- 
simo  arcinasarca  di  tutti  i  nasi,  intorno  alla  schiatta  del  vostro 
sperticatissimo  naso,  che,  secondo  me,  non  la  indovinano.  I  pla- 
tonici misero  certe  loro  idee  nel  cerchio  della  luna,  che  sono 
come  originali  di  tutte  le  cose  inferiori.  In  buona  fé  io  giurerei 
che  il  vostro  naso  sia  il  prototipo,  il  protocollo  ed  il  formulario  di 
tutta  la  prosapia  de'  nasi,  da  cui  sono  stati  copiati  quanti  nasini, 
nasetti  e  nasuculi  si  son  poi  veduti  moltiplicare  nella  generazione 
della  Nasea,  della  Naseide  e  della  Nasaria. 

Se  Tifeo  ed  Encelado  vi  avessero  veduto  quando  mossero 
guerra  agli  dèi,  avrebbono  senza  dubbio  lasciato  star  Pelia,  Olimpo 
ed  Ossa  e  dato  di  piglio  al  vostro  naso,  perché,  quanto  al  ful- 
minare di  Giove,  averebbe  co'  suoi  starnuti  saputo  ben  rispondere 
per  le  rime. 

Se  fuste  nato  nel  secolo  di  Noè,  senza  lasciarlo  affaticare 
nella  fabrica  dell'arca,  il  vostro  naso  avrebbe  potuto  dar  allog- 
giamento a  lui,  alla  famiglia  ed  anco  a  tutte  le  bestie,  eziandio 
all'elefante,  la  cui  proboscide  non  ha  che  far  con  la  vostra.  E  per- 
ché il  predetto  naso  sarebbe  stato  senz'altro  essente  dal  diluvio. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  89 

molto  meglio  si  sarebbe  egli  potuto  ritirare  sopra  quello  che  sopra 
le  montagne  d'Armenia. 

Se  fuste  stato  a  tempo  de'  greci,  che  occorreva  edificare  quel 
gran  cavallazzo  per  abbruggiar  Troia?  Bastava  cacciarsi  dentro  le 
caverne  del  vostro  naso  e  poi  darvi  fuoco.  Se  i  romani  vi  aves- 
sero conosciuto,  non  avrebbono  speso  tanto  in  rizzare  anfiteatri 
per  rappresentar  giuochi  e  spettacoli,  poiché  non  so  se  l'istesso 
Culiseo,  ancorché  grande,  fusse  stato  capace  del  vostro  naso.  Se 
il  vostro  prelibato  naso  s' interponesse  come  un  muro  divisorio 
tra  la  luna  e  '1  sole,  sarebbe  ecclisse  perpetua.  Se  il  sopradetto 
naso  si  mettesse  per  ponte  nel  golfo  di  Messina,  tornerebbe  a 
serrare  quella  spaccatura  fatta  dal  mare  tra  i  siculi  e  i  calavresi. 
Se  si  piantasse  il  prefato  naso  tra  l' Italia  e  la  Francia  o  tra  la 
Francia  e  la  Spagna,  farebbe  le  fiche  all'Alpi  ed  ai  Pirenei.  Se 
il  sopracitato  naso  si  rizzasse  per  parapetto  nell'arene  della  Libia, 
impedirebbe  quella  pericolosa  fluttuazione  per  la  quale  si  fanno 
le  mummie.  E  se  il  vostro  non  mai  a  pieno  celebrato  naso  fusse 
nell'aprica  Siene,  regione  inabitabile  per  cagione  del  continuo 
zenit,  per  Dio  vi  farebbe  ombra  in  sul  bel  mezodi  alla  barba  del 
perpendicolo  estivo.  Anzi  potrebbe  scusare  astrolabio  e  servire 
per  oriuol  da  sole,  massime  se  la  punta  della  frizza  andasse  a 
ferire  nella  sfera  di  que'  dentacci  alla  divisa. 

Io  non  so  perché  il  padre  Apollo  con  le  sue  muse  non  lascia 
il  monte  d'  Elicona  e  non  viene  ad  abitare  nel  vostro  naso,  lau- 
reando circumcirca  come  i  fegatelli.  Parnaso  fu  cosi  detto  per- 
cioché,  essendo  discosceso  e  appizzuto,  pare  appunto  un  naso. 
Ma  il  vostro  non  par,  anzi  è  naso  vero,  effettivo  e  reale;  oltre 
che  v'è  poi  il  fonte  d'Aganippe,  che  vi  sgocciola  con  una  vena  in- 
deficiente il  licore  del  vostro  cervello  pegaseo.  Canchero  !  bella  cosa 
se  i  poeti  avessero  a  montare  sopra  il  cacume  del  vostro  naso  e 
vi  potessero  seder  su,  come  si  fa  al  campanile  di  San  Marco 
overo  alla  torre  degli  Asinelli:  vi  so  dire  che  scoprirebbono  Ber- 
gamo. Oltre  la  grossezza,  intendo  poi  che  il  vostro  naso  è  vir- 
tuoso e  mi  dicono  che  la  notte  sonniferando  suona  come  un 
buttafoco  e  canta  in  sesquialtera  il  vespro  figurato  con  certe  rus- 
sate arcadeltiche  e  gesolreuttiche,  ch'a  sentire  è  una  dolcitudine. 
E  che  pensate?  La  cantafavola  d'Orfeo,  che  si  tirasse  le  genti  dietro 
col  suono  della  ribeca,  è  una  baia.  La  verità  è  che  il  manico 
dello  stromento  era  quello  che  le  faceva  correre,  e  fu  ch'egli  si 
vantava  d'avere  un  naso  di  buona  derrata.  Ma  quelle  maledette 


90  GIAMBATTISTA    MARINO 

femine,  trovandolo  poi  nel  tasteggiarlo  minor  della  fama,  sfoga- 
rono la  rabbia  con  le  bastonate.  E  questo  secreto  non  volse  Ovidio 
che  si  sapesse,  quando  scrisse  quella  cronica,  accioché,  affibbian- 
dosi anch'egli  la  giornea  d'un  bel  Nasone  e  tale  che  faceva  smia- 
golare quella  poveretta  di  Livia,  non  venisse  a  pregiudicarsi. 
Voglio  inferire  ch'in  effetto  chi  ha  più  naso  meglio  canta,  e  chi 
è  snasato  fa  la  voce  rauca  come  una  rana  accatarrita. 

Questi  mesi  passati  fu  cacciato  via  un  musico  dal  concerto 
di  palazzo,  perché  diceva  quel  babuasso  del  mastro  di  cap- 
pella ch'egli  cantava  col  naso.  Quando  ciò  seppe  una  principessa 
principale,  lo  fece  cercare  con  diligenza  per  chiarirsene;  e  avutolo 
in  casa,  adocchiata  la  chiaramella  di  quel  nasaccio  cappelluto,  li 
pose  nome  Zuccherino  e  scherzava  con  esso,  accarezzandolo  come 
se  fusse  un  perrico  da  falda  o  simil  bestiuola  domestica.  Poi  cosi 
da  solo  a  solo  l'una  e  l'altro  presero  a  cantare  certi  madriali  a 
due,  contraponteggiando  con  certi  falsi  bordoni  che  la  facevano 
andare  in  cimbalis;  e  forse  infìno  al  giorno  d'oggi  durerebbono 
le  ricercate,  se  il  povero  musico,  stracco  del  tanto  smusicare,  non 
avesse  calata  la  voce  due  tuoni. 

Pavoneggiatevi  adunque,  o  gran  terqtie  quaterque  de'  nasi. 
Andatene  pur  borioso  e  gonfio  di  vanagloria,  o  gran  tarantara 
de'  nasi,  poiché  il  vostro  naso  è  buono  a  tutto.  La  natura  è 
segno  che  vi  vuol  bene,  avendovi  privilegiato  d'una  grazia  cosi 
speciale;  ma  vi  ha  fatto  torto  a  collocarvelo  in  un  sito  che  non  vel 
potete  godere  con  la  vista  se  non  dalla  punta  alla  metà,  e  non- 
dimeno il  gusto  delle  cose  grosse  (come  scrive  il  Materiale  nel 
libro  delle  Dimensioni)  consiste  dal  mezo  in  dietro.  Se  vi  fusse 
possibile  vederlo  e  vagheggiarlo  intiero  intiero,  come  facciam  noi 
altri,  correreste  rischio  di  diventare  un  Narciso  del  vostro  naso. 
Voglio  farvene  una  abbozza  e  rappresentarvi  innanzi  le  sue  fat- 
tezze come  in  uno  .specchio,  per  farvene  innamorare  a  vostro 
marcio  dispetto. 

Il  vostro  naso  non  è  mica  nella  ginetta  accorciato  e  rivolto 
allo  'nsù,  come  l'usano  gli  etiopi.  Non  è  del  tutto  aguzzo  e  pro- 
filato col  pizzo  appuntuto,  come  i  becchi  delle  cicogne.  Non 
è  lungo,  sottile  e  liscio,  come  i  gusci  de'  baccelli.  Non  è  massic- 
cio, polputo  e  sgrossato  senza  garbo,  come  la  carnaccia  de'  pol- 
moni. Non  è  smunto,  moscio  e  pendente,  come  le  barbiglie  e  le 
creste  de'  gallinazzi.  Non  è  fatto  ad  ancudini,  a  tromba,  a  troc- 
ciola,  a   saglioccola,  a   carcioffolo,  come   molti    altri    nasi.   Ma   si 


LETTERE    E    DEDICATORIE  9I 

spicca  dalla  faccia  con  larghe  radici  dilatando  l'ali,  e  viene  pian 
piano  piramidalmente  scemando  infino  alla  sua  estremità.  Cami- 
nando  verso  il  mezo,  si  scontorce  a  guisa  d'uncino  alla  man  manca 
un  cotal  poco;  e  quivi  è  nocchioluto,  bitorzoluto,  tronfo,  spruc- 
chiato,  rincricato,  ringalluzzito  con  certe  brognole  scrofolose  a 
foggia  di  limoncello.  Ha  nella  sommità  della  schiena  uno  scrigno 
o  vogliam  dir  zoccolo  a  scaccafava,  non  già  incurvato  all'aquilina 
ma  elevato  come  l'erta  dell'Appennino  o  del  Monsanese,  con  un 
poco  di  scaglioppola  in  su  la  cima  che  gli  dà  grazia  straordinaria. 
E  spazioso  di  forge,  rosso,  fumante  e  sonoro,  e  le  polpe  del  suo 
tenerume  circa  la  pannocchia  son  tutte  fatte  a  spicchi,  divisate  a 
quartieri  e  lavorate  di  tarsia  alla  zimina  di  diversi  geroglifici,  con 
l'orlo  intorno  intorno  punzecchiato  di  certe  macchiette  verdi  e 
gialle  come  le  scorze  delle  melangole  e  in  alcune  parti  a  ver- 
miscelli  come  a  melloni  napoletani.  Lascio  i  bottoncini  pavonazzi 
i  pater  nostri  di  corallo,  i  carbonculi,  le  lumache  et  alia  huius  ge- 
neris, di  cui  è  tutto  quanto  abbordato.  Taccio  i  porri,  le  cirege 
e  le  fragole  che  vi  sguigliano  e  figliano  tuttavia.  Non  parlo  di 
quelle  vene  serpeggianti,  più  belle  che  nel  legname  della  noce, 
nell'alabastro  cotognino  o  nel  ciambelloto  ad  onde. 

Che  dirò  poi  del  modello  galante  della  sua  prospettiva,  il  cui 
frontespicio  nella  piazza  di  quel  vostro  viso  d'autunno  campeggia 
petrarchevolmente?  Egli  è  fatto  a  modo  di  un  castello  o  d'una 
cittadella,  con  tanta  simetria  e  proporzione  che  Bramante  non 
l'avrebbe  saputo  archipenzolar  meglio.  Ha  la  cupula  a  vòlta,  di- 
visa però  da  un  spartimento  in  due  arsenali,  che  servono,  come 
dire,  di  bastioni,  di  baloardi  e  di  scannafossi  all'edificio.  E  la  base 
del  piedestallo,  che  divide  questi  due  forami,  alias  bocche  di 
lambico,  sporge  alquanto  in  fuora  che  pare  un  battocchio  di  cam- 
pana. Sotto  il  cornicione  della  tribuna  si  veggono  i  più  bei  festoni 
e  cartocci  del  mondo,  setole  di  porco,  moccoli  di  sevo,  pallotole 
di  caviaro  e  altre  ferragini  aromatiche.  L'entrata  delle  sopradette 
buche  è  tanto  spalancata  che,  chi  ficcasse  ben  ben  l'occhio  dentro 
gli  spiragli  di  quella  ciarabottana,  conseguirebbe  l'effetto  del  de- 
siderio di  Socrate  senza  tante  finestre  di  cristallo  nel  petto,  per- 
cioché  vi  potrebbe  vedere  non  solo  il  cuore  ma  vi  vedrebbe  rilucere 
il  pertugio  dall'altra  banda,  si  come  si  vede  nella  grotta  di  Mer- 
golino.  Io  non  credo  poi  che  le  tavole  della  cosmografia  abbiano 
tante  balze  e  scogli  e  valloni  quante  n'  ha  il  promontorio  del  vo- 
stro naso;   né  che  la  gran  certosa  o  il  serraglio  del  Gran  Turco 


92  GIAMBATTISTA    MARINO 

racchiuda  dentro  di  sé  tante  celle,  portici,  caracoli,  vicoletti,  bo- 
schetti, gabbinetti,  aquedotti,  fornelli,  angiporti,  casupule,  salva- 
robbe,  ritirate  scerete  e  latrine,  quante  ne  contengono  i  meati, 
i  penetrali  e  le  latebre  del  vostro  naso.  Chi  vuol  vedere  la  tomba  di 
Merlino,  la  spelonca  della  Sibilla,  la  grotta  delle  fate,  la  piscina  mira- 
bile, le  cento  camerelle,  con  tutte  l'altre  anticaglie  insieme,  pongasi 
a  guardare  i  ripostigli,  le  caranfole  e  le  catamelle  del  vostro  naso. 

Or  che  vi  par  egli  della  vostra  nasagine?  non  è  ella  fatta  a 
pennello?  non  è  ella  di  buon  tacco?  Guai  a  voi  se  non  fusse  l'aiuto 
del  vostro  naso  caritativo,  tra  tanti  studi  che  vi  convien  fare  e 
tra  tanti  difetti  che  porta  seco  la  povera  vecchiaia;  poiché  almeno 
quanto  più  con  gli  anni  la  vista  vi  si  è  scortata,  tanto  più  il  naso 
vi  si  è  cresciuto,  solo  per  potersi  accommodare  il  basto  degli 
occhiali  addosso.  Ma  ditemi:  come  diavol  fate  ad  appiccargli  ben 
insù  quell'architrave  che  è  cosi  largo  di  gobba?  Oh!  deve  pure 
alle  volte  darvi  un  grande  impaccio,  per  la  sua  impertinente  e 
bestiai  grossezza,  una  si  fatta  machina  nasale;  percioché  quel  con- 
trapeso, pendendo  innanzi,  deve  sempre  tirarvi  la  testa  al  basso, 
talché  voi  fate  le  facchinerie  d'Atlante  a  reggerlo  ritto.  S'io  fossi 
in  voi,  mei  farei  fortificare  con  qualche  puntello,  o,  quando  mi 
volessi  voltare,  vi  porrei  la  forcina  sotto  come  si  fa  ai  moschetti 
da  posta;  perché,  in  caso  che  cascasse  (Iddio  ne  guardi  il  mondo), 
porterebbe  pericolo  di  far  fracasso  ne'  poli,  tremoto  nella  terra, 
subbissare  abbissi,  sfondar  destri,  romper  qualche  fondamento  e 
metter  sossopra  l'universo. 

Andate  cauto,  accioché  i  doganieri  e  i  dazieri  non  ne  facciano 
intercetto  come  di  contradivieto.  Non  v'impacciate  con  gli  ufficiali 
della  nuova  riforma,  perché,  se  per  riformarlo  vel  volessero  scan- 
tonare, avrebbono  la  discrezzione  d'un  pittore  che  volesse  ritoc- 
care il  Giudicio  di  Michelagnolo.  Abbiate  cura  che  i  caporioni  delle 
strade  o  i  deputati  della  città,  i  quali  non  vogliono  che  i  balconi 
si  avanzino  troppo  in  fuora,  non  vel  facciano  sfabricare.  State  in 
cervello,  quando  andate  al  buio  ai  luoghi  communi,  di  non  urtare 
in  qualche  pitale,  che  sarebbe  un  peccato  se  se  ne  guastasse  la 
stampa.  Sopratutto  fuggite,  di  grazia,  i  quattro  cantoni;  perché 
quello  è  un  maledetto  male  che  subito  alla  bella  prima  s'aventa 
al  naso,  e  ritrovando  nel  vostro  tanta  materia  da  afferrare,  se  ne 
farebbe  un  boccone. 

Al  campanile  di  Modona  volevano  una  volta  i  modanesi  far 
la  guaina.  E  anche  al  vostro  naso  vi  consiglio  io  a  fare  una  fodera 


LETTERE    E    DEDICATORIE  93 

da  tenervelo  talvolta  dentro.  Una  cassetta  come  si  fa  alle  gioie, 
un  sacchetto  come  si  fa  alle  quaglie  o  una  vesta  come  si  fa  agli 
orinali,  accioché  lo  difenda  dal  vento  e  dal  sole.  La  tela  non  mi 
piace  per  essere  troppo  leggiera,  la  pelliccia  è  troppo  pesante,  la 
felpa  è  troppo  pelosa,  il  legno  e  '1  ferro  hanno  del  ruvido,  il 
muschio,  l'ambra  e  '1  zibetto  fanno  dolere  il  capo.  Non  manche- 
ranno guardanasi  e  conservatoi,  se  non  tanto  odoriferi,  almeno 
morbidi  e  pastosi.  E  perché  il  vostro  naso  è  come  la  materia 
prima,  che  s'accommoda  a  tutte  le  forme,  io  ve  n'ho  apparec- 
chiato uno  che,  se  l'annaserete,  vi  parrà  molto  a  proposito,  dove 
starà  fresco  la  state  e  caldo  il  verno;  e  accioché  vi  faccia  il  ser- 
vigio più  polito,  ogni  giorno  lo  vo  nettando.  La  difficoltà  sarà 
nel  calzarlo;  ma  troveremo  qualche  ingegno  da  farvene  entrar 
tanto  che  almeno  il  posolino  stia  al  coverto. 

Orsù,  siate  benedetto  e  perdonate  alla  lunghezza  del  mio  scri- 
vere, come  proporzionata  alla  lunghezza  del  vostro  naso.  Vadansi 
intanto  a  riporre  tutte  l'altre  nasesse  e  nasobbie,  e  viva  solo  il 
vostro  naso,  autentico  e  badiale,  per  mare  e  per  terra. 


II 
Il  Pupolo  alla  Pupola 

Signora,  io  son  si  fattamente  nel  laberinto  d'Amore  che  mi 
veggo  Persio,  né  per  uscirne  so  ritrovar  il  Varchi,  se  la  vostra 
cortesia  non  mi  fa  il  Guidoni.  Da  poi  che  vi  viddi  ho  perduto 
totalmente  Petronio  Arbitro  e  dato  vòlta  a  Sennuccio,  né  leggo 
altro  eh'  il  Mattioli,  porto  del  continuo  il  Ruscelli  col  Bagnoli 
negli  occhi,  tengo  il  Fiamma  e  '1  Martelli  nel  petto,  e  ho  il  Rota 
e  il  Molino  dentro  il  cervello.  Bellezze  uguali  alle  vostre  non  fùrno 
mai  vedute  nel  Prisciano.  Voi  avete  Solone  negli  occhi,  il  cui 
splendore  Fulgenzio  e  Fulgosio  rende  tutto  l'aere  intorno  Lucilio 
e  Lucano,  con  un  certo  sguardo  Falconio  che  rapisce  e  ferisce. 
Il  Tesauro  vi  sta  nella  bocca  e  Lattanzio  nel  seno.  Chi  vuol  ve- 
der Mambrin  Roseo,  Lucio  Floro,  Remigio  Fiorentino  e  il  Fio- 
renzuola,  rimiri  le  vostre  guance.  Che  dirò  poi  di  Pietro  Crinito, 
dove  per  sua  natura  rilucono  sempre  Diodoro  con  Eliodoro,  senza 
gli  ornamenti  del  Pomponazio:  io  vi  dico  il  Viridario.  Ogni  volta 
che  fo  il  Mirandolano  mi  par  di  veder  Nicola  degli  Angeli,  onde 


g4  GIAMBATTISTA    MARINO 

mi  sento  subito  il  Bardano  e  il  Catena  nel  cuore  e  divenir  tutto 
Flaminio  Rubeo;  né  mai  vi  contemplo  che  non  mi  si  mova  l'Ali- 
carnaseo  e  non  mi  si  gonfi  Pietro  Crescenzio.  Che  vi  pensiate  poi 
che  vogli,  se  non  altro  che  baciarvi  il  Boccalini,  toccarvi  Senofonte 
e  scherzarvi  alquanto  sul  Panciroli  e  scotervi  dalla  camicia  Luigi 
Pulci?  Ma  se  io  potessi  per  una  volta  metter  l'Anguillara  nel 
Guazzo  e  far  con  voi  il  Cavalcanti  o  il  Calcagnino,  non  averei 
invidia  al  Paradisi  né  cambierei  il  mio  stato  col  Papazoni  e  mi 
terrei  per  sempre  Beatiano  e  Feliciano.  Perdonatemi  se  io  son 
troppo  Ausonio,  perché  lo  Sforza  mi  fa  aprire  il  Boccaccio  a  dir  si 
fatte  cose,  le  quali  so  che  non  hanno  del  Bonarelli. 

Voglio  descrivervi  la  mia  persona.  In  quanto  alla  statura,  non 
son  Quinto  Curzio  né  Dionisio  Longino,  non  ho  del  Summo  né 
del  Brevio;  ma  ancorché  non  sia  Celio  Magno  né  Valerio  Mas- 
simo, con  tutto  ciò  non  son  neanche  il  Piccolomini.  Quanto  alla 
proporzione,  non  son  né  Macrobio  né  il  Grasso.  Quanto  al  colore, 
se  non  ho  il  Rossi  e  '1  Bianchi  nella  faccia,  non  son  però  neanche 
messer  Brunello.  Ne'  capelli,  se  non  vi  ho  il  Biondi,  né  vi  ho 
però  il  Negri:  il  simile  vi  dico  del  Pelo,  percioché  non  tiro  al 
Barbuto  né  al  Barbazza.  Né  son  Seneca,  ma  Giovenale;  non  Stra- 
bene né  Zoppio;  e  insomma  tutti  li  miei  membri  hanno  tanto  del 
Belloni  che  ninno  può  far  loro  il  Tasso;  e  sono  il  Poliziano,  e 
sopra  la  mia  persona  non  trovarete  il  Magagnati.  Son  Ingegnerò 
e,  quello  che  più  importa,  non  mi  manca  l'Ongaro  né  il  Paoli 
né  '1  Scarsella,  e  per  grazia  di  Dione  non  vo  mendicando  il  Pani- 
garola. 

S' Amore  sarà  Equicola,  Giustino  e  Giustiniano,  so  che  non 
mancherete  di  Donarmi  dopo  tante  tempeste  un  Svetonio  Tran- 
quillo; e  se  ciò  farete,  io  vi  prometto  di  esser  non  solo  Benti- 
volio  ma  il  Tacito.  Ma  oimè!  che  avete  il  cuore  Petrarca  e  l'anima 
Marmila,  e  séte  tanto  crudele  che  parete  allevata  nel  Parabosco 
o  nel  Grotti  e  ch'abbiate  conversato  col  Tigrini,  col  Leoni  e  con 
l'Orsi  e  Lorieni.  Ben  vi  giuro  per  Dioscoride  che,  se  il  Fortunio 
mi  sarà  in  contrario  che  non  vogliate  risolvervi  di  farmi  Pomponio 
Leto  e  che  mi  diate  per  vostra  grazia  il  Bandelli,  io,  per  mostrarvi 
che  sono  amante  Fidenzio  e  nel  portarvi  amore  Stazio  e  Constanzo, 
sarò  constretto  di  montare  su  lo  Scaligero  e  farmi  stringere  lo 
Strozzi  dal  Boiardo  e  rimaner  in  aria  con  Pendasco.  Cosi  questi 
ocelli  miei,  che  son  ora  Luciani,  diverranno  Claudiani  e  sarò 
Martirano  d'Amore. 


LETTERE    E    DEDICATORIE  95 

E  con  questo  fine,  per  non  far  troppo  il  Strapparola  e  non 
esser  nel  mio  scriver  Longalio,  vi  do  il  Bonanni  e  vi  lascio  col 
nome  di  Gesualdo. 


Ili 
La  Pupola  al  Pupolo 

Deh,  che  vi  venga  il  mal  della  Sirocchi  !  E  non  vi  vergognate 
voi  di  dirmi  che  vorreste  scaricarne  il  Dolce  nel  Pignatelli  e  con 
essa  meco  far  il  Montano  e  '1  Montanaro?  Le  vostre  parole  mi  hanno 
fatto  venire  il  Rabbia,  che  mi  fa  ancora  il  Rodigino  nel  petto. 
Voi  séte  troppo  Ruzzante  e  pizzicate  dell'Aretino,  e  mi  pare  che 
abbiate  del  Porcacio  e  del  Boezio  a  scrivermi  si  fatte  cose  che 
non  me  le  averebbe  scritte  il  Villani.  Se  vi  dà  fastidio  l' Erizzo, 
perché  non  leggete  Menandro  e  Menalippo;  se  volete  mortificar 
Cameade  e  mollificar  Durante,  consignatelo  al  Manuzio  e  di- 
verrà Calepino.  Cosi  vi  fosse  egli  Mozzarelle  e  Mozzenigo,  e  vi 
venissero  il  Gatti  e  il  Gatteschi  adosso  al  Coiacio,  come,  quanto 
alla  grazia  mia,  voi  non  séte  né  '1  Leggiadro  né  '1  Gentili.  Da 
oggi  avanti  non  mi  cavate  più  il  Capello,  non  mi  fate  più  il  Gi- 
raldi  intorno  alla  Casa,  né  il  Cantalicio  intorno  al  Porta;  e  se  ta- 
lora vi  passate,  studiate  pur  Properzio  col  Corso  e  con  lo  Speroni, 
se  non  volete  sopra  il  Testi  il  Petraccio.  Non  occorre  far  il  Marziale 
né  il  Caporale  e  bravare  come  se  foste  l'Achillini  o  il  Rinaldi. 
Cavatevi  il  Grillo  fuori  del  Capaccio,  altrimenti  il  Mazzella  sul 
Costo  o  il  Mazzoni  sul  Bracciolini  vi  sarà  Dante  di  un  colpo  tale 
che  non  sarete  mai  Guarino;  onde  invece  d'un  Fontanella  di 
pianto  verserete  un  Marullo  e  un  Marone  di  sangue.  Che  m'im- 
porta che  voi  per  volermi  il  Beni  date  spacio  al  Vitali  e  al  San- 
vitali,  e  che  facciate  il  Peranda  e  che  diventiate  il  Pocaterra,  pur- 
ché il  mio  onore  non  resti  Macchiavello?  Ma,  a  dirla,  voi  non 
avete  il  Prudenzio  e  séte  più  tosto  il  Malagneta  che  il  Savio.  Per- 
ché, s'aveste  Salustio  o  Salinero  nel  Zucchi,  insieme  con  la  Lettera 
mi  avreste  mandato  il  Doni  e  '1  Donato,  e  presentatomi  Orosio 
con  l'Argentone,  overo  il  Vellutello  con  il  Cotta  e  Guarnello,  o 
almeno  il  Capponi;  e  allora  averei  detto  che  siete  il  Ricchi,  il 
Riccarolo  e  Riccobono,  e  che  avete  del  Patricio  e  dell'  Imperiale, 
e  sareste  stato  il  Benvieni,  il  Benvenuto  e  il  Benamati.  Chi  vuol 


96  GIAMBATTISTA    MARINO 

esser  l'Ammirato  e  il  Caro  bisogna  che  facci  il  Giovio  e  il  Cor- 
tese. Senza  Cassiodoro  non  si  può  far  il  Clavio.  Pensate  forsi  d'es- 
ser il  Franco  o  andarvene  Villifranchi?  So  il  costume  degli  uo- 
mini; i  quali,  dipoi  che  hanno  fatto  il  Fregosio,  hanno  le  donne 
nel  Colenuccio.  Averci  ben  del  Pazzi  a  lasciarmi  attaccare  il  Bat- 
taglio alla  Campana  e  far  Cornazano  mio  marito  senza  Lucrezio. 
Ora  io  qui  fo  Pausania,  né  voglio  darvi  altro  avertimento  se 
non  che  siate  Castiglione,  Castelvetro  e  Castelletti.  E  con  tal  fine 
bacciandovi  le  mani  vi  raccomando  a  Diogene,  e  state  Sanazzaro. 


II 

ALCUNE    LETTERE    AL    MARINO 
O  INTORNO  AL  MARINO  (') 

I 

Girolamo  Preti  al  cavalier  Marino 

Lodi. 

Io  vorrei  che  dal  signor  Parco  o  da  questa  carta  fusse  rappre- 
sentata a  V.  S.  la  devozion  mia  verso  lei  cosi  vivamente  come 
io  la  sento  nel  cuore.  Ma  l'affetto  con  cui  riverisco  la  sua  persona 
è  giunto  a  tal  segno  di  tenerezza  e  di  sincerità,  ch'io  diffido  ch'egli 
possa  mai  bastevolmente  esserle  significato  né  dalla  lettera  mia 
né  dalla  voce  altrui.  Però  vorrei  che  cotesto  ingegno  di  V.  S.,  il 
qual  si  è  inalzato  ormai  sovra  i  confini  umani,  si  sollevasse  anche 
ad  imaginarsi  una  straordinaria  affezione  quanto  maggior  può  ca- 
dere in  petto  più  che  umano;  e  quando  Ella  avesse  figurato  tra 
sé  un  amore  eminente  e  ideale,  allora  credesse  fermamente  d'aver 
veduto  per  contemplazione  quel  cordialissimo  sentimento  che  io 
ho  di  lei.  Intanto  ho  voluto  darne  questo  saggio  a  V.  S.  per  sup- 
plicarla a  credere  ch'Ella  non  ha  il  più  sviscerato  servidore  di  me; 
della  qual  verità  Ella  resterebbe  persuasa  se  sapesse  la  publica 
professione  ch'io  fo,  dovunque  mi  sia,  d'essere  parziale  del  suo 
nome,  adora tor  del  suo  ingegno,  celebrator  della  sua  gloria  e  direi 
difensore  de'  suoi  scritti,  se  non  ch'essi  hanno  ormai  superata  l'in- 
vidia e  trionfato  della  malignità. 

Io,  per  aprire  ingenuamente  il  mio  senso,  quanto  più  son  ve- 
nuto avanzandomi  nell'età,  tanto  più  ho  conosciuto  che  i  compo- 
nimenti di  V.  S.  avanzano  i  segni  ordinari  degl'ingegni  mortali 
e  ch'Ella  ha  posti  gli  ultimi  confini  alla  lirica  poesia.  Dirò  an- 
che  dell'eroica    infallibilmente,  quando   Ella   avrà  sodisfatto  alle 


(i)  Per  le  lettere  dell'Achillini  e  dello  Stigliani   al    Marino   si   veda  nella  se- 
conda e  terza  parte  del  presente  volume  [Ed.]. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  -  w.  7 


98  GIAMBATTISTA    MARINO 

promesse  che  ha  fatte  al  mondo  di  dover  publicare  i  suoi  epici 
componimenti,  co'  quali  tengo  per  fermo  che,  secondo  le  propor- 
zioni degli  altri  suoi  scritti,  Ella  sia  per  superar  la  proporzione 
degli  altri  scrittori.  Parlo  degli  scrittori  non  solamente  di  questa 
ma  anche  delle  lingue  antiche,  i  quali  (cosi  soglio  dir  sempre),  se 
potesser  vedere  gli  scritti  del  signor  Marino,  io  mi  fo  a  credere  che 
gli  scritti  loro  tanto  meno  piacerebbono  a  loro  stessi  quanto  più 
piacevano  a'  loro  secoli.  Conosco  ch'io  parlo  arditamente  cosi  ora, 
come  son  solito  di  far  sempre  nelle  domestiche  conversazioni  ;  ma 
voglio  più  tosto  dir  ciò  eh'  io  sento  che  tacer  quello  che  mi  par 
che  V.  S.  meriti.  Al  rimanente,  egli  pare  che  ora  nell'Italia  o 
gl'ingegni  languiscano  o  gli  studi  della  poesia  intepidiscano,  non 
so  per  qual  costellazione  o  sciagura  di  questi  tempi.  So  bene  eh'  io 
per  la  mia  parte  m'astengo  dallo  scrivere,  non  per  altro  se  non 
perché  l'opere  di  V.  S.  mi  sgomentano  si  fattamente  ch'io  soglio 
dire  esser  temerità  il  por  mano  al  mestier  del  poetare,  il  qual  fu 
sempre  malagevole  per  l'eminenza  dell'arte  ed  ora  è  temerario  per 
la  sublimità  del  paragone.  Egli  è  vero  che  questi  giorni  addietro  fu 
ristampato  il  mio  libretto  con  alcune  giunte,  e  non  manca  tuttodì 
qualche  altro  scheccheratore.  Ma  conosco  in  verità  che  l'ombre 
mie  e  altrui  non  vagliono  ad  altro  che  a  fare  spiccar  maggiormente 
il  lume  della  gloria  sua.  Tutta  l' Italia  aspetta  con  disiderio  grande 
V  Adone,  del  qual  poema  mi  fùr  dette  in  Roma  gran  cose  dall'  il- 
lustrissimo e  reverendissimo  signor  cardinale  Ubaldini,  e  io  ho 
seminata  per  tutto  la  testimonianza  ch'egli  a  me  ne  fece.  Onde 
l'aspettazione  universale  è  grande,  ma  se  ne  sperano  gli  effetti 
molto  maggiori.  Priego  intanto  V.  S.  a  voler  gradire  questa  qual- 
sisia  dimostrazione  d'osservanza  mia  verso  lei,  attribuendo  questo 
ufficio  all'affetto  mio,  il  qual  non  può  esser  soverchio  dov'egli  ha 
proporzione  con  tanto  merito.  Gli  amici,  la  città,  l'Italia  invidiano 
la  persona  di  V.  S.  a  cotesto  cielo;  senonché  andiamo  sofferendo 
questa  lontananza  con  la  consolazione  che  abbiamo  degli  onori 
ch'Ella  riceve  dalla  magnanima  grandezza  di  cotesto  re. 

Col  qual  fine  il  signor  Achillini,  parzialissimo  ammiratore  di 
V.  S.,  insieme  meco  le  bacia  affettuosamente  la  mano,  e  preghiamo 
il  signor  Iddio  che  la  conservi  lungamente  per  ornamento  alle 
lettere  e  per  gloria  del  nostro  secolo  (i). 

Di  Bologna  [1620]. 


(i)  Per  la  risposta  del  Marino  a  questa  lettera  si  veda  nel  primo  voi.,  p.  249  [Ed.]. 


LETTERE   E    DEDICATORIE  99 

II 

Onorato  Claretti  al  cavalier  Marino 
Discorre  di  una  raccolta,  della  Strage  degli  innocenti  e  delle  Lettere. 

Non  ho  cosa  a  trattare  con  V.  S.  che  sia  di  suo  servigio,  per- 
ché Ella  non  mi  comanda  cosa  alcuna;  né  men  novelle  da  darle, 
perché  mi  vivo  alla  scioperata  e  lascio  correre  dodici  denari  per 
un  soldo.  Ciò  che  ho  da  dirle,  riserbando  i  convenevoli  per  un'al- 
tra volta,  è  che '1  serenissimo  prencipe  Tomaso  ha  voluto  ch'io 
onorassi  del  suo  nome  la  raccolta  e  che  per  ogni  modo  la  faccia 
stampare:  e  perché  mi  sono  preso  tempo  all'esecuzion  de'  suoi 
comandamenti  fino  alla  licenza  di  V.  S.,  che  v'ha  tanta  parte  e 
dee  esser  posta  per  capo,  allegando  per  iscusa  della  tardanza 
l'ordine  avuto  da  lei  di  non  lasciarle  uscire  senza  l' ultima  sua 
correzione;  S.  A.  ha  perciò  voluto  farne  far  copia  e  mandargliele, 
accioché,  limandole  ove  più  le  aggrada,  le  rimandi  poi  quanto 
prima,  per  la  perfezione  dell'  impresa.  La  copia  è  fatta  dal  signor 
Antonio  Gandulfi,  segretario  del  duca  e  persona  intelligente,  che 
compone  qualche  sonetto,  come  da'  qui  alligati,  fra'  quali  ve  n'ha 
uno  in  lode  di  V.  S.,  potrà  vedere.  Riman  ch'Ella  mi  liberi  dal- 
l'obligo,  eh'  io  non  posso  più  sostenere  senza  offesa  di  tanti 
valentuomini  che  v'  han  parte,  e  con  la  pronta  spedizione  mi 
rimetta  il  discapito  che  ho  fatto,  con  pregiudizio  della  mia  ripu- 
tazione appresso  chi  ha  notizia  del  pensiero,  per  colpa  sua.  Di 
questo  la  supplico  quanto  più  affettuosamente  ed  efficacemente 
posso  e,  s'Ella  se  ne  contenta,  d'un  paio  di  dozzine  di  quelle 
del  signor  cardinale  Bentivogli  e  del  signor  Girolamo  Preti  ;  mentre, 
col  solito  desiderio  e  obligo  di  servirle,  le  bacio  le  mani  e  nella 
sua  buona  grazia  mi  raccomando. 

Di  Torino,  a'  15  di  luglio  1624. 

P.  S.  —  La  scongiuro  dell'originale  della  Stragge  degViìino- 
centi,  che  si  potrà  rimettere  al  signor  Carlo  Antonio  Caissotti  mio 
cugino.  Loderei  a  V.  S.  che  facesse  vedere  le  sue  Lettere  al  mae- 
stro del  sacro  palazzo  e  che  le  facesse  sottoscrivere  con  la  sua 
correzione  e  sigillare  del  suo  sigillo,  perché  nelle  burlesche  questo 
inquisitore  non  abbia  a  far  delle  difficultà,  ed  Ella  potrà  costi 
difender  la  causa  sua  di  presenza  in  questo  particolare. 


lOO  GIAMBATTISTA    MARINO 

III 

Giovanni  Francesco  Busenello  al  cavalier  Marino 
Loda  l'Adone. 

U Adone,  nuovo  miracolo  della  sopraumana  virtù  di  V.  S.,  è 
capitato  a  Venezia  nella  libraria  de'  signori  Giunti  in  mano  del 
signor  Giacomo  Scaglia,  non  solo  per  indorare  queste  stampe,  ma 
perché  dalla  più  bella  città  ch'abbia  la  terra  esca  il  più  bel  poema 
che  sia  stato  composto  giamai.  E  veramente  da  questi  felici  mari 
dovevano  uscir  le  perle  che  tolgono  il  pregio  all'Oriente. 

Questo  Adone,  che  ha  ritrovato  nella  città  gli  animi  conci- 
tati dalla  fama  e  innalzati  dall'aspettazione,  ha  fatto  veder  chia- 
ramente che  le  sue  maraviglie  cominciano  la  salita  da  quel  segno 
a  punto  ove  terminava  l'ascesa  dell'espettazione  e  della  fama. 
Onde  gl'ingegni  non  sono  caduti  dall'eminente  estimazione  ch'ave- 
vano; anzi  ha  bisognato  che  da  loro  si  studi  ogni  via  per  salire 
dal  sommo  del  concetto  e  della  stima  al  ^oprasonimo  dell'elfetto 
e  del  vero. 

Ma  come  sono  insoliti  e  strani  gli  affetti  commossi  da  tale 
composizione  in  chi  l'ha  letta,  cosi  doverebbe  l'espressione  mia 
aggiustarsi  in  qualche  maniera  al  motivo  dell'animo  con  che  la 
detto;  accioché  la  penna,  organo  sesto  dei  sentimenti  umani,  non 
riuscisse  rincrescevole  a  se  medesima,  accorgendosi  che  i  suoi 
scarsi  modi  sono  più  tosto  di  dettrazione  che  di  lode  a  cosi  pre- 
zioso componimento. 

V.  S.  con  felicissima  vena  va  spiegando  alcune  delizie  del 
dire  che  fanno  brillare  il  cuore  a  chi  legge,  né  vi  è  stanza  in  tutto 
il  poema  che  non  tragga  a  sé  con  mirabile  allettamento  l'animo 
di  chi  si  sia.  E  come  talvolta  mirando  le  stelle  non  è  possibile 
affissar  tanto  l'acume  degli  occhi  in  una,  che  l'altre  col  scintil- 
lare non  ne  divertiscano  i  raggi  nostri  visivi,  tanta  è  la  frequenza 
e  il  numero  di  quegli  oggetti  luminosi;  cosi  non  è  possibile  ri- 
flettere tanto  con  la  mente  sopra  una  delle  stanze  predette,  che 
le  altre,  disgregando  i  pensieri,  non  ne  interrompano  la  speco- 
lazione.  Egli  è  ben  vero  che  tale  interrompimento  non  scema  il 
gusto  a  chi  legge  e  non  diminuisce  la  gloria  delle  cose  lette,  e 
bisognerà  far  voto  alla  natura  che  disponga  a'  nostri  sensi  organi 
migliori,  per  non  tradire  in  un  tempo  istesso  il  libro  e  l'intelletto 


LETTERE    E    DEDICATORIE  lOI 

di  chi  l'osserva  con  la  incapacità  del  veicolo.  Che  veramente  troppo 
sconcia  cosa  è  che  il  raggio  puro,  trappassando  per  un  cristallo 
macchiato,  deturpi  l'oro  finissimo  de'  suoi  splendori. 

Io  ammiro  in  particolare  l'uniformità  dello  stile  che,  sempre 
assorgente  e  vivace,  non  mai  debole  o  tenue,  specchiando  se  stesso 
in  sé  proprio,  rifulge  nella  perpetua  similitudine  di  tutte  le  sue 
parti. 

Ha  ogni  ottava  nella  chiusa  l'uncino  d'oro  che  connette  con 
la  seguente;  e  ciò  si  vede  seguire  con  tanta  maestria  e  con  si 
architettonico  intendimento,  che  non  vi  sa  che  trovare  la  menda, 
che  ..apporre  l'invidia,  che  censurare  la  pedanteria. 

/Il  latte  de'  versi,  la  manna  delle  frasi,  il  nettare  delle  parole, 
l'ambrosia  dell'invenzione  apparecchiano  si  lauto  convito,  che 
Adone  medesimo  invece  di  Ganimede  ne  è  prelibato  coppiere. 
Hanno  le  rime  un'agilità  che,  recitate,  non  toccano  la  lingua; 
ascoltate,  non  istancano  gli  orecchi;  lette,  innamorano  gli  occhi; 
cantate,  beatificano  la  musica;  e  l'anima  vorrebbe  esser  tutta  me- 
moria "per  rubbarle  alle  carte. 

E  per  dirne  il  mio  senso,  meglio  sarebbe  che  si  pregiate  cose 
si  lasciassero  alla  posterità  di  tempo  in  tempo  per  tradizione,  che 
farle  communi  con  altri  libri  col  mezo  dell' impressione.  j'Corre 
il  verso  con  pie  spedito  e  leggiero  e  cosi  ben  condotto  di  periodo, 
cosi  ridondante  di  sillabe,  cosi  armonico  di  numero,  cosi  appo- 
sitamente accentuato,  cosi  perspicuo  nella  struttura,  cosi  adequato 
nel  metro,  cosi  eccelsamente  sostentato,  e  insomma  amoreggia 
seco  medesimo  con  delicatezze  in  modo  singolari,  che,  se  le  carte 
avessero  sentimento  umano,  languirebbono  di  dolcezza  sotto  gì'  im- 
pronti di  cose  si  belle  e  gentili.'  L'invenzione  è  in  gara  con 
l'espressione  e  contendono  di  eccellenza  e  di  finezza;  ma  perché 
il  giudice  si  suppone  per  ordinario  più  nobile  delle  parti,  resta 
la  controversia  indecisa,  poiché  non  vi  è  perspicacia  d'ingegno 
che  non  resti  da  queste  altissime  altercanti  superata.  I  concetti 
sono  sparsi  per  il  poema  con  tanta  profusione  e  con  tanta  ric- 
chezza che,  leggendone  io  in  ogni  linea  non  che  in  ogni  stanza, 
mi  raffiguro  vedere  un  quadro  ove  il  pennello  di  Tiziano  abbia 
effigiato  quei  garzonetti  ignudi,  i  quali  a  par  con  l'alba  sorgente 
versano  a  diluvio  per  l'aria  i  più  odoriferi  e  i  più  vaghi  fiori. 

Vuole  Platone  che  i  poeti  niente  possano  cantare  se  prima  non 
sono  alienati  dai  sensi  e  non  hanno  fatto  la  conversione  dell'  in- 
telletto in  mente.  Ma  a  V.  S.  basta  lo  spirito  del  proprio  genio, 


I02  GIAMBATTISTA    MARINO 

poiché  Ella  non  è  informata  ma  purificata  dalla  sua  propria  anima; 
la  quale,  quasi  machina  delle  più  peregrine  idee,  trasmette  nelle 
forme  sensibili  delle  opere  sue  cose  da  lodarsi  con  venerazione  e 
con  silenzio. 

Tutti  i  curiosi  di  questa  città  cercano  V Adotie,  e  ritrovatone 
un  canto,  non  dirò  che  paiano  api  intorno  le  rose,  ma  più  tosto 
di  quelli  che  in  una  ricca  miniera  non  solo  trovano  le  vene  del- 
l'argento e  dell'oro  ma,  tra  cumoli  di  margherite  e  abissi  di  gemme 
confusi,  non  sanno  quali  prendere  e  quali  lasciare. ÌCresce  la  poe- 
tica elocuzione  fino  al  colmo  nella  spiegatura  d'ogni  pensiero,  / 
l'arte  s'insuperbisce  nella  persona  che  la  maneggia,  la  simetria 
dell'ordine  e  la  distribuzione  de'  luoghi  soprafanno  la  sodisfazione 
degl'intendenti.  E  se  fosse  vera  l'opinione  degli  ebrei,  che  nei 
caratteri  e  nelle  zifre  si  racchiudessero  le  forze  magiche,  io  direi 
che  i  caratteri  tutti  di  questo  Adone  fossero  gli  alfabetti  d'Egitto 
o  le  figure  di  Ermete,  poiché  le  cose  mirabili  operate  negl'ingegni 
da  questo  libro  vagliono  a  comprobare  effetti  sopra  natura  por- 
tentosi e  inauditi. 

lo  parlo  per  bocca  di  chi  più  sa.  Chi  non  ammira  V.  S. 
non  intende  di  rime,  chi  non  loda  le  sue  poesie  non  ha  cogni- 
zione del  buono,  chi  non  le  assegna  la  corona  d'alloro  sopra  tutti 
i  poeti  o  è  ignorante  o  è  maligno. 

V.  S.  si  è  collocata  in  un  posto  di  dove  le  machine  de'  male- 
voli o  le  armi  degli  Aristarchi  non  possono  disloggiarla,  mentre 
la  gloria  stima  di  sua  propria  riputazione  il  circondare  le  tempie 
a  si  divino  poeta,  il  cui  nome  farà  degli  anni  quel  che  fa  delle 
tenebre  il  sole. 

Consenta  Dio  che  la  vita  di  lei  allunghi  il  suo  corso  in  per- 
petuo, che  ben  ragione  sarebbe  che  non  mai  incanutisse  nell'età 
chi  non  fu  giamai  giovane  nella  maturità  del  senno.  Ma  viverà 
dopo  la  serie  di  tutti  i  secoli  la  fama  di  tanto  uomo;  e  quei  giorni, 
che  saranno  rapiti  alla  natura  e  alla  vita  dal  fato,  saranno  com- 
pensati in  tante  olimpiadi  di  gloriosa  rimembranza,  e  sarà  il 
signor  cavalier  Marino  nelle  opere  sue  ereditaria  delizia  delle  me- 
morie in  ogni  giro  di  secoli  all'avvenire.  Nasceranno  i  posteri  a 
celebrare  un  si  sublime  poeta  e  invidieranno  le  vite  nostre,  che 
pur  godono  l'onore  d'aver  in  una  stessa  età  da  un'aria  medesima 
il  fiato  commune  con  V.  S.;  e  protesteranno  quelli  che  saran  dopo 
noi,  che  volentieri  cambiariano  le  loro  vite  con  le  ceneri  nostre, 
per  aver  partecipato  della  ventura  di  conoscere  V.  S.  e  di  godere 


LETTERE    E    DEDICATORIE  I03 

il  secolo  fatto  d'oro  dalla  inesausta  perennità  del  suo  eminente 
ingegno. 

Le  sue  lunghe  e  agitate  peregrinazioni  non  hanno  potuto  inter- 
porre ostacolo  tra  la  penna  e  la  carta  né  impedimento  tra  i  ca- 
ratteri e  le  intenzioni.  Ella,  come  Biante,  ha  sempre  portato  dentro 
a  se  medesima  tutti  i  suoi  beni:  e  la  fortuna,  incredula  forse  a 
quanto  decantava  la  fama  di  V.  S.,  ha  voluto  mandarle  i  disastri 
per  far  vedere  il  miracolo  della  prudenza  in  lei,  che  ha  riformato 
i  fulmini  della  sorte  in  istromenti  della  sua  propria  gloria;  overo, 
si  come  il  cane  si  serve  del  dente  per  offesa  all'  inimico  e  lo  ado- 
pera anco  accarezzando  il  padrone  lievemente  mordendolo  per 
lusinga,  cosi  la  fortuna  con  il  morso  de'  suoi  sinistri  ha  voluto 
mostrare  di  esser  serva  anch'essa  della  virtù  di  V.  S.  e  si  è  ser- 
vita contro  di  lei  degli  aculei  e  dei  denti  più  per  blandizia  che 
per  ingiuria.  Ma  come  si  sia,  la  superata  fortuna  è  il  più  illustre 
trofeo  che  onori  il  carro  al  trionfo  della  virtù:  e  si  come  gli  usi, 
venerandi  ancora  dopo  tanti  anni,  dell'antica  e  augusta  Roma  col- 
locavano sopra  il  plaustro  de'  trionfanti  il  più  mendico  uomo  che 
si  trovasse  e  lo  facevano  sedere  appresso  il  trionfatore;  cosi  l'in- 
vidia degl'ingegni  falliti  sarà  negli  applausi  di  V.  S.  una  mendica, 
tutto  in  augumento  delle  sue  palme,  e  splenderanno  più  appresso 
i  carboni,  i  diamanti. 

La  Francia  ha  goduto  lungamente  le  dimore  di  lei,  la  Italia 
ne  ha  sospirata  la  lontananza.  Questa  beata  parte  del  mondo  non 
doveva  più  lungamente  rimaner  destituta  dalla  presenza  di  V.  S.: 
bisognava  che  il  corso  del  sole  per  il  zodiaco  facesse  il  suo  natu- 
rale trappasso  per  queste  case  ancora;  ma  perché  non  si  viene  a 
Venezia,  onde  si  vegga  dopo  il  gaudio  di  tanti  segni  anco  in  leone 
il  sole?  Ma,  non  venendo  Ella,  mandi  pure  a  suo  nome  le  opere 
illustri  della  sua  purgatissima  penna  o,  per  meglio  dire,  le  Minerve 
uscite  da  quel  celeste  ingegno  che  tanto  sa  sopra  tutti  gli  altri. 

Parerà  strana  cosa  a  V.  S.  che  un  uomo  ignoto  a  se  stesso, 
come  son  io,  si  sia  lasciato  dalla  licenza  tant'oltre  portare  che 
abbia  osato  por  bocca  nelle  lodi  di  lei.  Ma  io  la  supplico  a  com- 
piacersi che  '1  mio  inchiostro  onori  se  medesimo  e  che  quest'ar- 
roganza, la  quale  si  allontana  certo  di  lunga  mano  dal  vizio,  mi 
conservi  la  tanto  bramata  amicizia  di  V.  S.,  della  quale  fan  tanta 
stima  oggidì  i  re  e  i  gran  signori. 

Io  da  quest'ora  le  fo  libera  rinuncia  del  mio  cuore  e  del  mio 
animo  e  me  le  costituisco  parzialissimo;  e  se  le  mie  scritture  col 


I04  GIAMBATTISTA    MARINO 

favore  del  cielo  valeranno  a  porsi  in  sicuro  dal  tarlo  dei  giorni 
e  dal  verme  degli  anni,  il  corrosivo  de'  quali  distrugge  tutte  le 
cose,  respirerà  il  mio  nome  col  fiato  delle  lodi  di  lei. 

Dio  ottimo  massimo  le  conceda  sempre  cosi  favorevole  fortuna 
come  le  ha  donato  eccellente  virtù,  e  la  preservi  per  celebrata 
maraviglia  de'  nostri  tempi,  accioché  tutti  i  poeti  restino  senza 
colpa,  ammirando  nella  persona  di  V.  S.  un  nuovo  Apollo  che 
avanza  con  la  verità  delle  sue  preeminenze  le  favolose  preroga- 
tive dell'antico.   E  per  fine  le  bacio  affettuosamente  le  mani. 

Di  Venezia  [1624]. 


IV 

Antonio  Bruni  al  cavalier  Andrea  Barbazza 

Manifesta  il  suo  dolore  per  la  morte  del  Marino. 
(Da  una  lunga  lettera  premessa  alla  Ghirlanda:  si  veda  più  sopra,  p.  74). 

Nel  medesimo  punto  ho  lettere  da  Napoli  del  nostro  signor 
cavalier  Marino  e  da  Roma  di  V.  S.  In  quelle  s'accusa  la  ricevuta 
d'alcuni  squarci  déìV  Elo£-io  che  compongo  per  l'Altezza  serenis- 
sima di  Francesco  Maria  Feltrio  della  Rovere  duca  di  Urbino, 
discorrendosi  sopra  alcuni  particolari  appartenenti  a  tal  poesia;  e 
in  queste  ricevo  avviso  della  morte  del  signor  cavaliere.  Io  resto 
fuori  di  me  a  si  dolorosa  novella,  la  quale  quanto  mi  arriva  impro- 
visa  tanto  mi  si  fa  sentire  più  spiacevole.  Ma  come  ricever  sue 
lettere  e  nuova  insieme  della  sua  morte.?  Se  io  non  legessi  la  data 
delle  prime  scritte  a  12  di  marzo  e  delle  seconde  a  5  d'aprile, 
non  potrei  darmelo  a  credere.  E  pur  è  necessario  che  a  marcio 
mio  dispetto  il  creda  e  che  con  lagrime  di  sangue  il  pianga  in- 
consolabilmente, perché  all'  Italia  s'  è  oscurato  l'ornamento  delle 
lettere,  alla  poesia  toscana  è  mancato  l'ApoUine  de'  nostri  tempi, 
agli  amici  è  tramontato  lo  splendore  dell'amicizie;  e  a  me  fra  gli 
altri  vien  tolto  chi  co'  termini  civili  d'un  perfetto  amore  mi  sti- 
molava all'obligo  di  un  affetto  singolare,  e  con  la  viva  voce  e  con 
l'opere  maravigliose  m'allettava  con  una  soave  violenza  al  debito  di 
una  straordinaria  devozione.  Dispiacemi  solo  che,  per  la  disugua- 
!^lianza  dell'età  e  per  esser  egli  molti  anni  dimorato  nel  servizio 
del  re  cristianissimo,  non  abbia  potuto  goderlo  lungamente;  poiché 
in  tutto  lo  spazio  di  un  anno  che  ebbi  seco  stretta  pratica  in  Roma, 


LETTERE   E   DEDICATORIE  I05 

prima  ch'egli  si  ritirasse  alla  patria  e  io  passassi  a  questa  corte, 
si  può  dire  che  la  nostra  amicizia  incominciò  e  fini  subito  per  la 
morte  eh' è  seguita  di  lui,  con  tanto  danno  della  lingua  italiana 
e  dispiacere  di  chi  più  riveriva  cosi  prodigioso  intelletto.  Pure 
conserverò  sempre  cosi  intatta  la  riverenza  che  debbo  a'  suoi  scritti, 
si  come  puri  e  gloriosi  viveranno  registrati  negli  annali  dell'eter- 
nità  

Urbino  [1625]. 

V 

Giambattista   Baiacca  a  Gasparo   Bonifacio 
Descrive  le  cerimonie  funebri  fatte  dagli  Umoristi  in  onore  del  Marino. 

Aggiungo  agli  altri  il  presente  avviso  degli  onori  che  questi 
signori  accademici  Umoristi  hanno  fatto  al  cavalier  Marino  di  fe- 
lice memoria,  per  accrescer  a  V.  S.  la  consolazione  e  per  soddisfar 
anche  a  questo  debito  che  mi  resta  verso  di  lei.  La  nobiltà  di 
questa  accademia  degli  Umoristi,  che  tuttavia  fiorisce  di  lette- 
ratissimi  soggetti,  a  voi  già  è  nota.  Come  presuppongo  che  ben 
sappiate  che  sempre  si  fa  in  casa  del  signor  Paolo  Mancini,  cava- 
lier romano,  dove  saranno  venticinque  anni  appunto,  per  quel 
che  mi  ha  detto  fra  gli  altri  il  signor  Enrico  Falconio,  uno  de' 
fondatori  di  essa,  che  ebbe  il  suo  principio  e  che  ora  ne  è  principe 
il  signor  don  Carlo  Colonna,  signore  di  spirito  tanto  vivace  che 
in  questi  anni  della  sua  gioventù  mostra  di  voler  più  tosto  emu- 
lare che  imitare  li  suoi  gloriosissimi  precessori. 

Domenica  passata  adunque,  del  sette  corrente,  furono  cele- 
brate al  già  cavalier  Marino  da  detti  accademici  le  solenni  ese- 
quie, le  quali,  e  per  l'apparato  sontuoso  e  per  la  varietà  delle 
composizioni  fatte  e  recitate  in  sua  lode,  furono  certamente  ri- 
guardevoli. 

Erano  le  pareti  della  sala  dell'accademia  tutte  vestite  di  panni 
pavonazzi  :  e  in  faccia  alla  porta  principale,  per  la  quale  si  en- 
trava, a  diametro  rispondeva  un  elogio,  ornato  da'  lati  di  belle  e 
all'azione  mesta  proporzionate  pitture,  e  di  sopra,  come  per  fronte- 
spizio, dell'arma  del  cavaliere;  in  modo  che  altri  appena  avea  posto 
il  pie  sulla  soglia  che  l'occhio  era  tirato  a  leggerlo.  E  però  non 
lo  posso  io  preterire  o  trasportar  altrove,  ma  voglio  che  voi  an- 
cora lo  leggiate  qui. 


106  giambattista  marino 

Eqviti  Iohanni   Baptistae  Marino 

POETAE    svi    SAECVLI    MAXIMO 

CVIVS    MVSA    E    PARTHENOPEIS    CINERIBVS    ENATA 

INTER    LILIA    EFFLORESCENS 

REGES    HABVIT    MAECENATES 

CVIVS    INGENIVM    FAECVNDITATE     FELICISSIMVM 

TERRARVM    ORBEM    HABVIT    ADMIRATOREM 

ACADEMICI    HVMORISTAE 

PRINCIPI    QVONDAM    SVO 

PP. 

A  canto  all'elogio  a  man  diritta  si  vedeva  in  un  quadro  grande 
ritratto  il  cavalier  a  sedere  in  atto  di  studiare;  pittura  fatta  dal 
signor  conte  Francesco  Crescenzio,  fratello  del  signor  cardinal 
Crescenzio,  tanto  al  naturale  che  per  la  viva  espressione  del  poeta, 
si  come  è  e  sarà  sempre  degna  da  esser  ammirata  anco  dagli  stessi 
pittori,  cosi  da  chi  recitò  l'orazione  meritò  l'autore  d'esserne  pu- 
blicamente  commendato  e  cognominato  «  romano  Apelle  ».  A  mano 
manca,  vicino  pur  all'elogio,  era  posto  un  altro  quadro,  ritratto 
del  cavalier  Guarino,  che  fu  anch'esso  principe  dell'accademia. 
Di  qua  e  di  là  dai  ritratti,  presso  ai  canti  o  angoli  della  sala,  per 
compito  ornamento  di  quella  facciata  stavano  con  proporzionata 
distanza  attaccati  due  quadri  dipinti  a  chiaro  e  scuro,  e  quattro 
altri  simili  (cerchiati  e  fregiati  tutti  sei,  in  cambio  dì  dorate  cor- 
nici, di  ramoscelli  uniti  e  legati  insieme  di  lugubri  cipressi)  nel- 
l'altra parte  rincontro  a  questa  si  miravano.  In  questi  quadri  di 
assai  notabil  grandezza  venivano  rappresentate  diverse  virtù,  cioè 
la  Vigilanza,  l'Invenzione,  la  Poesia,  la  Fama,  l'Onore  e  la  Re- 
torica, s'io  non  erro;  nelle  quali  è  stato  segnalatissimo  il  Marino. 
Ed  erano  per  l'eccellenza  della  pittura  molto  pregiati,  poiché 
li  due  primi  sono  di  man  di  Giovan  Battista  Vallesio,  la  Poesia 
del  Baglioni,  la  Faina  del  cavalier  Giuseppe  d'Arpino,  V Onore 
del  cavalier  Pomarancia  e  la  Retorica  del  Lanfranco;  pittori  in 
Roma  della  prima  classe  e  de'  più  celebri  che  abbia  oggidì  l'Ita- 
lia, e  che  in  virtuosa  concorrenza  con  queste  lor  opere  hanno 
cercato  di  mostrar  il  lor  valore  e  ombreggiare  la  stima  che  del 
cavalier  Marino,  vero  ed  eloquente  pittore,  ciascun  di  essi  faceva. 
Girando  poi  l'occhio,  areste  da  una  banda  veduto  l'impresa  del- 
l'accademia, il  cui  corpo  figurato  è  il  mare  e  una  nube  che  gli 
ha  tratto  l'umore  versante,  e  il  motto  dice  «  Redit  agniine  dulci»; 


LETTERE    E    DEDICATORIE  I07 

e  dall'altra  due  bellissimi  quadri,  uno  di  san  Gregorio  Magno  protet- 
tore dell'accademia,  e  l'altro  di  una  donna  o  dea  nella  quale  artifi- 
ciosamente si  esprime  la  stessa  accademia.  E  questo  è  opera  nuova, 
fatta  a  posta  per  le  esequie  dal  Sementi,  pittor  anch'egli  famoso. 

Il  luogo  fu  pieno  di  gente  concorsavi  d'ogni  sorte,  ma  fu  ono- 
rato poi  della  presenza  del  signor  principe  Maurizio  cardinal  di 
Savoia,  gran  mecenate  di  virtuosi  in  questa  età,  de'  signori  duchi 
di  Alcalà  e  Pastrana,  ambasciatori  del  re  cattolico  (se  bene  questi 
stessero  in  disparte  e  come  non  conosciuti),  e  di  buon  numero  di 
vescovi  e  altri  prelati  e  signori,  come  de'  monsignori  Querengo, 
Ciampoli,  Lauro,  Candido,  Mascardi,  Alessandro  Tassoni,  Ridolfo 
Boccalini  e  altri  di  questa  tacca  d'uomini. 

Tale  fu  l'apparato,  che  invero  destava  negli  animi  dolor  e 
compassione  infinita,  percioché  per  mezzo  di  esso  si  rinovava  la 
memoria  della  perdita  di  si  grand'uomo;  onde  areste  anche  sen- 
tito nel  mormorio  della  moltitudine  fra  dolenti  voci  le  commen- 
dazioni del  cavalier  Marino,  e  a  deplorarsi  da  alcuno  la  sua  morte 
con  simili  parole: 

Or  piangi,  Roma,  e  tronca  il  lungo  crine; 
piangete,  logge...; 

dappoiché  quella  rea  che  '1  mondo  sgombra 
fa  di  si  cari  pregi  empie  rapine. 

Ma  non  perdiamo  il  filo.  A  questa  nobilissima  raunanza  espose 
il  signor  Girolamo  Rocco  da  Cosenza  con  elegante  orazione  le 
lodi  del  poeta,  diffundendosi,  per  le  azioni,  vita  e  morte  di  lui, 
quanto  era  di  mestieri  e  conveniente  al  luogo,  al  tempo  e  all'espet- 
tazione  di  chi  le  sentiva.  Finita  l'orazione,  il  signor  Antonio 
Sforza  da  Monopoli  discorse  latinamente,  con  un  dir  affettuoso  e 
ardente,  sopra  il  problema  proposto:  Perché  gli  aniicki  tie'  mor- 
tori si  tagliassero  li  capelli.  Sopra  il  quale  doveva  discorrer  anco 
il  signor  Girolamo  Brivio,  uno  degli  assistenti  dell'accademia;  ma, 
restando  da  leggersi  le  composizioni,  non  vi  fu  tempo.  Mi  ha 
però  egli  favorito  d'una  copia  del  suo  discorso;  e  io  la  mando  a 
voi  accioché  lo  gustiate  leggendolo,  come  ho  gustato  io  quello 
del  signor  Sforza  sentendolo.  Dopo  il  discorso  del  detto  signor 
Sforza  il  signor  conte  Giuseppe  Teodoli,  pur  assistente,  e  il  me- 
desimo signor  Brivio  lessero  quegli  un  sonetto  e  questi  un  ma- 
drigale, seguendo  altri  a  recitar  altri  componimenti,  vari  elogi, 
epitafi,  sonetti  e  madrigali;  e  furono  li  signori  Domenico  Benigni, 


Io8  GIAMBATTISTA    MARINO 

lo  Sforza  or  ora  mentovato,  Pier  Francesco  Paoli,  segretario  del 
principe  Savelli,  Ferdinando  Adorni,  Stefano  Marino,  Giacomo 
Camola,  Decio  Mazzei,  Giulio  Cesare  Valentino,  Francesco  Maia 
e  forse  alcun  altro  che  a  me  non  sovviene.  E  cosi  furono  termi- 
nate le  esequie,  con  molta  consolazione  di  tutti  gli  amici  del  vo- 
stro divin  Marino. 

Della  qualità  delle  composizioni  io  non  vi  dirò  altro,  né  starò 
a  farne  il  giudice,  non  essendo  cosa  da  me,  né  a  me  possibile, 
come  suol  esser  sempre  pericolosa.  A  noi  basti,  signor  mio,  di 
poter  affermare  che  sono  state  fatte  dagli  accademici  Umoristi  in 
loda  del  cavalier  Marino  e  alla  presenza  di  principi  grandi  e  di 
signori  in  lettere  eminenti,  per  concludere  senza  fallo  che  fossero 
tutte  eccellentissime. 

Io  vi  ho  fatta  questa  relazione,  perché  non  possiate  dolervi  di 
me  che  non  vi  abbia  avvisato  di  ciò  che  è  succeduto  in  questa 
materia  a  voi  tanto  cara.  So  che  è  storpiata;  ma,  mentre  è  conforme 
alla  possibilità  del  mio  ingegno  e  alla  poca  commodità  del  tempo 
che  mi  è  avvanzato  oggi  per  me,  doverete  scusar  la  sua  imper- 
fezione e  gradir  la  sincerità  di  essa  e  dell'animo  mio  devoto.  Con 
cui  vi  abbraccio  e  vi  prego  somma  felicità. 
Di  Roma,  li  xi  di  settembre  1625. 

VI 

Giovanni  Francesco  Busenello  al  signor  Giacomo  Scaglia 
Invia  copia  della  lettera  scritta  in  lode  deW Adone. 

Signor  compare,  voi  mi  obligate  a  mandarvi  copia  della  let- 
tera eh'  io  scrissi  già  alcuni  anni  al  signor  cavalier  Marino,  mentre 
egli  si  trovava  in  Roma  prencipe  dell'academia  degli  Umoristi. 
Ve  la  mando  volentieri,  tutto  che  molti  rispetti  mi  persuadano 
a  non  mandarla;  perché,  essendo  questa  tutta  ripiena  delle  laudi 
d'un  poema  tanto  biasimato  in  libri  stampati  già,  pare  eh' io  vo- 
glia mentire  l'opinioni  altrui,  tutto  che  maturate  nella  canicie  di 
chi  le  sostenta.  Si  aggiunge  che  il  mondo,  imbevuto  forse  che 
questa  lettera  sia  stata  scritta  dal  Marino  stesso  a  se  medesimo, 
come  pure  bestemmiano  le  stampe  dei  libri  predetti,  parerà  ch'io 
mi  voglia  appropriare  le  cose  d'altri.  Ma  nondimeno  voglio  che 
in  me  prevagliano  le  vostre  instanze  ad  ogni  altro  riguardo,  per- 
ché io  mi  fido  nella  verità  e  delle  laudi  e  della  lettera,  scritta  da 


LETTERE    E    DEDICATORIE  IO9 

me  con  penna  tinta  negl'inchiostri  di  un  cuore  stupido  all'immen- 
sità impercettibile  di  quel  sublime  ingegno.  Passeranno  i  secoli 
prima  che  il  mondo  ottenga  da  Dio  un  simile  al  Marino;  e  alla 
dolcezza  di  quello  stile,  alla  proprietà  di  quelle  voci,  alla  felicità 
di  quelle  rime,  stentino  e  ranchino  i  maligni  quanto  possono,  non 
sono  per  arrivar  mai. 

E'  ci  vuol  altro  che  il  compasso  che  misuri  i  membri  al  punto 
matematico,  la  bilancia  che  pesi  gli  atomi,  l'alchimia  che  distilli 
il  niente,  e  la  chimera  che  anatomizi  gl'istanti.  E  l'importanza 
non  consiste  in  formar  processo  per  inquisizione  sopra  il  poema 
d'un  defonto  e  mandar  il  quattro  avanti  l'uno,  preposterando 
l'ordine  ai  numeri  e  ai  libri,  e  far  esaminar  testimoni  che  la  fatica 
era  fatta  avanti  l'anno  di  Melchisedecco.  E  la  prova  delle  cose 
non  vale  con  dir:  —  Questo  è  mio  parto,  ma  il  manoscritto  era  a 
Napoli  in  mano  di  uno  che  è  morto;  —  Il  cibaldone  si  è  smarrito;  — 
Il  Sissa  fece;  —  Il  Vannetti  disse;  —  Il  conte  Fortuniano  non  è 
conte;  —  Don  Lorenzo  Scotto  non  fece  le  allegorie;  —  Le  sentenze 
di  Marziale  sono  false.  —  Insomma  questi  fiscali  della  pontualità, 
questi  riformamondo,  questi  Copernici  della  poesia,  che  inchio- 
dano il  sole  e  fanno  ballar  la  terra  sopra  la  corda,  a  me  punto 
non  piacciono.  Ma  voi,  compare,  nascondete  questa  lettera,  accio- 
ché  i  trascorsi  della  mia  confidenza  con  voi  non  mi  facciano  trovar 
brighe,  perché  io  protesto  di  non  volerla  con  alcuna  persona  del 
mondo  e  molto  meno  con  i  gabellieri  delle  come  e  dei  punti, 
mentre  io  onoro  tutti  e  riverisco  tutte  le  opinioni. 

Intanto,  se  voi  mi  apparecchiaste  un  Lucrezio  di  buona  stampa, 
dareste  l'anima  ad  alcuni  miei  scritti,  perché  la  prima  con  le  prossi- 
me seguenti  stanze  dell'Adone,  tanto  vituperate,  circa  l'invocazione 
né  pagana  né  cristiana,  sono  cavate  con  delicatezza  esquisita  dal 
principio  del  medesimo  Lucrezio,  se  però  la  memoria  non  m'inganna. 
Stazio,  Apuleio,  Luciano  e  quegli  altri  galantuomini  dal  buon 
secolo,  che  vi  mostrai  postillati,  dormono  da  molti  giorni  in  qua, 
né  credo  risvegliarli  più  per  adesso,  perché  infatti  il  fòro  è  un 
tiranno  dell'ore  e  dell'arbitrio.  Sarò  a  voi  posdimani  e  parleremo 
con  più  commodo.  Mi  raccomando  all'amore  e  alla  grazia  di  voi, 
a  cui  consacro  tutto  me  stesso. 
Di  Padova  [1627]. 


II 

CLAUDIO  ACHILLINI 

CARTEGGIO 


I 

Al  signor... 
Difficoltà  che  s'incontrano  a  Roma  per  far  fortuna. 

Io  sono  in  Roma,  e  sento  disgusto  estremo  che  gli  uomini 
per  eccesso  d'amorevolezza  abbiano  conceputo  qualche  espetta- 
zione  di  me,  e  che  in  un  certo  modo  con  l'onor  mio  non  posso 
restare  nel  mio  stato,  si  perché  venni  solo  qua  per  vedere  e 
poi  tornarmene  a  leggere,  si  anco  maggiormente  perché,  volendo 
restare,  so  che  in  modo  alcuno  non  posso  farne  riuscita.  Ed 
eccovi  le  raggioni. 

In  Roma  s'arriva  a  qualche  grado  di  grandezze  per  quattro 
mezzi:  per  splendore  di  sangue,  per  danari,  per  fortune,  per 
fatiche.  Per  splendore  di  sangue  saliscono  a'  cardinalati  tanti 
personaggi  di  stirpe  ducale,  regale  e  di  tante  altre  famiglie  illu- 
strissime, come  alla  giornata  si  vede.  Questo  mezzo,  per  medio- 
crità dello  stato  mio  e  della  mia  fameglia,  da  me  viene  escluso.  — 
Per  danari  in  due  modi  :  o  col  potersi  mantener  in  Roma  in 
casa  orrevole,  con  cocchi  e  servi,  entrando  in  prelatura;  o  col 
comprare  uffici,  come  chiericati  di  Camera,  uditorato  della  Ca- 
mera e  tesorierato.  E  questa  strada  purtroppo  dalla  tenuità  delle 
mie  fortune  anch'ella  mi  vien  preclusa.  —  Per  fortuna  riescono 
quelli  a'  quali  succede  pontefice  il  parente,  l'amico,  il  padrone. 
Ma  chi  non  sa  che  il  pensare  questo  di  me  e  fondarvi  espetta- 
zione  è  mera  vanità  e  sogno  e  pensiero  di  cosa  incertissima, 
comeché  dalla  ruota  della  Fortuna  venghi  aggirata?  —  Si  che 
resta  il  solo  mezzo  delle  fatiche.  Il  quale  si  riduce  a  questi  capi: 
sollecitare,  procurare  ed  avocare.  A'  quali  tutti  tre  è  commune 
una  longhissima  e  crudel  pazienza,  un  stentar  indefesso,  una  lon- 
ghezza  di  tempo  troppo  dura.  Ma  questo  poco  m'importerebbe, 

G.  B.  Marino.  C.  Achillini  e  G.  Prkti,  Lettere -n.  8 


114  CLAUDIO    ACHILLINI 

se  non  fosse  che  il  sollecitare  a  me  non  conviene,  che  sarebbe 
cosa  indegna;  il  procurare,  benché  alquanto  più  si  solevi  da  terra, 
per  ristesse  raggioni  però  non  conviene  a  lettore;  oltre  che,  que- 
sti sono  essercizi  da  asini,  che  consistono  più  nel  andar  per  Roma 
ad  informare  questo  tribunale  e  quello,  che  fra  sé  sono  lonta- 
nissimi, che  nella  bella  contemplazione  che  suole  farsi  sui  libri. 
Aggiungete  poi,  quanto  al  nome,  che  i  procuratori  in  Roma 
portano  l'istesso  nome  che  in  Bologna  e  sono  ne  l'istesso  con- 
cetto a  tutto  il  mondo;  e  per  fine  il  mio  genio  v'è  tanto  lontano 
che  neanco  imaginar  me  lo  posso.  L'avocare  porta  necessario 
il  tener  su  le  sue  spale  fornita  una  casa;  e  questa  importa  almeno 
cento  scudi  l'anno  di  piggione;  inoltre,  un  buono  e  bello  studio 
fornito:  le  quali  due  cose  senza  meno  della  casa  non  mi  possono 
esser  sumministrate. 

—  Oh  !  —  direte:  —  non  potete  stare  a  camera  e  far  con  pochi 
libri  alla  meglio  che  si  può  in  questi  principi,  finché  si  vadi  avan- 
zando qualche  poco  di  credito?  —  Vi  rispondo  che  potrei  io  men- 
dicamente essercitar  questo  ufficio;  ma,  Dio  buono,  che  longhezza 
di  tempo  !  E  che  speranze  sarebero  le  mie  a  faticar  cosi  vilmente 
con  pregiudizio  della  fama  e  della  avocazione?  conferendo  mas- 
simamente a  l'aver  credito  lo  star  con  qualche  riputazione. 

Ma  poniamo  su  che  io  potessi  commodamente  avocare.  Che 
poi?  Quando  l'avocare  non  serve  per  cumulare  tanti  danari  che 
bastino  a  vivere  da  prelato,  è  nulla;  e  l'avocare  con  speranza  tale 
suppone  troppo  longhezza  di  tempo,  troppo  eccessive  fatiche, 
troppo  fiera  complessione  e  troppo  bella  riuscita  alle  cose  sue. 
L'avocare  per  semplicemente  mantenersi  tanto  si  potria  fare 
nella  mia  città,  là  dove  non  avrei  le  migliaia  di  concorrenti 
che  sono  in  Roma  e  porterei  qualche  nome  già  acquistato,  che 
qui  è  oscurissimo  e  ignoto. 

Né  mi  state  a  dire:  —  Tu  hai  ingegno  e  farai  e  dirai.  — 
Poiché  dicono  che  qua  sono  diecimilla  pari  miei  e  da  più  di 
me  in  ogni  cosa,  che  vivono  mendicamente.  E  questa  è  la  gran- 
dezza di  Roma:  il  dare  de'  galantuomini  quattro  al  baioco,  se  pure 
nel  numero  loro  per  vostra  amorevolezza  mi  volete  porre.  Si  che 
vedete  bene  con  che  giudicio  si   concepisca  espettazione  d'un 


CARTEGGIO  115 

par  mio.   E  questo  è  quello,   come  vi  dissi,  che  mi  preme.  Ed 
eccovi  contezza  di  me. 

Quanto  alla  seconda  parte  della  lettera,  vi  ringrazio  di  tutto 
core  degli  amorevoli  avisi  che  mi  date,  e  procurerò  di  farvi  vedere 
che  io  stimo  i  vostri  consigli,  con  desiderio  ancor  di  servirvi 
in  altro,  purché  me  ne  mostriate  l'occasione.  Tratanto  conser- 
vatevi, ch'io,  augurandovi  dal  cielo  in  capo  a  l'anno  un  bambo- 
lino  maschio,  vi  bacio  le  mani.  Il  medemo  fa  il  Fieschi. 
Di  Roma,  li  27  ottobre  1601. 

II 

Al  signor  Antonio  Lamberti 

Della  morte  di  papa  Leone  XI  e  della  probabile  elezione 
del  cardinal  Borghese. 

Mori  il  papa  di  puntura  coperta,  e  quel  sospiro  nel  quale 
rissolse  la  vita  fece  fare  aborto  alla  fortuna  di  mille,  in  quel 
punto  apunto  ch'ella  stava  per  partorir  loro  qualche  bene.  Ma 
stimo  che  questa  morte  sia  stata  a  lui  fortunatissima,  poiché 
s'erano  veduti  lampi  tanto  grandi  nei  felici  principi  del  suo  prin- 
cipato, ch'era  quasi  impossibile  il  credere  che  il  resto  dovesse 
rispondere,  se  bene  una  gran  pioggia  di  lagrime  di  tanti  suoi 
servitori,  sollevati  in  alto  per  essere  più  trabochevolmente  pre- 
cipitati, quasi  corrispondesse  ai  lampi  ed  ai  baleni  di  quei  fortu- 
nati principi,  potendosi  in  un  certo  modo  sovertire  quel  bello 
e  antico  proverbio:  «  Ex  trema  gaudii  luctzis  occupai-»,  con  dire 
«  Principia  gaiidii  luctus  occupai-».  Dal  che  imparino  quegli  che 
non  hanno  l'animo  composto,  ma  fra  mille  aggiramenti  di  queste 
ambizioni  terrene  perturbato;  poiché,  in  quelle  amare  contin- 
genze di  cose,  l'eterna  providenza  con  bella  disciplina  c'insegna 
che  tutte  queste  grandezze  sono  sogni  e  vanità  fugaci,  ch'altro 
non  fanno  che  tenerci  un  velo  all'anima  che  gli  appanni  gli 
occhi  dello  spirito,  si  che  non  s'affisi  in  quelle  incorruttibili  ed 
eterne  bellezze  del  cielo,  in  comparazione  delle  quali  tutte  le 
grandezze  di  qua  giù,  quando  ben  fossero  di  longo  tempo,  sono 


Il6  CLAUDIO    ACHILLINI 

fumi  e  ombre,  fra  le  quali  sempre  «  cor  nostrum  ifiquietum  est, 
donec  reqiiiescat  in  Domino  ». 

Ora  che  si  fa?  Tutti  li  cardinali  in  questi  dieci  giorni  vanno 
accellerando  le  prattiche,  per  istar  prigioni  più  brevemente  che 
sia  possibile;  e  communemente  si  spera  l'essaltazione  di  Saulo, 
il  quale  e  per  età  e  per  nobiltà  di  sangue  e  per  grandezza 
d'animo  e  per  valore  di  lettere,  massime  politiche,  è  giudicato 
degno  successore  del  gran  Leone,  che  d'amorosi  ruggiti  ha  ri- 
pieno tutta  questa  corte.  Ma  tutta  questa  prattica  si  difficultarà  o 
si  facilitarà  dall'entrare  o  non  entrare  del  cardinale  Aldobran- 
dini  in  conclave;  il  quale  ora  non  istà  molto  bene,  anzi  si  dubita 
da  molti  della  vita.  Sinora  la  lega  dell'altra  sede  vacante,  che 
di  già  dovete  sapere,  è  ristretta  e  con  nuovi  nodi  ricongiunta 
contro  le  creature  clementine;  per  lo  che,  se  bene  tornerà  in 
piedi  la  prattica  del  Baronio,  nondimeno  facilmente  svanirà. 
Se  Aldobrandino  non  entra,  sosterrà  la  sua  vece  San  Giorgio; 
ma  non  si  vuol  un  tanto  nervo.  Sinora  non  posso  scriver  altro... 
[Di  Roma,  aprile  1605]. 


Ili 

Al  medesimo 

Dopo  aver  raccontato  che  gli  è  riuscito  di  sventare  i  mali  uffici 
fatti  a  Roma  contro  di  lui,  soggiunge: 

Qui  si  aspetta  fra  due  o  tre  giorni  quella  gran  scomunica 
per  la  quale  sarà  interdetto  il  traffico.  Servavi  per  aviso,  accioché, 
se  avete  incaminato  alcun  negozio  in  quel  paese,  iunta  la  pre- 
sente, lo  troncate.  Potrete  ancora  avvisarne  il  signor  leronimo, 
accioché  quanto  prima  si  proveda  di  gran  quantità  di  libri  ;  altri- 
menti, quando  ne  avrà  [bisogno],  non  ne  potrà  avere.  Faccio 
fine  e  vi  bacio  le  mani. 

Di  Roma,  li  15  aprile  1605. 


CARTEGGIO  II7 

IV 

AL    MEDESIMO 

Sulla  stampa  delle  opere  di  Ulisse  Aldrovandi,  fatta  per  ordine 
e  a  spese  del  «  reggimento  »  di  Bologna. 

Avisatemi  subito,  per  grazia,  in  che  termine  stanno  le  opere 
dell 'Aldrovandi,  quale  è  l'ultima  che  si  stampò,  se  ci  è  nissuno 
che  abbia  la  cura  di  stamparne  altre  e  che  previdenza  o  che 
pensiero  abbia  il  regimento  intorno  a  si  fatto  negozio.  Perché 
quel  dottor  Quirino  Cuogliero,  uomo  insigne  e  che  forsi  ha 
pochissimi  pari  in  cristianità,  che  già  stava  in  Bologna  e  che 
aiutava  il  Claudino  a  stampar  le  sue  cose,  ci  attenderebbe.  Egli 
è  todesco  ed  è  notissimo  in  Bologna.  Il  Gavazza  o  il  Muratore 
ne  daranno  ragguaglio.  Insomma  vorrebbe  sapere  se,  offeren- 
dosi, sarebbe  ascoltato.  Io  vi  dico  che  non  ci  è  uomo  maggior 
di  lui  né  che  potesse  dar  maggior  sodisfazione  in  questo  ne- 
gozio. Questo  vi  dico:  che  è  gran  danno  alla  republica  litte- 
raria  e  gran  preiudizio  alla  riputazione  dell 'Aldrovandi  che  si 
siano  stampate  quelle  opere  che  spettano  alla  curiosità  umana, 
e  che  la  grand 'opera  delle  piante,  che  può  esser  di  tanto  pro- 
fitto al  genere  umano,  resti  indietro  sepolta  nell'oblivione,  e 
vada  a  male  una  si  gran  fatica,  con  la  quale  quel  grand'uomo 
avea  trovate  le  migliaia  e  migliaia  di  piante  per  beneffizio  della 
salute  degli  uomini. 

[posteriore  al  1605]. 

V 

Al  cardinal  Serafino  Razzali  Olivieri 

Lo  ringrazia  di  avergli  fatto  ottenere  dal  «  reggimento  »  di  Bologna 
la  «  grazia  »  di  trecento  ducati. 

Di  Bologna,  li  18  febbraio  1607. 


Il8  CLAUDIO    ACHILLINI 

VI 

Al  medesimo 

Lo  ringrazia  di  avergli  affidato  l'incarico  di  riferire  su  d'un  processo  non 
ostante  le  malignità  sparse  sul  suo  conto,  per  r«odio  antico»  che  gli 
portano  a  Bologna  a  causa  della  cattedra  da  lui  occupata. 

Di  Bologna,  li  24  novembre  1607. 


VII 

Al  signor... 

Intorno  allo  Staio  rustico  di  Giovan  Vincenzo  Imperiali. 

Non  prima  ho  risposto  alla  gentilissima  lettera  di  V.  S.  ch'io 
m'abbia  lette  le  bellissime  fatiche  del  signor  Giovan  Vincenzo, 
per  potergliene  scrivere  quello  che  ingenuamente  ne  sento.  L'in- 
venzione per  molte  varietà  è  molto  curiosa  e  dilettevole,  le 
sentenze  vivamente  conchiudono,  il  decoro  è  costumatissimo  e 
lo  stile  è  maraviglioso.  Dio  buono!  di  quante  perle  poetiche 
è  tutto  sparso  !  che  traslazioni  nuove  !  che  perifrasi  miracu- 
lose!  e  quello  che  più  importa,  la  musa  di  cotesto  cavalliere, 
quasi  Imeneo  d'insolita  autorità,  ha  saputo  e  potuto  maritare 
il  patetico  alla  leggiadria  degli  ornamenti;  cosa  tanto  difficile 
quanto  disse  Aristotele  e  quanto  tuttora  provano  quegli  che  com- 
pongono. Vorrei  aver  più  tempo,  ch'io  non  ho  in  questo  tempo 
tutto  dedicato  alle  future  fatiche  della  catedra,  perché  longamente 
vorrei,  più  di  quello  che  per  aventura  comporta  il  periodo  d'una 
lettera,  discorrere  intorno  a  tutte  l'eccellenze  di  questi  libri;  ma 
spero  di  doverlo  fare  a  bocca  a  V.  S.  Insomma  il  signor  Giovan 
Vincenzo  ha  tolto  i  pregi  alle  città  e  n'ha  arricchite  le  ville; 
ma  se  gli  alberghi  civili  portano  invidia  ai  boschi,  i  boschi 
all'incontro  si  dolgono  d'esser  stati  rubati  in  queste  carte  e  com- 
municati  alle  città:  cosi  cotesto  signore  non  ha  saputo  involarsi 


CARTEGGIO  II9 

alla  città  per  donarsi  alla  villa,  senza  involar  la  villa  alla  villa  e 
farne  parte  alla  città  !  Mercé  di  questi  libri  veggio  nei  più  sereni 
giorni  i  più  tempestosi,  tempro  con  quell'aure  ch'egli  mi  descrive 
l'arsura  di  quei  raggi  ch'io  sento,  vagheggio  nei  più  foschi  orrori 
della  notte  quelle  bellissime  albe  che  mi  depinge.  Anzi  più  bella 
è  l'aurora  in  queste  carte  che  non  è  quando,  uscita  dal  Gange, 
quasi  pastorella  celeste,  con  flagello  di  rose  si  va  cacciando 
avanti  la  luminosa  greggia  delle  stelle;  più  bello  il  sole  che  non 
è  quando,  asceso  il  Campidoglio  dell'oriente,  sta  trionfando 
dell'ombre  nemiche;  più  bello  è  il  fiume  nell'alveo  di  questi 
fogli  che  non  è  quando,  da  cento  rivi,  quasi  da  cento  sproni 
d'argento,  stimolato  al  corso,  baccia  fuggendo  l'un'e  l'altra 
diletta  sua  sponda  e  con  ricchissimo  tributo  al  mar  sen  corre, 
o  quando,  povero  e  restio  e  fatto  in  sua  povertà  sincero, 
palesa  i  secreti  del  suo  cuore;  più  bella  è  la  selva  su  le  pendici 
di  queste  carte  che  non  è  sui  gioghi  de'  monti,  quando,  esposta 
ai  raggi  del  sole,  se  stessa  in  terra  depinge  e  vagheggia  e  sotto 
ai  ricoveri  frondosi  alletta  i  pastorelli  ad  inganar  l'estiva  arsura; 
più  belle  insomma  fa  le  campagne  il  signor  Giovan  Vincenzo 
di  quello  che  coi  penelli  suoi  le  faccia  aprile.  E  lo  poetico 
suo  spirito  ha  tolto  il  vanto  ai  soffi  di  Zeffiro;  che  se  i  lavori 
d'aprile  e  dell'aure  sono  caduchi,  l'opra  di  questa  cara  musa 
sarà  immortale.  E  soffino  pure  i  freddi  venti  dell'ebraica  invidia, 
dalla  quale  sarà  lacerato,  che  a  malgrado  loro  le  sue  primavere 
saranno  eterne. 
[1607?]. 

Vili 

Al    signor    CAVALIER    RlNOCINI    [RlNUCCINl],    A    FIRENZE 

Loda  parecchi  componimenti  poetici  del  R.  e  di  altri,  scritti  in  occasione 
di  un  lieto  avvenimento  della  casa  de'  Medici  (probabilmente  il  matri- 
monio di  Cosimo  II  con  Maria  Maddalena  d'Austria),  alla  quale  si  au- 
gura il  più  prospero  avvenire, 

[1608?]. 


I20  CLAUDIO    ACHILLINI 

IX 

Al  signor  cavalier  Vinta 
Manda  due  sonetti  in  occasione  delle  nozze  di  Cosimo  II  de'  Medici. 

[1608]. 

X 

Del  signor  Vincenzo  Cavalli 

Desidera  una  commendatizia  per  cavare  dalle  mani  d'un  tal  Morbido 
il  sonetto  «  Ecco  il  padre  de'  boschi,  alto  Apennino  »  e  l' idillio  di 
«Venere  che  cerca  Adone»,  scritto  in  occasione  delle  nozze  di  Co- 
simo II  de'  Medici. 

[non  anteriore  al  1608]. 

XI 

Di  Giovan  Bernardino  Sessa 

Loda  entusiasticamente  alcune  composizioni  poetiche  dell'Achillini. 
Di  Milano  [stessa  data  dell'antecedente?]. 

XII 

A  Giovan  Bernardino  Sessa 
Ne  loda  i  componimenti  poetici  e  ringrazia  della  precedente  lettera. 

[poco  posteriore  alla  precedente] . 
XIII 

Al  cardinale  Michelangelo  Tonti 

Congratulazioni  per  la  sua  nomina  a  cardinale, 
[poco  posteriore  al  24  novembre  1608]. 


CARTEGGIO  121 

XIV 

A  Giambattista  Marino 

Lieto  che  l'amico  sia  scampato  dall'attentato  del  Murtola, 
si  congratula  con   lui. 

Scrivo  in  fretta  per  carestia  di  tempo.  Ho  letta  la  lettera  di 
V.  S.  e  con  una  mistura  di  vari  affetti  ho  inteso  il  tutto.  Non 
so  che  dirmi  altro  se  non  che  il  Murtola,  con  l'essempio  di 
colui  il  quale  per  acquistarsi  un  grido  eterno  volse  distruggere 
il  tempio  di  Diana  effesia,  ha  tentato  d'immortalarsi  se  non 
con  la  penna  almeno  con  l'armi  scelerate,  procurando  di  strug- 
gere il  Marino,  ottava  meraviglia  del  mondo.  Ma  perché  egli 
era  un  tempio  dedicato  ad  una  deità  maggiore  (a  quella,  dico, 
d' Appello,  da  cui  Diana  riconosce  il  lume),  l'infame  suo  desi- 
derio non  ha  sortito  quei  desiderati  fini  ch'egli  si  credette.  Ma 
comeché  il  Marino  in  quel  foco  fosse  restato  consunto,  essendo 
egli  nondimeno  la  fenice  della  poesia,  in  quel  rogo  fatale  si 
saria  rinovato;  e  non  rinovato  ancora,  sarrebbe  eternamente 
vissuto  nelle  penne,  nelle  lagrime  e  nelle  memorie  di  tutto  '1 
mondo.  Io  sento  tanta  allegrezza  del  fine  reale  di  cotesto  ne- 
gozio, quanto  disgusto  reca  a  tutti  gli  amici  l'intenzionale  di 
cotesto  scelerato;  tanto  più  ch'egli,  più  tosto  condotto  da  co- 
darda desperazione  che  da  legitima  cagione,  postosi  il  canape  in 
seno,  ha  avuto  ardire  d'intraprendere  si  brutta  impresa.  La 
quale  al  sicuro,  come  V.  S.  scriv^e  nella  sua,  è  stata  vietata 
dalla  beata  Vergine,  si  come  anco  per  decreti  astrologici  si  può 
congetturare;  poiché,  avendo  V.  S.  nel  suo  mezzo  cielo  la 
spica  della  vergine,  che  forsi  misticamente  significa  la  vera 
Vergine,  è  stata  da  si  regia  e  potente  positura  preservata  da  si 
gran  pericolo.  Ma  di  questo,  parlato  che  n'avrò  col  Magini, 
con  più  sicuro  fondamento  le  scriverò  per  altra  mia.  Tratanto 
viva  sicura  che,  come  io  più  d'ogni  altro  avrei  con  lagrime  di 
sangue  pianta  la  sua  morte,  cosi  più  d'ogni  altro  cordialmente 


CLAUDIO   ACHILLINI 


mi  rallegro  con  lei  del  miracoloso  successo.  Della  magnanimità 
di  V,  S.  in  procurar  salute  al  reo,  non  le  scriverò  altro  se 
non  che,  se  il  pericolo  la  fa  gloriosa,  la  gloria  la  fa  pericolosa. 

[Di  Bologna,  febbraio  del  1609]. 


XV 

Di  Giambattista  Marino 
Risposta  alla  lettera  precedente. 

Io  non  dubito  punto  che  lo  spaventoso  accidente  seguito 
questi  giorni  passati  in  persona  mia  non  sia  stato  sentito  viva- 
mente dagli  amici  e  padroni  più  cari,  perché  ha  potuto  muovere 
ad  orrore  ed  a  pietà  anche  gli  animi  di  coloro  che  non  mi  cono- 
scono. E  che  in  particulare  V.  S.  abbia  voluto  condolersi  meco 
della  disgrazia  del  pericolo  e  congratularsi  della  grazia  del  mira- 
colo, me  ne  pregio  ma  non  me  ne  maraviglio,  sapendo  quanto 
Ella  è  cortese  e  quanto  mi  ama.  Certo  mi  conviene  benedire  il 
rischio  passato  e  sentire  il  buon  grado  alla  botta  de  l'archibugio, 
poiché,  se  ha  cercato  di  danneggiarmi  nella  vita,  mi  ha  dall'al- 
tra parte  assicurato  ch'io  non  son  morto  nelia  grazia  di  V.  S., 
mercé  dell'aflfettuosa  ed  ingegnosa  lettera  della  quale  si  è  com- 
piaciuta di  consolarmi.  La  lettera  fu  letta  in  presenza  di  S.  A. 
serenissima  e  dell'uno  e  l'altro  illustrissimo  cardinale,  e  com- 
mendata come  parto  d'arguto  e  vivace  intelletto.  E  se  bene  Ella 
dice  che  fu  scritta  in  fretta,  non  è  però  da  credere  ch'assai  più 
veloce  non  corresse  l'ingegno  nel  comporla  che  la  mano  nel 
vergarla,  o  che  l'auttore,  il  quale  mostra  aver  carestia  di  tempo, 
abbia  penuria  di  concetti  e  di  vivezze;  anzi  il  carattere  fret- 
toloso e  fuggitivo  ha  fatto  arrestar  di  meraviglia  chiunque  l'Iia 
letta  e  messo  curiosità  in  questi  prencipi  d'aver  più  minuta  no- 
tizia delle  qualità  di  V.  S.:  a  la  quale  io  mi  persuado  avere  in 
buona  parte  sodisfatto;  perché,  si  come  non  lascerò  mai  di  ser- 
virla quando  il  porti  l'occasione,  cosi  non  mi  stancherò  mai 
d'onorarla  ogni  volta  che  '1  tempo  il  richiegga.  Fu  anche  letta 


CARTEGGIO  I23 

e  lodata  quella  del  mio  signor  conte  Ridolfo  Campeggi  per  bocca 
dell'illustrissimo  signor  cardinal  San  Cesareo,  nelle  cui  mani 
pervenne  il  piego.  E  per  Dio!  eli' io  mi  sento  eternamente  do- 
vere tutto  me  stesso  a  cotesto  signore;  e  chi  non  adorasse  tanta 
gentilezza  accoppiata  a  tanto  valore?  Egli  mi  scrive  un  diluvio 
di  tenerezze  con  un  eccesso  di  smoderato  affetto,  le  quali  si 
vede  chiaramente  che  procedono  non  da  affettazione  ma  da  affe- 
zione. V.  S.,  per  mia  fé,  mi  favorisca  di  rendergli  con  ogni  cal- 
dezza grazie  di  si  cortese  ufficio;  ch'io  per  me  non  ho  lingua 
né  penna  da  poter  corrispondergli  a  bastanza. 
[Di  Torino,  febbraio  o  marzo  del  1609]. 


XVI 

A  Giambattista  Marino 

Ancora  dell'attentato  del  Murtola. 

Ho  letto  il  manifesto  quattro  volte  e  l'hanno  a  questa  ora 
con  esso  meco  veduto  quasi  tutti  gli  amici.  Insomma  né  per  can- 
didezza di  stile  corrente,  né  per  affetti  mossi  a  luogo  e  tempo, 
né  per  mille  vivezze  ond'egli  in  cento  luoghi  è  asperso,  penna 
d' Italia  lo  potrebbe  appressare  non  che  arrivare.  Non  si  può 
leggere  senza  odiarne  il  Murtola,  amarne  V.  S.  ed  ammirare 
il  suo  nobilissimo  ingegno.  Oh  d'amarissima  radice  dolcissimo 
germoglio!  puossi  benedire  il  rischio  passato,  da  che  per  mezzo 
di  lui,  senza  danno  di  lei,  sono  spiccate  dalla  sua  fecondis- 
sima vena  acque  cosi  serene!  E  chi  sa,  se  il  Murtola  vive, 
che  si  preziosi  parti  dell'ingegno  di  V.  S.,  che  forsi  pas- 
sano quante  cose  Ella  fece  giamai,  non  siano  per  esser  l'unico 
mezzo  per  farlo  acquetare,  convertendo  l'invidia  in  meraviglia, 
l'emulazione  in  imitazione  e  le  detrazioni  in  lodi?  Perché,  ad  ogni 
modo,  egli  può  ben  avisarsi  che  i  finissimi  allori,  ond'Ella 
porta  meritamente  coronati  i  crini,  la  renderanno  mai  sempre 
sicura  dai  fulmini  del  cielo  non  che  da  quelli  degli  uomini. 
Vuoisi  tra  poeti   guerreggiarsi  con  le  bacche  del  lauro,  pianta 


124  CLAUDIO    ACHILLINI 

del  Sole;  non  con  le  ghiande  di  piombo,  frutti  di  Saturno.  Ma 
forsi  l'aversario,  il  cui  lauro  è  sterile  ed  infecondo,  non  avea 
bacche  da  gettare;  onde  ricorse  per  aiuto  al  più  maligno  pianeta 
che  s'aggiri  per  lo  cielo.  E  perché  il  Sole  ha  forza  di  liquefare  il 
piombo,  l'offesa  si  rissolse  in  tuono:  quanto  però  alla  persona 
di  V.  S.;  percioché,  quanto  a  quella  del  povero  Braida,  non  è 
alcuno  che  non  senta  sino  al  vivo  dell'anima  quella  ferita  che 
cosi  teneramente  Ella  compiange.  Oh  quanto  V.  S.  gli  dee! 
che  se  l'amore  glielo  fece  compagno,  la  fortuna  di  lei  lo  fece 
depositario  di  quel  colpo  che  portava  la  morte  in  fronte. 

Orsù,  seguirò  in  andar  mostrando  il  manifesto,  poiché,  discol- 
pando l'onore,  onora  l'intelletto;  né  resterò,  come  suo  vero  amico, 
di  metterle  in  considerazione  che  almeno  Io  scoppio  passato, 
oltre  l'aver  svegliata  la  pianta  del  suo  ingegno  a  produr  frutti 
novelli  e  oltre  il  grido  recatone  al  suo  nome,  doverebbe  ancora 
servire  a  V.  S.  per  uno  svegliamento  alle  cose  del  cielo  ed  alla 
salute  dell'anima,  se  foiosi  in  ciò  Ella  dormiva. 
[Di  Bologna,  febbraio  o  marzo  1609]. 


XVII 
Al  cardinale  Spinola,  legato  in  Ferrara 

Lo  ringrazia  d'avergli  promesso  di  fargli  sapere  a  suo  tempo  ciò  che  sarà 
risoluto  circa  la  sua  nomina  alla  cattedra  vespertina  di  leggi  nell'uni- 
versità di  Ferrara. 

[Di  Bologna,  maggio  o  giugno  1609]. 

XVIII 
Al  medesimo 

Non  appena  riceverà  la  lettera  del  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  con  cui 
gli  si  offrirà  la  cattedra,  risponderà  accettando  e  pregando  di  ottenergli 
l'approvazione  da  Roma. 

[Di  Bologna,  maggio  o  giugno  1609J. 


CARTEGGIO  I25 

XIX 

Del  magistrato  de'  savi  di  Ferrara 

Nomina  dell'Achillini  alla  prima  cattedra  vespertina  di  leggi 
nell'università  di  F"errara. 

Trovandosi  più  anni  or  sono  la  prima  catedra  di  leggi  della 
sera  di  questo  nostro  Studio  senza  lettore,  s'è  continuamente 
invigilato  per  riempire  degnamente  il  luogo;  e  speriamo  d'aver 
del  tutto  conseguito  quel  fine  che  per  servizio  ed  orrevolezza 
della  patria  abbiamo  ad  ogni  ora  avuto  dinanzi  agli  occhi,  per- 
ché, allettati  dall'onorata  nominanza  del  valore  di  V.  S.  e  mossi 
dalle  informazioni  proporzionate  al  grido,  l'altrieri,  che  fu  di  4 
del  corrente  mese,  congregati  insieme  con  noi  li  signori  refor- 
matori, V.  S.  fu  proposta  ed  eletta  a  un  tratto,  con  onorario 
di  mille  scudi  l'anno.  Resta  eh'  Ella  con  l'accettar  prontamente 
il  carico  corrisponda  al  nostro  affetto  e  all'ottima  volontà  nostra 
verso  la  sua  persona.  Del  che  mentre  s'attende  avviso,  a  V.  S. 
preghiamo  da  Dio  felici  avvenimenti. 
Ferrara,  6  giugno  1609. 

XX 

Al  magistrato  de'  savi  di  Ferrara 
Ringraziamenti  per  l'ottenuta  cattedra. 

Accetto  non  solamente  prontamente  il  carico  destinatomi  da 
VV.  SS.  illustrissime  in  cotesto  Studio,  ma  ne  rendo  loro  grazie 
immortali.  E  perché  conosco  qual  conseguenza  d'obligo  mio 
porti  seco  un'elezzione  spontanea,  andrò  con  tutte  le  forze  del- 
l'ingegno apparecchiandomi  per  essere  a  suo  tempo  tutto  nel 
servizio  loro,  nel  quale,  se  non  pareggiare,  almen  aspirerò  a 
quell'onorato  concetto  che  portano  del  mio  talento.  Fratanto 
con  vivo  affetto  supplico  a  VV.  SS.  che  si  degnino  per  mezzo 
dell'ambasciatore  loro  in  Roma  impetrarmi  da  Nostro  Signore 


126  CLAUDIO    ACHILLINI 

una  licenza  di  partirmi  senza  preiudizio  della  mia  presente  ca- 
tedra  e  sua  provisione  in  caso  di  ritorno,  quando  che  sia; 
poiché  il  partire  semplicemente  m'è  concesso,  ma  non  già,  par- 
tendo, il  ritenere  per  lo  ritorno  la  provisione  che  al  presente 
posseggo.  Che  non  solo  per  mezo  di  tal  intercessione  rende- 
ranno l'animo  mio  più  tranquillo  e  franco  in  cotesto  servizio, 
ma  con  obligo  immortale  mi  legaranno  alla  benignità  loro.  Alla 
quale  per  fine  reverentemente  m'inchino. 
[Di  Bologna,  giugno  1609], 

XXI 

Al  marchese  Gualenghi 
Lo  ringrazia  di  essersi  adoperato  a  fargli  conferire  la  cattedra  a  Ferrara. 
[Di  Bologna,  giugno  1609]. 

XXII 

Al  dottor... 
Ringraziamenti  per  la  medesima  ragione. 
[Di  Bologna,  giugno  1609]. 

XXIII 

Al  cardinal  [Spinola] 
Speciali  ringraziamenti  per  la  medesima  ragione. 

[Di  Bologna,  giugno  1609]. 

XXIV 

Al  medesimo 

Il  papa  ha  finalmente  concesso  che  egli  possa  partire  per  Ferrara,  senza 
perdere  il  diritto,  nel  caso  di  ritorno  a  Bologna,  alla  cattedra  quivi 
occupata. 

[Di  Bologna,  secondo  semestre  del  1609]. 


CARTEGGIO  I27 

XXV 

Al  magistrato  dei  savi  di  Ferrara 
Domanda  di  essere  confermato  nella  cattedra  per  un  triennio. 

[Ferrara,   1610?]. 

XXVI 

Al  signor... 

Protesta  ancora  una  volta  di  non  essere  autore  d'una  scrittura  legale,  com- 
posta contro  di  lui,  nell'  interesse  del  figlio;  ma  ciò  non  toglie  che  il 
figlio  abbia  molta  ragione  nel  volere  dal  padre  almeno  gli  alimenti. 

[non  posteriore  al  1610?]. 

XXVII 

Del  cavalier  Battista  Guarini 

Ringrazia  d'un  sonetto. 

V.  S.  fin  a  qui  ha  meco  avuto  gran  merito  d'ingegno, 
benché  commune  con  tutti  coloro  che  hanno  senso  e  gusto  di 
lettere.  Ma  ora  in  particolare  l'ha  Ella  grandissimo  per  cagione 
di  gentilezza,  essendosi  compiaciuta  di  mandarmi  il  suo  bel 
sonetto,  a  instanza  mia  da  lei  conceputo  e  si  leggiadramente 
composto.  Il  quale,  e  come  frutto  dell'uno  e  come  effetto  del- 
l'altra, obliga  me  a  renderle  tante  grazie  della  gentilezza  quante 
lodi  dell'ingegno,  e  lei  a  darmi  occasione  ond'io  possa  per 
ambedue  mostrarmele  grato,  si  come  dagli  efietti  potrà  ottima- 
mente conoscere  in  ogni  cosa  di  suo  servizio.  Che  sarà  il  fine, 
con  baciarle  di  buon  cuore  la  mano  e  pregarle  ogni  felicità, 
[anteriore  al  7  ottobre  161 2]. 


128  CLAUDIO    ACHILLINI 

XXVIII 

Al  cavalier  Battista  Guarini 
Risposta  alla  precedente  lettera. 

In  quel  tempo  ch'io  dovea  rendere  affettuose  grazie  a  V.  S., 
la  quale,  avendomi  porta  occasione  di  servirla,  avessemi  dol- 
cemente aperte  le  porte  alla  sua  grazia,  ho  sentito  dalla  sua 
non  meno  ingegnosa  che  cortese  lettera,  piena  di  lodi,  d'of- 
ferte e  di  ringraciamenti,  raddoppiarmisi  gli  effetti  della  sua 
gentilezza  in  guisa  tale,  che  dal  centro  della  sua  benignità  m'è 
convenuto  cavare  amari  sensi  del  mio  mancamento.  Onde,  im- 
meritamente  favorito  ed  a  ragione  confuso,  non  saprei  ora 
che  risponderle  altro  se  non  che  sommamente  mi  pregio  ch'es- 
sendo stato  il  mio  sonetto  un  aborto  d'infelice  ingegno  solle- 
citato ad  immaturo  parto  da  una  violenta  volontà  di  servire  a 
V.  S.,  mi  sia  poi  riuscito  cosi  fecondo  producitore  della  grazia 
di  lei  e  delle  lodi  che  me  ne  dà;  lodi  che  riconosco  più  tosto 
dalla  sua  cortese  volontà  che  dal  suo  severo  giudicio;  il  quale, 
chiudendo  in  se  stesso  tutte  quelle  perfezioni  che  possono  ima- 
ginarsi,  so  che  non  potrebbe,  se  non  affascinato  dalla  gentilezza, 
prorompere  in  quelle  lodi  verso  un  parto  cotanto  imperfetto. 
Se  ho  differito  sinora  il  risponderle,  la  sua  mercé,  ascrivasi  il 
diffetto  ad  una  maschera  e  non  a  me.  Il  quale,  per  fine,  facen- 
dole umilmente  riverenza,  me  le  offero  con  tutta  l'anima, 
[poco  posteriore  alla  lettera  precedente]. 


XXIX 

Ad  Pandulfum,  Ferrariam 
De  immani  praesentis  aestatis  ardore. 

[Da  una  villa  presso  Ferrara,  estate  del]  1615. 


CARTEGGIO  129 

XXX 

A  [Gaspare?]  Ercolani 

Il  cognome  Ercolani  veramente  deve  derivare  da  «Ercole».  Nelle  do- 
dici fatiche  d'Ercole  i  mitologi  credono  che  sia  raffigurato  il  passaggio 
del  sole  pei  dodici  segni  dello  Zodiaco;  e  questi  segni  hanno  esatto  ri- 
scontro nelle  doti  del  corpo  e  dell'animo  dell'  Ercolani. 

[Ferrara,  verso  il  1615?]. 

XXXI 

Di  Cesare  Rinaldi 

Lodi. 
Di  Bologna,  il  di  28  di  genaro  1616. 

XXXII 

Alla  signora  marchesa  Livia  Turca 
Le  dedica  due  sonetti  in  lode  di  Carlo  Emanuele  primo  di  Savoia. 

Si  come  non  ha  il  mondo  guerrero  maggiore  di  Carlo  Ema- 
nuele duca  di  Savoia,  cosi  non  ha  dama  che  pareggi  l'eccellenze 
di  V.  S.  illustrissima,  e  tacciano  pure  quante  segnalate  donne 
ebbe  l'antica  e  la  moderna  etade.  Egli  con  la  militar  disciplina  e 
col  marziale  ardire  si  lascia  adietro  numerosi  stuoli  de'  più  prodi 
capitani  che  fra  le  carte  antiche  si  leggano  in  preggio;  e  V.  S.  col 
magnanimo  core,  cinto  delle  pili  belle  virtù  che  facciano  riguar- 
devole un'anima,  supera  non  solo  le  più  famose  degli  andati 
secoli,  ma  vince  il  sesso  stesso.  Egli  in  questi  tempi  non  lascia 
intentata  cosa  per  sottrarsi  all'indegno  giogo  di  chi  con  scettro 
cadente  e  con  fucato  ardire  vorrebbe  opprimergli  lo  Stato;  e  V.  S., 
giudiciosamente  generosa,  previene  col  discorso  e  col  giudizio 
quanto  egli  opera  con  l' ingegno  e  con  la  spada.  Egli  ha  saputo 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -\\.  a 


130  CLAUDIO    ACHILLINI 

sinora  mostrare  al  mondo  che  le  corone  già  fatte  arsicce  si  pos- 
sono calpestare;  e  V.  S.  illustrissima  sa  con  giudiziosi  encomi 
inalzare  consigli  ed  opre  tanto  singolari.  Egli  procura  di  ful- 
minare la  Spagna;  e  V.  S.  illustrissima  nella  sua  idea  l' ha  già 
fulminata.  Quindi,  se  questa  bella  Italia  si  sentisse  per  sua  ven- 
tura scarca  giamai  da  si  barbaro  giogo,  n'avrebbe  grado  non 
solo  alla  spada  di  Carlo  ma  ai  discorsi  ancora  di  Livia,  che 
quanto  potè,  cooperò  al  riacquisto  della  libertade.  V'ha  solo 
tra  loro  due  questa  una  differenza:  che  Carlo  procura  d'uccidere 
e  d'esterminare  gl'inimici;  e  voi,  con  le  vostre  bellezze,  congionte 
col  rigore  dell'onestà,  uccidete  i  devoti;  e  non  solo  gli  uccidete 
presenti,  ma  spedite  ancora  per  tutte  le  parti  del  mondo  la  fama 
de'  vostri  nobilissimi  pregi,  che,  fatta  in  un  punto  micidiale  e 
beatrice,  consola  con  l'annuncio  del  bello  ed  uccide  con  gli 
avisi  del  rigore.  E  ben  poss'io,  povero  sconosciuto,  farne  indu- 
bitata fede,  il  quale  avrò  per  un  fiore  delle  mie  felicità  terrene 
il  potere  sino  all'ultimo  spirito  fra  le  varie  tempre  d'una  morte 
si  beata  e  d'una  beatitudine  si  mortale  passare  i  miei  giorni. 
Rideranno  ben  fra  poco  (e  cosi  vivamente  spero)  i  cavaglieri  e 
le  dame  di  Milano,  poiché  per  opra  di  Carlo  goderanno  che 
quella  parte  d'Italia  doppo  tant'anni,  dileguate  le  nubi  spagnuole, 
abbia  scoperto  l'italico  sereno,  e  che  sotto  l'iride  favorevole  del 
vostro  ciglio  sia  sparita  omai  quella  tempesta  che  d'occidente 
si  movea  si  torbida  e  si  minacciosa.  E  canterà  benanche  la  sirena 
partenopea,  al  partire  di  quegli  oscuri  abitatori  che  infestano 
le  belle  riviere  di  quel  regno  e  che  coi  vanti  loro  turbano  la 
sua  melodia.  Ma  io  non  aspettare  giamai  la  libertade  o  la  pace, 
poiché  non  spero  che  sorga  per  me  pietade,  la  quale,  vestitasi 
l'armi  di  Carlo,  faccia  stragge  di  quei  tenebrosi  pensieri  che 
infestano  i  poveri  abitaculi  di  quest'anima:  andrò  però  godendo 
della  mia  sorte  in  pace. 

E  intanto,  per  chiudere  in  versi  quel  nobilissimo  paralello 
che  di  sopra  accenai,  soggiungerò  quanto  V.  S.  illustrissima 
vedrà  qui  aggionto.  E  le  faccio  per  fine  una  profondissima  ri- 
verenza. 

[Torino,  verso  il  1616?]. 


CARTEGGIO  131 

XXXIII 

Alla  signora  Lavinia  Albergati-Ludovisi 

Congratulazione  per  la  nomina  a  cardinale 
di  monsignor  Alessandro  Ludovisi  (poi  papa  Gregorio  XV). 

Vorrei  poter  sfiorar  in  questo  punto  l'anima  mia  per  infiorar 
una  affettuosissima  congratulazione  che  invio  a  V.  S.  illustris- 
sima per  la  promozione  al  cardinalato  di  monsignore;  e  vorrei 
che  le  mie  parole  fossero  di  zuchero,  perché  l'affetto  si  rendesse 
molto  più  dolce.  Ma  certo  che,  s' io  potessi  tale  il  mio  giubilo 
esprimere  in  queste  due  righe  quale  io  lo  provo  nella  più  viva 
parte  del  cuore,  né  fiori  di  spirito  né  zuchero  d'eloquenza  po- 
trebbono  starmi  a  paragone.  Ma  s'io  non  so  e  non  posso  espri- 
mere con  parole  quell'intimo  senso  d'allegrezza  ch'io  provo 
nell'anima,  parli  per  me  quella  devotissima  e  svisceratissima  os- 
servanza ch'io  porto  a  questo  signore,  al  signor  conte  Orazio,  a 
V.  S.  e  a  tutti  gl'ingegnosissimi  suoi  figliuoli.  Parli  per  me  quel 
merito  esquisito  e  quella  bontà  indicibile  del  cardinale,  atta  ad 
incatenare  i  più  barbari  petti  con  tenacissime  catene  d'amore, 
nonché  a  tirare  un  animo  gentile  in  un  affetto  giustissimo  d'alle- 
grezza. E  quando  ogn'altra  di  quelle  cose  mancasse  che  ponno 
dar  credito  alla  mia  fede,  scongiuro  la  più  fina  gentilezza  ch'al- 
berghi nel  petto  di  V.  S.  a  credermi,  se  non  per  altro,  almeno 
per  pietade;  perché,  se  la  mia  allegrezza  non  è  creduta  la  mag- 
giore di  tutte  l'altre,  sento  quasi  morirmi  di  spasimo.  Ma  spero 
che,  gionta  che  sera  V.  S.  al  termine  di  questa  lettera,  onorerà 
della  sua  fede  i  miei  sensi  e  le  mie  parole.  E  qui  con  molta 
fretta  le  faccio  umilmente  riverenza. 
Di  Pavia,  li  24  settembre  1616. 

XXXIV 

Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi,  poi  papa  Gregorio  XV 

Ha  avuta  a  Chiasso  ottima  accoglienza  dal  duca  di  Savoia.  Acclude  copia 
d'una  lettera  del  cardinal  Borghese,  e  autorizza  l'Achillini,  nel  caso  che 
giunga  un'altra  lettera  del  Borghese,  ad  aprirla. 

Di  Chiasso,  li  24  di  ottobre  1616. 


132  CLAUDIO   ACHILLINI 

XXXV 

Del  medesimo 

Gli  pare  mille  anni  di  sentire  che  l'Achillini  sia  giunto  a  Ferrara 
e  abbia  riprese  le  lezioni. 

Di  Pavia,  li  29  di  novembre  i5i6. 

XXXVI 

Del  medesimo 

Desidera  che  venga  a  raggiungerlo,  e  gli  comunica  il  contenuto  d'una 
lettera  in  cifra  del  cardinal  Borghese,  nella  quale,  tra  l'altro,  gli  si  dice 
di  servirsi  pure  dell' Achillini  durante  la  sua  legazione,  purché  non_^lo 
conduca  in  città  ove  si  trovi  il  duca  di  Savoia  coi  suoi  ministri. 

Di  Pavia,  li  6  di  dicembre  1616. 

XXXVII 

Del  medesimo 
Dopo  aver  discorso  brevemente  di  affari  vari,  soggiunge: 

Prego  a  V.  S.  danari  per  questo  natale,  appetito  per  il  car- 
nevale e  contrizione  poi  per  la  quadragesima.  So  che  mi  dirà 
che  il  danaro  è  buono  per  tutto  l'anno  e  per  una  metà  anco  di 
più,  che  aiuta  l'appetito  e  non  guasta  la  contrizione.  Poiché 
cosi  è,  sia  per  sempre,  purché  torni  a  rivederci. 
Di  Pavia,  li  21  dicembre  1616. 

XXXVIII 
Del  medesimo 

Non  abbia  alcuna  preoccupazione  circa  la  sua  cattedra  di  Ferrara: 
è  meglio  per  altro  che  egli  non  si  trasferisca  in  Savoia. 

Di  Pavia,  li  25  di  decembre  1616. 


CARTEGGIO  133 

XXXIX 

Al  signor  dottore  Merlini,  a  Roma 

Gli  augura  prospero  avvenire,  e  discorre  di  sé 
e  del  suo  insegnamento  universitario. 

In  questo  punto  a  Ferrara  il  primo  incontro  è  stato  quello 
della  vostra  lettera.  Mille  grazie,  signor  Merlini,  come  d'un 
caro  pegno  della  memoria  che  si  conserva  d'un  povero  ramingo, 
se  ben  sul  bel  principio  mi  motteggiate  perché  non  rispondessi 
ad  una  vostra  di  questa  estate.  Intorno  a  che  vi  giuro  che,  aven- 
dola io  ricevuta  in  Vercelli,  di  Vercelli  ancora  vi  risposi;  e  se 
non  aveste  la  mia  risposta,  non  fu  gran  cosa  che  tra  gl'in- 
cendi di  quei  paesi  si  smarrisse  una  carta:  non  si  smarrì  però 
quell'affetto  ond'ella  fu  dettata.  Mi  rallegro  poi  che  senza  legge 
di  riposo  vi  affatichiate  intorno  alle  leggi.  Seguite  pure,  perché 
vorrei  vedervi  rosso  per  la  molta  fatica.  Porsi  che  sovra  il 
cielo  di  cotesta  rota  non  si  fanno  beati  i  martiri  della  corte,  e 
forse  che  l'intelligenze  del  medesimo  cielo  non  influiscono  por- 
pore? Seguite,  dico,  né  vi  sgomentino  le  tardanze  de'  premi, 
perché  egli  è  cosa  quasi  fatale  che  alla  fine  cotesta  città  non 
possa  notarsi  d'ingratitudine  verso  di  chichesia.  Che  non  per 
altro,  mi  cred'io,  vissero  tanto  i  Seraffìni  e  i  Ferratini,  se  non 
perché  finalmente,  incontrando  i  premi  delle  lunghissime  fatiche, 
dovessero  liberar  Roma  dall'immeritato  titolo  di  matrigna.  In- 
somma verrà  quel  tempo  nel  quale  saremo  onorati,  voi  del 
premio  dei  vostri  studi  ed  io  della  verità  dei  miei  presagi: 
poiché  massime  quei  concetti  che  pronunzio  delle  vostre  fortune 
sono  formati  dei  semi  dei  vostri  meriti;  meriti,  dico,  non  solo 
civili  ma  teologici  ancora,  essend'io  consapevole  a  me  stesso 
ch'oltre  il  nobilissimo  talento  dell'avocare,  che  vi  rende  riguar- 
devole apresso  chiunque  vi  conosce,  il  timor  di  Dio  sopra  tutte 
l'altre  cose  vi  sta  sempre  dinanzi  agli  occhi. 

Quanto  poi  a  cotesti  ingegni,  che,  divisi  in  due  classi,  parte 
lodano  e  parte  biasimano  le  cose  mie,  credetemi,  signor  Merlini, 


134  CLAUDIO    ACHILLINI 

che  né  gli  uni  né  gli  altri  conseguiscono  quel  fine  che  si  pro- 
pongono; perché  quelli  che  le  lodano  acquistano  più  merito 
all'affezione  che  al  giudizio,  e  quelli  che  le  biasimano  feriscono 
in  un  certo  modo  cadaveri,  perché  le  cose  che  nascono  da 
questa  povera  penna  non  hanno  pretensione  alcuna  di  vita  e 
sono  belle  e  morte  prima  che  ferite,  anzi  nascono  sepolte  sotto 
mille  loro  imperfezioni.  Resto  nondimeno  con  molto  obligo  ad 
ambedue  le  parti  :  ai  primi  per  la  troppo  cortese  volontà  che  mi 
mostrano,  e  ai  secondi  perché,  procurando  d'atterar  le  cose 
mie,  danno  segno  al  mondo  che  non  sono  in  terra.  Ma  pas- 
siamo ad  altro. 

Duolmi  che  il  talento  splendidissimo  del  nostro  monsignor 
M[assimi?]  s'irruginisca  nell'ozio  e  che  la  Fortuna  istessa  sia 
tanto  sfortunata  che  si  scordò  di  cotesto  prelato.  E  chi  meglio  di 
lui  potrebbe  far  risplendere  i  favori  di  lei?  Ma  mi  direte  che  il 
signor  cardinal  Leti,  avendo  avuto  legato  il  braccio,  non  ha  po- 
tuto finora  sollevarlo.  Voglia  Dio  che  cosi  sia,  perché  cotesto 
braccio,  fra  poco  slegato,  potrà  condur  il  merito  di  monsignore 
alla  volta  del  premio.  In  tutti  i  casi,  non  potrà  esso  monsignore 
perder  la  gloria  del  più  sviscerato  e  del  più  cordial  servitore  che 
abbia  mai  avuto  o  sia  mai  per  avere  il  signor  cardinal  Borghese;  e 
so  ben  io  nello  spazio  di  sette  anni  che  1'  ho  pratticato  in  Ferrara 
con  che  affettuose  premure  maneggiava  il  servizio  di  cotesto 
padrone.  E  mi  consolo,  perché  so  ancora  che  la  mano  dell'istesso 
signor  cardinal  Borghese  è  non  solo  piena  ma  liberale  ancora 
delle  fortune  de'  suoi  servitori. 
[Ferrara,  fine  del  1616]. 

XL 

Di  Alessandro  Guarini 
Sull'uso  della  metafora. 

Io  son  confinato  in  casa  dai  medici  con  quel  pregiudicio  che 
può  recare  l'esser  creduto  cortegiano  di  Venere,  se  oggimai 
tutt'i  peccati  di  carne,  non  pur  quel  di  libidine,  con  l'acqua  del 


CARTEGGIO  135 

legno  sarfto  non  si  purgassero.  L'acqua  del  legno,  signor  Achil- 
lino  mio,  per  parlar  chiaro,  mi  tien  in  casa  rinchiuso,  né  altro 
mi  ha  posto  in  questa  si  lunga  e  si  penosa  dieta  che  una  fiera 
doglia  di  capo,  della  quale,  s'io  debbo  dir  il  vero,  dubbito 
che  Minerva  più  tosto  che  Venere  m'abbia  contaminato.  Ma, 
se  Venere  è  stata,  certo  non  fu  mai  quella  vulgare,  quella  pu- 
blica  e  prostituta,  percioché  il  mio  o  non  è  mal  di  contagio 
o,  se  è  pur  tale  (che  io  noi  credo),  ha  tardato  poco  men  che 
tre  lustri  non  che  tre  mesi  a  scoprirsi;  il  che  non  suol  far  il 
mal  di  Sifìlo,  se  al  Fracastoro  crediamo.  E  se  pur  il  veleno  di 
questo  umore,  si  lungo  tempo  celato,  si  scopre  ora  e  risorge, 
certamente  da  vii  e  torbido  fonte  non  fu  bevuto,  ma  da  puro 
e  nobilissimo,  dal  solo  ma  indegno  suo  signore  indegnamente 
infettato. 

Ma,  lasciando  le  burle,  se  il  vero  e  proprio  nome  di  Venere 
(si  come  nelle  socratiche  carte  là  nel  Filebo  leggiamo)  altro  non 
è  che  il  piacere,  questa  certo  fu  del  mio  mal  la  cagione;  per- 
cioché il  diletto  che,  quantunque  con  poco  mio  frutto,  ho  io 
provato  sempre  grandissimo  negli  studi  di  quella  dea,  che,  se- 
condo i  poeti,  nacque  della  mente  di  Giove,  ha  cosi  rotto  a  me 
il  capo  com'ella  nascendo  lo  ruppe  parimente  a  suo  padre.  Anzi 
né  pur  anche  al  presente,  qui,  dove  né  il  vento  né  l'aria  stessa 
possono  penetrare,  non  posso  però  io  a'  suoi  assalti  resistere: 
percioché,  essendo  pur  egli  anche  in  questi  chiusi  ripari  arri- 
vato, ai  primi  colpi  m'ha  vinto;  e,  riducendomi  nella  memoria 
l'obligo  ch'io  tengo  di  scrivere  a  V.  S.  e  la  promessa,  che 
già  le  feci,  di  quello  in  carta  significarle,  che  in  carrozza  del 
signor  cardinal  Pio,  presente  Sua  Signoria  illustrissima  e  mon- 
signor Massimo  vicelegato  ed  altri  cavalieri  miei  signori  e  pa- 
droni, non  potei  esporle  allor  del  mio  senso  intorno  alla  proposta 
e  disputata  materia  degli  traslati,  vuol  ora  ch'io  gliel'esprima 
nella  presente.  Il  che  farò  in  cosi  ampio  soggetto  con  quella 
maggior  brevità  che  insegnerammi  non  pur  la  coscienza  del  mio 
poco  sapere,  ma  quella  sobrietà  con  la  qual  ora  mi  convien 
vivere;  rimanendo  per  cagione  di  essa  non  meno  debole  nel- 
l'opere sue  lo  'ntelletto  che  stanco  e  fievole  il  corpo,  a  cui  tanto 


136  CLAUDIO    ACHILLINI 

solo  di  cibo  vien  conceduto  quanto  per  conservazion  della  vita 
gli  può  bastare. 

Quid  niirandum  aeque  memoreni,  super  omnia  victum 
quani  tenuetn,  guani  magna  sibi  ieimiia  poscant? 
Quippe  solet  satis  esse,  ipsuni  dum  corpus  alatur, 
dmn  superet  vita,  et  tantum  ne  fnetnbra  fatiscant. 

Discorre  vasi,  come  si  dee  molto  ben  ricordare  V.  S.,  in 
quella  nobile  raggunanza,  del  modo  di  formar  i  traslati;  quando, 
da  chi  sa  molto  bene  che  dal  pelegrino  nasce  il  mirabile  e  dal 
mirabile  lo  splendore  di  poesia,  fùr  prese  l'armi  in  favore  di 
quegli  ingegni,  che  in  questo  negozio,  non  guardandosi  molto 
intorno,  all'altezza  della  novità  se  ne  poggiano  risoluti  ed  arditi. 
Io  allo  'ncontro,  come  in  ogni  altra  cosa,  cosi  nell'ardire  a  quel 
gran  greco,  il  cui  nome  dalla  fortuna  per  ironia  mi  fu  posto,  infe- 
riore, e  solo  imitatore  di  lui  nell'essere  riverente  discepolo  del 
suo  maestro  Aristotile  con  religione  che  altrui  può  per  avventura 
parere  superstiziosa,  l'autorità  di  lui,  di  forti  e  salde  ragioni 
armata,  m'argomentai  di  difendere,  non  osando  di  uscir  de'  ter- 
mini da  lui  prescritti  e  temendo  di  parer  al  giudicio  de'  meglio 
intendenti  anzi  temerario  che  ardito.  E  perché  né  il  luogo  né 
il  tempo  ci  concedette  di  passar  allora  più  oltre,  io  pertanto 
per  la  mia  parte  vengo  a  difender  ora  con  quattro  colpi  solo 
la  causa  mia,  a  tutto  quello  però  rimettendomi  che  dal  suo  giu- 
dicio ne  iìa  decretato;  il  quale  infin  da  ora,  per  quel  che  a  me 
può  toccare,  fo  io  giudice  di  questa  lite,  e  prometto  di  sot- 
toscriverne la  sentenza,  cotanto  deferisco  io  all'autorità  del  mio 
signor  Achillino. 

Il  proceder  cauto  e  guardingo  in  ogni  genere  di  parlar  figu- 
rato, ma  principalmente  nel  parlar  metaforico,  ho  creduto  io 
sempre,  per  la  dificoltà  dell'impresa,  molto  prudente  conseglio. 
La  qual  dificoltà  tal  e  tanta  fu  sempre,  che  quell'altissimo  in- 
gegno che  tutto  seppe,  io  dico  Aristotile,  a  cui  non  par  verisi- 
mile che  nulla  dovesse  parer  dificile,  parlando  nondimeno  della 
metafora,  cosi  nella  sua  Poetica  ce  la  descrisse:  «  Caeterorum 
magni  negotii  est  in  supradiciis  singulis  a  decenti  non  discedere, 


CARTEGGIO  137 

minimeqìie  abuti  composHis  nominibus  liyigìdsqiie .  Cum  primis  vero 
decenter  ufi  trans lationibus  maxime  est  ardiium;  id  guod  unum 
non  aliunde  quaesitum  sii  oportet,  versatilisque  ingeìiii  indolem 
praeseferat.  Etenim  recte  quid  trans/erre  simile  aliquid  illius 
contemplari  est».  Le  quai  parole  io  non  so  come  si  possano 
leggere  e  trascurar  il  pericolo  che  vi  si  corre  grandissimo,  addi- 
tatoci non  mica  da  un  pusilanimo  ma  dall'eroe  degli  ingegni. 
Percioché  non  solamente  egli  dice  che  l'usar  bene  i  traslati  sia 
malagevole  (che  ciò  sarebbe  anche  molto),  ma  conchiude  che 
questa  supera  ogni  altra  delle  da  lui  sopradette  dificoltà:  aggiun- 
gendovi che  dagli  altri  precetti  non  si  può  ben  apprendere  il 
traslatare,  ma  fa  mestieri  d'ingegno  acuto  ed  esercitato;  onde 
ne  siegua  che,  quando  l'uomo  avrà  osservate  tutte  le  regole  da 
lui  apprese,  tanto  neanche  gli  basti,  ma  gli  convenga  esser  for- 
nito d'un  isquisito  giudicio  per  discernere,  tra  cose  molto  lontane 
e  dissimili,  quella  parte  che  di  somiglianza  dalla  natura  fu 
loro  conceduta,  che  in  questo  solo  (dic'egli)  il  traslatare  con- 
siste. Formasi,  come  sa  V.  S.,  secondo  Aristotile,  Tullio  e  Quin- 
tiliano, allora  il  traslato,  che  o  nome  o  verbo  per  la  somiglianza 
trasportasi,  da  quel  luogo  dov'egli  è  proprio,  in  quello  a  cui  o  '1 
proprio  fallisce  o  a  cui,  come  più  leggiadro  o  migliore,  s'adatta 
lo  traslato.  Come  ciò  facciasi,  lo  'nsegna  il  filosofo  e  ne  reca 
e  nella  Poetica  e  nella  Retorica  molti  esempi,  ne'  quali  chiara- 
mente si  scorge  che,  dove  non  è  somiglianza,  quivi  traslato  non 
può  trovarsi.  La  qual  dottrina  importa  ben  molto  l'apprenderla, 
ma  non  il  tutto.  Il  tutto  sta  nel  saper  ben  avvisare  questa  ras- 
somiglianza, e  con  sagace  distinzione  discernere  qual  è  quella 
che  vaga,  nobile  e  graziosa,  e  quella  che  vile,  abietta  e  bene 
spesso  ridicola  può  far  che  riesca  questa  figura. 

Intenda  quel  medico  l'arte  sua  quanto  ne  intesero  mai  Ga- 
leno, Ipocrate  e  lo  stesso  Esculapio,  e  prenda  poi  errore  nel 
far  giudicio  della  cagione  del  male:  non  sarà  giamai  vero  ch'egli 
buon  medico  sia  da  nessun  giudicato.  Cosi  sappia  pur  altri 
quanto  può  il  meglio  e  che  d'ogni  traslato  la  rassomiglianza  è 
'la  forma,  e  ch'ella  si  prende  o  dal  genere  per  la  specie,  o  dalla 
specie  pel  genere,  o  da  questa  per  quella,  o  da  termini  fra  loro 


138  CLAUDIO    ACHILLINI 

proporzionati  ;  abbia  pur  imparato  che  la  metafora  non  si  dee 
trarre  da  luogo  né  troppo  lontano  né  troppo  umile  né  troppo 
sublime,  per  non  cader  nell'oscurità,  nella  bassezza  ed  in  quella 
che  chiamano  i  moderni  «  affettazione  »  (che  «  cacozelia  »  chia- 
marono i  greci)  :  certamente,  con  tutta  questa  sua  erudizione, 
farà  egli  però  sul  fatto  meschina  prova,  sempre  che,  come 
abbiam  detto,  non  avrà  quell'acutezza  di  giudicio  e  d'ingegno 
che  Aristotile  chiama  «  solerzia  »,  la  quale  quello  a  lui  mostri 
di  somigliante,  che  tra  cose  molto  tra  sé  diferenti  e  lontane  possa 
considerarsi.  E  se,  dall'altra  parte,  non  sarà  si  discreto  che  ne 
misuri  la  distanza  e  '1  decoro,  con  quel  riguardo  che  là  nel 
terzo  dell'  Oratore  vien  ricordato  da  Crasso,  lascerà  correre 
senza  ritegno  e  vergogna  questa  figura,  dove  dee  comparire 
cosi  modesta  che  paia  che  altri  nell'altrui  sede  quasi  per  mano 
l'abbia  condotta,  non  che  se  l'abbia  ella  violentemente  usurpata. 
Onde,  come  nota  il  padre  della  latina  eloquenza,  dirà  poi  egli 
«  Sirti  del  patrimonio  »  e  «  Cariddi  delle  sostanze  » ,  dove  «  sco- 
glio »  più  tosto  e  «voragine»  dovrebbe  dirsi;  chiamerà  l'altrui 
voracità  «  tempesta  del  convitto  »,  le  biade  «  convitto  della  tem- 
pesta »  appellando;  dirà  le  nevi  de' monti  «sputi  di  Giove», 
e  la  republica  per  la  morte  di  Scipione  «  castrata  »;  e  mille  altri 
nuovi  e  diversi  trasporti  di  questa  guisa  gli  usciranno  dalla 
penna,  che  non  parti  ma  sconciature  e  aborti  di  lubrico  e  debol 
giudicio,  con  deriso  più  tosto  che  con  lode,  saran  giudicati. 
Ma  se  non  basta  il  testimonio  sopracitato  di  due  si  famosi 
maestri  dell'arte,  per  mostrar  che  il  por  mano  a'  traslati  non  è 
cosi  agevole  come  da  molti  per  avventura  è  creduto,  aggiun- 
giamoci l'autorità  di  quel  Demetrio  il  falereo,  che  fu  si  gran 
successore  ad  Aristotile  e  Teofrasto;  e  diciamo  che,  avendo  an- 
ch'egli  questo  pericolo  conosciuto,  e  ricordando  che  per  fuggir 
ogni  scoglio  è  assai  sicuro  partito  il  convertir  la  metafora  nella 
imagine  o  comparazione  che  vogliam  dire,  conchiude  che  Pla- 
tone, quel  Platone  nelle  cui  labra  fecero  l'api  i  suoi  favi,  per 
l'uso  frequente  delle  metafore  è  sempre  in  pericolo  di  cadere; 
là  dove  Senofonte,  perché  delle  comparazioni  più  volontieri  si 
serve,  sta  più  sicuro.   «  Quare  Plato  —  dic'egli  —  quiddam  iti 


CARTEGGIO  I39 

lubrico  positiim  videtiir  facere,  quia  trans lationibus  potius  utitur 
quam  imaginibus .  Xenopìion  vero  potius  imaginibus  ».  Il  che  tutto 
se  pur  è  vero,  come  verissimo  appare,  sarà  certo  degna  se  non 
di  lode  almeno  di  scusa  l'opinione  che  tengo  io,  che  in  questo 
negozio  l'esser  timido,  anzi  che  non,  sia  gran  senno,  essendo  a 
mio  parere  altrettanto  biasimevole  la  coloro  follia,  che,  per  farsi 
ammirare  con  la  novità  e  col  pericolo,  pel  filo  d'una  corda  in 
alto  temerariamente  poggiando,  con  una  sola  vergognosa  e  mortai 
caduta  possono  fare  in  un  medesimo  tempo  l'ardimento  loro 
ridicolo  e  lagrimabile;  quanto  è  comendabile  la  coloro  prudenza, 
che,  più  del  giusto  delle  forze  loro  non  presumendo,  nelle  azioni 
di  vera  e  soda  fortezza  una  sicura  gloria  vanno  cercando.  La 
cautela  di  rado,  ma  l'audacia  il  più  delle  volte  è  ripresa;  né 
sempre  è  vero  che  chi  teme  del  precipizio  vada  serpendo  cosi 
basso  ed  umile  che  ad  una  nobile  altezza  mai  non  aspiri.  Ma 
il  prudente,  provido  per  gli  altrui  casi,  con  penne  non  d'Icaro 
ma  di  Dedalo  sempre  felicemente  sollevasi;  e  tra  l'uno  e  l'altro 
degli  estremi  l'impeto  dell'ingegno  suo  ritenendo  e  con  per- 
petuo tenore  d'una  sempr'eguale  e  però  mirabile  disposizion 
sostenendosi,  del  suo  moderato  non  meno  che  del  suo  generoso 
ardire  piena  e  compita  lode  riporta. 

E  veramente,  se  vogliamo  pur  anche  ai  maestri  ricorrere,  e 
quello  considerare  nei  loro  scritti  che  nel  fatto  delle  translazioni 
hanno  essi  dell'ardir  giudicato,  vedremo  che  dal  loro  giudicio, 
qual  egli  siasi,  il  mio  parer  non  discorda.  Mostra  Quintiliano 
onde  nasca  l'altezza  delle  metafore;  e,  non  dall'audacia  ma  dal 
suo  confine  l'origine  di  lei  additandoci,  conchiude  ch'ella  col 
pericolo  della  traslazione  s'inalza:  il  qual  pericolo  non  istà  nel 
soverchio  ardimento  (che  in  esso  è  più  tosto  l'irreparabile  pre- 
cipizio), ma  nel  termine  a  lui  vicino  consiste;  onde  non  audace 
assolutamente,  ma  quasi  audace  vuol  essere  il  formatore  degli 
egregi  traslati.  Le  parole  di  Quintiliano  son  queste:  «  Praeci- 
pueqjie  ex  iis  oritur  mira  sublimitas,  quae  audaciae  proxÌ7na 
periculo  traslationis  attollitur,  cum  rebus,  sensu  carentibus,  actum 
quendam  et  animos  damus,  qualis  est:  '  Pontem  indignatus  Araxes  ', 
et  illa  Ciceronis:  '^  Quid  enim  distrìctus  ille  tuus  in  ade  pharsalica 


I40  CLAUDIO    ACHILLINI 

gladius  agebatf  cuius  latus  ille  mucro  petebai?  quis  sensus  erat 
armorum  tuorumf  '  ».  Vuol  dunque  quel  famoso  retore  con 
gli  esempi  da  lui  addotti  avvertirci  che,  poco  più  oltre  che  il 
poeta  e  l'oratore  latino  traslatando  fossero  trapassati,  avrebbono 
la  metafora,  non  col  pericolo  fatta  eminente  e  mirabile,  ma  colla 
ruina  rendutala  fredda  e  ridicola.  Che  il  dir  d'un  fiume  pode- 
roso e  veloce  che  di  soffrire  egli  ponte  si  sdegni,  e  l'attribuir  a 
una  spada  quell'atto,  quella  intenzione  e  quel  senso  che  suol 
avere  colui  che  contra  il  suo  nimico  l'adopera  —  crescendo  quasi 
di  quella  maniera  traslati,  che  chiamano  i  latini  dalle  cose  ani- 
mate alle  inanimate  e  che  dal  filosofo  nel  terzo  della  Retorica 
fùr  grandemente  lodati;  e  trovandosi,  tra  le  cose  e' han  vita  e 
spirano  e  quelle  che  non  han  senso,  gran  lontananza  e  divario; 
e  riuscendo  strano  spettacolo  il  veder  in  un  guardo  solo  oggetti 
tra  sé  molto  diferenti  e  remoti,  sempre  che  con  grande  artificio 
in  quella  guisa  non  sono  uniti,  che  suole  il  buon  pittore  il 
chiaro  e  scuro  unire  con  l'ombra;  —  se  queste  figure  non  sì  for- 
mano con  colori  isquisitamente  maneggiati  e  composti,  invece 
di  eccitar  maraviglia  (come  si  è  detto  ed  è  forza  replicar  molte 
volte),  riso  e  stomaco  nei  sani  e  maturi  giudici  sogliono  cagio- 
nare. E  se  vogliam  contraporre  un  esempio  di  chi,  non  conten- 
tatosi d'accostarsi  all'audacia,  passò  il  termine  e  traboccò  nel 
pericolo,  eccolo  pur  d'Aristotile  nel  sopracitato  libro,  dove  ri- 
prende Gorgia  che  con  metafora  troppo  lontana  chiama  «  pallidi  » 
i  negozi  ed  «  esangui  ».  E  forse  comendato  l'avrebbe,  se,  con  più 
modesto  traslato,  che  essi  «  languiscono  »  avesse  detto;  percioché 
tra  '1  languire  d'un  corpo  infermo  che,  nutrendosi  poco,  non 
possa  ben  muoversi,  e  tra  l'anneghittir  d'un  negozio  che,  privo 
dell'altrui  protezione  e  diligenza,  al  desiderato  fine  dificilmente 
proceda,  è  certamente  maggior  somiglianza  che  non  è  tra  que- 
sto e  l'esser  senza  sangue  e  colore,  poiché  r«  esangue»  ed  il 
«  pallido  »,  applicato  a  negozi,  di  «  chimera  »  più  tosto  che  di 
«  metafora  »  merita  il  nome. 

Pericolosa  dunque  e  dificilissima  da  condurre  a  lodato  fine, 
signor  Achillino  mio,  è  l'impresa  del  traslatare;  ond'io,  per 
la  mia  debolezza,  senza  la  scorta  di  autorevol  maestro  di  pur 


CARTEGGIO  14I 

mover  il  piede  in  questo  campo  non  m'assicuro.  E  se  alcuni 
questo  mio  timor  non  approvano,  quella  sublime  loro  natura 
n' è  sol  cagione;  che,  facendo  lor  parere  (si  com 'è  veramente) 
meschinità  e  miseria  il  troppo  sottilmente  ogni  minuzia  con- 
siderare, e  cattività  e  servaggio  il  non  uscir  giamai  quasi  da' 
prescritti  confini  delle  regole  altrui,  in  essi,  emuli  del  grande 
Orazio,  che  felicemente  «  audace  »  fu  detto,  spira  un  generoso 
ardire  simile  al  suo.  Il  cui  esempio,  si  come  giova  agli  elevati 
intelletti,  cosi  nuoce  tanto  a  coloro  che  non  han  pie  veloce  a 
si  gran  salto.  Che  si  può  dire  con  verità  ch'egli  sia  la  ruina 
di  tutti  quelli  che,  non  misurando  bene  le  proprie  forze,  mentre 
a  si  alto  segno  tentano  anch'essi  di  giungere,  in  vani  e  ridico- 
losi  sforzi  la  lena  de'  loro  ingegni  miseramente  van  consumando. 
Percioché  questi,  allettati  da  quell'applauso  col  quale  sento  legger 
dal  mondo  i  componimenti  de'  moderni  poeti  più  nominati  e 
famosi,  parendo  loro  che  principalmente  egli  nasca  da  que'  pe- 
legrini  traslati  che  rendono  cosi  splendida  e  cosi  grande  l'ora- 
zione, in  verso  ed  in  prosa,  tutti  con  ansietà  molto  grande  si 
danno  a  fabricarne  ancor  essi;  e  come  il  fabbro  appunto,  l'opera 
antecipando,  la  materia  per  far  tavole,  scragni  e  cosi  fatti  ar- 
nesi ripone  prima  che  di  fargli  l'opportunità  s'appresenti,  cosi 
essi,  innanzi  ad  ogni  occasion  di  valersene,  d'un'ampia  loro  mu- 
nizion  metaforica  van  facendo  raccolta;  e  speculando  sempre  tra 
loro  stessi  le  più  strane  e  più  recondite  proporzioni  che  tra  le 
cose  create  la  natura  si  creasse  giamai,  ed  aspettando  che 
qualche  nuova  e  gran  cosa  per  se  stessa  lor  venga  in  mente, 
le  lor  metafore  si  può  dir  a  caso  in  cosi  fatta  guisa  van  com- 
ponendo, che  quanto  più  sono  straniere,  audaci,  impronte, 
oscure  ed  enormi,  tanto  più  pelegrine,  nobili,  graziose  e  mira- 
bili essi  le  stimano,  e  coloro,  non  dirò  che  le  biasimano,  ma  che 
con  mille  lodi  non  le  comendano,  spacciano  per  persone  o  poco 
intendenti  o  piene  di  livore  e  d'invidia. 

Parlo  cose  a  lei  note  e  da  lei  aborrite  e  talora  dalla  scher- 
zante sua  musa  sotto  l'altrui  nome  dolcemente  schernite.  E  con- 
chiudo che  la  maggior  parte  de'  poeti  de'  nostri  tempi  imitano, 
nel  far  i  lor  versi,  delle  barbare  nazioni  nel  vestir  il  costume: 


142  CLAUDIO    ACHILLINI 

percioché,  come  quelle  non  credono  che  la  leggiadria  e  splen- 
didezza consista  in  altro  che  negli  estremi,  le  figure  loro  o  troppo 
larghe  ed  abbondanti  o  troppo  misere  e  ristrette  formando,  e 
nissuna  al  capriccio  loro  piacendo  che  non  abbia  dello  strano 
del  nuovo  e  del  mai  più  non  veduto;  cosi  si  danno  questi  ad 
intendere  che  poco  leggiadro  e  poco  poetico  sia  tutto  quello 
che  ogn' ordinario  stil  non  eccede;  né  cosa  da  loro  è  tanto  o 
quanto  approvata,  che  appresso  agli  altri,  quantunque  buoni, 
sia  in  uso.  Ed  a  cotanta  meschinità  di  gusto  sono  ridotti,  che 
nissuna  voce  propria  lor  piace  e  la  purità  fa  lor  nausea,  e,  povera 
d'ingegno  estimandola,  solo  «  ingegnoso  »  chiamano  quello  che, 
per  un  tal  diforme  diletto,  quasi  prodigio  e  portento  s'ammira. 
Io  dunque,  signor  Achillino,  che  me  stesso  in  parte  conosco 
e  so  che  a  questi  tali  non  prevaglio,  anzi  pur  cedo  d'ingegno, 
d'avvanzarli  almen  di  giudicio,  se  non  in  tutto,  in  questa  parte 
almeno,  desidero;  e  però,  dalla  loro  temerità  facendo  nascer  io 
il  salutifero  mio  riguardo,  di  cauto  divenire,  col  loro  esempio, 
quanto  posso,  procuro.  Ma  se  questo,  che  chiamo  io  cautela 
e  riguardo,  sia  vano  scrupulo  e  sovverchio  timore,  e  s'egli  non 
meno  che  l'audacia  meriti  d'esser  anch' ei  ripreso,  come  quello 
che  freni  il  corso  dell'eloquenza  ed  estingua  il  calor  dell'ingegno 
più  tosto  che  lo  rassicuri  e  raffini,  a  lei  (come  dissi  fin  da  prin- 
cipio) ne  rimetto  il  giudicio.  Che,  bastando  a  me  d'aver  sodis- 
fatto all'obligo  della  promessa,  a  V.  S.  col  fine  di  questa  bacio  la 
mano  e  le  prego  da  Nostro  Signore  Dio  lunga  salut'  e  prosperità. 
Di  Mantova  [tra  il  1610  e  il  1616]. 

XLI 

Monsignor  Merlini  a... 

Discorrendo  della  necessità  della  filosofia  nella  giurisprudenza, 
adduce  l'esempio  e  invoca  l'autorità  dell'Achillini. 

Per  lettere  scritte  a  monsignor  mio  ho  inteso  con  mio  gusto 
che  il  signor  Achillini  nostro  ha  con  novo  metodo,  ma  inge- 
gnosissimo al  solito,  rinchiuso  in  cinque  lezioni  tutta  la  mat- 
teria   d'una    intiera   terzaria,  per   resarcire   i   danni   che   dalla 


CARTEGGIO  I43 

absenza  sua  avesse  patito  lo  Studio.  Con  che  martello  però  io 
l'abbia  saputo,  dicalo  V.  S.  che  sa  la  stima  ch'io  fo  di  cotesto 
rarissimo  ingegno,  conosciuto  forsi  più  in  Roma  che  in  Lom- 
bardia; che  s'Ella  udisse,  come  faccio  io,  in  che  maniera  di 
lui  si  parli  nella  corte  da'  migliori  e  più  intendenti,  si  confìr- 
marebbe  nella  mia  opinione:  che  coloro,  ch'accusano  le  cose 
del  signor  Achillini,  sono  convinti  o  di  giudizio  plebeo  o  d'a- 
nimo maligno,  e  o  che  non  lo  conoscono  overo  mortificano 
la  loro  sincerità.  E  della  mia  in  ciò  non  credo  si  possa 
dubitare,  perché  tutta  la  città  di  Ferrara  ha  visto  che  nello 
spazio  di  sei  anni  non  ho  tralasciato  venti  lezioni  di  lui  ;  e  pure 
si  sa  che  non  avevo  tempo  da  perdere,  non  solo  per  l'occu- 
pazioni della  mia  lettura  ordinaria,  del  tribunale  di  monsignor 
vicelegato  e  altri  negozi.  Ma  benedico  quell'ore  che  vi  spesi, 
perché  confesso  sentirne  alla  giornata  notabilissimo  aprofitta- 
mento.  E  credami  V.  S.  che  i  pensieri  legali  di  quell'uomo  non 
si  veggono  seminati  nella  faragine  dei  nostri  libri,  e  che  uno 
di  quei  suoi  ingegnosi  motivi  può  solevare  un  avocato  dalle  an- 
gustie d'una  disperata  lite,  sfuggire  l'incontro  d'una  commune 
opinione  e  immortalare  un  curiale.  E  se  bene  si  considera  la 
forza  delle  opposizioni  che  gli  fanno  alcuni,  si  scoprirà  la  de- 
bolezza de'  lor  giudici. 

Dicono  ch'egli  adopra  termini  dialetici  e,  invece  di  provar 
le  conclusioni  legali  con  le  allegazioni  di  Bartolo,  Baldo,  Ruini, 
Bursato,  Rolando  e  d'altri,  si  servirà  di  un  mezzo  filosofico.  Ma 
credami  V.  S.  che,  se  questi  tali  ne'  loro  arsenali  avessero  simili 
munizioni,  anch'essi  se  ne  servirebbono;  onde,  quand'essi  do- 
vrebbono  piangere  la  lor  povertà,  burlansi  dell'altrui  abbondanza. 
Quindi  è  che  Baldo,  il  quale  fondò  su  la  base  della  filosofia 
la  machina  delle  leggi,  illustrò  l'opere  sue  con  lumi  filosofici 
e  risolse  mille  questioni  con  mezzi  dialetici;  e  Bartolo  stesso, 
che  è  pure  l'archimandrita  degli  opositori,  benché  fosse  puro 
legista,  alle  volte  camino  nelle  sue  lezioni  per  questa  strada;  e 
si  vede  (tralasciando  mille  altri  luoghi)  che  in  quella  celebre 
questione,  intitolata:  Miilier  habens  ainplum  patrimoniion ,  un 
detto  d'Aristotele  è  la  principal  frontiera  delle  sue  ragioni.  Anzi 


144  CLAUDIO   ACHILLINI 

quegli  antichi  giurisconsulti,  i  detti  de'  quali  sono  da  noi  come 
oracoli  riveriti,  con  la  falce  di  tali  ragioni  e  con  la  sola  aut- 
torità  de'  filosofi  recisero  molte  controversie  civili.  E  apunto 
si  vede  nelle  legge  Septimo  mense,  Dig.,  De  statu  hominum, 
ove  per  l'auttorità  sola  d'Ipocrate  medico  vien  publicato  un 
axioma  legale,  dal  quale  germogliano  mille  risoluzioni  nelle 
contese  del  fòro  circa  le  figliazioni,  successioni,  adultèri  e  altre 
materie.  E  poi  la  giurisprudenza  non  è  ella  parte  della  morale 
filosofia?  le  leggi  romane  non  sono  elle  figlie  de'  filosofi  legisla- 
tori d'Atene?  Per  questo  sentiero  hanno  anco  passato  i  mo- 
derni buoni  lettori:  il  cardinal  Bolognetti,  la  cui  gloria  più  bella 
risplende  nell'inchiostro  che  nella  porpora,  i  Menochi,  i  La- 
derchi,  i  Donelli,  i  Spanochi  e  i  Massini  ;  i  quali,  si  come  si 
scuopre  nelle  loro  lezioni,  con  la  dolcezza  delle  erudizieni 
hanno  temprata  la  ruvidezza  della  nostra  professione,  col  lume 
delle  istorie  sacre  e  profane  schiarito  il  buio  di  molti  termini 
non  intesi  da  quella  barbara  età  d'Accursio  e  seguaci,  e  col  filo 
della  filosofia  non  solo  felicemente  ma  anco  facilmente  si  distri- 
corno dal  labirinto  delle  leggi.  Per  questo  il  cardinal  Bolognetti, 
e  dopo  lui  il  Fachineo  nell'ultima  questione  del  primo  libro  delle 
sue  Controversie ,  essorta  i  gioveni  e  i  professori  di  questa  profes- 
sione ad  intrecciare  nello  studio  loro  la  lettura  de'  Bartoli,  Baldi, 
Castrensi,  Aretini,  Felini,  Socini,  con  quella  de'  Budei,  degli 
Alciati,  Duareni,  Culaci,  Conani,  Covaruvi,  Tiraquelli  e  aUri 
oltramontani,  de'  quali  il  signor  Achillini  è  cosi  studioso  emu- 
latore. Anzi,  cred'io,  che  al  buono  iurisconsulto  sia  neces- 
sario il  filosofare,  perché  senza  l'investigazione  delle  cagioni 
della  sua  professione  non  sarebbe  scientifico,  e  agevolmente  a 
un  sofio  di  sofisma  sarà  avilupato  nelle  sue  proposizioni,  stra- 
vederà  ne'  suoi  axiomi  e,  discreditate  le  sue  conclusioni,  scher- 
nito restarà  nella  sua  confusione.  E  si  come  l'altre  scienze,  cosi 
anco  la  legge  ha  principi  suoi  universali,  ne'  quali  si  risolvono 
tutti  i  casi  particulari.  E  perciò,  essendo  che  l'umane  azioni 
sono  quasi  infinite  e  non  si  trovano  scritte  le  individue  deter- 
minazioni di  tutti  i  dubi  individuali,  è  necessario,  discorendo 
e  filosofando,  ricorrere  ai  fonti  della  scienza  e  col   mezzo  dei 


CARTEGGIO  145 

principi  universali  definire  qualunque  contesa  civile.  Onde  aviene 
che  quei  infelici  dottori,  che,  avendo  riposto  tutto  lo  studio 
loro  in  cumulare  e  repertoriare  decisioni  e  conclusioni  e  farsi 
numerosa  suppeletile  di  risoluzioni  e  casi  particolari,  senza 
impossessarsi  bene  de'  principi  dell'arte,  e  senza  ruminare  col 
giudizio  legale,  e  col  caldo  del  discorso  digerire  e  convertire 
in  sua  sostanza  i  termini  della  professione,  all'incontro  d'un 
dubio  del  quale  non  parlino  i  repertori  litteralmente,  restano 
nell'aridezza  del  loro  ingegno  miseramente  arenati. 

Altri  l'accusano  ch'egli  nel  leggere  non  approvi  la  sua  opi- 
nione con  longa  schiera  e  nomenclatura  di  dottori,  senza  cumu- 
lare communi  opinioni.  Ma  se  le  questioni  legali,  massime  su 
le  catedre,  si  dovessero  terminare  col  numero  degli  autori  e 
non  col  peso  delle  ragioni,  e  se  l'allegare  tanti  dottori  non 
servisse  più  per  pompa  di  chi  parla  che  per  utilità  di  chi  ascolta, 
ragionevole  sarebbe  l'accusa.  Chi  institui  le  scole  di  leggi  non 
ebbe  altro  pensiero  se  non  col  mezzo  de'  professori  formare 
nelle  tele  degli  ingegni  de'  giovani  la  cognizione  de'  termini, 
alla  sola  luce  di  quei  gran  giurisconsulti,  Papiniano,  Vulpiano, 
Paolo,  Affricano,  Scevola  e  compagni.  E  di  questa  mia  opi- 
nione ve  ne  sono  molti  anco  costi,  e  per  mille  e  più  basti  il  te- 
stimonio del  signor  cardinal  Pio,  mio  signore,  ch'io  ho  inteso 
da  Sua  Signoria  illustrissima  ch'egli  non  conosce  ingegno  più 
elevato  e  spiritoso  al  mondo  del  signor  Achillini.  E  non  senza 
ragione  quel  valente  oltramontano  riprese  gl'italiani  scrittori: 
«  O  scelus  italorum  iiiris  professorum,  praetermissis  purissimis 
legum  fontibus,  venenatas  neotericorum  lagunas  insectari  et,  ne- 
glecto  Codice,  invigilare  Borgninof>.  E  quei  scolari  che  sopra 
i  testi  solamente  si  sono  affaticati,  trapassando  poi  dai  ginnasi 
ai  fòri,  francamente  maneggiano  i  consegli,  le  decisioni,  i  trat- 
tati e  tutta  la  faragine  legale. 

Ma  faragine  sarebbe  questa  mia  se  più  oltre  trascoresse  la 
mia  penna,  la  quale  da  altro  spirito  non  è  mossa  se  non  da  quello 
della  verità.   E  ve  la  bacio. 

Di  Roma,  3  gennaro   1617. 


G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere- 11. 


146  CLAUDIO   ACHILLINI 

XLII 

A   UN   AMICO 
Ringrazia  del  dono  di  un  libro. 

[Ferrara,  principi  del  1617?]. 

XLIII 

Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 

Il  cardinal  Borghese  ha  scritto  a  Ferrara  perchè  la  licenza  dell' Achillini 
sia  prolungata  fintanto  che  dura  la  legazione  del  Ludovisi. 

Di  Pavia,  li  15  gennaio  1617. 

XLIV 

Del  medesimo 

Il  cardinal  Borghese  ha  riscritto,  comunicando  che,  in  séguito  alla  sua 
istanza,  il  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  ha  concesso  che  la  licenza 
dell' Achillini  sia  prolungata  per  tutta  la  quaresima. 

Di  Parma,  il  primo  di  febbraio  1617. 
XLV 

Al  cardinal  Borghese 

Lo  ringrazia  di  essersi  tanto  interessato  per  lui. 
[primi  di  febbraio  1617]. 

XLVI 

Del  duca  Ranuccio  Farnese 

Lo  prega  di  passare  da  lui  nel  recarsi  a  raggiungere  il  cardinale  Ludovisi. 
Dalla  Riva,  a'  7  di  febraro  1617. 


CARTEGGIO  147 

XLVII 

Del  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

Dalla  Riva,  a'  8  di  febraro  1617. 
XLVIII 

Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 

Dell'ottima  accoglienza  ricevuta  ad  Asti.  Alloggia  nello  stesso  palazzo  con 
monsignor  di  Bethune,  col  quale  ha  discorso  della  sua  missione  in 
Piemonte. 

Di  Asti,  li  5  di  marzo  1617. 

XLIX 

Del  medesimo 

Notizie  varie  della  corte  di  Torino.  Ha  raccomandato  l'Achillini  al  conte 
di  Verrua,  affinchè  lo  metta  in  buon  concetto  col  duca  di  Savoia;  ma 
non  ne  ha  avuto  altra  risposta  se  non  :  «  Il  duca  è  buon  principe:  non 
sa  fare  male  a  ninno  » . 

Di  Asti,  li  II  di  marzo  1617. 
L 

Del  medesimo 

Sta  in  buona  salute.  Ha  restituito  un  cavallo. 
Notizie  della  corte  di  Savoia. 

Di  Asti,  li  13  di  marzo  1617. 

LI 

Del  medesimo 

Lo  prega  d' informarsi  se  è  stata  recapitata  una  sua  lettera 
al  duca  di  Parma. 


Di  Asti,  h  15  di  marzo  1617. 


148  CLAUDIO    ACHILLINI 

LII 

Del  medesimo 

Gli  spagnuoli  non  vogliono  sapere  di  pace, 
a  causa  dei  continui  progressi  fatti  dal  duca  di  Savoia. 

Di  Pavia,  li  5  di  aprile  1617. 


LUI 

Del  medesimo 

Riferisce  un  brano  d'una  lettera  del  cardinal  Borghese,  nella  quale  si  an- 
nunzia che  a  sua  istanza  il  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  ha  ancora 
prorogata  la  licenza  all'Achillini. 

Di  Pavia,  li  12  aprile  1617. 


LIV 

Del  medesimo 
Lo  incarica  di  esprimere  tutta  la  sua  gratitudine  al  cardinal  Pio. 

Di  Parma,  li  19  aprile  1617. 

LV 

Al  signor  N.  N,,  a  Torino 

Presenta  e  raccomanda  Fulvio  Testi. 

Quel  cortese  genio  e  quella  benigna  volontà  di  V.  S.  illu- 
strissima, che  verso  la  persona  mia  due  volte  scopersi  in  Torino, 
mi  fanno  ardito  a  scriverle  queste  due  righe  con  le  quali  ac- 
compagno il  signor  Fulvio  Testi,  poeta  ingeniosissimo  e  dol- 
cissimo, che,  tratto  dalle  glorie  del  signor  duca  e  di  tutta  cotesta 
serenissima   posterità,   si  trova  in   cotesti   paesi    alla    presenza 


CARTEGGIO  149 

di  V.  S.  illustrissima.  Né  pretendo  già  di  manifestarlo  o  d' in- 
trodurlo, perché  nel  primo  la  fama  e  l'eccellenza  delle  sue 
composizioni  m'hanno  di  già  prevenuto,  e  nel  secondo  le  gene- 
rose accoglienze  di  V.  S.  illustrissima  in  questo  punto  mi  pre- 
vengono. Professo  dunque  solo  in  questo  ufficio  di  sottentrar 
a  parte  di  tutti  quegli  oblighi  ne'  quali  lo  porranno  i  favori  di 
V.  S.  illustrissima;  la  quale,  come  signore  di  finissimo  giudizio 
negli  affari  poetici,  non  potrà,  mi  cred'io,  non  maravigliarsi  che 
il  signor  Fulvio  nell'aurora,  per  cosi  dire,  della  sua  età  abbia 
avanzati  di  splendore  gli  Appollini  dell'arte.  E  qui,  supplican- 
dola a  continuarmi  la  sua  bramata  grazia,  le  faccio  umile  ri- 
verenza. 

Di  Ferrara,  li  22  aprile  1617. 

LVI 

Di  Girolamo  Preti 
Della  reputazione  che  gode  l'Achillini  in  Roma. 

Il  signor  Gasparo  Ercolani  non  vorrebbe  ch'io  facessi  leggere 
il  sonetto  di  V.  S.  nell'academia,  ed  io  son  pertinace  di  voler 
farlo.  Anzi  egli  sarebbe  stato  letto  a  quest'ora,  poiché  m'ha  pro- 
messo di  leggerlo  un  academico  il  qual  recita  con  garbo  singolare; 
ma  per  mala  fortuna  egli  non  venne  a  tempo  nell'ultima  radu- 
nanza che  si  fece  domenica  passata.  Ma  nella  prossima  si 
reciterà  senz'altro,  se  però  il  signor  Gasparo  non  mei  vieta  con 
autorità  più  che  tirannica.  Egli  è  uno  de'  più  nobili  componi- 
menti ch'abbia  mai  fatto  l'arte  poetica;  onde  non  so  con  qual 
ragione  V.  S.  possa  o  voglia  celarlo.  Ma  già  non  si  può  ascon- 
dere, poiché  già  è  stato  veduto  da  questi  ingegni  in  buona 
parte;  i  quali,  benché  siano  di  quella  setta  che  non  fa  mai  le 
sue  bisogne  senza  serviziale,  con  tutto  ciò  l'hanno  ammirato 
per  mia  fé,  e  confessano  che  lo  'ngegno  del  signor  Achillino  è 
mostruoso  oggidì.  Però  V.  S.  non  si  può  ascondere,  poiché 
Ella  è  conosciuta,  e  vanno  attorno  per  Roma  molte  sue  com- 
posizioni, delle  quali  ho  avuto  copia  da  persone  ch'Ella  non  ha 


150  CLAUDIO    ACHILLINI 

mai  conosciute;  e  ne  farà  fede  il  medesimo  signor  Gasparo,  a 
cui  l'ho  mostrate.  V.  S.  è  famosa  non  meno  in  Roma  che 
altrove,  e  non  voglio  negare  d'aver  qualche  parte  anch'io  fra 
gl'istromenti  della  sua  fama,  poiché  procuro  spesso  qualche 
occasione  di  ragionar  di  lei,  e  quando  ne  ragiono  congiungo  la 
veemenza  oratoria  colla  verità  istorica.  Queste  non  son  lusinghe, 
perché  da  lei  non  vuo'  nulla  fuorché  la  sua  solita  buona  vo- 
lontà verso  me.  Tutti  desiderano  di  veder  V.  S.,  ed  io  n'ho 
data  loro  qualche  speranza  colla  venuta  del  signor  cardinale 
Ludo  visi. 

Stanno  sotto  la  stampa  l'opere  del  padre  Famiano,  il  quale 
ha  avuto  ora  il  carico  dello  scrivere  le  storie  di  Fiandra  del 
signor  duca  di  Parma,  e  già  ha  dato  principio  al  lavoro;  onde 
si  spera  un'opera  molto  buona.  Ho  voluto  darne  parte  a  V.  S., 
la  quale  è  amata  e  stimata  da  lui.  E  le  bacio  per  fine  con 
molto  affetto  la  mano. 

Di  Roma,  a'  xxvi  di  aprile  1617. 

LVII 
Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 

Acclude   una  lettera  pel  cardinal   Pio,  che  l'Achillini   ringrazierà  ancora 
una  volta  a  voce,  e  un'altra  pel  marchese  di  Villa. 

Di  Pavia,  li  26  aprile  1617. 

LVIII 

Di  Girolamo  Preti  al  padre  Domenico  Grini  gesuita 

Intorno  ad  alcune  scritture  politiche  del  Grini. 

Quel  Politico  presagio,  che  vedemmo  il  signor  Achillini  ed  io 
intorno  ai  fini  delle  guerre  presenti,  parve  ad  ambidue  dettato 
dallo  stesso  genio  della  politica;  anzi  che,  se  l'inchiostro  ond'egli 
fu  scritto  fosse  stato  stillato  dalla  quintaessenza  dei  cuori 
dei  prencipi  viventi,  non  avrebbe  l'auttore  più  al  vivo  potuto 
rappresentare  i  loro  pensieri  al  lettore.  E  molti  successi  finora 


CARTEGGIO  151 

fanno  una  certissima  fede  del  divino  giudizio  che  riluce  in  si 
fatta  scrittura,  e  crediamo  senz'altro  che  con  avenimenti  non 
dissimili  resterà  canonizato  il  solenne  pronostico  e  la  gloria 
di  una  tanta  penna.  Ma,  Dio  buono,  non  abbiamo  avuto  for- 
tuna dalla  Paternità  Vostra  di  poter  rinvenire  la  fatidica  Cas- 
sandra di  si  fatti  successi.  Ben  sappiamo  che  non  si  sono  per 
ancora  vedute  profezie  si  politicamente  aggiustate  come  quelle 
di  quei  fogli,  e  stimeremmo  beati  quei  re  che  si  fatto  giudizio  e 
si  fatta  penna  avessero  per  consigliero  e  per  secretarla.  Non 
vedesi  scrittura  in  simil  genere,  o  concernente  ai  presenti  overo 
ai  tempi  passati,  che  a  mezzo  '1  foglio  non.  dia  saggio  della 
viziosa  parzialità  dello  scrittore,  e  conseguentemente  non  si 
vegga  nell'affetto  di  lui  sepolta  la  fede  dei  concetti,  e  nella 
fede  del  cuore  screditata  quella  giudiziosa  indifferenza  che  tanto 
è  desiderata  in  chi  vuole  intraprendere  la  nobile  carica  di  scri- 
vere in  si  fatte  matterie.  Ma  nella  moltitudine  di  tanti  fogli  che 
ne  diede  la  Paternità  Vostra  a  leggere,  Dio  buono,  com'egli  è 
mai  possibile  non  potessimo  scoprire  pure  una  minima  scintilla 
di  passione  che  derogasse  alla  gloriosa  neutralità  dell'auttore, 
e  per  longa  diligenza  che  abbiam  fatta  non  abbiam  potuto  rin- 
venir un  essempio  d'un  tanto  pregio.  Altre  scritture  si  veg- 
gono, che  dentro  ai  lisci  retorici  chiudono  deturpata  la  politica 
maestà,  né  sanno  altro  più  vivamente  e  più  eloquentemente  rap- 
presentare che  i  propri  livori  e  le  proprie  passioni.  Quella 
scrittura  con  eloquentissima  prudenza,  senz'affettazioni  o  livide 
e  retoriche,  espresse  puramente  il  vero  di  quanto  è  poi  succe- 
duto e  di  quanto,  crediamo,  succederà.  E  per  iscrivere  con  un  solo 
tocco  d'ingenuità  quello  che  ne  sentiamo,  noi  abbiamo  in  tanta 
venerazione  quella  scrittura  in  quanta  aver  si  possa  scrittura 
mortale;  e  viva  sicura  la  Paternità  Vostra  che  alcuni  altri  giudi- 
ziosi ingegni  che  capitano  talvolta  alla  conversazione  del  signor 
Achillini,  che  l'udirono  leggere,  ne  formarono  lo  stesso  concetto. 
Simili  d'eccellenza  in  ogni  genere  furono  le  due  scritture  intorno 
al  ritorno  dei  giesuiti  a  Venezia;  lette  le  quali,  disse  il  signor 
Achillini:  — Figulus Figulo.  —  Io  l'interrogai  del  senso  di  si  fatto 
proverbio.  Egli  mi  rispose  che  la  più  sublime  e  la  più  apostolica 


152  CLAUDIO    ACHILLINI 

republica,  che  nell'ampiezza  della  Chiesa  di  Dio  spiritualmente 
e  poveramente  regnasse,  era  la  Compagnia  de'  giesuiti;  e  che 
la  maggior  republica  tra  le  politiche,  dal  principio  del  mondo 
sino  a  questi  tempi,  e  per  virginità  e  per  prudenza  e  per  re- 
ligione e  per  durazione,  era  quella  di  Venezia.  E  che  però,  invi- 
diandosi tante  eccellenze  l'una  all'altra,  non  fu  maraviglia  se, 
stendendo  i  veneziani  il  braccio  secolare,  allontanarono  da  se 
stessi  la  Compagnia  de'  padri;  ma  che  se  mai  con  prudenza 
umana  potessero  specularsi  maniere  che  aggevolassero  la  riunione 
delle  due  republiche,  erano  senz'altro  espresse  tutte  nelle  nobi- 
lissime scritture.  E  piacesse  a  Dio  che  fosse  nato  nei  superiori 
un  giudizioso  genio  d'eseguirle,  che  vedressimo  forse  ciò  che 
desidera  il  mondo  cristiano.  E  forse  forse  non  avrebbono  i  ve- 
neziani cosi  al  vivo  rotto  co'  la  casa  d'Austria;  e  forse  non  vi 
è  altro  mezzo  per  riconcigliargli  con  quella  monarchia  che  l'al- 
tissimo valore  dei  padri,  i  quali  saprebbono  rompere  quelle 
pietre  di  scandolo  sovra  le  quali  si  è  fabricata  la  presente  guerra. 
Intorno  al  desiderio  della  Paternità  Vostra  dell'inviarle  nota 
delle  mie  scritture,  vorrei  ch'Ella  deputasse  un  amico  qui  che 
le  vedesse,  perché  io  poi  farei  quanto  da  esso  mi  fosse  com- 
mandato.  E  qui  con  parzialissima  riverenza  le  bacio  le  mani. 

[Roma,  verso  la  metà  del   1617]. 

LIX 
Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 
Notizie  varie.  Gli  augura  prospero  l'anno  nuovo. 
Di  Pavia,  li  4  dicembre  1617. 

LX 

Del  medesimo 

Lo  aiuterà  nel  suo  disegno  di  esser  chiamato  alla  cattedra  di  diritto  civile 
nell'università  di  Bologna  con  lo  stesso  stipendio  che  gode  a  Ferrara; 
ma  la  cosa  non  è  facile. 

Di  Roma,  li  12  di  decembre  1617. 


CARTEGGIO  I53 

LXI 

Al  conte  Ridolfo  Campeggi 

Ne  loda  il  poema:   Le  lagrime  della   Vergine. 

Gli  uffici  di  cortesia  usciti  dalla  penna  di  V.  S.  non  pos- 
sono mai  giunger  tardi,  poiché  trapassano  sempre  tutte  le 
mete  e  tutti  i  segni  degli  altri.  Gliene  rendo  grazie  affettuosis- 
sime,  e  riconosco  le  lodi  che  mi  scrive  per  parti  felici  del 
suo  fecondissimo  ingegno  più  che  per  titoli  convenienti  al 
mio  sterilissimo  talento.  Il  principio  mio  fu  ben  di  leggi,  ma 
vivo  senza  legge  addolorato  per  esser  lontano  dalla  conversa- 
zione degli  amici  e  padroni,  e  particolarmente  del  mio  conte 
Ridolfo,  il  quale,  essendo  l'anima  della  poesia,  fa  che  in  questa 
lontananza  io  resti  un  cadavero  poetico.  Se  non  che  al  presente 
parmi  di  risorgere,  alle  rugiade  vitali  di  quelle  Lagrime  della 
Vergine,  che  m'ha  inviato.  Si  bella  cosa  ho  io  quasi  tutta  tras- 
corso. Non  so  che  dirmi.  So  bene  che,  se  dicessi  qualche  cosa,  la 
direi  sinceramente  ed  ingenuamente.  Questo  stile  è  ripieno  di 
quella  poetica  purità  che  veramente  si  richiede  a  tal  matteria,  ed 
è  libero  da  quelle  moderne  novità,  che,  per  qualche  raggio  d'ac- 
cidental  bellezza  che  possono  vibrare,  tolgono  molto  di  credito 
al  serio  di  quella  sentenza  che  si  tratta.  E,  quanto  a  me,  stimo 
che  cose  tali  siano  le  comete  della  poesia.  Ch'essendo  le  comete, 
quasi  dirò,  stelle  addottive  e  lumi  adulterini,  anzi  false  gemme 
del  gran  cerchio  del  cielo,  tali  riescono  apunto  le  smoderate 
novità  e  i  troppo  arditi  trasporti  dei  compositori  di  questo 
tempo:  li  quali,  invece  di  seminare  le  cose  loro  di  lumi 
nobili  e  pelegrini,  vanno  da  lontanissimi  luoghi  addottando 
splendori  adulterini  per  poetici  figlioli  degli  ingegni  loro;  ma 
alla  fine  poi,  procurando  col  solo  strale  della  elocuzione  d'inva- 
ghire e  di  cattivar  gli  occhi  del  senso,  a  pena  arrivano  con  la 
loro  merce  su  la  porta  dell'intelletto,  che,  ricercatane  interna- 
mente la  sustanza  e  non  ritrovatevi  che  spoglie  e  lisci,  sono 
ributtate  e  dannate  all'oblio.  Mentre  d'altra    parte  le  stanze  di 


154  CLAUDIO   ACHILLINI 

V.  S.  sono  illustrate  da  legitimi  lumi,  sparse  di  stelle  naturali  e 
adorne  di  gemme  pelegrine  e  preziose;  onde  potranno  compa- 
rire riguardevoli  e  ammirabili  alla  presenza  di  qualsivoglia  sodo 
e  sano  giudizio.  Quindi  averrà  che  nell'acque  di  si  care  e  be- 
nedette Lagrime  nuotarà  la  gloria  di  V.  S,,  per  giungere  infine 
al  porto  dell'eternità;  e  potranno  le  muse  su  l'umida  base  di 
si  bel  pianto  fabricar  e  rinovar  l'antico  riso,  avendo  lucuperate 
le  perdute  bellezze.  E  cosi  potess'io  in  si  prezioso  lavacro  la- 
var questa  anima,  come  dal  puro  cristallo  di  si  belle  Lagrime  già 
già  mi  traspare  l'immortalità  del  suo  stile  e  del  suo  nome.  Né 
ricerchi  già  V.  S.  a  si  compiti  lavori  ammenda  alcuna,  ch'in 
quella  vece  trovarà  sempre  meraviglia  e  lodi,  poiché  l'ama- 
ritudine del  suo  pianto  spira  tanta  dolcezza  e  l' impietà  di  si 
acerbo  dolore  spira  tanta  pietà  nell'animo  di  chi  legge,  che  con 
meravigliosa  forza  di  tenerezza  solleva  al  cielo.  Per  lo  che  l'onde 
di  questi  umori  lagrimosi  possono  chiamarsi  in  un  certo  modo 
l'acque  del  Tigre  e  dell'Eufrate,  le  quali,  se  pelegrino  s'invo- 
gliasse del  loro  fonte,  lo  condurrebbono  in  paradiso.  E  le  ba- 
cio le  mani. 
[1617]. 

LXII 

Al  collegio  de'  dottori  leggisti  di  Bologna 
Domanda  di  far  parte  del  collegio  medesimo. 

Sa  Dio  l'estrema  devozione  ed  osservanza  che  sempre  ho 
portato  a  cotesto  dignissimo  e  nobilissimo  numero,  e  sa  con 
che  gusto  e  con  che  prontezza  ho  sempre  incontrate  l'occasioni 
di  servirlo.  Da  questo  continuato  e  non  mai  interrotto  affetto, 
congiunto  con  la  benignità  di  VV.  SS.  eccellentissime,  nasce 
in  me  una  viva  e  certa  confidenza  che  nella  presente  vacanza 
m'onoreranno  di  farmi  loro  collega.  Vengo  dunque  a  suplicarnele 
col  più  umile  e  col  più  devoto  affetto  che  possa  nascere  dall'animo 
mio,  e  vorrei  potere  mostrar  espresso  e  vivo  in  questa  carta 
il   cor   mio,   perché   conoscerebbono  di  non  potere  aggregare 


CARTEGGIO  155 

soggetto  né  più  devoto  né  più  ubligato  a  cotesta  famosissima 
adunanza.  E  se  bene  averci  potuto  onorare  queste  mie  preghiere 
con  lettere  de  grandi,  non  ho  però  voluto  farlo,  perché  desidero 
immediatissimamente  da  loro  questa  grazia,  per  non  averne  a 
dividere  l'obligo;  e  tanto  più  volontieri  ho  rissoluto  di  trattare  in 
questa  maniera,  perché  quanto  onore  avrebbe  l'altrui  grandezza 
apportato  alla  mia  instanza,  d'altretanto  discredito  sarebbe  stato 
alla  mia  confidenza.  Tutta  la  riputazione  che  nel  corso  de'  miei 
giorni  ho  conseguita,  tutta  riconosco  da  cotesto  numero;  tutte 
le  speranze  che  possono  passarmi  per  la  mente,  tutte  hanno 
le  loro  prime  radici  fisse  in  cotesto  collegio;  e  spero  ancora 
che  dalla  bontà  loro  non  mi  sera  negata  quest'ultima  grazia 
d'esserne  fatto  collega.  L'età  mia  è  proporzionata  a  tutte  le 
fatiche,  e  di  studi  e  di  viaggi,  che  potessero  al  collegio  occorrere. 
Ogni  poco  più  che  mi  tardino  questo  onore,  favoriranno  più  il 
desiderio  che  avrò  di  servirle  che  le  forze  di  poterlo  fare.  Già 
l'anno  vigesimoquinto  del  mio  dottorato  s'avicina,  e  non  ho 
in  cotesta  congregazione  parente  che  mi  protegga  o  che  mi  pro- 
mova. Ma  dall'altra  parte  vivamente  confido  che  la  loro  giu- 
stissima destrezza  e  bontà  mi  servirà  di  padre  e  di  zio  per 
farmi  conseguire  questa  desideratissima  consolazione.  Colla  qual 
fede  faccio  a  tutte  le  SS.  VV.  eccellentissime,  in  universale  e 
in  particolare,  umilissima  riverenza. 
Di  Ferrara,  li  27  ...  [1619]. 

LXIII 

Al  cardinal  Capponi 

In  occasione  della  sua  partenza  da  Bologna. 

Col  più  devoto  e  col  più  tenero  affetto  che  possa  produrre 
l'animo  mio,  vengo  ad  augurare  a  V.  S.  illustrissima  il  buon 
viaggio  in  cotesta  sua  pur  troppo  improvisa  partita;  e  se  bene 
io  so  che  una  pioggia  di  lacrime  di  tanti  cittadini  l'accom- 
pagnarà  fuori  della  città,  so  ancora  che  si  fatta  pioggia  più  di 
qualsivoglia  sereno  sarà  sempre  serena  e  chiara  al  nome  e  alla 


156  CLAUDIO    ACHILLINI 

gloria  di  V.  S.  illustrissima.  Qui  non  ho  parole  bastevoli  per 
esprimere  il  dolore  con  che  vo  accompagnando  il  commune  do- 
lore della  mia  patria.  Bastaràmi  il  dire  che  V.  S.  illustrissima 
parte  di  Bologna,  che  tanto  è  quanto  s'io  dicessi  quel  signore 
il  cui  governo  vivrà  sempre  nelle  memorie,  nelle  lingue  e  nelle 
penne  di  tutto  il  mondo.  Certo  che  niun  altro  più  di  lei  seppe 
mischiare  in  si  fine  tempre  il  rigore  coU'equità.  I  suoi  favori  e 
le  sue  grazie  furono  più  favorite  e  più  graziose,  perché  furono 
mai  sempre  condite  in  una  incomparabile  gentilezza  e  benignità; 
i  suoi  mali  e  le  sue  pene  divennero  agli  stessi  rei,  per  cosi 
dire,  amabili,  perché  furono  sempre  da  una  violentissima  autto- 
rità  della  ragione  persuase;  e  se  bene  V.  S.  illustrissima  gover- 
nando s'aggirò  sempre  e  si  contenne  dentro  i  termini  delle  leggi, 
ha  però  saputo  senza  legge  alcuna  assolutamente  ubligarsi  i  cuori 
di  tutta  cotesta  città.  Non  usci  mai  parola  dalla  sua  bocca  che 
amareggiasse  chichesia.  Il  suo  disinteressatissimo  candore  nel 
concetto  di  tutti  non  ebbe  mai  pari;  e  quella  longanimità  e 
toleranza,  che  diede  forsi  che  dire  a  certi  lividi  aristarchi  che 
non  sanno  conoscer  gli  andamenti  di  Dio,  fu  quella  dote  appunto 
nella  quale  V.  S.  illustrissima  più  che  in  qualsivoglia  altra  imitò 
la  divina  previdenza.  Non  mi  riprenderà  già  Ella  perché  io, 
parlando  in  queste  poche  righe  seco,  trapassi  forsi  i  confini 
della  sua  modestia;  perché  posso  giurarle  che  qui  solo  io  faccio 
le  parti  del  mio  dolore  e  non  delle  sue  lodi,  E  però  mi  con- 
doglio con  la  mia  patria,  che  perde  il  padre;  mi  condoglio  con 
lei,  perché  si  rompe  il  filo  di  quelle  glorie  che  le  si  andavano 
continuando;  mi  condoglio  con  me  stesso,  perché  perdo  in 
questi  paesi  un  mio  singolarissimo  signore.  Se  bene,  s'io  ben 
m'aveggo,  né  V.  S.  illustrissima  ferma  il  corso  delle  sue  glorie, 
né  Bologna  perde  il  padre,  né  io  rimango  senza  un  mio  desi- 
deratissimo  patrone.  Perché,  s'egli  è  vero  che,  quando  alcuno 
con  impeto  gitta  un  sasso,  benché  rimanga  subito  quieto  ed  im- 
moto il  braccio  che  Paventò,  pur  tuttavia  quel  mobile  va  se- 
guendo il  suo  viaggio  finché  dura  quella  virtù  che  dalla  mano 
gli  fu  impressa;  sarà  vero  ancora  che,  avendo  V.  S.  illustrissima 
con  estrema  forza  di  politica  previdenza  posto  in  moto  la  gran 


CARTEGGIO  157 

pietra  del  suo  governo,  benché  ora  se  ne  parta  e  si  riposi, 
durerà  il  moto  finché  dura  quella  longhissima  virtù  che  si 
spiccò  dal  braccio  della  sua  giudiciosa  auttorità.  E  cosi  V.  S.  illu- 
strissima, quantunque  partita,  sarà  per  virtù  presente  ad  esser- 
citare  i  suoi  paterni  uffici  verso  la  sua  cara  Bologna,  né  rimarrà 
intanto  interrotto  il  filo  delle  sue  glorie,  ed  io  godrò  pur  anche 
in  queste  parti  un  mio  signore.  E  cosi  spero  senz'altro,  perché 
sarà  pur  anche  gloria  dell'illustrissimo  successore  il  seguir  quegli 
ordini  approvati  dalla  pratica  e  quegli  stili  che  V.  S.  illustrissima 
avrà  lasciato;  né  certo  altro  si  può  aspettare  dal  nobilissimo 
genio  del  signor  cardinale  Sa  velli,  la  cui  venuta  poteva  solo  solo 
consolar  il  dolore  della  partita  di  lei.  La  qual  supplico  umil- 
mente ad  avermi  per  suo  servitore  in  tutti  i  luoghi,  in  tutte  le 
fortune  e  in  tutte  le  occasioni. 
[Roma,  decembre  1619]. 


LXIV 

Al  cavalier  Marino 

Lodi. 
(Lettera  premessa  alla  Sampogna  del  Marino  (i)). 

Dopo  tanti  anni  io  vi  saluto  cordialissimamente,  e  vi  assicuro 
col  cuore  in  cima  a  questa  penna  che  l' interposizione  di  tanta  terra 
quanta  è  tra  noi  non  ha  potuto  ecclissarvi  pur  un  raggio  del- 
l'antico amor  mio.  Io  sono  al  soHto  parzialissimo  delle  vostre 
glorie;  e  si  come  nella  più  pura  parte  dell'anima  mia  sta  viva 
questa  opinione  che  voi  siate  il  maggior  poeta  di  quanti  ne  na- 
scessero o  tra'  toscani  o  tra'  latini  o  tra'  greci  o  tra  gli  egizi  o 
tra  gli  arabi  o  tra'  caldei  o  tra  gli  ebrei,  cosi  questa  medesima 
conclusione  difendo  e  professo  continovamente  con  la  lingua 
qualor  ne   parlo,  e  con    la   penna  ogni   volta   che   ne   scrivo. 


(i)  Per  la  risposta  del  Marino  si  veda  nel  primo  volume,  pp.  248-9  [Ed.]. 


158  CLAUDIO    ACHILLINI 

Insomma  l'api  di  Pindo  non  sanno  stillar  favi  più  dolci  di  quelli 
che  fabricano  nella  vostra  bocca,  e  la  fama  poetica  non  sa  volar 
con  altre  penne  che  con  la  vostra.  L'invidia  poi  de'  vostri  de- 
trattori non  sente  i  suoi  funerali  più  risoluti  che  nelle  mie  pa- 
role. Rallegromi  delle  vostre  fortune  in  codesto  regno,  e  par- 
ticolarmente che  la  vostra  speranza  a  guisa  di  fenice  sia  risorta 
più  viva  e  più  bella  dal  suo  rogo. 

Moro  d'impazienza  per  non  potervi  rivedere.   Ma  chi  sa? 

Reverite  a  mio  nome,  ve  ne  prego,  tre  personaggi  segnalati: 
il  nunzio  apostolico,  gloria  de'  prelati;  il  signor  di  Bettune,  norma 
de'  cavalieri;  e  monsignor  Rucellai,  specchio  di  valore  e  di  gen- 
tilezza. 

Vivete  felice  e  conservatevi  tale  con  la  vostra  prudenza,  per- 
ché voi  servite  ad  un  re  nelle  cui  mani  dirò  quasi  che  Marte 
ha  riposte  tutte  le  speranze  delle  sue  glorie  in  terra.  Per  fatai 
decreto  voi  sarete  un  giorno  l'Omero  di  cotesto  Achille.  Intanto 
bacio  vi  carissimamente  le  mani. 

Di  Bologna  [principi  del  1620]. 


LXV 
Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 

Prende  atto  che  l'Achillini  promette  di  partire  da  Roma  fra  quattro  giorni, 
e  non  mancherà  di  raccomandarlo  ai  signori  del  reggimento  di  Bologna 
circa  la  cattedra  da  lui  desiderata. 

Di  Bologna,  li  17  luglio  1620. 


LXVI 
Del  medesimo 

Troppi  obblighi  di  gratitudine  ha  verso  l'Achillini,  perché  questi  possa 
menomamente  dubitare  che  egli  non  faccia  quanto  è  in  lui  circa  l'af- 
fare della  cattedra  bolognese. 

Di  Bologna,  li  18  di  luglio  1620. 


CARTEGGIO  159 

LXVII 

Del  medesimo 

Ha  fatto  quel  che  poteva  presso  il  legato  e  i  signori  del  reggimento  di 
Bologna  circa  l'affare  della  cattedra;  ma  non  ha  il  coraggio  di  scriverne 
direttamente  al  papa.  Pensi  piuttosto  l'Achillini,  ora  che  si  trova  a 
Roma,  a  farsi  raccomandare  a  Paolo  quinto  da  qualche  personaggio 
influente. 

Di  Bologna,  li  15  agosto  1620. 

LXVIII 

Al  papa  Paolo  quinto 

Supplica  relativa  alla  cattedra  bolognese. 

[poco  posteriore  alla  precedente  lettera?]. 

LXIX 
Di  monsignor  (poi  cardinale)  Ludovico  Ludovisi 

Ringrazia  degli  augùri   per  capodanno,  e   comunica   d'aver  ottenuto   da 
papa  Paolo  quinto  un  «luogo  di  consulta». 

Di  Roma,  li  6  di  gennaro  1621. 

LXX 

Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi 

Lo  prega  di  acconsentire  che  il  signor  Marino  Giorgio,  nobile  veneto, 
possa  godere  temporaneamente  l'uso  di  alcune  camere  presso  il  signor 
Spannochi. 

Di  Bologna,  li  12  di  gennaio  162 1. 

LXXI 

Al  PAPA  Gregorio  decimoquinto 
Congratulazioni  per  la  sua  elezione  al  pontificato. 

Di  Bologna,  li  12  febbraio  1621. 


l6o  CLAUDIO   ACHILLINI 

LXXII 

Del  cardinal  Ludovico  Ludovisi 
Ringrazia,  in  nome  del  papa,  della  precedente  lettera. 

Di  Roma,  li  17  di  febbraio  1621. 

LXXIII 

Di  monsignor  Merlini 
Può  l'Achillini  recarsi  liberamente  a  Roma. 

Lodato  Dio!  Ho  servito  V.  S.  in  maniera  e' ho  pienamente 
sodisfatto  a  me  stesso.  Col  signor  cardinal  Ludovisio  padrone 
ho  introdotto  parlamento  di  V.  S.  Egli  mi  ha  detto  che  crede 
fermamente  ch'Ella  sia  per  venire  a  Roma  in  questa  occasione. 
E  avendoli  io  destramente  insinuato  che  Sua  Signoria  illustris- 
sima dovea  chiamarla,  m'ha  risposto  che  non  occorre,  perché 
da  se  stessa  verrà,  e  ch'egli  la  vedrà  volontieri  e  con  gusto, 
e  che  le  farà  ogni  servigio.  A  questo  parlare  ho  io  aggiunto 
quegli  offici  e  quegl' incitamenti  che  V.  S.  maggiori  si  può 
imaginare.  Venga  e  stia  allegramente,  ma  tenga  per  evangelio 
ch'io  son  la  fenice  degli  amici;  e  mi  contento  che  per  me 
V.  S.  facci  una  bella  parlata  in  quella  guisa  ch'io  ho  fatto  per 
lei  \conHnua,  dando  ìiotizia  delle  nuove  nu7iziaticré\. 
Roma,   17  febbraio  1621. 

LXXIV 

Del  vescovo  di  Crema 

Vada  presto  a  Roma  a  baciare  il  piede  al  nuovo  papa, 
giacché  «  beati  primi  » . 

Di  Bologna,  li  4  marzo  1621. 


CARTEGGIO  l6l 

LXXV 

Al  signor  Antonio  Lamberti 

Difende  gli  ambasciatori  bolognesi  a  Roma  dall'accusa  di  presentarsi 
in  pubblico  in  assetto  non  pari  al  loro  grado. 

[Di  Roma],  25  aprile  1621. 

LXXVI 

Al  medesimo 

Stia  tranquillo,  che  il  papa  e  il  cardinal  Ludovico  Ludovisi 
hanno  letta  la  sua  lettera. 

[Di  Roma],  22  maggio  1621. 

LXXVII 

Al  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

[poco  posteriore  alla  precedente]. 

LXXVIII 

Al  medesimo 

D'un'accademia  che  si  terrà,  per  ordine  di  Gregorio  decimoquinto, 
il  giorno  del  ferragosto  in  Roma. 

Vi  do  aviso  come  d'ordine  del  padrone  ho  da  parlare  nel- 
l'accademia in  concorrenza  d'un  padre,  detto  il  «  mostro  di  let- 
tere »,  domenicano,  sopra  quelle  parole  d'Isaia:  <f.  Butirum  et 
mei  comedet,  ut  sciai  eligere  bonum  et  reprobare  vialum  ».  Luogo 
misteriosissimo.  Se  potessi  avere  qualche  erudizione  recondita 
intorno  al  miele  ed  intorno  al  butiro  ed  all'intelligenza  di  quel 
luogo,  il  servizio  verrebbe  a  tempo.  Parlatene  col  scozzese. 
[Di  Roma,  luglio  o  agosto  1621]. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -11.  11 


l62  CLAUDIO    ACHILLINI 

LXXIX 

Al  medesimo 

Ancora  dell'accademia,  indicando  se  stesso 
col  soprannome  di  «  la  Rossa  » . 

Si  rompono  muri  in  Pallazzo  per  far  fenestre  scerete  per  il 
maggiorengo,  alla  parlata  che  ha  da  far  la  Rossa  la  Madonna 
d'agosto. 

Che  diavolo  mi  scrivete  di  febre?  Il  papa  non  ha  mai  avuto 
febre,  e  tutte  sono  menchionarie.   Oggi  sono  stato  con  lui  due 
ore:   m'ha  fatto  bevere  due  volte  e  ha  bevuto  anch'egli. 
[Di  Roma,  prima  quindicina  d'agosto  1621]. 

LXXX 

Al  medesimo 
Intorno  allo  stesso  argomento. 

L'accademia  si  fé'  nel  gran  salone  del  papa  alla  presenza  del 
papa  e  del  resto  di  Roma,  senza  eccettuar  altro  che  le  donne 
e  gl'infanti.  In  una  moltitudine  si  grande  era  tanto  il  mormorio 
per  lo  gran  caldo,  incommodità  e  folla,  che  la  povera  Rossa 
parlò  con  tanto  disgusto  proprio  con  quanta  maraviglia  di  tutti. 
Ma  l'intenderete  da  altri,  perché  in  questo  mondo  non  si  è 
mai  fatta  tale  accademia,  né  uomo  in  alcun  secolo  parlò  mai  con 
tanto  applauso.  Ma  stracciate  questa,  che  ad  altri  che  a  voi  non 
si  scriverebbe.  E  vedete  se  vi  voglio  bene,  che  solo  solo  per 
voi  voglio  scrivere  tutto  quello  che  ho  detto,  e  non  lo  farei 
per  tutti  i  monarchi  del  mondo. 

[Di  Roma,  poco  dopo  il  15  agosto  1621]. 

Poscritta  di  Girolamo  Preti.  —  Insomma  il  signor  AchilHni 
è  un  demonio.  Domenica  nell'accademia  egli  fece  spiritare  tutto 
il  mondo. 


CARTEGGIO  163 

LXXXI 

Al  medesimo 

D'un'altra  accademia  tenutasi  in  Roma. 

S'è  fatta  un'altra  accademia  e  v'era  tutto  il  mondo.  Altri 
hanno  parlato,  ma  per  verità  non  s'è  sentito  altro  mormorio 
tra'  più  grandi  se  non  questo:  —  Ci  vogliono  degli  Achillini.  — 
Se  il  vecchio  ode,  non  si  sa,  perché  ci  sono  dei  ricchi...  ('). 
I  cardinali  tra  loro  parlano,  finita  l'accademia:  si  parla  toscano 
finora  e  non  latino. 

Doppo  questa  seconda,  nella  quale  si  trattò  del  testamento 
di  David,  nel  terzo  dei  Re,  al  capitolo  secondo,  montammo  in 
carozza  Ludovisio,  Aldobrandino,  Savoia  ed  io.  Il  padrone  mi 
disse:  —  Achillino,  se  aveste  avuto  a  parlare  oggi,  che  cosa 
avresti  detto?  —  Risposi:  —  Se  VV.  SS.  illustrissime  avranno  pa- 
zienza d'udirmi  e  che  la  carozza  vada  piano  piano,  voglio  con 
cinque  demonstrazioni  far  loro  toccar  con  mano  il  contrario  di 
tutto  quello  che  oggi  hanno  inteso.  —  E  cosi  feci  con  grandis- 
simo gusto. 

Questi  altri  giorni  poi  me  la  sono  ito  passando  con  giocar 
a  primiera  col  padrone  ed  Aldobrandino;  ma  il  diavolo  è  l'aver 
sempre  disdetta.  Mandatemi  un  memoriale  giusto  di  quello  che 
vuole  vostro  fratello,  diretto  al  papa,  che  avrò  il  servizio,  se 
non  vien  giù  il  mondo. 

[Di  Roma,  agosto  o  settembre  1621]. 

Poscritta  di  Girolamo  Preti.  —  Signor  Lamberto  smemorato 
di  me  !  L'ultima  accademia,  benché  bella  e  buona,  non  ha  ser- 
vito ad  altro  che  a  glorificare  il  signor  Achillino  per  l'azion 
sua  nell'accademia  antecedente.  Il  signor  cardinale  gli  vuol  gran- 
dissimo bene  e  fa  stima  grandissima  di  lui,  e  la  corte  ha  gran- 
dissimo concetto  del  valor  suo.  Questo  è  detto  per  testimonianza 
della  verità  e  per  consolazione  di  V.  S.,  la  quale  però  non  si 
ricorda  di  me,   povero  soricino. 


(i)  Lacuna  nel  testo  [Ed.]. 


l64  CLAUDIO   ACHILLINI 

LXXXII 

Al  Lamberti 
È  in  procinto  di  partire  da  Roma. 

[Di  Roma,  autunno  162 1]. 

LXXXIII 

Di  Girolamo  Preti 
Si  lagna  dell'improvvisa  partenza  dell'amico  da  Roma. 

Signor  dottor  bello,  io  non  so  che  discrezione  o  crudeltà 
sia  la  vostra.  Voi  mi  diceste  a  Frascati  di  dover  partire:  ma 
non  potei  credere  che  Ella  partisse  avanti  il  ritorno  della  corte; 
onde  io  non  ebbi  tempo  né  d'abbracciarvi  né  di  baciarvi  né 
di  darvi  il  buon  viaggio.  Ora  v'abbraccio  e  vi  bacio  e  vi  do 
il  bonis  avibus  in  ispirito  con  tutta  l'anima.  Vi  do,  dico,  il  buon 
viaggio,  cioè  il  viaggio  di  ritorno  a  Roma,  poiché  tengo  per  fermo, 
e  la  corte  il  tiene,  che  tornerete  meliori  alite.  Certo  è  che  qui 
voi  avete  lasciato  buon  credito,  buona  fama  e  buona  speranza 
di  voi,  abeu7itis  solatia.  State  allegro,  perché  ognun  vi  piagne. 

Al  signor  Lamberti  vostro  e  mio  centomilla  baciamani.  Vo- 
gliatemi bene,  che  io  vi  voglio  ottimo. 
[Di  Roma,  autunno  1621]. 

LXXXIV 

Di  Girolamo  Morini  (?) 
Solo  soggiorno  adatto  ai  meriti  dell'Achillini  è  Roma. 

Prima  ch'io  ricevessi  la  lettera  di  V.  S.,  di  già  il  signor  *** 
aveami  significato  il  suo  ritorno  a  Bologna,  del  quale  non  so 
veramente  che  mi  dire.  Se  V.  S.  è  tornata  a  trattenervisi  per  un 
breve  tempo,  bene;  ma  se,  come  m'accenna,  ha  lasciato  Roma 
per  un  pezzo  e  forsi  per  sempre,  io  non  posso  accommodarvimi 
interamente,  per  dir  liberamente  l'animo  mio.  iPerché,  se  bene 


CARTEGGIO  165 

lo  Star  in  casa  sua  è  cosa  desiderabilissima  e  beato  può  dirsi 
chi,  lontano  dall'ambizioni  cortigianesche,  vive  vita  tranquilla  e 
scarca  di  quelle  cure  che  veramente  infelicitano  l'uomo;  tuttavia 
al  libero  e  vivacissimo  ingegno  di  V.  S.  non  mi  pare  assai 
proporzionata  stanza  Bologna.  Io  non  dico  ch'ella  non  sia  città 
illustrissima  e  augustissimo  teatro,  nel  quale  in  cospetto  affatto 
di  gente  straniera  Ella  potrà  sempre  far  gloriosa  mostra  del  suo 
valore;  ma  dico  che,  se  costi  avrà  molti  conoscitori  delle  sue 
rare  virtù,  in  Roma  n'avrà  e  conoscitori  e  riconoscitori,  che 
potranno  portarla  a  quei  gradi  e  a  quelle  onorcvolezze  che 
dal  molto  suo  merito  le  sono  promesse  e  da  tanti  amici  e  ser- 
vitori suoi  augurate.  Io  so  ch'il  Tebro  in  quelle  parti  non  fu 
giamai  veduto  correr  limpido  e  cristalino;  ma  so  anco  che  le 
sue  torbidezze  non  sono  a  lui  naturali,  ma,  per  lo  concorso  di 
tant'altri  fiumi  e  rivi  che  a  gara  precipitano  da'  monti  per  unirsi 
seco,  egli  si  rende  torbido  ed  oscuro,  come  V.  S.  canta  nel 
suo  dolcissimo  sonetto.  E  che  l'onde  di  questo  nobilissimo  fiume 
non  siano  per  natura  tali,  V.  S.  avrà  potuto  vedere  in  Roma; 
che,  a  chi  vuole  usarle,  in  pochissime  ore  elle  divengono  lim- 
pidissime e  per  aventura  tanto  eguali  in  chiarezza  quanto  su- 
periori in  salubrità  a  quell'acque  che,  nella  villa  da  lei  descrit- 
tami, fanno  col  bel  lor  mormorio  grazioso  tenore  al  leggiadro 
contrapunto  de'  lascivi  augelletti. 

Signor  mio,  il  tempo  fa  di  gran  cose.  V.  S.  è  commoda  in 
casa  sua,  onorata  nella  sua  patria,  in  essa  vive  quieta,  amata 
da  tutti  ed  ammirata  da  chiunque  ha  notizia  di  quanto  Ella  vale. 
Con  tutto  questo,  fra  il  signor  Achillini  e  Roma  mi  par  che 
sia  tanta  conformità  che  il  signor  Achillini  non  sia  tale  fuor  di 
Roma,  e  Roma  priva  del  signor  Achillini  o  non  sia  Roma  overo 
priva  di  particolarissimo  ornamento.  Io  sono  a  V.  S.  servitore 
per  certo  inutile,  ma  però  di  grandissima  osservanza  e  di  affe- 
zione singolare;  e  perciò,  se  prorompo  in  qualche  impertinenza, 
mi  scusi,  di  grazia,  ascrivendo  il  tutto  ad  eccessi  d'amore  e  di 
devozione.  Con  che  di  vivo  cuore  le  bacio  le  mani,  e  prego 
da  Dio  ogni  bene,  con  mutazione  di  pensiero. 
[1621?]. 


l66  CLAUDIO    ACHILLINI 

LXXXV 

Di  Giovanni  Fabro 
Invia  al  poeta  l'anello  dell'accademia  dei  Lincei. 

Ecco  l'anello  linceo,  col  quale  il  signor  prencipe  nostro,  don 
Virginio  Cesarini,  e  altri  signori  academici  lincei  hanno  voluto 
legare  ed  aggregare  V.  S.  al  loro  consesso  linceo,  per  ricevere 
maggior  splendore  dal  molto  illuminato  intelletto  di  V.  S.  in 
tutte  le  scienze.  Accetti  dunque  V.  S.  questo  cortese  vincolo;  col 
quale  però  lei  non  resti  imprigionata  da  noi,  ma  possa  con 
esso  cattivare  ed  incatenare  l'animi  nostri,  li  quali  già  molto 
tempo  fa  abbiamo  dedicati  alle  sue  rare  qualità  e  virtù.  L'obligo 
di  V.  S.  ora  non  è  altro,  salvo  che  questo:  che  lei  in  queste 
due  polizze  abbia  da  rimandarci  il  suo  nome  in  forma  e  guisa 
come  si  vede  qui  appresso,  accioché  possiamo  arrollarla  nel 
catalogo  dei  signori  lincei,  che  io  tengo  appresso  di  me.  E  per 
fine  a  V.  S.  auguro  sommo  contento  e  le  felicissime  feste  di 
natale. 

Di  Roma,  alli  21  di  decembre  1621. 

LXXXVI 

Al  signor  Giovanni  Fabro 
Risposta  alla  lettera  precedente. 

Ho  ricevuto  l'anello  linceo,  inviatomi  da  V.  S.  per  parte  del 
signor  don  Virginio  Cesarini,  prencipe  dell'accademia,  e  per 
parte  ancora  degli  altri  accademici.  Tardi  n'accuso  la  ricevuta, 
perché,  essendo  io  in  Bologna,  la  sua  lettera  non  ha  potuto 
trovarmi  in  Ferrara.  Intorno  poi  all'onore  che  mi  fa  il  signor 
prencipe  con  gli  altri  accademici,  mi  rimetto  alla  qui  congiunta 
lettera;  e  rendendo  a  lei  particolarissime  grazie  della  briga  che 
se  n'è  presa  e  inviandole  il  mio  nome  conforme  all'aviso,  le 
bacio  con  affetto  straordinario  le  mani. 
[Bologna,  principi  del  1622]. 


CARTEGGIO  167 

LXXXVII 

Al  signor  don  Virginio  Cesarini 

Ringraziamenti  per  la  nomina  ad  accademico  linceo. 

Con  lettere  del  signor  Giovanni  Fabro  ricevo  in  Bologna 
l'anello  linceo  inviatomi  per  parte  dì  V.  S.  illustrissima  e  degli 
altri  accademici,  e  ne  rendo  a  lei  e  agli  altri  accademici  quelle 
più  umili  e  più  devote  grazie  eh'  io  posso.  E  si  come  conosco 
che  si  fatto  circolo  è  bastevole  ad  incoronarmi  il  nome  in  tutti 
i  secoli  e  in  tutti  i  luoghi,  cosi  assicuro  V.  S.  illustrissima  e 
tutta  l'accademia  che  sera  simbolo  a  me  dell'eternità  di  quel- 
l'obligo  con  che  vivo  strettissimo,  e  per  ossequio  e  per  obe- 
dienza  a  lei  e  agli  altri  di  si  sublime  favore.  Piaccia  intanto  a 
Dio  benedetto  di  tornare  a  V.  S.  illustrissima  il  verde  della 
salute  quanto  verde  è  lo  smeraldo  che  io  ricevo.  E  le  fo  una 
profondissima  riverenza. 

[Bologna,  principi  del  1622]. 

LXXXVIII 

Del  cardinal  Ludovico  Ludovisi 

Ringrazia  degli  augùri  per  capodanno. 
Scriverà  a  Ferrara  circa  una  tratta  che  interessa  l'Achillini. 

Roma,  3  gennaio  1622. 

LXXXIX 

Al  principe  Aldobrandini 
Congratulazioni  per  la  nascita  di  un  figlio. 

Bononiae,  tertio  nonae  februarias  1622. 

XC 

Del  principe  Aldobrandini 
Risposta  alla  precedente  lettera. 

Romae,  xiv  kalendas  martii  1622. 


l68  CLAUDIO    ACHILLINI 

XCI 

Al  principe  Aldobrandini 
Replica  alla  precedente  lettera. 

[Bononiae],  tertio  nonae  martias  1622. 

XCII 

Del  cardinal  di  Cremona 

Tratterà  coi  dovuti  riguardi  Tommaso  Dempstero,  a  lui  presentato 
per  lettera  dall' Achillini. 

Di  Roma,  li   18  di  ottobre   1622. 

xeni 

Al  signor  Girolamo  Preti 
Dà  il  bene  giunto  al  Marino,  arrivato  a  Roma  da  Parigi,  e  loda  l'Adone. 

Date  il  ben  giunto  al  Marino  per  me,  e  ditegli  che  all'aviso 
che  m'avete  dato  del  suo  desideratissimo  arrivo  ho,  dirò  quasi, 
decimato  il  fiore  dello  spirito  mio  e,  avendolo  inzucherato 
colla  memoria  de'  suoi  dolcissimi  versi,  gliene  condisco  un 
saluto;  e  soggiungetegli  che  collo  stesso  condito  priego  il  bel 
ciel  di  Roma  che  gì' influisca  quelle  fortune  che  a  me  con  tanta 
costanza  negò  sempre.  Ma  che  bisogno  ha  egli  di  fortuna?  Il  suo 
lauro  è  già  divenuto  reggio  e  le  sue  glorie  con  beato  vantaggio 
suppliscono  i  diffetti  della  fortuna.  Io  sto  con  impazienza  aspet- 
tando il  suo  poema.  E  passo  intanto  la  vita  su  questi  colli  del 
Sasso,  ed  in  questo  punto  m'affatico  intorno  a  certe  strade  fresche 
ed  erbose;  e  vedreste  cento  piante  inchinarsi  ai  miei  pensieri, 
perch'io  possa  illustrar  coU'ombre,  perché  non  posso  con  altro, 
questi  miei  poveri  e  paterni  terreni.  Insomma  io  preparo  seggi 
e  drizzo  passeggi  proporzionati  alla  lezione  di  si  gloriose  fatiche. 
E  vivo  sicuro  che  umano  ingegno  nel  suo  corso  vitale,  se  legge 


CARTEGGIO  169 

l'Adone,  non  diverti  mai  per  sentieri  cotanto  ameni;  anzi  mi 
persuado,  per  quei  saggi  ch'io  n'ho  gustati,  che  si  fatto  poema 
sarà,  come  la  poesia  di  tutti  gli  onori,  cosi  l'onore  di  tutte  le 
lingue.  E  tengo  per  ferino  che  sul  margine  di  si  puro  Elicona 
restaranno  sfrondati  tutti  gli  altri  allori;  che,  come  alle  spiritose 
vigilie  della  sua  musa  dormiranno  tutte  l'altre  muse,  cosi  nel 
grembo  di  lei  veglieranno  tutte  le  grazie  e  tutte  le  meraviglie. 
Beato  il  cardinal  Ludovisio,  oltre  tant'altre  felicità,  se  seguirà, 
come  spera  il  mondo,  l'impreso  stile  di  ricevere  e  favorire  si 
fatti  soggetti.  Mecenate  e  Augusto  sovra  si  fatte  penne  volarono 
all'eternità  del  nome;  che  ben  sapevano  eglino  che  più  saldo 
scudo  contra  l'invidia  e  l'oblivione  fanno  l'ombre  degli  allori 
che  quelle  delle  palme  o  quelle  della  quercia. 
[Dal  Sasso,  villa  del  Bolognese,  aprile  o  maggio  1623]. 

XCIV 
A  Giambattista  Marino 

Loda  l'Adone. 

Ho  veduto  il  vostro  Adone.  Insomma  la  cara  stella  di  Ve- 
nere ha  versato  questa  volta  l'estremo  nembo  de'  suoi  dolcis- 
simi influssi;  le  sue  rose  in  terra  tutte  si  sono  aperte;  i  suoi 
mirteti  hanno  lagrimato  ambrosia;  i  suoi  cigni  hanno  fatte  l'ul- 
time prove  del  canto;  l'Aurora  ha  sparsa  più  che  mai  copiosa 
sovra  le  marine  di  Cipri  la  pioggia  delle  sue  preziosissime 
perle;  i  laureti  di  Pindo  tutti  si  sono  sfrondati  a  gara  per  in- 
coronarvi; il  fonte  d'Ippocrene  è  corso  nettare;  le  nove  muse, 
per  non  poter  più  degnamente  ministrare  ad  altri,  per  voi  ed 
in  voi  si  sono  trasformate  in  grazie;  al  carro  de'  vostri  trionfi 
veggo  incatenati  i  poeti  di  tante  lingue  e  di  tanti  secoli;  sul 
Campidoglio  di  Parnaso  non  veggo  gli  occhi  di  tanti  spettatori 
conversi  ad  altro  che  alla  vostra  imagine;  su  l'altare  delle  vo- 
stre glorie  veggo  sacrificati  tutti  i  poemi  terreni.  Chi  leggerà 
le  vostre  composizioni,  s'egli  non  sera  poeta,  trarrà  da  mille 
eccellenze  mille  meraviglie;  s'egli  sera  poeta,  coglierà  da  mille 


I70  CLAUDIO    ACHILLINI 

meraviglie  la  propria  desperazione,  ed  a  ragione,  poiché  col 
volo  della  vostra  penna  vola  dal  cuore  la  speranza  a  mille  poeti 
di  mai  più  gloriosamente  comporre.  Tenera  è  la  matteria  che 
trattate;  ma  fra  le  tempeste  amorose  scintillano  ad  ora  ad  ora  i 
baleni  dell'epica  maestà.  Non  meritarebbe  d'aver  lingua  chi  di- 
cesse che  tutte  le  glorie  possibili  della  lingua  tosca  non  fossero 
sparse  per  entro  il  vostro  poema;  e  giurerei  che  non  ha  tante 
stelle  il  firmamento  quanti  lumi  onorano  questa  vostra  immortai 
fatica.  Signor  Marino,  se  vi  toccasse  mai  il  pensiero  di  rilam- 
bire l'immortalità  di  questo  parto,  purificate  qualche  senso  amo- 
roso e  frenate  insomma  il  corso  a  qualche  amore.  Ma  non  già 
frenate  l'amore  che  mi  portate. 

[Dal  Sasso,  villa  del  Bolognese,  aprile  o  maggio  1623]. 


xcv 

A    UN   AMICO 
Oroscopo  sulla  salute  del  papa  Urbano  ottavo. 

Io  non  so  per  qual  negligenza  de'  corrieri  o  per  qual  mia 
sorte  nemica  mi  sia  capitata  si  tardi  una  lettera  di  V.  S.  eccel- 
lentissima. So  bene  che  con  senso  d'estrema  gratitudine  io  le 
rendo  efiìcacissime  grazie  della  memoria  che  conserva  di  me  e 
degli  amorevoli  presaggi  che  mi  fa.  E  pregola  darmi  avviso 
svelato  come  sta  Nostro  Signore,  perché  le  voci  sono  torbide; 
ed  io,  non  potendone  venire  in  chiaro,  ne  vivo  con  molto 
martello.  Se  l'astrologia  fosse  vera  (il  che  io  non  affermo  né 
niego  se  non  quanto  afferma  o  niega  la  Chiesa),  non  s'ave- 
rebbe  a  dubitar  punto  che  Nostro  Signore  non  avesse  a  pas- 
sarla felicemente;  perché,  se  bene  egli  ha  il  sole  per  direzzioni 
al  quadrato  di  Saturno  nell'equatore,  tuttavolta,  avendo  nello 
stesso  tempo  l'oroscopo  al  sestile  di  Giove  occorso  potentissi- 
mamente nella  sua  genitura,  la  sua  salute  verrà  in  chiaro.  E  se 
bene  so  che  mi  potrebbono  esser  fatte  difficoltà,  nondimeno 
ho   ripieghi   reali   e  sodi  a  tutti   quanti    potessero   imaginarsi. 


CARTEGGIO  I7I 

Ben  potrebbe  il  male  di  Nostro  Signore  lasciar  doppo  sé  qualche 
reliquia  di  malinconia;  ma  tutto  il  male  sarà  il  sospetto  del 
male.  V.  S.  conferisca  col  signor  don  Virginio  e  li  ricordi  la 
mia  purissima  e  sincerissima  divozione.  E  qui  le  bacio  carissi- 
mamente le  mani. 

Bologna,  li  20  settembre  1623. 


XCVI 

Al  cardinale  [Francesco]  Barberini 
Rallegramenti  per  la  sua  nomina  a  socio  dei  Lincei  e  a  cardinale. 

Come  uno  di  quelli  che  per  mia  ventura  vivo  ascritto  al 
nobilissimo  numero  linceo,  vengo  a  rendere  umilissime  e  pro- 
fondissime grazie  alla  benignità  di  V.  S.  illustrissima  dell'onore 
che  n'ha  fatto  col  favorire  del  suo  dignissimo  dito  il  nostro  sme- 
raldo. V.  S.  illustrissima  è  nipote  di  papa,  che  tanto  è  quanto 
a  dire  sovraintendente  all'anima  di  tutti  gl'imperi  della  cristia- 
nità, che  è  la  religione  cristiana.  E  non  solo  V.  S.  illustrissima 
è  tale,  ma  signore  ancora  di  quella  ingenua  modestia,  di  quel 
sapere  e  di  quel  giudizio  che  già  è  noto  a  tutti.  Onde  cresce 
tanto  nel  mio  concetto  la  grazia  che  n'  ha  fatto  e  si  fa  cosi 
ragionevole  l'onore,  che  non  saprei  a  qual  più  bel  grado  in 
terra  avesse  potuto  sublimarsi  il  nostro  fortunatissimo  coro. 
E  per  me,  s' io  sapessi  o  potessi  con  altro  che  colle  nude 
parole  darle  segni  della  mia  parzialissima  e  profondissima  gra- 
titudine, certo  che  non  tralasciarci  cosa  imaginabile  per  farlo. 
Dovrei  anche  rallegrarmi  con  V.  S.  illustrissima  del  grado  di 
cardinale;  ma,  perché  già  Ella  era  tale  nel  mio  concetto,  e  nelle 
mie  passate  congratulazioni  si  comprendea  si  fatta  allegrezza, 
le  confìrmarò  solo  quei  devotissimi  sensi  che  altre  volte  m'in- 
gegnai di  esprimerle.  E  intanto  umilissimamante  me  le  inchino. 
Di  Bologna,  li  io  ottobre  1623. 


172  CLAUDIO    ACHILLINI 

XCVII 

Di  Giambattista  Marino 

Include  una  lettera  di  raccomandazione  del  cardinal  di  Savoia. 

Signor  Achillini  caro  caro,  eccovi  la  lettera  del  signor  car- 
dinal di  Savoia,  il  quale  l'ha  scritta  con  efficacissimo  inchiostro, 
non  tanto  per  compiacere  a  me  quanto  per  far  cosa  grata  a  voi. 
Non  bisogna  adunque  ch'io  ve  la  venda  cara,  perché  mi  costa 
poca  fatica  per  la  pronta  disposizione  di  questo  prencipe,  inclina- 
tissimo  a  stimare  il  vostro  merito,  come  deve  far  tutto  il  mondo. 
Havvi  poi  il  nostro  più  che  gentile  signor  conte  Lodovico 
d'Aglié,  il  qual  vi  essibisce  ogni  suo  potere  e  vi  saluta  affettuo- 
samente con  la  mia  penna.  Vedete  pure  s'altro  vi  occorre  e  va- 
letevi di  me  con  quella  ingenua  libertà  con  cui  io  farei  di  voi; 
che  s'ad  un  minimo  de'  vostri  interessi  è  necessaria  la  mia 
persona,  metterò  l'ali  al  piede  per  servirvi,  come  le  metto  al 
cuore  per  visitarvi.  O  Dio,  mi  struggo  di  desiderio  d'abbrac- 
ciarvi. Ma  basta:  forse  in  breve  ci  rivedremo.  Vivete  felice,  ama- 
temi, scrivetemi,  comandatemi  e  raccomandatemi  a  voi  stesso, 
che  siete  la  metà  dell'anima  mia. 

Di  Roma,  adi  8  di  decembre  1623. 

Vi  mando  l'inclusa  lettera  aperta  col  suggello  volante,  ac- 
cioché  vediate  se  sia  calda  o  no. 

XCVIII 
A  DON  Virginio  Cesarini 

Ringraziamenti, 
[anteriore  al  1624]. 

XCIX 

Al  signor  don  Vincenzo  barone  di  Aspromonte  in  Sicilia 

Ne  loda  le  poesie,  proclamandolo  il  Petrarca  della  Sicilia, 
e  invia  un  sonetto. 

[Di  Ferrara,  non  posteriore  al  1624]. 


CARTEGGIO  173 


Intorno  a  una  lettera  adulatoria  scritta  da  Giambattista  Manzini 
probabilmente  al  duca  di  Parma. 

Non  mi  è  parso  convenevole  di  far  molta  seria  ponderazione 
intorno  alla  lettera  di  Giovan  Battista  Manzini,  inviatami  da 
V.  S.,  poiché  troppo  manifestamente  vilipende  il  decoro  e  of- 
fende la  modestia  di  quel  gran  principe  a  cui  è  scritta;  ma 
perché  i  concetti  di  essa,  ancorché  empii,  danno  per  lo  più  in 
sciocchezze  ridicole,  ho  stimato  assai  opportuno  l'essaminarla 
da  beffe  e  risponderli  giocondamente.  Né  mi  astengo  di  mani- 
festare a  V.  S.  in  confidenza  i  sentimenti  del  mio  libero  genio, 
poiché  la  bassa  opinione  che  porto  all'opera  del  Manzini  non 
mi  vien  controversa  da  altri  che  da  qualche  giovanastro  igno- 
rante. Passi  V.  S.  un'ora  di  caldo  con  la  lettura  di  questi 
scherzi.  E  le  bacio  le  mani  [seguono  il  testo  della  lettera  del 
Manzini,  e  tre  proposte  di  risposte  burlesche\. 

Di  Ferrara,  [non  posteriore  al  1624]. 


CI 

A... 

Domanda  di  ritornare  alla  cattedra  di  Bologna 
col  medesimo  stipendio  che  percepisce  in  quella  di  Ferrara. 

Sono  quindeci  anni  che  io  leggo  nella  prima  catedra  dello 
Studio  di  Ferrara,  il  qual  servizio,  per  essere  da  me  fatto  in 
una  città  della  Sedia  apostolica,  più  di  una  volta  è  stato  da  me 
preferito  alle  prime  catedre  di  Padoa,  di  Pavia,  di  Parma  e 
di  Pisa;  ed  in  questo  longo  corso  ho  avuto  occasione  di  non 
demeritare  ancora  apresso  la  Sedia  apostolica,  per  le  molte 
fatiche,  e  di  mente  e  di  corpo,  che  io  sostenni  in  Piemonte 
per  la  pace  d'Italia  sotto  due  brigosissime  nunciature.  Ora  per 


174  CLAUDIO    ACHILLINI 

mercede  proporzionata  alla  mediocrità  della  mia  fortuna  desi- 
derarci di  tornare  a  leggere  nello  Studio  di  Bologna  mia  patria 
con  quella  stessa  provisione  di  mille  e  cento  scudi  che  ho  in 
Ferrara;  ed  avrei  opportunissima  occasione  d' introdurne  la  prat- 
tica,  perché,  venendo  quanto  prima  a  Roma  gli  ambasciatori 
della  città  di  Bologna,  potrei  supplicare  la  benignità  di  Nostro 
Signore  che,  essendo  supplicato  da  loro  di  alcune  grazie,  come 
sera  senz'altro,  si  degnasse  con  si  bella  congiuntura  d'interce- 
dermi da  loro  questo  commodo.  Ma  non  voglio  però  intrapren- 
dere questo  negozio,  se  prima  io  non  sono  certo  d'incontrare  la 
buona  volontà  e  il  gusto  di  Nostro  Signore.  Pertanto  supplico 
umilissimamente  la  bontà  di  V.  S.  illustrissima  che  si  degni  di 
moverne  parola  con  Sua  Santità  e  poi  significarmi  per  grazia 
il  suo  senso;  che  se  sera  conforme  al  mio  desiderio,  inviare 
memoriali,  quando  sera  tempo,  a  V.  S.  illustrissima  e  destinerò 
persona  in  Roma,  che,  conforme  all'opportunità  delle  congiun- 
ture, verrà  per  mia  parte  a  suppUcarla  de'  suoi  favori.  Aspetto 
intanto  con  molta  confidenza  risposta  da  V.  S.  illustrissima,  alla 
quale  per  fine  fo  una  profondissima  riverenza. 
[1624?]. 

CU 

Al  marchese  Pirro  Malvezzi 

Lo  ringrazia  di  quanto  ha  fatto  per  lui  intorno  alla  sua  nomina  alla  cat- 
tedra di  diritto  civile  a  Bologna.  Circa  il  soldo,  si  rimette  completa- 
mente a  ciò  che  il  Malvezzi  crederà  più  opportuno. 

[1624?]. 


CHI 

Di  monsignor  Pier  Luigi  Carafa 

Ringrazia  dei  complimenti  inviatigli  dall' Achillini 
in  occasione  della  sua  nomina  a  vescovo  e  a  nunzio  apostolico. 

Di  Fermo,  a  8  maggio  1624. 


CARTEGGIO  175 


CIV 


Ad  illustrissimum  et  reverendissimum  principem 

Antonium  Barberinum, 

cardinalem  et  prius  capucinum 

Congratulazioni  pel  cardinalato, 
[ottobre  1624]. 

CV 

Ad  illustrem  Gasparem  de  Torres 

Ringrazia  d'una  lettera  laudativa. 
Bononiae,  pridie  nonas  ianuarias  1625. 

evi 

Di  Girolamo  Preti 
Annunzia  la  morte  di  Giambattista  Marino. 

Cuor  mio,  abbiam  perduto  le  delizie  della  poesia,  l' ornamento 
del  secolo,  il  lume  degli  ingegni.  Il  nostro  cavalier  Marino  passò 
a  miglior  vita  in  Napoli  a'  25  del  passato;  giorno  memorabile  per 
esser  il  martedì  santo,  solenne  per  l'Annunziazione  della  Ver- 
gine e  lagrimevole  per  la  perdita  di  tanto  uomo.  Ha  quattro  mesi 
ch'egli  si  pose  in  letto  per  certi  dolori  d'urina  e  per  mala  dis- 
posizione di  tutto  il  corpo.  Sovragiunse  la  febbre,  la  quale 
andò  degenerando  in  ettica  manifesta;  s'aggiunse  il  travaglio  della 
carnosità,  da  cui  egli  solca  spesso  essere  molestato;  e  avendolo 
perciò  i  medici  siringato,  egli  rimase  in  quelle  parti  ulcerato 
notabilmente.  Questi  dolori  alterarono  si  fattamente  la  febbre, 
che  di  ettica  degenerò  in  acuta,  la  quale  finalmente  rubbò  que- 
st'uomo al  mondo.  La  sua  indisposizione  era  ancor  forse  stata 
aggravata  dallo  studio,  perché  egli,  cosi  infermo,  stava  nel  letto 
continovamente   circondato   da'  libri   de'  santi   padri,   co'  quali 


176  CLAUDIO    ACHILLINI 

egli  andava  facendo  un  altro  volume  di  Dicerie  sacre  per  pu- 
blicarlo.  Cigno  benedetto,  che  voleva  che  le  sue  ultime  voci 
fossero  sante  !  Ed  a  dirne  il  vero,  in  questo  caso  tanto  acerbo 
noi  dobbiam  rallegrarci,  perch'egli  è  morto  da  santo.  Ha  fatto 
testamento,  nel  quale  ha  lasciata  la  sua  libraria,  che  vai  molti 
mila  scudi,  a'  padri  teatini.  Dimandò  spontaneamente  tutti  i 
sagramenti  della  Chiesa,  ne'  quali  mostrò  una  compunzione 
esemplare  e  desiderabile  da  qualsivoglia  religioso  uomo.  Co- 
mandò nel  testamento  che  si  ardessero  tutti  i  suoi  manuscritti 
non  solo  delle  cose  satiriche  e  delle  lascive,  ma  di  tutte  quelle 
che  non  fossero  sacre.  Fatto  il  testamento  e  non  fidandosi  che 
tal  ordine  fosse  esequito,  si  fece  portar  al  letto  tutte  le  scrit- 
ture suddette  per  esequire  egli  stesso  la  sua  sentenza.  Que' 
padri  religiosi  che  gli  assistevano  gli  dissero  che  le  cose  sem- 
plicemente amorose,  nelle  quali  non  fosse  lascivia,  si  potean 
serbare;  ma  egli,  inesorabile,  volle  con  gli  occhi  suoi  veder  l'in- 
cendio di  tutti  gli  scritti  aflfatto,  eccettuando  i  componimenti 
sacri.  Visse  glorioso  ed  è  morto  con  miglior  gloria;  onde  noi  pos- 
siamo imparar  da  lui  non  tanto  a  scrivere  quanto  a  morire.  Voi 
ed  io  abbiam  perduto  un  grande  amico;  il  mondo  ha  perduto 
un  uomo  il  quale  non  so  s'avrà   più   pari. 

Questi  ragguagli  fedelissimi  ci  sono  venuti  da  Napoli  in  fretta 

per  certi  corrieri  con  lettere  scritte  frettolosamente.  Se  per  lo 

procaccio  verrà  altra  particolarità  di  questo  fatto,   ve   ne   darò 

parte.  Voi  vogliatemi  bene  e  raccomandatemi  al  signor  Lamberti. 

Di  Roma,  a'  2  d'aprile  1625. 

CVII 

A  Girolamo  Preti 
Risposta  alla  lettera  precedente. 

Ho  letta  la  pietosa  storia  della  morte  del  Marino,  si  viva- 
mente e  si  pateticamente  espressa  da  voi,  che  non  saprei  ben 
dire  sotto  quai  più  gloriosi  pregi  egli  sia,  o  degli  applausi  del 
mondo  vissuto,  o  della  vostra  eloquenza  finalmente  morto.  Ben 


CARTEGGIO  177 

vi  dirò  che  con  lagrime  di  vero  dolore  ho  pianta  la  sua  morte, 
e  con  lagrime  di  vera  dolcezza  ho  lagrimato  le  circonstanze  di 
si  religioso  passaggio.  Signor  Girolamo,  egli  è  morto,  come  dice 
il  nostro  Lamberti,  l'unico  maestro  che  n'insegnò  le  dolcissime 
armonie,  con  che  si  aggiustatamente  si  corrispondono  tra  di  loro 
le  sentenze  poetiche.  Sepolto  è  l'unico  padre  di  quei  bellissimi 
lumi  che  da  l'antiche  tenebre  hanno  tratta  la  poesia  toscana. 
Tramontato  è  il  sole  de'  poeti,  anzi  dirò  quasi  che  terminato 
è  il  mondo  poetico,  perché  si  fatto  sole  non  risorgerà  mai  più. 
E  se  le  parole,  che  altre  volte  ho  dette  e  scritte  intorno  all'al- 
tissimo concetto  ch'io  portava  di  cosi  grand'uomo,  furono,  vi- 
vendo egli,  sospette;  ora  la  di  lui  morte  sarà  vita  della  mia 
fede.  Che  però  giurovi  che  l'intelletto  mio  non  giunge  a  cono- 
scere che  penna  toscana  possa  mai  trapassare  i  luminosi  voli 
della  nobilissima  penna  del  Marino.  Vero  è  che  la  pianta  di  si 
grand'ingegno  mandò  ben  fuori  talvolta  alcuni  rampolli  o  di 
soverchio  lascivi  o  di  qualche  irreverenza  o  di  smoderato  ar- 
dimento; ma  non  è  però  che,  recisi  quelli,  ella  non  rimanesse 
la  più  felice,  la  più  sublime  e  la  più  gloriosa  che  negli  orti 
toscani  allignasse  giamai.  E  se  il  premio  può  ragionevolmente 
testificare  il  merito  fra  gli  uomini,  potrete  forse  con  verità  sog- 
giungere che  dal  gran  Virgilio  in  qua  non  fu  poeta  che  più  di 
lui  riportasse,  da  prencipi  e  da  regi,  tesori  in  testimonio  de'  suoi 
finissimi  talenti.  E  se  doppo  lui  di  si  fatti  tesori  non  è  rimasta  reli- 
quia proporzionata  alla  sua  richezza,  fu  solo  gloriosa  colpa  della 
sua  magnanima  liberalità.  Insomma  il  Marino  è  morto,  e  cosi 
dal  romore  delle  trombe  marziali,  che  ad  ora  ad  ora  si  vanno 
pur  troppo  destando  nella  povera  Italia,  è  stato  fatalmente  ter- 
minato il  dolcissimo  suono  della  sua  cetra. 

Ma  se  il  gran  Luigi  re  de  la  Francia  nel  dovuto  viaggio  di 
Gerusalemme,  desiderato  ed  aspettato  da  tutto  il  mondo,  giun- 
gesse mai  senza  travaglio  del  bel  paese  fra  le  delizie  di  Napoli, 
dovrebbe  ragionevolmente  con  lagrime  d'Alessandro  piagnere 
sovra  la  tomba  del  Marino,  la  cui  cetra  si  sarebbe  senz'altro 
fatta  tromba  per  risuonare  i  magnanimi  gesti  de  si  glorioso  mo- 
narca.  Il  Marino  è  morto;  che  tanto  è  quanto  se  io  dicessi:  è 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  -  u.  12 


178  CLAUDIO   ACHILLINI 

morto  il  cuore  nel  petto  a  le  muse,  sta  svenato  il  fonte  cabal- 
lino,  i  più  fini  allori  di  Pindo  hanno  perduto  il  verde,  né  più 
al  ventillamento  soave  de  le  corde  dolcissime  d'un'angelica  lira 
si  scuoteranno  le  rose  di  Cipro  o  tremoleranno  i  mirti  d' Amatunta; 
ma  bene  correrà  lagrime  il  Sebeto  e  mille  cori  di  cigni  gli  anda- 
ranno  teneramente  cantando  l'esequie  finché  dureranno  i  secoli. 
Ma  perché  sul  morire  egli  condannò  al  foco  tutti  i  suoi 
manuscritti  e  satirici  e  lascivi,  dobbiamo  rallegrarci:  poiché,  se 
quelle  fiamme  amorose,  ch'egli,  tratto  da  furore  divino,  accese 
tra  le  sue  carte  poetiche,  furono  di  tanto  splendore  al  suo  nome 
in  terra;  queste  ultime  fiamme,  rigorose  punitrici  degli  errori 
suoi,  gli  splenderanno  eternamente  alla  gloria  dell'anima  in  pa- 
radiso, come  si  spera;  poiché  quante  faville  volarono  da  quegli 
scritti  accesi,  tanti  si  videro  vivi  argomenti  della  sua  contrizione. 
Benedette  faville,  che  furono  ferriere  de  Io  spirito  del  gran 
Marino.  Noi,  signor  Girolamo,  per  unirci,  quando  che  sia,  col 
nostro  principio,  immitiamo  il  suo  fine.  E  vi  bacio  le  mani. 
[Bologna,  aprile  1625]. 

CVIII 

Di  Girolamo  Preti 

Accusa  ricezione  di  una  lettera  speditagli  dall'amico  per  mezzo  del  signor 
Gaggi,  e  invita  l'Achillini  a  venire  a  Roma  in  occasione  del  giubileo. 

[Di  Roma,   1625]. 

CIX 

Ad  Antonio  Lamberti 

Lodi  di  un  predicatore,  probabilmente  lo  stesso  padre  Fortini 
di  cui  nella  lettera  seguente. 

Abbiamo  qui  tra  gli  altri  un  predicatore  capuccino  in  domo, 
il  più  grande  apostolo  che  mai  nel  corso  di  mia  vita  io  abbia 
udito;  dalla  bocca  del  quale,  benché  per  lo  più  escano  concetti 
di  scrittura  sottili  e  stupendi,  e  benché  la  dottrina  sia  profonda. 


CARTEGGIO  179 

i  luoghi  de'  padri  siano  sceltissimi,  l'elocuzione  propria  e  quasi 
di  rilievo  e  l'azione  efficacissima,  queste  però  non  sono  le  ca- 
gioni per  cui  restano  sovrafatti  di  maraviglia  e  di  confusione 
gli  uditori.  Il  punto  sta  ch'egli  predica  Cristo  crocifisso  con 
tanta  energia  e  con  tanta  pietà  e  riprende  con  tanto  ardore  e 
con  tanta  forza,  che  tutto  lo  uditorio  si  riduce  ogni  mattina  a 
termini  di  mortale  agonia.  La  sua  libertà  è  giudiciosissima,  l'ar- 
dire è  modestissimo,  perché  nella  prima  non  si  scorda  della 
discretezza  e  nel  secondo  non  perde  la  traccia  della  carità,  e 
sempre  tra  i  fulmini  delle  sue  minacce  fa  balenar  le  speranze 
della  salute  per  chi  non  vive  ostinato  nella  sua  perdizione.  Egli 
è  cosi  macilente,  confitto  e  sepolto  dentro  ai  panni,  che  a  pena  si 
vede,  anzi  altro  non  si  vede  e  non  si  ode  che  una  lana  agitata 
che  sgrida,  un  mantello  vocale,  un  capuccio  che  atterrisce,  un 
fuoco  che  scintilla  fuori  delle  ceneri,  una  nuvola  bigia  che  tuona 
spaventi,  una  penitenza  spirante,  un  sacco  di  querele  che  riversa 
adosso  ai  peccatori.  O  Dio,  quanto  è  vero  che  questo  è  il 
vero  modo  di  predicare!  e  se  tutti  i  predicatori  fossero  tali,  so 
certo  che  più  consideratamente  caminarebbe  il  mondo.  I  fiori 
di  Pindo  in  pulpito  fanno,  per  mio  credere,  una  primavera  sa- 
crilega; e  dirò  più  che  i  lumi  retorici  troppo  peregrini  sono 
le  tenebre  dell'apostolato  che  fanno  smarrir  l'affetto  della  pietà; 
e  quelle  gemme  dell'eloquenza,  che  rendono  si  ricchi  gli  erari 
de'  poeti,  sono  quella  grandine  che  tempesta  i  veri  frutti  della 
predicazione. 

[anteriore  al  1626?]. 

ex 

A  Girolamo  Preti 

Presenta  e  raccomanda  il  predicatore  padre  Fortini, 
di  cui  forse  nella  lettera  antecedente. 

Signor  Girolamo,  io  vi  giuro  con  quella  sincerità  che  tanto 
vi  piace  che  il  padre  Fortini,  essibitore  di  questa  mia,  è  un 
prodigio  nei  pulpiti,  un  miracolo  nelle  catedre,  un  angelo  nei 


l8o  CLAUDIO    ACHILLINI 

costumi.  Quanto  al  primo  talento,  gli  applausi  ch'egli  ha  ripor- 
tati questa  quadragesima  da  questo  pulpito  de'  Servi,  dove  con- 
correva a  torrenti  il  popolo  stupefatto  e  attonito,  ne  fanno  si 
viva  fede  che  le  sue  glorie  viveranno  perpetuamente  nelle  lingue, 
nei  cuori,  nella  memoria,  nelle  penne  e  nella  maraviglia  che 
ne  farà  la  nostra  posterità.  Quanto  allsecondo,  egli  è  regente 
celebratissimo  dello  stesso  monasterio,  né  vi  dirò  altro  se  non 
che  gli  emoli  stessi  l'essaltano  e  quasi  l'adorano,  né  mai  di 
lui  ragionano  senza  innarcare  il  ciglio;  e  'ntanto  il  suo  valore 
(dirò  quasi)  sotto  quegli  occhi  gloriosamente  trionfa,  e  questa 
città  quante  volte  fuori  delle  solite  lezioni  l'udi  nei  circoli,  altre 
tante  corone  d'immortalità  gli  pose  in  capo.  Del  terzo  poi, 
credetemi  che  ingegno  più  innocente  io  non  potea  presentarvi 
innanzi.  Egli  desidera  d'esservi  amico.  Io  con  fidelissime  parole 
non  potea  fabricare  più  giuste  catene  di  queste  per  legarvi  con 
lui.  Abbracciatelo,  che  io  vi  bacio  le  mani, 
[anteriore  al  1626]. 

CXI 

Al  medesimo 
Lo  invita  con  lui  in  campagna. 

Dalla  più  dura  montagna  forsi  dell' Apenino  spicco  un  tene- 
rissimo saluto  e  ve  l'invio  su  questa  carta,  invitandovi  alla 
tranquillità  di  quest'aure,  alla  dolcezza  di  questi  colli  che  con 
riverenza  umile  s'inchinano  alla  sacra  fronte  del  Gran  Sasso; 
invitandovi,  dico,  a  godere  il  nettare  di  queste  viti,  la  pia- 
cevolezza di  questi  piani,  i  dilettosi  orrori  di  questi  rivi,  la 
vaghezza  del  picciol  Reno,  che  fa,  col  suo  lucido  e  povero 
tributo,  specchio  gentile  all'amenità  di  questa  piaggia.  Qui  pren- 
deremo diletto  col  tendere  mille  insidie  agli  augellini,  col 
adescare  i  vaghi  pesci,  col  cacciare  le  timide  lepri,  col  trattenerci 
leggendo,  giocando,  discorrendo  a  quest'ombre  grate.  Lungi 
intanto  l'ambizioni  che  vivono  costi  fra  li  regali  alberghi,  lungi 
l'invidie,  le  passioni,  i  travagli  dell'animo;  che  la  giocondità  di 


CARTEGGIO  l8l 

queste  valli  vuole  gli  animi  pacati,  quieti,  tranquilli.  V'aspetto 
in  ogni  maniera  in  compagnia  del  presente,  che  viene  a  posta 
per  voi.  Venite  e  non  favellate  con  alcuno;  e  se  niuna  di  queste 
cose  v'allettasse,  almeno  vi  sostenga  l'amor  che  vi  porto.  Se 
il  signor  abbate  Sampieri  verrà  alla  montagna,  come  disse,  di 
qui  anderemo  a  visitarlo.  Il  signor  Erculani  vi  saluta  e  in  com- 
pagnia con  me  v'aspetta  anch'egli.  E  amendue  vi  baciamo  le 
mani. 

Di  Castel  del  Vescovo,  [prima  del  1626]. 

CXII 
Ad  Hyeronymum  Pretum,  amicorum  caesarem 

Gli  augura  eccellente  viaggio  in  Ispagna. 
Bononiae,  xxi  kalendas  februarias  1626. 

CXIII 

Al  duca  di  Parma 

È  prontissimo  a  scrivere  un  parere  intorno  a  una  causa 
che  sta  a  cuore  al  duca. 

[Di  Parma,  tra  il  27  ottobre  1628  e  il  18  novembre  1636?]. 


CXIV 

r  l  ■ 
Di  Giacomo  Aleandri 

Invia  il  ms.  della  Difesa  dell' t.  Adone*  del  Marino  per  risposta 
all'i-  Occhiale  *  del  cavalier  Stigliani  (Venezia,  Scaglia,  1629). 

Quando  primieramente  mi  capitò  la  vostra  lettera,  presi  ma- 
raviglia di  vedere  la  grand' instanza,  la  quale  mi  veniva  da  voi 
fatta,  che  scriver  io  vi  dovessi  non  generalmente  ma  a  parte 
per  parte  il  mio  senso  circa  V  Occhiale  del  cavaliere  Stigliani. 
Il  fondamento  della  mia  maraviglia  si  era  non  pure  il  sapere  che 
voi  per  l'interna  notizia  ch'avete  delle  materie  poetiche,  oltre 


l82  CLAUDIO    ACHILLINI 

a  quella  di  tant'altre  gravi  scienze,  meglio  d'ogni  altro  ne  po- 
tete e  giudicare  e  discorrere,  ma  eziandio  perché,  consapevole 
della  tenuità  del  mio  ingegno,  parevami  che  voi  veniste  ad 
attigner  acqua  ad  un  fonte  mezzo  secco.  Penetrando  poscia  nel 
misterio  della  vostra  richiesta,  m'accorsi  che,  dimorando  voi  in 
cotesta  città  di  Parma,  col  trattenimento  ch'avete  cosi  nobile 
e  fruttuoso  nel  publico  Studio,  vi  sarete  avveduto  ch'essendovi 
stato  qualche  tempo  lo  Stigliani,  v'abbia  lasciato  o  amici  o  sco- 
lari, si  come  egli  professa  d'avere,  i  quali  deono  per  avven- 
tura tener  in  maggiore  stima  il  detto  Occhiale  di  quello  ch'egli  si 
merita.  Per  lo  che  avete  giudicato  ispediente  di  levargli  d'errore; 
non  volendo  però  farlo  con  la  vostra  dottissima  penna,  accio- 
ché  gloria  non  risulti  allo  Stigliani  da  si  grande  antagonista, 
né  la  fatica  vostra  attribuir  si  possa  più  alla  stretta  amicizia 
che  passava  tra  voi  e  '1  cavalier  Marino,  che  alla  cura  di  di- 
fender la  verità  e  di  ributtare  i  sofismi  AtfCC  Occhiale  e  la  falsa 
dottrina  nella  poetica  professione.  Laonde  v'è  paruto,  per  l'auto- 
rità che  meco  avete,  d'addossar  a  me  questo  carico,  come  a 
quello  che  ninna  amistà  ebbi  col  Marino  e  che,  di  niuii  grado 
essendo,  maggior  colpo  forse  potrò  fare;  mentre  si  vedrà  che 
a  persona  di  nome  finora  non  conosciuto  sia  stato  cosi  agevole 
il  difender  V  Adone  da  tante  e  si  astute  calunnie  registrate,  con 
la  pompa  che  si  vede,  nell'  Occhiale. 

Applicai  però  l'animo  a  servirvi:  ma  ebbi  disavventura  che, 
per  gran  diligenza  ch'usassi,  non  potei  trovar  in  Roma  il  detto 
Occhiale,  non  ancora  da  me  veduto,  essendocene  capitati,  come 
intesi,  duo  soli  esemplari.  Si  che  procurarlo  da  Venezia  mi 
convenne,  donde  stette  molti  giorni  a  capitarmi,  parendo  che 
quivi  lo  Stigliani  il  tenesse,  non  so  per  qual  ragione,  come 
soppresso.  Venuto  finalmente  e  da  me  letto,  conobbi  esser  di 
mestieri  servirmi  del  favor  d'alcuni  amici  per  aver  chiarezza 
d'alcuni  particolari  alla  risposta  necessari.  Indi  mi  ritirai  nella 
mia  villa,  dove  tengo  qualche  libruccio,  e  in  non  molti  giorni 
scrissi  i  fogli  ch'ora  vi  mando.  Fu  bene  mia  intenzione  che  per 
le  proprie  mie  mani  v'avessero  a  capitare,  quando  intesi  che  in 
que'  giorni  delle  vacanze  dallo  Studio  v'eravate  ritirato  qua;  per 


CARTEGGIO  183 

dove  mentr'io  era  in  procinto  di  pormi  in  viaggio,  fui  soprapreso 
da  febre  terzana,  la  quale  con  sette  termini  e  con  molta  mia 
languidezza  m'ha  tenuto  più  d'un  mese  a  letto.  Il  che  ho  voluto 
raccontarvi  per  iscusa  della  tardanza,  alla  quale  avrete  forse 
dato  nome  di  negligenza.  Io  pur  anco  sperava  che  voi  non  vi 
pensaste  più  né  gran  fatto  ve  ne  curaste,  quando  un  gentiluomo 
venuto  di  Parma,  il  quale  d'esser  vostro  scolaro  si  gloria,  me 
n'ha  aggiunto  per  parte  vostra  nuovi  stimoli.  Si  che  non  ho 
voluto  più  lungamente  differire  il  pagamento  di  questo  mio  debito. 
Ben  voglio  pregarvi  che,  valendovi  di  questo  mio  Discorso  per 
leggerlo  costi,  se  vi  parrà,  a  qualcheduno,  noi  lasciate  in  veruna 
maniera  da  chichesia  trascrivere,  perché  non  vi  fosse  per  av- 
ventura chi  si  prendesse  diletto  di  stamparlo,  si  come  veggiamo 
ora  farsi  pur  troppo  agevolmente  di  tutto  quello  che  in  qualche 
maniera  può  spettare  al  Marino.  E  questo,  s'io  non  m'inganno, 
sarebbe  un  dar  credito  allo  Stigliani,  quasi  che  necessaria  si 
riputasse  la  risposta  2\V  Occhiale^  per  dubbio  non  la  sua  erronea 
dottrina  possa  far  radice  nell'altrui  stima.  Coverete  non  meno 
aver  cura  di  svellere  gli  scrupoli,  i  quali  in  alcuni  pullulassero 
per  lo  titolo,  che  questa  operetta  porta,  di  Difesa  dell' «  Adone  », 
poiché  qui  niuna  di  quelle  cose  si  difende  le  quali  mossero  i 
censori  ecclesiastici  a  proibir  V Adone,  anzi  apertamente  si  bia- 
simano. Ed  ho  saputo  che  lo  stesso  Marino  se  n'era  fortemente 
pentuto  e  s'accigneva  a  correggerlo;  il  che  parmi  neanco  di  pre- 
sente fosse  malagevole  di  fare.  E  sperar  possiamo  che  sieno  i 
superiori  per  ammetterne  un  giorno  la  correzione,  veggendosi 
quanta  noia  diasi  di  continovo  in  tutte  le  città  agl'inquisitori 
per  la  licenza  che  vien  loro  chiesta  di  leggerlo,  e  perché  si  fugga 
il  pericolo  del  contravenirsi  dagli  uomini  di  larga  coscienza  al 
decreto  di  detta  proibizione,  e  per  ovviar  insieme  alle  nuove 
edizioni  che  intendo  oggidì  se  ne  preparano  almeno  fuori  d' Italia. 
Queste  cose,  si  come  note  sono  allo  Stigliani,  cosi  ben  pensar 
potete  ch'egli  amaramente  ne  roda  il  freno,  avendo  in  più  luoghi 
del  suo  Occhiale  a  larghissima  bocca  detto  che  V Adone  come 
fuoco  di  paglia  avea  fatto  una  fine  momentanea,  ch'era  totalmente 
morto,  che  niuno  avea  pazienza  di  leggerlo,  e  si  fatte  filastrocche. 


184  CLAUDIO    ACHILLINI 

le  quali  neanco  egli  stesso  si  credea,  benché  i  miserelli  di  leg- 
gieri si  diano  a  intendere  tutto  quello  che  intensamente  disi- 
derano.  Che  se  creduto  veramente  l'avesse,  non  averebbe  posto 
tanto  studio  e  fatica  in  procurarne  la  proibizione  da'  censori 
ecclesiastici  :  nel  che  non  si  vedeva  mai  stanco,  maneggiandosi 
or  da  se  stesso  or  per  via  de'  suoi  seguaci,  si  come  è  stato 
scritto  da  più  persone  e  non  dubito  ch'a  voi  ancora  non  sia 
venuto  all'orecchie,  essendo  cosa,  possiam  dir,  nota  a  tutta 
Italia  e  di  cui  va  il  medesimo  Stigliani  vantandosi  come  di  glo- 
riosa impresa. 

Con  tali  avvertimenti  potrete  servirvi  come  vi  parrà  meglio 
di  questa  mia  scrittura,  qual  ella  siasi,  avend' io  avuto  nel  for- 
marla principal  mira  al  vostro  gusto.  E  Dio  vi  feliciti. 
Di  Roma,  a'  20  di  gennaro  1629. 


CXV 

Al  re  cristianissimo,  il  gran  Luigi, 
IL  vittorioso,  il  giusto 

Lo  esorta,  dopo  la  conquista  della  Roccella  e  la  liberazione  di  Casale, 
a  tentare  l'impresa  del  Santo  Sepolcro. 

Sire,  tutte  le  lingue,  tutte  le  penne,  tutti  gl'ingegni  e  tutti 
i  cuori  della  cristianità  sono  pieni  della  vostra  pietà  e  delle 
vostre  glorie  militari.  Già  siete  arrivato  a  segno  che  non  avete 
altr'emolo  in  terra  che  la  vostra  fama:  questa  vorrebbe  render- 
visi  eguale,  ma  già  s'accorge  di  tentare  un'opera  disperata. 
Da  qui  avanti  la  gloria  imparerà  dal  vostro  nome  a  glorificare 
i  nomi  regali,  e  gli  Omeri  moderni  non  avranno  fra  le  tenebre 
dell'antichità  a  mendicar  gli  Achilli.  Voi  séte  il  centro  della 
gloria  regale,  e  vi  fanno  circonferenza  e  teatro  le  beate  mera- 
viglie dei  più  sublimi  ingegni  che  abbia  il  mondo  conosciuto. 
Gran  punto  è  questo:  che  sui  carri  dei  vostri  eterni  trionfi  non 
si  sono  mai  veduti  scompagnati  questi  due  trionfatori,  la  Reli- 
gione e  Luigi.  Voi,  militando  contra  i  rubelli  del  vostro  nome 


CARTEGGIO  185 

e  contra  i  nemici  di  Cristo,  tutti  con  la  fortezza  gli  avete  sog- 
giogati, molti  col  perdono  n'avete  preservati,  ed  alcuni  con 
l'essempio  n'avete  convertiti  ;  e  cosi  di  vostra  mano,  in  un  istesso 
tempo,  l'inferno  ha  perduto  il  credito  delle  sue  sètte,  la  fede 
ha  riacquistata  la  riputazione  delle  sue  verità,  e  la  penitenza 
con  nuovo  trionfo  s'è  incoronata  nel  Campidoglio  della  Chiesa. 
Fuggono  al  vostro  apparire  le  discordie,  le  ribellioni  e  l'eresie; 
ma  s'inchinano  al  vostro  piede  le  vittorie,  vi  corteggiano  trionfi, 
la  gloria  vi  giura  fede  e  la  maraviglia  vi  siegue  per  tutto. 
Io  credo,  o  Sire,  che  dentro  agli  ardori  dei  serafini  e  dentro 
a  l'acque  della  grazia  la  vostra  spada  abbia  ricevute  le  sue 
tempre.  Quand'Alessandro  asciugò  il  mare  per  vincer  la  famosa 
Tiro,  dall'eterna  providenza  si  prefigurava  la  conquista  della 
Rocella,  giaché  Dio  ha  data  forza  al  vostro  braccio  di  levare  i 
fondi  all'oceano  per  render  secchi  gli  anglicani  dissegni.  Quando 
Alcide  nascea  per  esser  domatore  di  tanti  mostri,  il  cielo  pre- 
ludea,  per  cosi  dire,  ai  vostri  natali,  poiché  da  mostri  cosi 
orribili  ed  abominevoli  avete  liberata  la  religione  e  '1  regno. 
Roma  fu  men  bella  per  Cesare  che  non  è  Parigi  per  voi.  Egli 
per  caduchi  disegni  ampliò  l'imperio  terreno;  voi  con  zelo  di 
vera  immortalità  avete  allargata  la  monarchia  del  paradiso.  E  chi 
non  dirà  che  i  vostri  gigli  rendono  più  belli  e  più  fioriti  gli 
orti  della  Chiesa?  La  felice  perpetuità  delle  vostre  guerre  mi 
fa  dire  che  la  vostra  chioma  in  un  istesso  punto  sta,  per  legge 
della  vostra  pietà,  destinata  all'eterna  prigionia  degli  elmi  e,  per 
decreto  della  vostra  gloria,  sta  sublimata  alla  libertà  delle  più 
nobili  corone  che  accompagnassero  giamai  o  lo  scettro  o  la 
spada  infra  i  mortali.  E  mi  fa  dire  che  i  vostri  elmetti  avranno 
fortuna  di  rendervi  canuto  il  crine,  prima  che  i  francesi  abbiano 
avuta  ventura  di  vedervelo  biondo.  L'età  passate  hanno  avuti 
infiniti  e  famosi  guerrieri,  ma  per  lo  più  dalle  brutte  note  del- 
l'ingiustizia sono  state  contaminate  le  glorie  dei  loro  trionfi. 
Oggi  la  giustizia  in  terra  sostiene  con  la  vostra  sinistra  le  sue 
bilance,  snuda  con  la  vostra  destra  la  sua  spada,  sta  laureata 
della  vostra  corona  e  s'assicura  sul  vostro  trono  regale.  Marte 
s'è  provisto  d'un  immobile  Apogeo  nel  centro  del  vostro  cuore, 


l86  CLAUDIO    ACHILLINI 

e  '1  cuore  della  Pietà  palpita  più  che  altrove  nel  vostro  petto. 
Il  Sole  ha  vei'sate  tutte  le  felici  influenze  dei  re  sovra  la  vostra 
corona.  La  felicità  guerriera  in  questi  tempi  non  è  felice  se  non 
solo  di  vostra  mano.  Per  impedire  il  vostro  arrivo  in  Italia,  la 
Discordia  congiurò  con  l'incessabile  dei  dirupi,  col  protervo 
delle  nevi  e  con  l'inaudito  delle  penurie;  ma  la  fecondità  della 
vostra  providenza  potè  far  nascere  l'amenità  fra  le  balze,  la 
copia  dentro  alla  mendicità  e  la  temperie  in  mezo  ai  ghiacci. 
Oh  bel  sole  di  Francia,  che,  sorgendo  sovra  i  gioghi  di  Susa, 
ha  dileguate  tutte  le  nuvole  marziali  ed  ha  stabilito  alla  mestis- 
sima Italia  un  dolcissimo  sereno!  E  s'egli  è  vero,  come  dice 
la  fama,  che  voi  per  superar  l'Alpi  atterraste  col  fuoco  i  più 
scoscesi  gioghi  che  v'impedivano  il  passaggio,  io  mi  fo  lecito 
il  dire  che  i  felici  fumi  delle  vostre  mine  hanno  intorbidata  la 
chiarezza  agli  aceti  famosi  del  grande  Annibale. 

Fu  da  prodigi  inauditi  accompagnata  la  vostra  venuta,  perché 
in  quegli  stessi  giorni  si  videro,  sul  mezodi,  cinque  soli  in  Roma 
con  tre  archi  non  mai  più  veduti  ;  e  si  fatto  spettacolo  per  tre  ore 
continue  tirò  a  sé  tutti  gli  occhi  di  quel  gran  teatro  della  romana 
corte.  Qui  potrebbesi  curiosamente  dire  che  quel  sole,  che 
altre  volte  nelle  battaglie  favori  un  Giosuè  vostro  pari,  ora  per 
accompagnarvi  in  guerra  congregò  compagni,  s'armò  d'archi, 
si  fortificò  nel  mezogiorno  e  per  esser  più  muto  si  fé'  romano; 
ma,  accortosi  poscia  che  il  solo  nome  di  Luigi  sa  vincer  sen- 
z'armi, tramontò  finalmente  disarmato  in  pace.  Ma,  Sire,  dirò 
meglio:  disse  Dio  che  l'arcobaleno  sarebbe  l'arco  della  pace. 
Dunque  i  tre  archibaleni  significavano  quelle  tre  paci  apunto, 
che  dalla  vostra  mano  aspettava  l' Italia.  Il  sole  maggiore  coro- 
nato dagli  archibaleni  era  il  gran  Luigi,  che,  circondato  da  pen- 
sieri augustissimi  e  santissimi  di  pace,  spuntava  nel  cielo  del- 
l'afflitta Italia;  quel  sole  che  stava  alla  destra  del  primo  sole 
era  quel  gran  cardinale  Richelieu,  fenice  della  Francia,  sotto  '1 
peso  delle  cui  lodi  s' incurvarebbe  ogn' ingegno  e  sotto '1  volo 
del  cui  merito  verrebbe  meno  il  volo  d'ogni  penna.  S'egli  mi- 
lita contra  i  rubelli,  ecco  la  spada  di  Gedeone  in  campo;  s'egli 
disputa  contra  gli  eretici,  ecco  la  penna  d'Agostino  in  carta. 


CARTEGGIO  187 

Dai  consigli  di  lui  e  dalla  vostra  elezione  non  può  aspettare  il 
mondo  altro  che  risoluzioni  divine.  E  divina  risoluzione  apunto 
sarà,  s'al  partir  delle  vostr'armi  resterà  con  noi  la  desiderata 
pace.  Quei  tre  soli  rimanenti  erano  quei  tre  personaggi,  ben  noti 
al  mondo,  che  assistono  alla  ineffabile  integrità  del  vostro  real 
Consiglio. 

Ma  torniamo  a  Susa.  Era  cosa  fatale,  o  Sire,  che  i  vostri 
gigli  e  fiorissero  e  prevalessero  in  Susa,  peroché  il  nome  di 
«Susa»  nella  lingua  persiana  significa  «giglio»,  e  la  famosis- 
sima città  di  Susa,  che  fu  la  reggia  di  Ciro,  non  altronde 
prese  il  nome  che  dalla  moltitudine  dei  gigli  che  con  inaudita 
felicità  fiorivano  sotto  quel  cielo.  Memorando  avvenimento  è 
stato  questo:  che  i  primi  avisi  del  vostro  arrivo,  anzi  le  prime 
voci  del  vostro  nome  hanno  vinte  le  guerre,  liberate  le  città  e 
sollevato  un  amico.  Finora  il  combattere  e  '1  vincere  è  stata 
una  stessa  cosa  in  voi  ;  ma  ora  i  soli  dissegni  delle  future 
pugne  v'hanno  reso  vittorioso:  e  cosi,  mentre  le  vostre  vittorie 
prevengono  le  battaglie  e  mentre  i  vostri  trionfi  precorrono 
le  vittorie,  l'Italia  confessa  e  predica  che  più  vincitore  vi  fanno 
le  palme  che  le  spade  e  più  invitto  vi  rendono  gli  allori  che 
le  celate.  Per  l'avvenire  le  bocche  della  Fama  faranno  colpo 
maggiore  avventando  il  vostro  nome,  che  non  fanno  le  bom- 
barde negli  esserciti  o  nelle  muraglie  ostili.  La  vostra  destra, 
o  Sire,  che  ha  saputo  in  Francia  piantar  tanti  cipressi,  che  ha 
potuto  nutrir  tanti  allori,  coltivar  tante  palme  e  ridur  tanto 
sangue  rubello  a  fecondarvi  piante  si  gloriose,  ha  benanche 
saputo  e  potuto  coronar  d'ulivi  francesi  l'Alpi  gelate,  e  con 
inaudita  celerità  farne  gustar  i  frutti  alla  famelica  in  un  punto 
e  fortunata  Italia. 

Con  cotesta  azione,  o  Sire,  avete  di  nuovo  giustificati  i 
giustissimi  titoli  di  «  giusto  »,  ed  avete  aggiunto  un  piropo 
alla  corona  della  vostra  magnanimità.  Ora  l' afflitta  Gierusa- 
lemme  v'aspetta  per  sigillar  le  vostre  glorie.  Ite,  o  Sire,  e 
quel  sacro  sasso  sia  cote  al  vostro  religioso  sdegno.  Ite  per 
l'orme  del  vostro  Goffredo,  che  da  quell'urna  beata  onde  ri- 
sorse   Cristo  risorgeranno   alla  vostra  mano  palme  immortali. 


l88  CLAUDIO    ACHILLINI 

Ite,  e  in  quel  sepolcro  ove  tramontò  il  Sole  di  giustizia  trova- 
rete  novi  natali  e  novi  orienti  alla  vostra  immortalità.  Ite,  e 
non  più  tolerate  che  dall'avaro  e  infido  tiranno  a  prezzo  indegno 
si  venda  l'adorazione  di  quella  tomba  che  die'  ricetto  a  quel 
Dio,  che  sotto  spoglie  di  carne  con  tanta  liberalità  profuse  il 
proprio  sangue.  Ite,  né  più  soffrite  che  quella  pietra,  che  con 
tanta  prontezza  aperse  la  bocca  ad  autenticare  il  nostro  riscatto, 
resti  più  longamente  sotto  '1  giogo  servile  dei  miscredenti.  Ite, 
e  non  più  tolerate  che  sotto  quel  cielo  dove  s'ecclissò  l'eterno 
Sole  conservi  la  luna  de'  traci  più  longamente  il  suo  splendore. 
Ite,  e,  disarmando  l'ottomane  teste,  lasciate  ai  loro  turbanti 
questa  sola  gloria  d'asciugarvi  le  stille  dei  vostri  bellicosi  su- 
dori. Ite,  che  l'angelo  del  Calvario  v'aspetta  a  liberar  quel  colle 
sovra  cui  si  vide  pendente  dalla  sua  pianta  quel  frutto  di  para- 
diso che,  maturato  dai  chiodi,  cascò  nel  grembo  alla  nostra  salute. 
Ite,  o  gran  Luigi,  che  l'orto  di  Getsemani  ambisce  d'arricchirsi 
de'  vostri  fiori.  Il  vostro  nome  vincitore  dei  secoli  trionfarà  di 
là  dalla  morte,  e  sul  Campidoglio  dell'eternità  condurrà  cattivi 
e  impalliditi  i  nomi  di  quanti  famosi  eroi  occuparono  giamai 
o  le  greche  o  le  latine  carte.  Quei  gran  Carli,  che  vi  precedet- 
tero nel  regno,  vivono,  per  azioni  molto  inferiori  alle  vostre 
presenti,  consagrati  all'immortalità.  E  che  sarebbe  quando  voi, 
trionfata  la  Grecia,  la  Tracia,  la  Soria,  l'Oriente,  il  niaome- 
tismo,  tornaste  sotto  i  romani  applausi  a  respirare  in  Francia? 
Io,  che  da  tant'anni  in  qua  vivo  stupido  ammiratore  delle 
vostre  glorie,  ho  desiderato  in  queste  congiunture  di  darvi  un 
poetico  saggio  delle  mie  divotissime  maraviglie;  ma  la  mia  penna, 
accesa  nei  vostri  splendori,  non  dura  e  manca.  Umilmente  però 
vi  supplico  a  non  isdegnare  il  solo  ardire  del  qui  congiunto 
sonetto  ('\  Io  l'invio  sotto  la  Maestà  degli  occhi  vostri,  non 
come  luce  ambiziosa  d'illustrarvi,  ma  come  raggio  tolto  in  pre- 
stito dalla  vostra  luce  per  illuminarmi  l' ingegno.  Con  che  alla 
Maestà  Vostra  fo  un'umilissima  e  profondissima  riverenza. 
Di  Parma,  li  2  maggio  1629. 


(i)  «  Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metalli  »  [Ed.]. 


CARTEGGIO  189 

CXVI 

A... 

Narra  i  guai  avvenutigli  a  causa  del   sonetto 
«Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metalli». 

La  fortuna,  che  m'ha  giurate  persecuzioni  sino  alla  morte 
e  che  col  titolo  de'  suoi  travagli  m'  ha  fatto  famoso  in  Italia,  si 
è  servito  ultimamente  della  lettera  che  ho  scritta  al  re  per  in- 
quietarmi e  mortificarmi  non  poco.  Io  sono  in  Bologna,  mia 
patria,  per  le  vacanze  dello  Studio  di  Parma.  Qui  ho  trovata 
ristampata  la  lettera,  ma  nello  stesso  tempo  suscitato  un  tumulto 
fra  certi  spagnuoli  del  CoUeggio  grande,  che  hanno  qui  in  Bo- 
logna. Questi,  doppo  molte  querele,  si  sono  risoluti  per  mezzo 
del  loro  secretario  d'andare  al  Santo  offizio  e,  con  carta  sigillata 
col  sigillo  del  Colleggio,  protestare  all'inquisitore  e  al  vicario 
ch'essendo  uscita  alle  stampe  una  lettera  finta  da  un  tal  Achil- 
lino  con  molti  encomi  al  re  cristianissimo  e  che  ha  del  libello 
famoso  contro  al  re  di  Spagna,  voglia  supprimerla,  proibirla  e 
annichilarla,  altrimenti  suscitaranno  rumori  appresso  la  congre- 
gazione del  Santo  offizio  in  Roma  e  con  Nostro  Signore.  Questi 
ministri,  impauriti  da  questa  protesta,  avendo  prima  disegnato 
di  lasciarla  ristampare,  hanno  arrestato  il  corso  di  questa  riso- 
luzione; e  perché  questo  accidente  già  si  è  sparso,  io  ne  resto 
innocentemente  mortificato  come  libellatore  contra  la  Maestà  di 
un  re  che  ho  sempre  riverito  ed  inchinato. 

Ora  qui  veggo  maltrattarsi  la  persona  mia,  il  Santo  offizio 
e  la  verità. 

Quanto  alla  persona  mia,  dico  d'esser  dottore  colleggiato  in 
questa  patria,  consigliere  del  duca  di  Parma,  lettore  sopraemi- 
nente  in  quello  Studio  con  la  maggior  provigione  che  a  memo- 
ria d'uomini  sia  mai  stata  data  in  Italia  a  publico  professore 
di  legge.  Per  mia  natura  io  sono  sempre  stato  inimicissimo 
delle  maledicenze;  e  ni' è  fatto  gran  torto,  mentre  io  sono  trat- 
tato come  auttore  di  libelli  famosi.  E  tanto  più  mi  pesa  questo 


igo  CLAUDIO    ACHILLINI 

aggravio,  perché  ho  voluto  aggiungere  alla  lettera  regia  la  qui 
soggiunta  postilla  e  l'hanno  ricusata.  La  postilla  è  questa:  «E 
spera  senz'altro  il  mondo  che  la  serenissima  e  giustissima  mente 
del   re  cattolico  seconderà  le  vostre  pacifiche  proposizioni». 

Quanto  al  Santo  offizio,  dico  che  questo  tribunale  da  costoro 
è  stato  vilipeso  e  strapazzato,  perché  i  ministri  devono  regolare, 
non  dalle  minacce  o  dalle  proteste  de'  privati,  ma  dalla  giustizia 
o  dalla  ingiustizia  delle  composizioni,  le  loro  publicazioni. 

Finalmente,  quanto  alla  verità,  dico  a  V.  S.  dinnanzi  a  Dio 
che  io,  lodando  il  re  Luigi,  non  ho  formata  né  parola  né  pen- 
siero pregiudiziale  alla  riputazione  del  re  cattolico,  e  che  so  con 
gli  atti  celebrare  un  re  e  con  gli  abiti  riverirne  un  altro:  es- 
sendo presunzione  troppo  vile  e  troppo  vulgare  lo  sperar  l'aura 
da  una  corona  col  calpestarne  un'altra;  che  finalmente,  essendo 
tutte  due  corone,  le  maledicenze  contro  un  individuo  offendono 
in  parte  la  spezie  nel  suo  commune. 

Ma  V.  E.  mi  dirà:  —  Che  vói  da  me?  —  Io  la  supplico  umil- 
mente in  due  parole  di  tre  cose:  a  farmi  ristampare  la  lettera 
in  Roma  nella  forma  qui  congiunta,  che  questo  atto  mi  solle- 
varà  in  parte  dalla  oppressione  in  che  io  mi  trovo;  a  procurare, 
se  non  mortificazione,  almeno  una  paterna  correzzione  a  coloro 
che  mi  hanno  maltrattato;  e  insieme  a  proteggermi,  dove  occor- 
rerà. E  le  fo  umilissima  riverenza. 
Di  Bologna,  li  2  giugno  1629. 


CXVII 

All'ambasciatore  francese  a  Roma 

Chiede  che  venga  esaudita  la  grazia  (forse  l'ottenere  da  Luigi  decimo- 
terzo una  risposta  al  sonetto  «  Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metaUi  ») 
che  gli  chiederà  per  lui,  Achillini,  il  signor  Frangipane. 

[1629?]. 


CARTEGGIO  191 

CXVIII 

Al  cardinale  di  Richelieu 

Chiede  una  riga  di  risposta  da  Luigi  decimoterzo  al  sonetto 
«Sudate,  o  focili,  a  preparar  metalli». 

Quando  la  prima  volta  il  re  venne  a  Susa,  io  concorsi  col 
resto  del  mondo  ad  applaudere  alle  glorie  di  quell'azzione,  e  le 
mie  voci  devote  furono  espresse  in  quel  sonetto  che  cominciava: 

Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metalli, 

accompagnato  da  quella  lettera  che  cominciava:  «  Tutte  le  lingue, 
tutte  le  penne  e  tutti  i  cuori  della  cristianità»;  la  qual  lettera  e 
sonetto  furono  ventitré  volte  in  ventitré  città  dell'Italia  in  bre- 
vissimo tempo  stampati  e  ristampati,  più  per  la  materia  che  trat- 
tavano che  per  quella  forma  che  aveano  sortita  dalla  mediocrità 
dell'ingegno  mio.  A  si  fatta  proposta  io  sperai  sempre  una  riga 
almeno  di  risposta  regia,  riservando  di  farne  conserva  fra  le  più 
care  memorie  della  mia  casa;  anzi,  dirò  quasi,  di  farne  un  invio- 
labile fideicomisso,  perché  mai  non  avesse  a  perire  la  memoria 
di  un  si  fatto  regalo.  Ma  finora  la  speranza  è  stata  vana,  e  in- 
darno ho  aspettata  questa  consolazione,  quantunque  avessi  de- 
terminato di  replicare  a  si  fatta  risposta  atti  molto  più  memorandi 
della  mia  divozione  verso  il  re  e  verso  1'  Eminenza  Vostra.  Ora, 
perché  intendo  e  dalla  corte  di  Torino  e  da  quella  dell'amba- 
sciatore di  Francia  in  Inghilterra  e  da  più  d'un  gran  cavaliere 
francese  passato  per  Bologna,  mia  patria,  che  la  desiderata  ri- 
sposta mi  fu  e  decretata  e  spedita  molto  qualificatamente  dalla 
corte  del  re,  anzi  dalla  città  di  Roma  me  ne  sono  state  fatte  vive 
ed  insolite  allegrezze,  ho  risoluto  di  dar  parte  di  questo  fatto 
all'Eminenza  Vostra,  non  con  altro  fine  che  perché  si  sappia 
la  verità  del  mio  desiderio,  il  quale  dura  tuttavia,  d'esser  fatto 
degno  d'una  benché  brevissima  risposta  o  dall'Eminenza  Vo- 
stra o  dalla  Maestà  del  re,  non  solo  per  quegli  onori  che 
nascono  dalle  grazie  regali,  ma  per  chiudere  ancora  la  bocca 
ad  alcuni  malevoli  che   mormorano  delle   mie  azzioni.  Faccia 


192  CLAUDIO    ACHILLINI 

r  Eminenza  Vostra  di  questo  aviso  quel  capitale  che  parerà 
alla  sua  benigna  prudenza.  Mentre  io  fondatamente  l'assicuro 
che  tutti  gli  occhi  dell'Italia  sono  conversi  in  lei  e  che  tutti 
gl'intendenti  giurano  che  dalla  creazione  del  mondo  fino  a  que- 
sto punto  non  produsse  Dio  ingegno  in  terra  che  avesse  propor- 
zione con  l'ineffabili  grandezze  del  suo.  Che,  a  dire  il  vero, 
egli  è  nuova  cosa  fra  gli  uomini  che  una  testa  religiosamente 
politica  abbia  da  se  sola  machinate  le  cadute  alla  maggior  mo- 
narchia del  mondo,  la  quale  pertanto  è  ridotta  a  segno  che,  se 
si  conserva  in  piedi,  è  solo  miracolo  del  grande  Iddio;  perché 
di  si  fatta  monarchia  già  si  veggiono  dalla  mano  di  lei  zappati 
i  fondamenti,  scosse  le  radici  ed  avicinato  l'ultimo  crollo  a  si 
gran  male.  Già  si  veggiono  perduti  i  frutti  dell'Indie,  messe 
in  forse  le  flotte,  stuzzicati  quegli  aquilonesi  vespei  che  in  ogni 
tempo  hanno  punte  a  morte  le  maggiori  monarchie  del  mondo. 
Già  piange  l'impero  l'austriaco  esterminio;  già  lo  Stato  di  Mi- 
lano misura  il  suo  precipizio  o,  per  meglio  dire,  la  sua  felicità 
coi  cenni  francesi;  già  il  bel  regno  di  Napoli  aspetta  gli  an- 
tichi padroni,  e  il  Vesevo  ne  manda  quasi  con  le  sue  fiamme 
segni  d'allegrezza  in  cielo.  Già  si  veggiono  svelati  quei  pretesti 
di  religione  che  hanno  sempre  accompagnata  l'immensità  de- 
gl'iberi  acquisti;  già  la  Fiandra  con  vantaggio  della  cattolica 
libertà  aspira  in  brieve  al  tranquillo  possesso  dell'antichissime 
sue  ragioni;  e  già  il  mare  politico  si  mira  liberato  da  quella 
balena  che  stava  in  atto  d'ingoiare  tutti  i  principati  della  terra. 
Non  più  si  detestano  i  precipizi  delle  risoluzioni  francesi,  perché, 
se  i  prudentissimi  esserciti  di  S.  M,,  governati  dal  senno  e 
dalla  spada  di  lei,  sono  cosi  celebri  in  questi  tempi,...  (')  le  op- 
portune tardanze  de'  Fabi,  quanto  usitate  in  altri  tempi  le  celerità 
dei  Marcelli.  Di  che  fanno  fede  le  armate  osservanti  del  re  alle 
frontiere  della  Germania  e  della  Fiandra,  le  truppe  francesi  in  Pi- 
narolo  e  Casale,  che  con  tanta  accortezza  hanno  rese  infruttuose 


(1)  Evidentemente  è  saltata  via  una  riga.  Si  supplisca:  «ciò  dipende  dal  perché 
sono  ora  tanto  adoperate»,  o  altra  frase  equivalente,  da  tornirsi  in  più  achìilinesco 
stile  [Ed.]. 


CARTEGGIO  193 

le  forze  de'  nemici  nello  Stato  di  Milano.  Che  però  torno  a 
dire  che  nella  storia  del  mondo  non  abbiamo  essempio  d'un 
politico,  d'un  religioso  e  d'un  guerrero  ingegno  pari  a  quello 
del  gran  cardinale  Richilieu;  a  cui  per  fine  con  profondissima 
riverenza  m'inchino. 
[1629]. 

CXIX 

A... 

Condoglianze  per  la  morte  del  cardinal  di  Montalto. 
[poco  posteriore  al  3  agosto  1629]. 

cxx 

Del  duca  Francesco  d'Este 

Ringrazia  di  un  sonetto  inviatogli  dall' Achillini 
in  occasione  della  sua  successione  al  ducato. 

Di  Modana,  li  15  settembre  1629. 

CXXI 

Al  signor  marchese  Virgilio  Malvezzi 
Ne  loda  un  libro. 

Per  mezzo  della  solecita  diligenza  del  signor  Lamberti  ho 
ricevuti  i  due  libri  inviatimi  da  V.  S.  illustrissima.  Io  aveva 
già  letto  quello  dell'ingegnosissimo  nipote,  ed  aveva  accompa- 
gnati quei  tratti  d'immortalità  con  le  dovute  meraviglie,  anzi  con 
rapimenti  estatici,  proporzionati  alla  divinità  di  quell'ingegno. 
Leggerò  il  secondo,  e  se  i  tre  antecedenti  m'hanno  già  disci- 
plinato a  restarne  stordito,  la  sua  modestia  m'insegna  con  un 
attonito  silenzio  a  riverirlo.  Mille  umilissime  grazie  intanto  le 
rendo  del  dono  che  me  ne  fa.  E  con  parzialissimo  e  divotis- 
simo  spirito  la  riverisco. 
[1629]. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  - 11.  13 


194  CLAUDIO    ACHILLINI 

CXXII 

Al  signor  Antonio  Lamberti 
Loda  il  libro  del  Malvezzi. 

Io  vi  scrivo  in  confidenza,  perché  non  vorrei  che  un  nostro 
amico  mi  lapidasse.  Ho  Ietto  il  libro  del  marchese  Virgilio,  e 
vi  giuro  per  quel  Giesù  Cristo,  che  è  nostro  salvatore,  che  io 
non  credo  che  in  alcuna  lingua  si  trovi  scrittore  che  con  succhi 
più  sostanziosi,  più  eruditi,  più  profondi  e  più  frequenti  abbia 
mai  scritto.  Seneca  seguitò  questa  traccia,  ma,  giuro  a  Dio,  sa 
più  una  scarpa  del  marchese  che  non  sapea  l'ingegno  di  Se- 
neca, quando  stava  sul  fervore  anzi  su  l'apogeo  della  propria 
eccellenza.  Io,  che  alla  sua  eloquenza  aveva  ubligate,  per  cosi 
dire,  in  forma  di  camera  le  mie  maraviglie,  questa  volta  posso 
dire  che  per  pagarne  il  debito  le  ho  spolpate,  snervate  e  ridotte 
in  un'estasi  insensata  che  non  trova  più  il  capo  di  maravigliarsi. 
Io  ne  avrei  scritto  a  lui  ;  ma  la  sua  modestia,  parricida  delle 
sue  glorie,  abomina  le  sue  lodi.  Ma  credo  più  tosto  che  egli  per 
questa  via  divenga  tiranno  della  gloria,  perché  diviene  più  che 
gloriosissimo  per  modestia  quanto  è  gloriosissimo  per  l'elo- 
quenza e  per  l'erudizione.  Ho  veduto  e  osservato  puntualmente 
quanto  egli  scrive  dalle  carte  ']']  fino  alle  85,  ed  ho  inteso  i 
misteri  di  quel  sagace,  e  sto  per  dire  ch'egli  scrive  l'Evangelo. 
Io  vorrei  esser  buono  a  servirlo  in  qualche  cosa,  che  mi  essa- 
nimarei  per  un  tanto  valore,  il  quale  ha  posto  in  tanta  sublimità 
la  nostra  patria,  quanta  bisognarebbe  che  ci  fossero  al  mondo 
ingegni  come  il  mio  per  esser   conosciuta. 

E  ve  la  bacio,  con  un'estrema  ansietà  che  una  volta  si 
finisca  questa  for fanteria  diabolica  del  Casale,  la  quale  però 
durerà  puoco.  Intanto  compatisco  a  quelli  che  contra  noi  fanno 
libelli,  perché  in  questo  mondo  sostengono  la  pena  dell'infamia 
e  sono  cruciati  dai  pericoli  delle  forche,  e  nell'altro  staranno 
assai  peggio. 
[1629]. 


CARTEGGIO  195 

CXXIII 

Iacobo  Gaufridio 
Descrive  la  vita  che  mena  nella  solitudine  della  sua  villa  al  Sasso. 

[verso  il  1630?]. 

CXXIV 

Al  medesimo 

Piange  e  invita  l'amico  a  piangere  la  morte  del  poeta  A.  Sagramosio. 

[verso  il  1630?]. 

cxxv 

Del  signor  Giovan  Francesco  Loredano 

Complimenti. 

Venezia  [verso  il  1630?]. 

CXXVI 

Al  signor  Giovan  Francesco  Loredano 

Risposta  alla  lettera  precedente, 
[poco  posteriore  all'antecedente  lettera]. 

CXXVII 
A  Giovan  Francesco  Busenelli 

Vorrei  scrivere  a  V.  S.,  ma  le  giuro  che  non  so  che  mi 
scrivere.  Perché,  s'io  voglio  prender  materia  dagli  oblighi  che  io 
professo  alla  sua  gentilezza,  questi  di  già  son  noti  a  lei,  e  quei 
favori,  ch'Ella  mi  fa,  molto  più  eloquentemente  testificano  i 
sensi  della  mia  gratitudine  che  non  farebbe  la  mia  penna.  Se 
io  voglio  celebrar  l'eccellenza  del  suo  nobilissimo  ingegno,  egli 


196  CLAUDIO    ACHILLINI 

è  già  noto  che  il  valore  del  signor  Busenelli  è  maggiore  d'ogni 
lode  e  che  le  iperboli  istesse,  poste  in  bilancia  con  tanta  virtù, 
scarseggiarebbono  con  molta  evidenza  della  rettorica  povertà. 
Se  io  voglio  entrar  nel  discorso  delle  germaniche  tragedie,  il 
signor  Loredanì  ha  conseguita  si  nobilmente  questa  parte,  e 
al  tragico  testo,  anzi  più  tosto  al  canto  fermo  di  quei  pianti, 
ha  fatti  si  bei  contrapunti  di  politica,  che  gli  altri  in  si  fatte 
materie  se  ne  possono  servir  d' idea.  Onde,  non  avendo  io  che 
scrivere,  pieno  di  buona  volontà,  le  bacio  affettuosissimamente 
le  mani. 

[verso  il  1630?]. 

Il  sonetto  inviatomi  da  V.  S.  è  cosa  angelica,  per  non  dire 
un  angelo  in  versi  :  i  due  terzetti  sono  due  cori  di  grazie, 
la  chiusura  è  una  prigionia  di  maraviglie.  E  cosi  a  grado  troppo 
alto  veggio  salito  il  mio  nome;  ma  l'altezza  dell'edificio  mi 
fa  paura,  perché  sento  che  i  diffetti  del  fondamento  giurano 
la  ruina  a  si  fatta  fabrica.  Meditarci  la  risposta;  ma  queste  lez- 
zioni  quaresimali  me  ne  divertiscono  troppo.  Ho  però  tirato 
giù  alla  peggio  la  qui  congiunta.  E  con  mille  grazie  le  bacio 
le  mani. 

CXXVIII 
Di  Agostino  Mascardi 

Intorno  alla  peste  milanese  del  1629. 

Signor  Claudio  mio  dolcissimo,  ancorché  il  dolersi  delle 
private  sciagure  nel  diluvio  delle  publiche  calamità  sia  indizio 
d'animo  contumace,  io  nondimeno  fra  le  miserie  universali 
d' Italia  piango  la  perdita  di  molti  amici,  e  spero  d'esserne  com- 
patito nonché  scusato.  È  vero  che  lo  spettacolo  di  questa  de- 
solata provincia  può  occupar  ogni  luogo  di  dolore  in  chi  ha  senso 
d'umanità;  perché,  oltre  a'  tumulti  di  guerra,  a'  quali  dà  occa- 
sione l'ambizione  e  l'avidità  de'  mortali,  in  qual  occhio  lascia- 
rebbe  pur  una  lagrima  il  veder  tante  nobili  città  tormentate  dalla 


CARTEGGIO  197 

fame,  manomesse  da'  stranieri,  esterminate  dalla  pestilenza,  esau- 
ste d'abitatori,  piene  solo  di  cadaveri  e  di  spavento,  sempre  mo- 
ribonde in  persona  de'  loro  figliuoli  e  oggimai  nelle  frequenti 
sepolture  sepolte?  dove  la  solitudine  atterrisce,  il  commercio 
avvelena,  la  vista  de'  più  congionti  trafige,  il  timore  è  pre- 
venuto dal  danno,  la  malatia  non  aspetta  il  rimedio,  il  sonno 
è  dalla  morte  interrotto?  Ma  finalmente  questi  accidenti,  benché 
irreparabili  e  crudeli,  o  per  la  lontananza  non  giungono  a  fe- 
rirmi sul  vivo,  o  per  esser  communi  non  sono  ricevuti  da  me 
per  oggetto  violento  del  mio  privato  dolore.  Ma  la  perdita  degli 
amici,  questa  si  che  mi  divelle  il  cuore  dal  petto  e  l'anima  dal 
cuore.  Voi  sapete,  signor  Claudio,  in  che  sterilità  di  sincere 
amicizie  l'umana  malvagità  ci  ha  ridotti;  ed  io,  benché  di  voi 
più  giovane  assai,  tuttavia,  come  più  essercitato  dalla  fortuna  e 
posto  in  luogo  da  cimentar  ogni  di  la  fede  perfida  di  certi 
mostri  di  corte,  non  ho  ramarico  con  cui  pareggi  il  danno 
che  ricevo  dalla  morte  d'un  vero  amico.  Vado  però  ricercando 
le  reliquie  di  quelli  che  mi  rimangono  fuori  di  Roma,  per  ri- 
conoscer negli  avvanzi  delle  mie  dissipate  speranze  l'oltraggio 
di  questo  secolo  contaminato;  e  con  l'animo  corro  a  voi  subito, 
come  a  centro  de'  miei  più  curiosi  pensieri.  Cosi  merita  il  valor 
vostro,  il  quale,  si  come  ha  già  domata  l'invidia,  cosi  potrebbe 
reputare  a  sé  inferiori  tutte  le  più  vive  dimostrazioni  d'affetto, 
quando  fossero  una  perfetta  imagine  e  non  più  tosto  una  sem- 
plice bozza  del  cuore. 

Or  dite,  signor  Claudio,  come  la  fate  in  tante  miserie  della 
vostra  patria?  con  che  animo  mirate  nel  bel  corpo  di  cotesta 
nobil  città  le  piaghe  mortali  che  cosi  spesse  v'imprime  la  pe- 
stilenza? parvi  ch'abbia  saputo  la  previdenza  che  ci  governa 
destarne  dal  letargo  che  n'opprimeva?  Sconsolata  città,  già  vera 
scuola  di  magnificenza  e  di  dottrina,  ora  teatro  di  sciagure  e 
di  morti!  «  Sepulcrale  »  noma  Galeno  una  certa  sorte  d'uccelli, 
perché  sul  capo  porta  una  imagine  di  sepoltura:  con  che  ra- 
gione non  diremo  noi  «  funesta  »  la  Lombardia,  se  ad  ogni  passo 
la  terra  s'apre  in  voragini  funerali,  e  prova  anguste  nonché 
angustiate    le    viscere    per   l'innumerabil  numero   de'  cadaveri 


198  CLAUDIO    ACHILLINI 

che  riceve?  L'umana  temerità,  troppo  scaltrita  artefice  de'  pro- 
pri danni,  per  via  di  mostruosa  antiperistasi  infiammava  il 
bollor  de'  conviti  col  gelo  della  morte  vicina:  però  la  ricordava 
portando  a  veduta  de'  convitati  uno  scheletro  formato  di  cera, 
come  degli  egiziani  fa  fede  Erodoto;  opure  certe  figure  mobili 
rappresentanti  la  fugacità  della  vita,  come  fece  Trimalcione 
presso  Petronio;  o  in  altre  maniere,  osservate  dal  Bullegeo, 
dallo  Scaligero,  dal  Raderò,  dal  Puteano,  che  tutte  valevano 
ad  irritare  l'intemperanza  degli  uomini,  onde  nell'uso  de' pia- 
ceri si  desser  fretta,  per  esser  già  la  morte  su  le  soglie  d'ogni 
vivente  e  incalzare  e  premere  gli  altrui  vestigi.  Sconsigliato 
consiglio  d'uomini  indegni  di  vivere,  poiché  non  sapevano  pre- 
pararsi al  morire!  A  noi,  a'  quali  la  verace  filosofia  insegna  il 
modo  d'incontrare  la  morte  con  gli  abiti  confacenti,  fa  di  me- 
stiere valerci  di  tanti  funestissimi  casi  per  altro  fine.  Si  mirano 
oggi  la  Lombardia  e  la  marca  trivigiana  come  un  publico  ci- 
miterio  di  tutta  l'Italia;  e  in  conseguenza  noi,  che  sediamo 
spettatori  delle  tragedie  altrui,  abbiamo  aperta  da  Dio  un'uti- 
lissima scuola,  in  cui  s'apprendono  i  segreti  della  caducità  de' 
mortali  e  i  misteri  della  nostra  fragile  e  sempre  vacillante  natura. 
Ivi  si  vede  annebbiato  il  sereno  d'una  tramontana  bellezza,  sec- 
cato il  verde  d'una  languente  gioventù,  discolorato  il  fiore 
d'una  grazia  smarrita,  impallidito  lo  splendore  d'una  gloria 
ecclissata,  arruginito  l'oro  d'una  saviezza  disutile,  inaridito  il 
fonte  d'una  dottrina  mancante.  Ivi  si  piangono  il  valor  perduto, 
i  titoli  oscurati,  le  dignità  cadute,  le  memorie  disperse,  gli 
onori  dileguati,  estinti  gl'ingegni.  Ivi  si  dogliono  le  famiglie 
vedove  de'  sostegni,  i  patrimoni  abbandonati  dagli  eredi,  la  no- 
biltà impoverita  di  posteri,  le  campagne  nude  d'agricoltori,  l'arti 
prive  degli  artefici,  ogni  virtù  mendica  de'  suoi  seguaci.  Ivi 
altro  non  si  vede  che  simulacri  d'orrore,  altro  non  s'ode  che 
gemiti  de'  tormentati,  altro  non  si  aspetta  che  l'assalto  della 
morte,  altro  non  si  brama  che  la  velocità  del  morire.  E  perché 
la  lunga  e  continuata  schiera  de'  cadaveri  che  son  portati  al 
luogo  del  loro  riposo  ne  scorge  fino  al  sepolcro,  ci  andiamo 
raggirando  intorno  a  quell'infausto  luogo  lagrimosi  e  dolenti; 


CARTEGGIO  I99 

indi,  ripercotendo  la  voce  delle  nostre  querele,  dall'urne  aperte 
viene  a  ferirci  l'orecchie  e  '1  cuore  un'eco  dolorosa,  che  ne 
dichiara  fragili,  caduchi,  miserabili  e  più  tosto  moribondi  che 
mortali. 

Questa  infallibile  e  salutare  dottrina,  signor  Claudio,  apprendo 
io  dallo  spettacolo  delle  communi  miserie.  Ma  voi  all'incontro 
a  bello  studio  vi  séte  chiuso  in  una  torre  assai  alta,  secondo 
che  gli  amici  m'han  detto,  nella  sommità  della  quale  espo- 
nendo con  Danae  il  seno  aperto  alla  pioggia  d'oro  della  celeste 
sapienza,  di  là  su  vi  s'infondono  gl'insegnamenti  medesimi 
ch'io  dal  sepolcro  ritraggo;  perché  l'oro  non  scintilla  solamente 
nelle  stelle  e  nel  sole,  ma  nelle  più  cupe  viscere  della  terra  si 
condensa  e  si  purga.  Ed  era  ben  dovere  che,  avicinandovi  voi 
di  tanto  alle  sovrane  intelligenze  con  la  sublimità  dell'ingegno, 
procuraste  di  non  rimaner  da  loro  lontano  col  corpo,  per  quanto 
vi  può  permettere  la  condizione  della  nostra  natura.  In  cotesta 
torre  io  vi  considero  come  nella  più  alta  cima  del  monte  Olimpo, 
superiore  ai  tuoni,  ai  fulmini,  alle  tempeste  e  ai  nembi  delle 
disordinate  passioni  che  tengono  in  continui  cimenti  l'anime 
basse  e  vulgari:  quivi,  sempre  fiso  nella  ruota  di  quel  sole 
che  non  conosce  occidente  né  trova  in  voi  oltraggio  di  nuvola 
che  si  frapponga,  contemplate  le  cagioni  invisibili  di  questi  vi- 
sibili effetti;  e  se  pur  volete  abbassare  gli  occhi  talora  agli 
oggetti  infelici  delle  sciagure  d'Italia,  rinvolto  prima  nella  vostra 
virtù,  gli  ricevete  come  cose  leggiere  piacevolmente,  serbando 
il  tenor  solito  d'animo  ben  composto  e  tranquillo.  Cosi  con 
opportuno  temperamento  correggete  il  riso  barbaro  di  Democrito 
e  l'effeminato  pianto  d'Eraclito,  perché  il  pianger  per  gli  ac- 
cidenti degli  uomini  è  una  volontaria  miseria,  il  rider  è  un  piacer 
inumano.  Mi  sovviene  di  quel  luogo  eminente  in  cui  si  ritirò 
Epaminonda  tebano  per  veder  l'esito  ancor  dubbioso  della  bat- 
taglia de'  suoi,  che  fu  perciò  nomato  «  specula  »  o  vogliam 
dire  vedetta.  Quel  buon  condottiere,  sentendosi  malamente  fe- 
rito, più  s'affliggeva  per  l'incerta  rotta  de'  suoi  soldati  che  per 
la  certa  ferita  del  proprio  petto;  onde,  serratasi  con  la  mano 
la   piaga,  quasi   impedita   la   via   all'anima   fuggitiva,   tanto   si 


200  CLAUDIO    ACHILLINI 

tenne  in  vita  che  da  quell'altezza  conobbe  le  cose  de'  tebani 
in  buona  piega,  e  poi  lasciò  col  sangue  uscir  l'anima  ancora. 
Io  vi  veggo  dalla  vostra  torre,  signor  Claudio,  tutto  intento 
alle  calamità  di  Bologna  e  d' Italia,  premer  nel  cuore,  non  con 
la  mano  ma  con  la  costanza,  il  dolore  che  volontieri  consegre- 
reste  alla  carità  della  patria.  E  detesto  la  crudeltà  di  Nerone, 
che  dalla  torre  di  Mecenate  mirava  il  cadavero  di  Roma  nel 
rogo  funerale  acceso  d'ordine  suo,  cantando  intanto  come  pre- 
fica la  caduta  di  Troia.  Principe  degno  di  quella  sola  luce  che 
risplendeva  torbida  nell'essequie,  poiché  in  quell'atto  solo  in 
cui  s'uccise  meritava  di  vivere,  per  divenir  carnefice  scelerato 
di  sacrilego  malfattore.  Ma  voi,  che  potete  con  la  soavità  degli 
accenti  fabricare  in  compagnia  d'Anfione  le  mura  di  Tebe, 
apunto  nella  sommità  d'una  torre  vi  séte  collocato  per  con- 
solar col  vostro  canto  il  cordoglio  universale  d' Italia  e  forse  per 
dar  qualche  rimedio  alla  peste,  senza  entrar  punto  nelle  botteghe 
degli  speciali  e  senza  prender  per  consiglieri  altri  che  Apollo, 
di  cui  è  tanto  propria  l'arte  del  poetare  quanto  l'essercizio  del 
medicare,  che  ben  sapete  come  Talete  cretese  a  suon  di  lira 
domò  la  malignità  della  peste. 

Nel  terzo  dé[V  Iliade  racconta  Omero  che  Priamo  con  alcuni 
vecchioni  de'  suoi,  già  per  l'età  male  abili  alle  fatiche  dell'armi, 
ascesero  un'alta  torre  per  iscoprir  di  colà  l'oste  greca  si  for- 
midabile, ch'era  accampata  intorno  alla  città  reina  alora  dell'Asia, 
e  per  veder  quel  giorno  il  duello  di  Menelao  e  di  Paride;  e  di  loro 
parlando,  diceche  erano  per  la  vecchiaia  cessati  dall' armeggiare. 

Sed  concionatores 
bojii,   cicadis  siniiles,   quae  in  sylva 
arbori  ifisidentes  vocem  suavem  emittunt; 
tales  troianorum  proceres  sedebant  iji  turri. 

Ed  a  me  pare  che  voi  ancora,  non  veggendo  come  sovvenir 
con  l'opera  alli  bisogni  della  patria  pericolante,  siate  salito  su 
cotesta  torre,  donde,  mirando  le  afflizioni  di  tutti,  a  guisa  di 
faconda  cicala  potrete  racconsolarle  col  canto.  Né  vi  recate  ad 
ingiuria  che  la  soave  armonia  della  vostra  voce  sia  paragonata 


CARTEGGIO  20I 

al  canto  della  cicala.  Perché,  se  all'Ariosto  parve  noioso  il 
metro  di  quell'animaluccio  canoro;  ad  Eunomio  però  dolcis- 
simo riusci  quando  gli  saltò  su  la  cetra,  come  Fozio  racconta. 
E  '1  Nazianzeno  afferma  che  la  cicala  porta  nel  petto  la  lira; 
né  fuor  di  proposito  finse  Platone  nel  Fedro  che  alcuni  uomini, 
parzialissimi  del  mestier  delle  muse  e  in  paragon  della  musica 
noncuranti  della  vita  medesima,  fossero  cangiati  in  cicale,  con 
privilegio  di  prender  l'alimento  dal  cielo  e  d'esser  ambasciatori 
de'  mortali  alle  muse.  In  ogni  caso  vi  rimetto  ad  Anacreonte, 
ed  appresso  di  me  sarete  almeno  una  delle  cicale  d'oro  che 
portavano  in  capo  gli  atteniesi,  come  animai  consegrato  ad 
Apolline,  dio  degl'ingegnosi  e  de' saggi.  E  chi  sa  poi  che, 
udendosi  da  cotesta  torre  uno  de'  vostri  accenti,  non  risuonino 
da  questi  sette  colli  altretante  voci  che  l'accompagnino?  Cosi 
le  sette  torri  di  Costantinopoli,  ricordate  da  Dione,  con  armo- 
niosa corrispon  lenza  incontravano  la  voce  della  prima  che  riso- 
nava. Io  non  vi  prometto  gran  cose;  ma  voi,  come  consapevole 
del  vostro  merito,  farete  fede  a  voi  stesso  dell'applauso  con  che 
saranno  ricevuti  i  vostri  componimenti. 

Ma  ditemi  di  grazia,  signor  Claudio,  prima  ch'io  finisca  di 
scrivervi:  che  credete  delle  cose  di  Milano?  Non  parlo  degli 
accidenti  di  guerra  e  della  peste  che  per  via  d'ordinario  conta- 
gio si  propaga,  ma  di  quell'altra  che  si  dice  esser  seminata 
dagli  uomini  con  mistura  d'incanti.  Io  per  me,  come  non  sono 
de'  più  arrendevoli  a  creder  tutto  quello  che  s'attribuisce  al 
diavolo,  cosi  non  lodo  l'ostinata  incredulità  di  certi  filosofastri, 
che  per  far  troppo  del  saccente  danno  nell'infedele.  Che  in 
altri  tempi  si  sia  trovata  cotal  sorte  di  peste  dalla  malvagità  degli 
uomini  appiccata  con  diverse  misture,  è  notissimo,  e  per  istoria 
e  per  isperienza  de'  tempi  non  molto  antichi,  in  Provincie  non 
gran  fatto  remote;  e  questa  Seneca  nel  secondo  Dell'ira  ap- 
pella <(.  pesttlenliam  manufactamyf,  e  la  conta  fra  gli  atroci  ma 
conosciuti  misfatti  de'  suoi  tempi.  Che  la  malignità  di  quel 
male,  per  se  stessa  possente,  sia  talvolta  resa  più  orribile  con 
le  fatucchierie,  n'abbiamo  in  Tito  Livio  un  memorabile  essempio 
nel    fatto    di  quelle    streghe   romane.   Che   il    diavolo  in   questi 


202  CLAUDIO    ACHILLINI 

casi  abbia  operato  apparendo  in  forme  visibili  ed  andando  alle 
porte  delle  case  a  seminar  la  peste,  si  legge  nel  libro  sesto 
dell'  Istoria  de'  longobardi  di  Paolo  Diacono  al  capo  quinto,  ed 
in  Procopio  al  secondo  libro  della  Guerra  de'  persiani;  e  più 
espressamente  essere  ciò  avenuto  sotto  l'imperio  di  Gallo  e  di 
Volusiano,  il  narra  Pomponio  Leto,  togliendolo  forse  da  un'ora- 
zione di  Gregorio  Nisseno  in  lode  del  taumaturgo.  Si  che  ve- 
rissime esser  possono  le  novelle  che  da  Milano  si  spargono 
di  apparizioni  di  fantasime,  ch'infestano  e  talora  anche  percuo- 
tono aspramente  gl'infermi;  come  essere  stati  veri  somiglianti 
terrori  in  tempo  di  pestilenze,  leggiamo  in  Evagrio,  in  Cedreno 
ed  in  Sigiberto. 

Può  nondimeno  accadere  che  la  moltitudine,  credula  al  suo 
peggiore  ed  inchinata  alla  superstizione,  v'aggiunga  molte  cose 
del  suo  in  virtù  dell'eccessivo  timore  che  la  toglie  di  senno. 
Però  figliuole  della  paura  e  della  sciocchezza  stimo  io  quelle 
larve  di  principi,  di  vecchi,  di  palazzi,  delle  quali  s'empiono 
i  fogli  di  Lombardia,  quando  non  siano  machine  mal  com- 
poste di  qualche  ingegno  più  curioso  che  discreto,  per  dar 
materia  di  spavento  alla  plebe,  e  agli  uomini  sensati  o  di  riso 
o  di  sdegno.  È  certo  nondimeno  che  nelle  publiche  calamità 
gli  autori  antichi  osservano  molte  fiere  visioni,  o  vere  o  pur 
imaginate  dalla  paura.  Cosi  nella  vita  di  Traiano  e  di  Tito  parla 
Dione  di  certe  figure  gigantesche;  cosi  Dionigi  alicarnasseo 
nell'ottavo  e  nel  decimo  annovera  fra  molti  prodigi  ancora  gli 
spettri  spaventosi;  e  molto  più  i  poeti  sono  in  cotal  argomento 
abbondanti.  Tanto  che  per  abbatter  dalle  sue  fondamenta  Milano 
era  necessario  ch'alia  fame  compassionevole,  alle  violenze  di 
barbara  soldatesca,  alle  ruine  di  tanti  anni  di  guerra,  alle  stragi 
della  peste  commune  s'aggiugnesse  il  veleno,  dirò  insanabile, 
s'è  composto  sin  nell'inferno  con  liquori  nel  nostro  mondo 
non  conosciuti.  E  questi  sono  i  tempi,  signor  Claudio,  ne'  quali 
ci  siamo  avvenuti?  e  questi  sono  i  costumi  che  ci  convien  soffrire? 
e  questi  sono  gli  uomini  con  chi  fa  di  mestiere  che  conver- 
siamo? Oh  quanto  v'invidio  la  vostra  torre  per  sottrarmi  dal 
conoscimento    d'un  mondo  si    scelerato  !  oh  quanto  più  sicura 


CARTEGGIO  203 

sarà    nell'avvenire    la   compagnia   delle   fiere  che  il  commercio 
degli  uomini  ! 

Ma  non  voglio  più  lungamente  contaminarvi  con  le  doglianze, 
signor  Claudio.  Attendete  voi  a  conservare  nella  vostra  buona 
salute  l'allegrezza  de'  vostri  amici  e  l'onor  de'  letterati  de'  nostri 
tempi;  e  sappiate  che  io  v' ho  sempre  ammirato  come  soggetto 
di  singoiar  valore,  in  cui  l'eccellenze  di  molti  uomini  grandi 
si  ristringono.  Cosi  l'amore  e  l'osservanza  mia,  per  lo  passato 
diffusa  in  tanti  cari  amici  che  mi  son  morti,  si  unisce  ormai 
tutta  in  voi  solo  ed  in  altri  pochissimi,  da  me  stimati  meritevoli 
dell'onorato  nome  dell'amicizia. 

Vi  salutano  gli  amici  antichi,   il  signor  Bruni,   il  signor  Bi- 
gnami,  il  signor  Brunoro  Taverna,  che  di  presenza  vi  conobbe 
in  Milano  quando  eravate  col   signor  cardinal   Alessandro   Lu- 
dovisio.   Ed  io  più  caramente  di  tutti  vi  bacio  la  mano. 
Di  Roma,  1630, 

CXXIX 

Ad  Agostino  Mascardi 

Risposta  alla  lettera  precedente. 

È  toccato  alla  peste  lo  svegliare  il  mio  nome,  che  dormiva 
sotto  i  ricchi  padiglioni  della  vostra  memoria.  Né  voglio  già  rin- 
graziamela, perché  non  merita  grazie  una  si  fatta  disgrazia:  ben 
rendo  grazie  a  voi,  che  cotanto  m'avete  onorato  con  la  vostra 
eloquentissìma  ed  eruditissima  lettera.  Alla  quale  come  potrò 
mai  rispondere  a  parte  a  parte,  se,  subito  ch'io  l'ebbi  ricevuta, 
vennero  a  me  alcuni  gentiluomini  bolognesi,  fra'  quali  un  Pa- 
ride letterato  la  riconobbe  per  un'  Elena,  bellissima  figliuola  del 
vostro  ingegno,  e  me  la  rubò?  Ma  perché  le  sue  bellezze  ave- 
vano fatta  nella  mia  mente  una  profondissima  impressione,  io 
m'ingegnerò  d'andarle  rispondendo  conforme  a  quanto  me  n'an- 
derà  suggerendo  la  memoria. 

E  per  cominciare  di  qui,  io  mi  ricordo  che  tutta  la  lettera 
è  sparsa  delle  mie  lodi.   Intorno  a  che  debbo  dirvi  che,  se  io 


204  CLAUDIO    ACHILLINI 

altresì  prendessi  a  lodar  voi,  le  lodi  che  io  vi  scrivessi  sareb- 
bono  per  aventura  sospette  di  gratitudine.  E  se  bene  il  me- 
rito vostro  avrebbe  in  ogni  maniera  a  precider  le  radici  di  si 
fatto  concetto,  voglio  nondimeno  astenermi  da  si  fatto  uffizio; 
perché,  quantunque  il  facessi  con  tutte  le  forze  dell'ingegno 
mio,  so  però  che  non  potrei  toccarne  il  segno  e  resterei  pur 
anche  debitore  di  gran  somma  ai  vostri  meriti.  Perché,  se 
bene  io  dicessi  che  le  cose  vostre  non  sono  senza  il  dolce  di 
Livio  e  senza  il  piccante  di  Tacito,  e  che  la  vostra  vena,  e  tosca 
e  latina,  corre  perle  orientali,  che  fanno  tramontar  la  gloria 
d'ogni  altro  scrittore;  e  se  bene  aggiungessi  che  il  vostro  in- 
gegno è  maggiore  delle  maraviglie  che  se  ne  fanno;  direi  cose 
note  e  cose  volgari,  dalle  quali  restarebbe  defraudato  del  suo 
dritto  lo  splendore  del  vostro  nome.  Che  però  torno  a  dire  che 
io  tralascio  questo  uffizio  e  passo  ad  altro. 

Voi  m'essagerate  la  fierezza  del  corrente  castigo;  e  veramente 
la  vostra  penna  è  si  felice  che,  quantunque  siate  assente  dalle 
presenti  miserie,  tuttavolta  più  al  vivo  sapete  rappresentarlemi 
di  quello  che  abbiano  saputo  i  veri  oggetti  agli  occhi  miei 
che  gli  ebbero  presenti.  Imperoché  quell'esser  divenute  le  con- 
trade funestissimi  torrenti,  che  altro  non  corrono  che  feretri; 
quell'esser  fatti  gli  umani  corpi  fucine  di  pestiferi  carboni,  dove 
su  la  instabile  incude  dell'umana  pazienza  si  lavorano  le  sincopi 
e  i  dolori;  quell'essersi  cambiati  tutti  i  deliziosi  suburbi,  già  de- 
dicati al  genio  e  alle  muse,  in  postriboli  delle  parche  e  in  cam- 
pidogli della  morte;  quell'essersi  seminati  tutti  i  campi  della 
Lombardia  più  di  cadaveri  che  di  grani;  e,  per  dirlo  in  una 
parola,  quell'essersi  spopolata  la  faccia  e  popolate  le  viscere 
della  terra;  sono  cose  da  voi  .si  felicemente  descritte,  che  parmi 
d'esser  tornato  a  quelle  miserie  dalle  quali  è  già  libera  la  mia 
città  di  Bologna.  Per  salvezza  della  quale  siami  lecito  il  dirvi 
in  due  parole  che  cosa  ha  fatto  il  cardinale  Spada.  Anzi  che  cosa 
non  ha  egli  fatto?  Questo  Proteo  di  providenza  s' è  trasformato  in 
mille  forme,  s'è  trasferito  in  mille  luoghi,  ha  fatto  assistenza 
a  mille  congregazioni;  direttore  fra  le  famiglie,  dettatore  tra 
medici,  monitore  fra  sacerdoti  ;  ora  intrepido  tra   lazareti,  ora 


CARTEGGIO  205 

invitto  tra  le  sepolture;  non  ha  temuta  fatica,  non  ha  perdonato 
a  vigilia,  non  ha  fuggito  pericolo  per  essere  a  questo  popolo 
e  padre  e  medico  e  sacerdote.  Per  si  generose  diligenze  inti- 
morita la  morte,  hanno  chiusa  la  bocca  i  sepolcri,  e  la  sanità 
s'è  arrischiata  di  ripatriar  con  noi.  Maggiore  assolutamente 
d'ogni  umana  lode,  ma  inferiore  solo  al  suo  sviscerato  affetto, 
è  stato  il  merito  di  questo  signore  in  questi  funesti  affari.  Pre- 
ziose reliquie,  anzi  sacrosanti  oracoli  per  la  salute  della  po- 
sterità saranno  le  sue  regole,  se  dagli  avanzi  miserandi  della 
pestilenza  saranno  raccolte.   Ma  di  lui  ragionaremo  altrove. 

Or  torno  a  voi,  con  dirvi  che  più  tosto  che  deplorare  i  pre- 
senti castighi  dovreste  convertire  il  vostro  angelico  talento  nel- 
l'essagerare  le  abominevoli  corruttele  del  secolo  presente,  che 
poi  non  solo  non  vi  maravigliareste  della  fierezza  di  queste  ca- 
lamità, ma  più  tosto  restareste  attonito  come  tutte  le  piogge  del 
cielo  non  siano  pestilenze  e  come  tutti  i  raggi  del  sole  non 
siano  saette.  Io  qui  non  ragiono  di  Roma,  perché  i  santissimi 
costumi  del  grande  Urbano  hanno  potuto  e  moderare  e  giusti- 
ficar la  corte,  e  quindi  è  che  vive  privilegiata  fra  le  communi 
miserie;  ma  parlo  del  rimanente  del  mondo.  Pare,  signor  Ma- 
scardi, che  nei  petti  umani  a  pena  vi  agonizi  la  fede  e  vi  pal- 
piti la  carità.  L'interesse  trionfa  per  tutto  e,  quello  che  è  peg- 
gio, conduce  incatenato  sul  carro  l'onor  di  Dio.  Le  calunnie 
s'incoronano  e  si  rendono  soggetta  la  povera  innocenza:  fa' 
che  stimolo  d'onor  terreno  leggermente  punga  un  fianco  mor- 
tale, corresi  con  tanto  precipizio  all'impreso  fine,  che  nel 
corso  s'urtano  gli  amici,  si  calpesta  la  fede,  si  gitta  in  terra 
la  verità  e  con  cecità  scatenata  non  si  conosce  Dio.  Ogni  or- 
dine, ogni  congregazione  è  oggimai  si  corrotta,  che  quivi  ad 
ogni  altra  sentenza  prevagliono  sempre  i  consigli  dell'invidia, 
i  pareri  dell'odio  e  le  tiranniche  detratture  dell'interesse  pro- 
prio. A  tre  capi  si  sono  ridotti  tutti  gli  umani  trattati;  avanza- 
menti di  mondane  fortune,  conseguimenti  di  carnali  diletti  e 
adempimenti  di  machinate  vendette.  E  questi  oggetti  occupano 
in  maniera  le  menti  degli  uomini,  come  se  Dio  o  non  ci  fosse  o 
non  intendesse  o  non  punisse. 


2o6  CLAUDIO    ACHILLINI 

Fate  riflesso  col  vostro  elevato  ingegno  sovra  si  fatti  costumi, 
che  poi,  se  vi  contristarete  alla  ingiustizia  del  demerito,  so  certo 
che  restarete  consolato  alla  giustizia  del  castigo  e  benedirete 
quella  divina  mano  che  n'aperse  una  scuola  da  voi  si  felice- 
mente osservata,  nella  quale  si  mira  punita  la  perfidia,  calcata 
la  inumanità,  dissipati  gl'interessi,  còlte  al  laccio  le  calunnie  e 
disonorati  gli  onori  del  mondo. 

Quivi  si  vede  il  perfidissimo  regno  d'Amore  tutto  sconvolto 
in  meritate  tragedie,  perché  quivi  si  mira  mortificato  il  fasto 
d'una  superba  bellezza,  terminato  il  corso  d'una  sfrenata  gio- 
ventù, condannate  agli  orrori  dei  sepolcri  le  glorie  di  Venere,  giu- 
stiziate le  grazie  che  uccidevano  i  cuori,  fioriti  di  carboni  i  bellis- 
simi giardini  di  Cipro.  Quivi  inoltre  ho  veduto  derisi  gli  oracoli 
degl'Ippocrati,  roversciate  le  profondità  dei  Galeni  e  schernite  le 
providenze  dei  Mitridati.  Quivi  finalmente  s'impara  che  non 
hanno  o  le  minère  o  le  selve  o  gli  animali  riparo  che  arresti 
il  corso  alla  giustizia  del  Punitore. 

Fra  tante  perdite  veggio  che  voi  nella  vostra  lettera  deplo- 
rate quella  de'  vostri  amici.  Qui  non  voglio  dirvi  altro  se  non 
che  siete  troppo  modesto,  perché,  chiudendo  in  voi  tante  per- 
fezioni, e  naturali  e  morali  e  teologiche,  voi  solo  siete  a  voi 
stesso  sufficiente  teatro  per  trattenervi  e  per  consolarvi. 

In  un'altra  parte  della  vostra  lettera  voi  dite  che,  quantunque 
siate  più  giovane  di  me,  siete  però  stato  più  di  me  essercitato 
dalla  fortuna.  Dio  sa,  signor  Mascardi,  quanto  a  questa  ultima 
parte  come  sta  il  fatto.  Vero  è  che,  se  vogliamo  trattarla  con- 
forme alla  verità  teologica,  non  v'è  fortuna,  ma  tutta  è  pre- 
videnza di  là  su,  dalla  quale  io  sono  sempre  stato  più  favorito 
che  non  merito.  E  se  bene  io  non  ebbi  in  sorte  di  respirare 
sotto  il  bel  cielo  di  Roma  aure  favorite,  io  so  però  o  che  noi 
meritai  o  l'eterna  sapienza  cosi  giudicò  per  lo  meglio.  Che 
però  non  solo  non  maledissi  quella  mano  che  mi  allontanò  da 
cotesti  coUi,  ma  più  tosto  la  benedissi,  come  mossa  da  quel  Mo- 
tore che  muovendo  non  può  errare;  e  s'ella,  mossa  o  movendo, 
avesse  mancato  all'eterna  regola  (eh'  io  noi  dico),  fu  questa  ancora 
previdenza  permissiva,  alla  quale  m'inchinai  mai  sempre. 


CARTEGGIO  207 

In  un  altro  luogo  della  medesima  lettera,  se  ben  mi  ricordo, 
voi  mi  richiedete  ch'io  vi  scriva  come  io  in  questa  villa  me  la 
passi  nei  presenti  travagli.  Io  vi  rispondo  che  tutta  questa  estate  io 
sono  stato  occupatissimo  intorno  alla  fabrica  d'un  picciol  tempio 
dedicato  a  sant'Apollonia  mia  protettrice,  dalla  quale  e  ho  rice- 
vuto e  spero  favori  e  grazie  particolari  ;  e  fuori  di  questa  occupa- 
zione io  mi  sono  dilettato  degli  orrori  solitari  di  questi  boschi.  Oh 
come  nobilmente  si  conversa  nella  solitudine  e  quanto  s'illustrano 
l'anime  fra  quest'ombre!  O  Dio,  perché  non  ho  parole  baste- 
voli  ad  esprimervi  questa  verità?  Qui,  sollevandosi  l'uomo  in 
Dio,  sente  nel  sollevarsi  cadérsi  d'attorno  tutti  gli  affetti  del 
mondo;  e  sollevato  poi,  contempla  il  vero  tutto  della  vita  celeste, 
e  s'accorge  del  puro  nulla  delle  felicità  terrene.  Quivi  si  con- 
centra lo  spirito  nel  suo  Fattore  e  di  beata  tenerezza  sente 
disfarsi,  né  per  altro  si  disfà  che  per  potere  più  intimamente 
penetrare  in  lui;  e  se  soverchio  è  l'ardire  di  cotanto  inoltrarsi, 
egli  con  la  gloria  il  castiga.  E  in  queste  perdite  estatiche  di  se 
medesimo  trova  lo  spirito  le  vere  caparre  della  sua  salute.  A  si 
stretti  cancelli  ed  a  si  beate  angustie  ridotte  l'anime  nostre,  pren- 
dono in  mano  la  penna  della  fede,  ed  infondendola  nelle  stille 
del  proprio  sfacimento  sottoscrivono  agli  occhi  della  creazione, 
ed  intingendola  nel  sangue  del  Redentore  riconoscono  le  grazie 
della  redenzione,  e  bagnandola  infine  nelle  lagrime  della  propria 
dolcezza  fanno  al  lor  Signore  una  ricevuta  di  quei  saggi  che 
godono  della  futura  glorificazione.  Ma  pei'ché  queste  cose  me- 
glio s'intendono  con  le  mute  sperienze  che  con  le  pompe  delle 
parole,  e  perché  io  so  di  scrivere  ad  uno  che  forse  più  di  me 
le  sperimenta,  io  passo  ad  altro.  E  tratanto  non  vi  paia  strano 
che  in  una  lettera  famigliare  si  leggano  questi  tratti  predicabili  ed 
apostolici,  perché  in  tempo  di  tanta  mortalità,  nel  quale  stanno 
aperte  le  cataratte  del  cielo  e  ne  diluviano  castighi  e  si  veggiono 
spalancate  le  viscciC  della  terra  per  ricever  l'ossa  di  tanti  fulmi- 
nati, opportuna  cosa  è  il  pensare  al  suo  fine  e  '1  convertire  ogni 
occasione  o  di  scrivere  o  di  ragionare  ai  fini  dell'eterno  profitto. 

L'altro  tempo  che  m'è  avanzato  in  queste  selve  ho  dedicato 
alla  Prima  secundae  del  gran  Tomaso;  ed  avendola  diligentemente 


208  CLAUDIO   ACHILLINI 

tutta  revista,  da  quei  principi  architetonici  morali,  ho  illustrati 
più  di  mille  luoghi  della  professione  ch'io  tratto  in  catedra. 
E  senza  questi  lumi  superiori  stimo  risolutamente  che  non  si 
possano  degnamente  interpretar  le  leggi.  Fuori  dell'opere  di 
questo  santo  io  non  ho  meco  altro  libro  che  la  Scrittura  sacra 
e  l'opere  di  san  Girolamo;  onde  mi  scusarete  s'io  non  ho 
potuto  e  se  non  potrò  con  erudizioni  tratte  dai  libri  dell'anti- 
chità fare  un'eco  dovuta  alle  vostre  eruditissime  voci. 

Voi  mi  richiedete  del  mio  senso  intorno  agli  spettri  di  Mi- 
lano e  alla  magica  peste,  portata  dalla  Fama  su  certi  fogli  curiosi 
che  vanno  attorno.  Qui,  o  ragioniamo  del  potere  o  del  fatto. 
Se  del  potere,  chiara  cosa  è,  e  la  teologia  non  ci  lascia  dubi- 
tare, che  il  demonio  può  naturalmente  queste  e  cose  maggiori, 
purché  Dio  non  gli  sottragga  il  potere:  intendo  però,  s'egli 
essercitarà  le  sue  forze  naturali  dentro  alla  latitudine  del  moto 
locale,  trasportando  ed  applicando  gli  agenti  alle  materie.  Perché, 
se  noi  credessimo  che  nei  predicamenti  della  qualità,  della  quan- 
tità o  della  sostanza  egli  potesse  immediatamente  produrre  si 
fatti  termini,   noi,   s'io  non  m'inganno,   faressimo  errore. 

Se  ragioniamo  del  fatto,  certo  che,  per  le  continue  relazioni 
che  vengono  di  Milano,  anche  quest'ultimo  spaccio  io  molto  age- 
volmente m'induco  a  crederlo;  ma  non  già  credo  quelle  favo- 
lose circostanze  che  questa  estate  andavano  attorno,  le  inveri- 
similitudini  delle  quali  erano  troppo  note  a  chi  leggeva  quei 
fogli.  E  che  altre  volte  siano  avvenute  si  fatte  pestilenze  o  col 
concorso  del  demonio  o  con  l'arte  ignuda  degli  uomini,  oltre  le 
nobilissime  auttorità  addotte  da  voi,  io  mi  rimetto  ad  un  certo 
trattatello  manuscritto,  che  va  attorno,  il  cui  titolo  è  De  peste  ma- 
?iufacla,  nel  quale  sono  registrate  molt' altre  auttorità  di  simil 
fatto.  Ma  quello  che  mi  confonde  l'ingegno  si  è  come  si  trovino 
uomini  di  barbarie  tanto  inumana  che  co.spirino  coi  diavoli  alla 
destruzione  di  tutta  la  propria   spezie. 

Io  qui  impazzirei  col  pensarvi;  e  però  vengo  ad  un'altra  non 
meno  curiosa  meraviglia,  e  chieggio  a  voi:  che  cosa  è  egli  mai 
questo  fomite  o  seminario  pestifero  che  resta  impresso  ne'  panni, 
e  con  fecondità  cosi  tragica  fruttifica  la  morte  delle  famiglie  e  de' 


CARTEGGIO  2O9 

popoli  intieri?  È  egli  accidente  o  sostanza?  Se  accidente,  o  è 
trasportato  o  è  prodotto.  Al  primo  modo  repugna  la  filosofia,  la 
quale  non  ammette  il  passaggio  degli  accidenti  da  un  soggetto 
all'altro.  Al  secondo  pare  che  ripugni  il  non  potersi  intendere 
con  quale  energia  possa  l'appestato  tradurre  dalle  radici  o  dalle 
potenze  de'  panni  agli  atti  una  si  fatta  qualità,  oltre  che  non 
sarebbe  agevol  cosa  l'assegnare  in  qual  spezie  di  qualità  do- 
vesse riporsi.  Se  è  sostanza,  come  vogliono  tutti  gli  antichi,  e 
g^eci  e  latini,  o  è  semplice  o  è  composta.  Se  semplice,  o  ella 
è  aerea;  e  perché  in  brieve  tempo  non  vola  alla  sua  sfera,  libe- 
randone i  panni?  o  è  acquea;  e  perché  o  non  bagna  o  non  è 
dall'ambiente,  tante  volte  accidentalmente  secco,  disseccata  e 
consumata?  o  è  ignea;  e  perché  non  abbruggia?  o  è  terrea;  e 
perché  o  non  si  vede  o  col  tatto  non  si  sente?  Se  è  sostanza 
composta,  torno  a  dire  che  dovrebbe  o  con  l'occhio  o  col  tatto 
discernersi;  eppure  egli  è  verissimo  che  un  panno  bianco,  mon- 
dissimo agli  occhi  nostri,  ucciderebbe  una  città  intiera.  In  questa 
confusione  di  pensieri  io  mi  risolvo  con  dire  che  la  peste  è  un 
flagello  ineffabile  agitato  dalla  mano  di  Dio,  e  ch'allora  cessa  il 
castigo  quando  Dio  leva  mano  dal  flagellarci. 

Ma  perché  la  lunghezza  di  questa  risposta  non  abbia  a  ca- 
gionarvi tedio,  fo  fine;  aggiungendo  solo  che,  se  voi  pensaste 
che  la  perdita  che  avete  fatta  di  tanti  amici  potesse  con  la  de- 
bolezza delle  mie  forze  ristorarvisi,  eccomi  a  rinovarvi  quella 
professione  di  amicizia  che  altre  volte  io  vi  feci  in  Ferrara,  in 
Roma,  in  Bologna,  in  Venezia,  in  Milano  e  altrove.  Intanto  vi- 
vete lieto  e  con  la  vostra  penna  mantenete  le  stampe  nel  pos- 
sesso di  quegli  onori  che  tutto  il  giorno  ricevono  dalle  cose 
vostre,  e  con  la  vostra  lingua  tenete  in  vita  le  glorie  di  cotesta 
nobilissima  catedra;  e  con  la  penna  e  con  la  lingua  insieme 
conservate,  come  finora  avete  fatto,  le  bellezze  alle  belle  lettere, 
anzi  conservate  alle  lettere  umane  la  divinità  del  vostro  ingegno. 

E  pregandovi  a  riverir  a  mio  nome  un  ecclesiastico  eroe 
che  si  trova  in  Roma,  dico  monsignor  de'  Massimi,  idea  de' 
prelati  ed  auttore  della  nobilissima  lega  che  hanno  fatta  in  lui 
la  Prudenza,  la  Magnanimità  e  la  Religione,  e  a    salutarmi   il 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  - 11.  14 


2IO  CLAUDIO    ACHILLINI 

signor  Ghino  Ghini,  splendore  de'  letterati  e  norma  degli  uomini 
da  bene,  vi  bacio  carissimamente  ed  affettuosissimamente  le 
mani. 

Dal  Sasso,  villa  del   Bolognese,  1630. 

cxxx 
A  MONSIGNOR  Fabio  Chigi,  vicelegato  di  Ferrara 

Complimenti, 
[gennaio  1631]. 

CXXXI 
Di  monsignor  Fabio  Chigi 
Risposta  alla  lettera  precedente. 
Ferrara,  27  gennaro  1631. 

CXXXII 

Del  cardinale  Spada 

Manifesta  all'Achillini  tutto  il  suo  affetto. 
Di  villa  Spada,  22  luglio  163 1. 

CXXXIII 
Del  principe  don  Lorenzo  de'  Medici 
Attende  con  desiderio  le  Rime. 
Di  Firenze,  a  25  di  agosto  1631. 

CXXXIV 

Del  cardinal  Antonio  Barberini 

Ringraziamenti. 
Di  Fossombrone,  li  8  settembre  163 1. 


CARTEGGIO  211 

cxxxv 

Al  signor  Paoli 

Ne  loda  un  idillio. 

Signor  Paoli  dolcissimo,  ho  veduto  il  vostro  bellissimo  idilio 
sovra  i  bagni  della  nostra  ninfa;  e  posso  dire  d'essere  stato  ai 
bagni  del  nostro  Elicona  per  medicare  il  dolore  della  mia  longa 
assenza  da  voi.  Ma  per  vita  vostra,  che  è  cotesta  furia  di  pa- 
radiso che  si  fortemente  vi  tormenta?  anzi  che  bianca  e  che 
vana  calce  porta  ella  nel  seno,  poiché,  posta  nell'acqua,  apre  con 
tant' impeto  i  propri  ardori  ai  vostri  danni?  L'acque  sono  pur 
i  rimedi  contra  gl'incendi;  e  voi  dalla  vostra  sorte  siete  con- 
dotto a  sentir  più  fieri  i  mali  dentro  alle  medicine!  La  magia 
d'amore  ha  trasformato  lo  spirito  vostro  in  una  farfalla  mo- 
struosa ed  inaudita,  poiché  per  aver  a  incenerire  va  volando  d'in- 
torno all'onde.  E  nessuna  penna  fuori  della  vostra  potea  si  fe- 
licemente e  si  gloriosamente  spiegare  cotesto  accidente;  poiché, 
circondando  quell'umido  i  vostri  ardori,  l'antiperistasi  v'ha  fatto 
esprimere  questo  fulmine  di  poesia  che  trafìgge  di  maraviglia. 
Me  ne  rallegro  con  voi,  ma  più  mi  rallegro  che  le  vostre  lodi 
fioriscano  in  bocca  al  signor  Cristofaro  Cenci.  In  giardino  più 
odorato  e  più  adorato  non  potrebbono  far  mostra,  di  chi  se  sia: 
il  caldo  dell'amor  che  vi  porta  e  i  vivi  nutrimenti  del  vostro 
gran  valore  il  fecondano  a  maraviglia.  Signor  Paoli,  vogliatemi 
bene  al  solito,  né  lasciate  questa  gloria  al  tempo:  che  possa 
mortificare  quel  gentile  affetto  che  sempre  mi  avete  portato. 
Di  Bologna,  li  17  settembre  1631. 

CXXXVI 
A    MONSIGNOR    de'  MASSIMI 

Dedica  della  canzone  «  nella  quale  va  deplorando  la  poca  sorte  de'  poeti 
nella  corte  de'  prencipi,  e  con  destra  occasione  loda  quasi  tutti  i  pren- 
cipi  della  cristianità». 

[Di  Bologna  o  di  Parma,  tra  il  1629  e  il  1632]. 


212  CLAUDIO    ACHILLINI 

CXXXVII 

Di  Giovanni  Francesco  Busenelli 
Invia  un'ode  laudativa. 

Mando  questa  ode  a  baciare  il  lembo  delle  vostre  muse  e 
a  dirvi  che  il  nostro  secolo  è  in  procinto  di  farsi  idolatra  alla 
vostra  immortale  virtù.  Io  vi  riverisco  con  una  devozione  che 
mi  mette  in  obligo  di  credervi  collocato  sopra  l'umanità;  e  non 
vi  fabrico  altari,  perché  la  vostra  modestia  me  lo  impedisce. 
Ho  più  ambizione  di  una  vostra  risposta  che  volontà  di  star 
vivo.  Però  doverete  rubbar  a'  vostri  aflfari  più  gravi  un'ora  e 
beatificare  le  mie  speranze.  Altra  volta  vi  scrissi  e  fui  onorato 
di  una  vostra  lettera,  che  conservo  nel  ripostiglio  delle  cose 
più  preziose. 

[verso  il  1632?]. 

Achillin,  volan  gli  anni  e  '1  tempo  avaro, 
oh'  è  de  le  glorie  umane  abisso  e  notte, 
assorbe  i  nomi  e  le  memorie  ingiotte, 
e  spegne  a  un  soffio  ogni  splendor  più  chiaro. 

Il  balsamo  a  le  membra  essanimate 
prometter  suole  un  favoloso  sempre; 
ma  gli  aròmati  alfin  son  vane  tempre, 
che  vanno  in  polve  ancor  l'ossa  gelate. 

Scalpello  industre  e  sovrafin  disegno 
umana  i  sassi  e  palpitar  fa  i  marmi; 
ma  tutto  invan,  perché  del  tempo  l'armi 
a  le  memorie  altrui  tolgono  il  regno. 

D'ingegno  peregrin  l'opre  e  le  carte, 
indocili  al  morir,  con  forti  essempi 
vagliono  sole  a  contrastar  coi  tempi 
e  mercan  da  le  stelle  un  cielo  a  parte. 


CARTEGGIO  213 

Però  tu,  che  si  dotto  e  si  sublime 
a  l'eterne  sirene  insegni  i  canti 
e  a  l'armonia  degli  organi  stellanti 
dai  silenzio  e  stupor  con  le  tue  rime, 

di  gloria  indivisibile  consorte, 
con  l'orme  del  tuo  pie  stampando  luce; 
tu,  di  te  stesso  e  tramontana  e  duce, 
varchi  là  su,  dove  non  giunge  Morte. 

La  tua  man  si  famosa  a'  tempi  nostri 
dovea  tra  l'alte  menti  trattenersi 
a  trattar  cieli  e  non  componer  versi, 
e  volger  stelle  e  non  stillar  inchiostri. 

I  numeri  canori,  i  metri  ornati, 
le  melodie  dei  lirici  concenti, 
quasi  sotto  alto  ciel  bassi  elementi, 
sotto  a  la  penna  tua  stanno  prostrati. 

E  le  muse  celesti  ed  immortali 
sono  entropie  al  sol  del  tuo  pensiero, 
e,  innamorate  del  tuo  merto  vero, 
son  le  lodi  e  le  glorie  alte  rivali. 

Incognito  son  io;  ma  pur  vorrei 
scoprirmi  a  la  tua  luce  e  farmi  illustre; 
e  salendo  al  tuo  ciel,  vapore  industre, 
tento  far  d'oro  i  precipizi  miei. 

Scrivi,  Achillin,  ne  la  tabella  altera 
di  tua  memoria  il  nome  mio  perduto, 
ch'uscirà  dal  sepolcro  ov'è  caduto, 
e  l'alba  mia  non  vedrà  mai  più  sera. 

Un  atomo  divoto  e  riverente 
entro  a  la  sfera  tua  loco  ritrovi, 
o  tante  in  me  delle  tue  grazie  piovi 
ch'io  vaglia  a  uscir  dal  cupo  orror  del  niente. 


214  CLAUDIO    ACHILLINI 

Sarà  gloria  al  tuo  nome  e  a  l'opre  grido 
vestir  di  raggi  un'ombra  e  col  tuo  lume 
crear  splendori  in  tenebrose  piume 
ed  ingemmar  d'augel  palustre  il  nido. 

Il  tuo  Pindo  divin  mandi  a  tutt'ore 
con  liberal  virtù  fiori  beati, 
e  i  versi  tuoi,  d'eternitade  armati, 
sforzino  a  idolatrarti  il  mio  stupore. 


CXXXVIII 
A  GiovAN  Francesco  Busenelli 

Risposta  alla  lettera  precedente. 

Le  cortesi  ed  ingegnose  idolatrie,  onde  V.  S.  troppo  gen- 
tilmente m'onora  nell'oda  e  nella  lettera,  m'obligano  in  un 
punto  a  lodarne  l'affetto,  ad  accusarne  la  religione  e  a  ma- 
ravigliarmi dell'ingegno.  L'affetto  non  potrebb'essere  più  cor- 
diale verso  un  uomo  che  non  ebbe  mai  fortuna  di  servirla;  la 
religione  non  potrebb'esser  più  superstiziosa  in  onor  d'un'anima 
piena  di  mille  imperfezioni,  com'è  la  mia;  l'ingegno  non  po- 
trebb'esser né  più  peregrino  né  più  prodigioso  in  questo  secolo. 
Che  però  in  un  gran  personaggio  ha  svegliati  serenissimi  stu- 
pori. Ma  pertanto  io  riservo  la  risposta  a  quest'estate,  quando, 
libero  dalle  occupazioni  del  mondo,  colà  tra  gli  orrori  illustri 
d'una  mia  selva  m'ingegno,  per  quanto  può  mai  la  debolezza 
mia,  di  popular  di  glorie  quella  solitudine  e  di  render  famosi 
quei  silenzi.  Ora  a  tanti  favori,  eh'  Ella  mi  fa,  vengo  incontro 
con  un  torrente  di  grazie  che  inondi  tutti  quei  sensi  ch'Ella 
porta  della  mia  mediocrità.  E  intanto  con  parzialissimo  affetto 
le  bacio  le  mani. 

[poco  posteriore  alla  precedente  lettera]. 


CARTEGGIO  215 

CXXXIX 

Di  Giovan  Francesco  Loredano 
Aiuterà  in  tutti  i  modi  il  signor  Galvano,  raccomandato  dall' Achillini. 

Venezia  [verso  il  1632?]. 

CXL 

Al  serenissimo  Odoardo  Farnese,  duca  di  Parma 

Dedica  delle  Rime. 

Di  Bologna,  li  15  maggio  1632. 

CXLI 

Di  Giacomo  Accarisio 

Invia  la  prima  parte  à^Vi!  Istoria  di  Fiandra  del  cardinal  Bentivoglio. 

Averà  V.  S.  con  questo  ordinario  la  prima  parte  ^<s\V  Isto- 
ria di  Fiandra  scritta  dal  signor  cardinal  Bentivogli,  appresso 
la  cui  Eminenza  io  mi  ritrovo  adesso  segretario  delle  lettere 
latine.  Perché  questo  signore  fa  gran  stima  dell'ammirabile 
sapere  e  ingegno  di  V.  S.,  stimando  lei  sola  per  teatro  mag- 
giore di  quello  che  siano  tutti  gli  ingegni  di  Roma,  perciò  at- 
tende con  grande  ansietà  il  suo  giudicio  intorno  alla  fatica  fatta. 

Due  giorni  sono  il  signor  cardinal  Gessi  mandò  a  Sua 
Eminenza  le  Rime  di  V.  S.  Già  le  ha  lette  tre  volte  tutte,  e 
non  si  sazia  di  lodare  i  concetti,  le  forme,  la  peregrinità  di  dire; 
e  insomma  giudica  che  queste  poesie  siano  parto  d'ingegno 
versato  profondamente  in  ogni  sorte  di  scienza  grave  e  che  sia 
nato  per  essere  un  prodigio  al  mondo. 

Il  signor  procurator   Calvi   ha   il  libro  del  signor  cardinale 
con  una  mia  lettera  inviato  a  V.  S. 
[Roma,   1632]. 


2l6  CLAUDIO    ACHILLINI 

CXLII 

A  Giacomo  Accarisio 
Risponde  alla  precedente  lettera,  e  attende  V Istoria  del  Bentivoglio. 

Io  sono  troppo  favorito  del  dono  del  libro  che  m'  ha  desti- 
nato il  signor  cardinale,  e  che  da  me  con  molta  impazienza  si 
sta  aspettando,  per  esser  velocemente  corso  in  quel  punto  che 
mi  giongerà. 

Ma  io  m' ingannare  se  penserò  di  corrersi  preziose  fatiche, 
perché  i  sentieri  seminati  di  perle  non  ammettono  il  corso,  mas- 
sime di  chi  desidera  di  farsene  monile,  come  io  di  tutte  le  gemme 
di  Sua  Eminenza  m'ingegno  d'incoronar  la  memoria,  e  lodan- 
dole m'affatico  per  farne  tesoro  alla  mia  riputazione.  Rendo 
molte  grazie  a  V.  S.  dell'aviso  che  me  ne  dà;  e  pregandola 
a  riverire  profondamente  in  mio  nome  il  signor  cardinale,  cara- 
mente le  bacio  le  mani. 
I1632]. 

CXLIII 

Al  medesimo 
Lodi  dell'  Istoria  del  Bentivoglio. 

Ho  ricevuto  il  libro  e,  senza  spiccar  gli  occhi  dai  fogli,  ho 
letta  tutta  l'aggiunta.  Insomma  il  signor  cardinale  è  sempre  si- 
mile a  se  stesso,  perché  altri  che  egli  stesso  in  si  fatte  prove 
non  gli  sta  a  fronte.  O  Dio!  che  consolazione  ho  avuto,  quando 
nel  decimo  libro  ho  veduto  la  comparsa  in  Fiandra  del  prin- 
cipe di  Parma  con  quel  nobile  elogio  di  che  Sua  Eminenza  l'ha 
onorato.  So  che  il  signor  duca  ne  professerà  molt'obligo  alla 
sua  penna,  che  apunto  ho  segnato  i  luoghi  per  mostrargli  al- 
l'Altezza Sua  quando  tornerà  di  Piacenza.  Quanto  disgusto 
all'incontro  ho  sentito  nel  finir  si  presto  una  si  cara  lezzione ! 


CARTEGGIO  217 

Giuro  a  V.  S.  che  in  un  punto  mi  è  caduta  la  lettura  dagli  occhi, 
la  consolazione  dal  cuore,  il  libro  dalle  mani,  perché,  invogliato 
dei  progressi  di  don  Giovanni,  ho  veduto  mancarmi  la  speranza 
nel  più  bello.  Io  per  me  credo  che  la  republica  degli  amanti  delle 
istorie,  se  pensasse  di  colpire,  spedirebbe  ambasciatori  al  signor 
cardinale  perché  continuasse  il  filo  di  si  care  e  di  si  belle 
fatiche;  fatiche  portate  con  tanta  nobiltà,  che  da  loro  si  scorge 
la  nobiltà  del  sangue  di  chi  le  compone.  Volesse  Dio  che  un 
giorno  si  rinovasse  quel  Pio  secondo,  che  alla  chiarezza  de'  na- 
tali congiunse  anch'egh  la  chiarezza  di  quell'aureo  stile.  A  fé, 
che  verrei  volando  a  Roma  per  baciar  non  men  quel  piede  che 
quella  mano  che  opera  si  eloquenti  miracoli.  Ed  a  V.  S.  bacio 
le  mani. 

[1632]. 

CXLIV 
Al  medesimo 

Intorno  allo  stesso   argomento. 

Torno  in  questo  punto  dai  colli  deliziosi  del  Sasso,  dove 
quelle  bellissime  viste  mi  baciano  gli  occhi  di  loro  innamorati. 
Ma,  subito  giunto,  una  più  cara  vista  m'ha  baciate  le  pupille 
dell'anima,  e  questa  è  stata  la  nobile  e  non  più  veduta  chia- 
rezza con  che  il  cardinal  Bentivogli  ha  spiegate  le  storie  di 
Fiandra.  Queste  ho  io  nello  stesso  articolo  del  mio  ritorno  di- 
vorate per  un'ora  con  occhi  avidissimi  di  cibo  si  peregrino. 
O  Dio,  che  verità  senza  fuoco,  che  maestà  senza  latiboli,  che 
raggi  senza  nuvole,  che  gemme  legate  in  gemma!  Qui  la  storia, 
quasi  stolata  matrona,  senza  quel  liscio  e  senza  quella  prodiga- 
lità di  lumi  che  abbagliano  il  vero  delle  sue  bellezze,  sì  fa  sin- 
ceramente e  gloriosamente  vedere.  Io  con  beata  schiettezza  dico 
a  V.  S.  che  non  ho  parole  bastevoli  all'espressione  di  quei 
concetti,  che  si  altamente  ho  formati  della  gran  penna  di  si  gran 
scrittore,  il  quale  per  rompere  i  confini  del  tempo  non  ha 
bisogno  che  le  mie  lodi   gli  servano  di  passaporto  all'eternità; 


2l8  CLAUDIO    ACHILLINI 

perché  a  tutti  ormai  è  noto  che  la  sua  penna  è  penna  di  fenice, 
e  che  altro  tragitto  ne'  suoi  voli  ella  non  fa  che  spiccargliela 
dall'ingegno,  volar  su  le  carte,  e  quindi  passarsene  all'ali  della 
sua  fama  per  arricchirne  i  tratti  verso  l' immortalità.  Ma  questi 
sono  bassi  concetti  e  poco  proporzionati  all'eminenza  dell'autore. 

Il  candore  con  che  egli  scrive  è  candore  angelico,  e  per  me 
giurarei  che,  se  gli  angioli  fossero  capaci  di  umana  favella,  in 
altre  guise  non  ragionarebbono. 

Il  signor  cardinale,  per  Dio,  ha  glorificato  questo  secolo  ed 
ha  dannato  all'oblivione  la  memoria  de'  passati.  E  direi  solo 
solo  che  tanta  eminenza  pregiudica  alla  storia,  perché  le  mera- 
viglie dello  stile,  sovrafacendo  gl'ingegni,  non  lasciano  in  un 
certo  modo  meditar  i  punti  delle  cose  narrate;  se  non  fosse 
che  in  abito  di  si  fatto  impedimento  si  fa  più  bella  e  più  gloriosa 
vedere  la  gloria  di  questi  componimenti. 

Rendo  al  signor  cardinale  umilissime  grazie  del  favore  che 
ne  ho  ricevuto.  Rinnovo  alla  memoria  di  Sua  Eminenza  l'umi- 
lissima ed  antica  servitù,  principiata  fin  dal  tempo  di  quel  grande 
averoista  Alessandro  Achillini,  fratello  di  mio  avo,  che  indirizzò 
tutte  le  opere  sue  al  nome  di  Giovanni  Bentivogli.  Ed  a  V.  S. 
caramente  bacio  le  mani. 
5  agosto   1632. 


CXLV 
Del  cardinal  Guido  Bentivoglio 

Ringrazia  il  poeta  d'avergli  fatto  conoscere  cosi  compito  gentiluomo 
come  il  signor  Vincenzo  Bignami.  Indi  soggiunge: 

Della  mia  Istoria  V.  S.  si  mostra  troppo  parziale,  e  non  so 
com'Ella  possa  farlo  o  io  crederlo,  essendo  Ella  assuefatta  alle 
perfezioni  di  quella  del  padre  Famiano.  Come  se  sia,  stimo 
sommamente  le  lodi  che  mi  vengon  da  lei,  e  son  meritate 
almeno  dal  mio  singolare  affetto  verso  la  sua  persona. 
Di  Roma,  li  8  di  settembre  1632. 


CARTEGGIO  219 

CXLVI 

A   MONSIGNOR    ClAMPOLI 

Lo  conforta  pel  suo  allontanamento  dalla  corte  romana. 

Per  servire  alla  lettera  di  V.  S.  ho  con  molta  caldezza 
raccomandato  a  monsignor  di  Piacenza  il  signor  Romolo,  che 
me  l'ha  resa.  Del  resto  poi  la  solitudine  di  lei  è  famosa, 
perché  sta  popolata  dalle  grazie  del  suo  proprio  ingegno  e  dalle 
maraviglie  de'  suoi  discorsi.  Che  però  Ella  dee  restar  molto 
consolata  in  cotesta  sua  lontananza  dalla  corte,  perché,  dovunque 
Ella  si  ferma,  sta  Ella  coronata  d'un  coro  di  glorie  più  belle  di' 
quelle  che  può  dar  la  romana  fortuna.  Dio  rade  volte  congiunse 
insieme  fortuna  e  sapere;  e  colui  a  chi  tocca  questo  secondo 
è  sacrilego  se  se  ne  lamenta,  perché  porta  seco  piaceri  e  conso- 
lazioni più  care  delle  porpore  e  più  preziose  de'  tesori,  e  quanto 
più  egli  è  maltrattato  dalla  fortuna  tanto  più  vive  caparre  ha 
seco  della  futura  beatitudine.  Che,  a  dirne  il  vero,  monsignore, 
questi  in  grembo  de'  quali  traboccano  le  venture  a  torrenti  non 
so  con  quale  spirito  spicchino  lo  spirito  da  questa  terra,  né  so 
quale  speranza  gli  lusinghi  di  posseder  due  paradisi.  Per  com- 
prare i  possessi  di  quel  celeste,  bisogna  portar  colà  su  prezzo 
di  lacrime,  di  persecuzioni,  di  travagli  e  di  stenti.  Ma  a  chi 
scrivo  io  queste  cose?  A  monsignor  Ciampoli,  che  sa  nobili- 
tarle con  le  parole,  significarle  coi  pensieri  e  pratticarle  coi 
costumi.  Scusimi  V.  S.  che,  come  io  fui  sempre  a  parte  di 
tutti  gli  accidenti  suoi  con  un  tenerissimo  e  divotissimo  affetto, 
cosi,  avendo  fatta  intorno  a  loro  più  d'una  volta  la  dovuta 
riflessione,  non  ho  potuto  con  la  bella  occasione  della  sua 
lettera  passarmela  senza  questi  due  svisceratissimi  tocchi.  V.  S. 
mi  conservi  la  sua  grazia,  che  io  con  parzialissimo  spirito  la 
riverisco. 

[1632Ì. 


220  CLAUDIO    ACHILLINI 

CXLVII 

Al  cavaliere  fra  Ottavio  Piccolomini  d'Aragona 

Nel  congratularsi  con  lui  per  la  vittoria  di  Liitzen, 
lo  invita  a  conquistare  Gerusalemme. 

Gli  avvisi  della  memoranda  battaglia  di  Liitzen  sparsi  per 
tutta  Italia,  vengano  pure  da  qual  parte  si  voglia,  tutti  paiono 
panegirici  tessuti  e  consagrati  al  vostro  nome;  anzi  all'aprir  di 
quei  fogli  pare  che  s'aprano  le  cataratte  della  gloria  militare  a 
profonder  diluvi  di  raggi  su  la  vostra  spada.  Perché  tutti  ascri- 
vono al  vostro  braccio  la  salvezza  dell'  imperio,  i  respiri  di  Ce- 
sare, il  terrore  del  Settentrione,  l'allegrezza  della  Chiesa,  il 
terrore  di  Gustavo.  Parti  questi  dall'Aquilone,  entrò  nella  Ger- 
mania e,  quasi  fulmine  di  Marte,  in  un  giro  d'occhi  sfrondò  gli 
allori  di  Cesare,  atterrò  l'eminenza  di  quelle  palme,  disoccupò 
le  sedi  a'  prencipi  confederati.  La  sua  destra  non  impugnò  la 
spada  che  non  la  mutasse  in  scettro,  la  sua  chioma  non  vesti 
l'elmetto  che  noi  cambiasse  in  corona,  il  suo  piede  non  punse 
il  cavallo  che  noi  drizzasse  al  Campidoglio.  L'imperio,  ferito 
ne' precordi,  si  riducea  agli  ultimi  palpitamenti,  l'Italia  pen- 
sava a'  propri  casi,  Roma  impallidiva,  l'Occidente  tremava, 
l'indiche  vene  correano  indarno  a  tanto  incendio,  l'Oriente 
stupiva,  la  religione  temeva.  Quando  eccolo  in  un  momento 
cadere  a'  vostri  piedi,  irrigar  col  suo  sangue  le  strade  a'  vostri 
germanici  trionfi,  e  tutto  finalmente  il  cumulo  delle  sue  glorie 
disciogliersi  nello  spirito  de'  vostri  applausi. 

Felice  voi,  che  il  vostro  invitto  valore  vien  testificato  dalle 
lingue  de'  nemici,  predicato  dalle  bocche  delle  vostre  ferite,  va- 
gheggiato dal  sole,  aperto  e  celebrato  dallo  stupor  di  tutto  il 
mondo.  Voi  avete  posta  la  penna  in  mano  a  cento  istorici, 
perché  dei  vostri  colpi  restino  attoniti  e  gloriosi  i  loro  annali  ; 
anzi  tutti  i  secoli  si  sono  interessati  in  cotesta  azzione,  perché 
i  passati  s'oscurano,  il  presente  trionfa,  i  venturi  s'impegnano 
per  mille  ragioni  a  benedirvi.  E  chi  finora  non  vi  celebrò, 
chiude  al  presente  il  periodo  del  suo  silenzio  col  punto  della 
meraviglia.    Per  voi  resta  glorificata    l'ineffabile   prudenza  del 


CARTEGGIO  221 

grande  Alberto  duca  di  Michelburg,  per  aver  egli  scelta  la  vostra 
spada  alle  formidabili  glorie  di  si  perigliosa  impresa.  Or  mirate 
a  terra,  e  vedrete  e  caduta  e  trafitta  l'invidia  spirare  ossequi 
e  palpitare  adorazioni  alla  vostra  destra. 

A  voi,  famoso  Ottavio,  l'eternità  costa  solo  una  giornata. 
Benedite  pure  quell'oriente  che  ve  l'aperse  e  quell'occidente 
che  ve  la  chiuse,  poiché  nel  brieve  spazio  di  quel  tempo  i  ta- 
lenti del  vostro  ferro  spesi  in  una  gotica  corona  hanno  potuto 
costituire  una  condegna  dote  all'immortalità  del  vostro  nome. 
Seguite  pure  gì' intrapresi  calli  delle  vostre  militari  prodezze, 
che  già  gl'incensi  de'  poeti  fumano  serenità  per  voi,  e  quei 
fumi  sono  i  veri  seguaci  di  quei  fulmini  gloriosi  che  s'aventano 
dal  vostro  braccio  contra  le  turme  ostili. 

Voi  per  particolar  providenza  del  cielo  portate  cinque  lune 
falcate  per  insegna.  Egli  era,  credo  io,  fatale  che  dentro  a  co- 
teste  mezelune  Cesare  si  fortificasse  e  ne  restasse  difeso;  e 
quinci  ha  mutato  l'aquila  costume,  che  se  prima  ella  era  l'augel 
del  sole,  ora  con  sicurezza  maggiore  si  volge  alle  vostre  lune. 
Gloriose  lune,  che,  correndo  l'ellitica  della  gloria,  hanno  mera- 
vigliosamente potuto  ecclissare  il  più  bel   lume  dell'Aquilone! 

Volgete,  o  grande  Ottavio,  i  marziali  e  magnanimi  gesti  al- 
l'acquisto del  sospirato  colle  di  Sion;  che  per  mieter  l'Oriente 
le  vostre  lune  v'apprestano  le  falci,  e  intanto  il  cielo  va  ma- 
turando quella  messe  alla  vostra  mano.  Già  parmi  di  vedere 
ch'ai  vostro  apparire  l'ottomana  luna  e  tramonti  e  si  renda 
captiva  al  pie  del  Calvario;  e  già  le  lune,  che  nella  vostra  insegna 
stanno  prigioniere  della  croce,  mostrano  de'  miei  presagi  no- 
bilissimi argomenti. 

Dietro  ai  carri  degli  antichi  trionfi  s'ammetteano  le  maledi- 
cenze,  perché  con  saggio  avviso  temprassero  il  bollor  degli 
applausi.  S'ammetterà  benanche  nel  Campidoglio  de'  vostri 
onori  la  lode  imperfetta  che  io  nel  qui  congiunto  sonetto  ho 
risoluto  d'inviarvi  (').  E  con  attonita  riverenza  vi  bacio  le  mani. 

Di  Parma,  li  6  febraro  1633. 


(1)  I  sonetti  sono  due:  «  Vanne  a  mieter  Scria,  vanne  veloce  »,  «  Quella  mano 
che  sostentò  l'impero  ».  [Ed.] 


222  CLAUDIO    ACHILLINI 

CXLVIII 

Ad  dominum  de  Piezesk,  consiliarium  regis  christianissimi 

Ha  edificata  nella  sua  villa  del  Sasso  presso  Bologna  una  torre,  e  do- 
manda il  permesso  al  cardinale  di  Richelieu  di  apporvi  la  seguente 
iscrizione:  «  lohannis  Armandi  magni  cardinalis  de  Richelieu  monar- 
chicam  pr avide ntiam,  cui  brevis  est  Tnundus,  haec  turris  aeiernum 
testator.   Claudius  Achillinus  posuit  i> . 

Bononiae,  tertio  kalendas  septembries  1633. 

CXLIX 
Ad  Michaelem  Buderium  [Budery] 

Della  morte  di  un  illustre  «  magnate  »  di  Francia, 
ricordata  in  un  nobile  epigramma  d'un  poeta  francese. 

[stessa  data  della  precedente]. 
CL 

Di  Morello  de' Riccardi,  d'Ortona 

Invia  un  sonetto  elogiativo. 
Pesaro,  li  12  ottobre  1633. 

GLI 

A  monsignor  Furieti,  già  vicelegato  di  Bologna 

Rimpianto  per  la  partenza  dell'amico. 

Ho  ricevuto  la  lettera  di  V.  S.  illustrissima  sui  colli  del 
Sasso,  su  questi  colli  dove  la  natura  quasi  sovra  pomposa  scena 
rappresenta  con  si  viva  eloquenza  le  parti  del  diletto,  E  le  giuro 
che  nello  stesso  punto  con  un  tenero  sospiro  m'è  venuto  in 
mente  che,  se  queste  bellissime  vedute  con  tanto  vantaggio  delle 
loro  glorie  furono  favorite  dalla  presenza  di  lei,  se  queste  viti 
si  preggiarono  di  svenarsi  in  nettare  per  suo  gusto,  se  questi 
venticelli  ebbero  per  pompa  de'  loro  voli  il  portar  d'intorno  il 


CARTEGGIO  223 

SUO  nome,  se  queste  soggiacenti  pianure  offersero  tanto  volontieri 
agli  occhi  suoi  lo  spettacolo  fuggitivo  della  caccia,  se  questo 
mio  viale  con  archi  frondosi  e  con  ombre  illustri  ebbe  una  viva 
ambizione  di  render  quasi  trionfale  il  di  lei  viaggio  al  tempio, 
se  questi  abitatori  corsero  quasi  a  torrenti  per  participar  le  sue 
grazie;  ora  tutti  concordemente  invidiano  si  fatti  favori  alle  rive 
del  Sebeto.  Rive  che,  con  offrire  incomparabili  tesori  alla  vita 
di  V.  S.,  saranno  purtroppo  contra  di  noi  le  rive  di  Lete;  perché 
la  gelosia  del  nostro  cuore  ci  dice  ch'Ella  si  scordarà  di  queste 
povere  ville,  se  bene  questi  cuori  e  queste  piante  non  si  scor- 
darà nno  mai  di  lei  :  i  cuori  scolpiti  di  mille  grazie,  le  piante 
incise  con  mille  tagli,  che,  troncando  loro  le  scorze,  continuano 
la  memoria  di  monsignor  Furieti. 

Questo  anno  poi,  per  passare  ad  altro,  ho  trovato  nelle  mie 
cantine  vini  che,  per  Dio,  non  invidiano  le  grazie  a  quello  che 
V.  S.  ha  fatto  navigare  a  Bari  con  tanto  applauso  di  queste 
vigne.  Quanta  invidia  n'avranno  coteste  beate  riviere  ! 

La  mia  torre  è  finita.  O  Dio,  quanto  nobili  sono  riuscite  le 
sue  stanze,  e  quale  spettacolo  ella  si  è  fatta  al  teatro  delle  cir- 
costanti montagne!  La  prospettiva  anch'essa  sta  su  l'articolo 
della  sua  perfezione;  e  creda  V.  S.  che  non  si  poteva  desiderar 
di  meglio,  perché  fa  si  nobile  armonia  con  la  pergola  che  vi 
si  accompagna,  che  ho  per  apunto  veduta  l'imaginazione  mia 
fuori  di  me  stesso. 

Scriverei  qualche  cosa  delle  guerre;  ma  non  voglio  che  dagli 
affari  marziali  restino  contaminati  questi  teneri  affetti  della  villa, 
l'innocenza  de'  quali  riverisce  insieme  meco  l'innocenza  di  lei. 
A  cui  per  fine  fo  un  dolcissimo  saluto. 

[Dal  Sasso,  villa  del  Bolognese,  dopo  il  maggio  1634]. 


CUI 
A  ... 

Per  ora  ha  la  vena  inaridita.  Ma  a  maggio,  quando  sarà  libero  dalle  cure 
della  cattedra,  invierà  qualche  componimento  poetico. 

[verso  il  1635?]. 


224  CLAUDIO    ACHILLINI 

CLIII 

Al  signor  cardinale  N. 
Complimenti. 
[Di  Bologna  o  di  Parma,  primo  semestre  del  1635?]. 

CLIV 
A    MONSIGNOR... 
E  pronto  a  rendergli  servigio,  ma  quando  sarà  un  po'  rinfrescata  l'aria. 
Roma,  li  7  luglio  1635. 

CLV 

Del  cardinale  Guido  Bentivoglio 
Invia  la  seconda  parte  della  Storia  di  Fiandra. 

Io  stimo  tanto  il  merito  e  la  virtù  di  V.  S.  ch'essendo  uscita 
fuori  la  seconda  parte  della  mia  Istoria^  non  posso  lasciare  di 
non  inviargliene  subito  un  esemplare.  La  parzialità,  ch'Ella 
si  compiacque  di  mostrare  verso  la  prima,  richiede  ch'io  pro- 
curi un  si  desiderato  vantaggio  ancora  a  questa  nuova  fatica, 
non  dubitando  punto  che  V.  S.  non  sia  per  vederla  con  la 
solita  inclinazione  verso  le  cose  mie,  e  che  però  sarà  dovuta 
sempre  alla  viva  mia  volontà  verso  le  sue  e  all'affettuoso  de- 
siderio che  conservo  di  poter  servire  alla  sua  persona.  Alla 
quale  per  fine  prego  da  Dio  piena  contentezza. 

Di  Roma,  li  18  di  giugno   1636. 

Ora  si  che  io  aspetto  da  V.  S.,  il  mio  signor  Acchillini,  una 
parzialità  maggior  della  prima.  E  spero  eh'  Ella  non  sia  per  negarla 
in  alcun  modo  alla  spada  di  cosi  gran  capitano  e  alla  penna 
di  un  autore  che  tanto  stima  quella  di  V.   S. 


CARTEGGIO  225 


CLVI 

Al  cardinal  Guido  Bentivoglio 
Risposta  alla  precedente  lettera. 

Ho  ricevuto  la  seconda  parte  delle  Istorie  di  V.  E.,  invia- 
tami da  lei  con  si  benigno  concetto  del  mio  giudizio.  E  questa 
è  quella  parte  apunto  tanto  desiderata  da  tutta  l'Europa,  e  par- 
ticolarmente dall'Italia,  per  contener  le  famose  imprese  del 
principe  di  Parma,  che  però  io  ho  sottratte  molt'ore  al  sonno 
per  correrne  avidamente  la  maggior  parte.  Qui  non  saprei  che 
dirmi,  sovrafatto  dal  valor  d'una  spada  e  confuso  dall'eccellenza 
d'una  penna,  se  non  che,  si  come  quella  giunse  all'apogeo  di 
Marte,  cosi  questa  si  è  stabilita  per  trono  l'apogeo  di  Mercurio; 
perché  di  quanta  maraviglia  innondò  le  menti  degli  uomini  quel 
torrente  di  sangue  che  fu  svenato  da  quel  ferro,  d'altretanto 
stupore  resteranno  gl'ingegni  innondati  da  quell'inchiostro  che 
V.  E.  con  si  rara  felicità  ha  sparso  sui  fogli.  Senofonte,  più 
per  rappresentare  i  propri  concetti  e  per  disciplinare  il  mondo 
che  perché  fosse  stimolato  da  una  storica  verità,  stabili  nella 
persona  di  Ciro  l'idea  del  vero  capitano;  e  l'È.  V.  con  la  sin- 
cera serenità  dell'istoria,  illuminata  però  dai  lumi  del  suo  nobi- 
lissimo ingegno,  n'ha  fatto  vedere  cose  migliori,  le  quali  dal 
volgo  delle  penne,  oppresse  più  tosto  che  sollevate,  non  areb- 
bono  potuto  avanzarsi  a  si  bei  tratti  di  gloria.  E  so  certo  che, 
se  il  medesimo  Senofonte  avesse  avuto  contezza  dell'Alessandro 
di  V.  E.,  non  avrebbe  avuto  a  mendicare  dal  proprio  ingegno 
l'idea  del  principe  e  del  capitano.  E  chi  sa  che  la  penna  di 
lei  non  abbia  ad  un  Alessandro  magno  soggiunto  un  Alessandro 
massimo?  E  per  lasciar  da  parte  i  Senofonti  e  i  Curzi,  dirò  in 
una  parola  che  cotesta  bella  Roma,  che  sempre  eresse,  ora  pos- 
sietle  Livi  megliori.  Restaranno  eternamente  ubligate  a  si  gran- 
d' isterico  e  le  memorie  di  quella  serenissima  casa  e  la  gloria 
di  tutta  l'Italia  e  la  consolata  curiosità  di  tutti  i  lettori.   Ed  io 

G.  B.  Marino,  C.  Ach:llini  e  G.  Preti,  Lettere -u.  15 


226  CLAUDIO    ACHILLINI 

tratanto,  attonito  dal  gran  favore  ch'Ella  m'ha  fatto  ed  ubliga- 
tissimo  alla  sola  benignità  che  l'ha  mossa,  le  fo  un'umilissima 
riverenza. 

[Bologna,  giugno  o  luglio  1636]. 

CLVII 

Al  cardinal  Sacchetti,  legato  di  Bologna 

Congratulazioni  per  la  sua  nomina. 

Le  stelle,  sto  per  dire,  impazienti  della  vita  privata  di  Vostra 
Eminenza,  la  vanno  trabalzando  di  governo  in  governo,  tanto 
che  giunga  la  pienezza  di  quei  tempi  ne'  quali  l'eterna  previ- 
denza le  subordinarà  l'università  di  tutt'i  governi.  La  giornata 
di  ieri,  nella  quale  giunse  il  felicissimo  aviso  della  sua  elezzione 
in  legato  di  questa  città,  si  può  assolutamente  e  si  potrà  negli 
annali  scrivere  per  una  delle  più  felici  che  mai  spuntassero  a 
questo  popolo,  perché  (chiamo  Dio  in  testimonio)  si  vide  un 
giubilo  cosi  grande  che  il  corso  di  mia  vita  non  ne  ha  certa- 
mente veduto  un  pari.  Io  me  ne  rallegro  con  tutto  l'affetto  e 
con  tutto  lo  spirito  mio,  e  rendo  umilissime  grazie  a  Dio  e  al 
suo  vicario  di  questo  nuovo  segno  d'amore  che,  l'uno  per  l'altro, 
e  l'altro  in  virtù  dell'uno,  hanno  mostrato  a  questa  patria.  E  con 
questo  fine,  rinovando  all'Eminenza  Vostra  la  svisceratissima 
professione  dell'antica  mia  servitù  e  le  dovute  offerte  di  quanto 
può  nascere  dalla  debolezza  mia,  le  fo  un'umilissima  e  cordia- 
lissima riverenza. 

[Bologna,  aprile  1637]. 

CLVIII 
Di  monsignor  Cesare  Fachinetti 

Gli  raccomanda  un  suo  fratello. 

Il  conte  Innocenzio  mio  fratello  testificherà  a  V.  S.  colla  voce 
che  io  non  ho  in  questo  mondo  signore  che  occupi  tutto  il  mio 
cuore,  l'affetto  e  la  volontà  mia  più  di  quello  che  faccia  il  mio 


CARTEGGIO  227 

signor  Achillino.  Io  non  so  scrivere  senza  lodare  il  gran  me- 
rito di  lei,  né  so  applicarmi  ad  azione  virtuosa  senza  prima 
propormi  per  idea  le  gloriose  perfezioni  del  suo  ingegno;  né  per 
quanto  io  studi  di  avanzarmi  sovra  gli  altri  nella  fede  verso 
gli  amici  e  nella  sincerità,  termino  però  le  mie  sollecitudini  e 
i  mie'  voti  nel  supplicare  Dio  benedetto  che,  quanto  mi  godo 
d'essere  a  V.  S.  in  tutte  le  altre  cose  inferiore  e  lontano,  me 
le  faccia  solamente  eguale  nella  ingenuità  e  nella  schiettezza, 
supplicandola  di  credere  a  questa  mia  confessione  e  di  proteg- 
gere coi  consegli  presentemente  mio  fratello,  come  con  le  opere 
ha  sempre  favorita  questa  sua  parzialissima  casa.  Dio  benedetto 
la  conservi  felice,  ch'io  fratanto  mi  resto  col  baciarle  cordia- 
lissimamente le  mani. 

Di  Roma,   28  ottobre  1637. 

CLIX 

Al  cardinale  di  Richelieu 

Invia  un'ode  per  la  nascita  di  Luigi  decimoquarto. 

Quando  il  re  venne  a  Susa,  io  con  una  lettera  panegirica 
e  con  un  sonetto,  che  principiava 

Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metalli, 

feci  riverenza  alla  Maestà  Sua;  e  so  che  il  sonetto  fu  particolar- 
mente gradito  e  favorito  da  Vostra  Altezza,  alla  quale  non 
spiacquero  quegli  ultimi  versi  : 

che  se  Cesare  venne  e  vide  e  vinse, 
venne,  vinse  e  non  vide  il  gran  Luigi. 

Or  che  la  nascita  del  delfino  trappassa  tutte  le  occasioni  d'al- 
legrezza imaginabile,  ho  rotto  il  mio  lungo  silenzio  con  l'oda 
qui  congionta,  e  vengo  a  supplicar  l'Altezza  Vostra  che  voglia 
farmi  grazia  di  leggerla  al  re;  che  so  che  acquisterà  più  di 
credito  dalla  sua  lingua  che  non  ha  fatto  dalla  mia  musa.  Nella 


228  CLAUDIO    ACHILLINI 

prima  strofe  dell'oda  accenno  le  glorie  ineffabili  dell'opre  stam- 
pate di  Vostra  Altezza,  le  quali  mi  furono  mostrate  dal  duca 
di  Parma,  a  cui  ho  servito  dodeci  anni  nella  prima  catedra  di 
leggi  in  quello  studio.  Non  entro  in  questa  brieve  lettera  negli 
encomi  di  lei:  imperoché  l'istessa  idea  della  meraviglia  impie- 
gata nelle  sue  lodi  non  arrivarebbe  al  segno,  e  l'arte  più  for- 
bita del  dire  non  ha  iperboli  cosi  sublimi  sovra  cui  non  galleggi 
la  verità  di  tanta  eccellenza.  Pertanto  fo  fine,  umilissimamente 
supplicandola  della  sua  grazia.  E  con  profondissima  riverenza 
l'inchino. 

[Bologna,  1638]. 

CLX 

Di  monsignor  Cesare  Fachinetti 

Gli  manifesta  caldamente  la  sua  gratitudine. 

Le  fatiche  ch'io  soffro  in  questa  corte,  ancorché  m'impri- 
gionino la  libertà,  per  venirmi  nondimeno  addossate  da  mano 
che  anche  caricando  onora  e  diletta,  succedono  a  me  in  luogo 
di  premio  ben  singolare,  dovendo  alle  mie  speranze  bastare 
per  ampia  mercede  la  grazia  che  mi  fa  Nostro  Signore  in  com- 
mandarmi ch'io  sempre  fatichi.  Io  dunque  godo  l'effetto  degli 
augùri  di  V.  S.  compitissimamente.  E  la  ringrazio  con  tutto 
l'animo  della  memoria  che  tiene  di  me,  veramente  divoto  del 
suo  gran  merito  e  gelosissimo  della  sua  grazia.  Signor  Achil- 
lini  mio  signor.  Ella  faccia  per  vita  sua  frequenti  riflessi  sovra 
i  favori  ch'Ella  mi  ha  sempre  fatti  e  sovra  i  modi  pellegrini  ed 
efficaci  coi  quali  mi  ha  V.  S.  in  diversi  tempi  ed  in  varie  occa- 
sioni coltivato  l'ingegno,  cavandolo  dalla  naturale  salvatichezza 
e  necessitandolo  nella  forza  dei  lumi  ineffabili  del  suo  sapere 
a  sollevarsi  un  poco;  e  troverà  che  quanto  di  applauso  risulta 
oggi  alle  mie  operazioni  in  questa  corte,  tutto  è  fattura  di  quegli 
aiuti  che  in  Bologna  nei  miei  anni  più  verdi  Ella  cortesemente 
mi  comparti  e  che  poi  in  Roma  con  non  minore  carità  mi  ha 
replicato.    Riceva  V.   S.,  se  non   per    trionfo   adeguato    al    suo 


CARTEGGIO  229 

incomparabile  valore  almeno  per  testimonio  della  di  lei  rara 
benignità,  questa  confessione,  che  io  allegrissimamente  faccio, 
di  dovere  a  V.  S.  eternamente  quanto  posso,  quanto  io  voglio 
e  tutto  quanto  io  sono  e  posso  essere.  E  le  bacio  affettuosa- 
mente le  mani. 

Roma,  8  gennaro   1639. 

CLXI 

Dello  stesso  al  signor  Antonio  Lamberti 

Lodi  dell' Achillini. 

A  V.  S.  desidero  prosperità  senza  numero,  perché  innume- 
rabili sono  i  meriti  di  lei  che  le  richieggono.  Mi  rallegro  in 
estremo  quando  mi  giongono  sue  lettere,  perché  nella  loro 
lettura  considero  l'imagine  della  virtù  di  V.  S.,  la  quale  sarà 
sempre  ornamento  singolare  della  nostra  patria  e  oggetto  raris- 
simo della  mia  affezione,  che  durerà  nella  mia  vita,  senza  mai 
stancarsi  d'ammirare  le  onorate  qualità  di  lei  e  senza  mai 
lasciare  il  desiderio  di  servire  al  suo  merito  con  le  fortune  e 
con  Io  spirito  tutto.  Le  composizioni  del  signor  Achillini  invia- 
temi da  lei  sono  sempre  maravigliose,  perché  sono  inimitabili: 
ogni  stile  paragonato  col  suo,  ancorché  perfettissimo,  confessa 
le  glorie  dell' Achillini  col  cedergli  i  trionfi  come  tributi  propri 
della  di  lui  sovranità.  Si  abbandonano  come  fiacchi  i  più  ner- 
vosi dicitori,  e  ritrova  l'eloquenza  unicamente  i  suoi  pregi  o 
nella  bocca  o  nella  penna  del  mio  signor  Achillini,  a  cui  come 
a  V.  S.  bacio  cordialissimamente  le  mani. 
[Roma,   1639?]. 

CLXII 

Dello  stesso  a  Claudio  Achillini 
Annunzia  il  suo  viaggio  in  Ispagna,  dove  va  come  nunzio  apostolico. 

Non  potrei  partire  d'Italia,  se  l'amorevolezza  di  V.  S.  verso 
di  me  non  mi  desse  il  buon  viaggio;  il  quale  essendo  ormai 
per  me  vicino,  la  prego  a  darmelo  col  cuore,  colla  virtù  delle 


230  CLAUDIO    ACHILLINI 

orazioni,  giaché  penso  che  i  caratteri  della  sua  penna  non  siano 
per  trovarmi  in  Roma.  Del  resto,  io  l'assicuro  che  sarò  sempre 
geloso  della  sua  grazia  ed  in  Spagna  non  potrò  godere  mag- 
giore consolazione  che  con  la  lettura  delle  sue  dolcissime  lettere, 
e  tanto  più  quando  saranno  accompagnate  con  quei  commandi 
che  da  me  sono  tanto  desiderati. 
Di  Roma,  4  maggio   1639. 

CLXIII 

A  MONSIGNOR  Cesare  Fachinetti 
Risposta  alla  lettera  precedente. 

Come  poteva  io  dare  il  buon  viaggio  a  V.  S.  illustrissima 
se  fui  sempre  di  parere,  cosi  persuaso  dall'interesse  de'  padroni, 
ch'Ella  non  avesse  a  partir  di  Roma?  Ma,  poiché  in  questa 
mendicità  di  pace  i  suoi  talenti  sono  altrettanto  necessari  in 
Spagna  quanto  erano  utili  alla  corte,  e  perciò  Ella  finalmente 
dee  partire,  le  do  con  tutto  lo  spirito  mio  e  con  tutta  l'anima 
mia  il  buon  viaggio,  e  prego  Dio  che  snervi  il  furore  a'  venti, 
che  debiliti  gl'impeti  alle  tempeste,  che  torni  all'ordine  della 
natura  i  disordini  dell'onde,  perché  Ella  e  salva  e  felice  gionga 
al  porto  di  Barcellona.  E  quindi,  quando  sarà  gionta  alla  gran 
corte  di  Spagna,  due  cose  io  spero  di  lei.  La  prima  è  ch'Ella 
sarà  con  accoglienze  straordinarie  ricevuta,  con  maraviglia  inau- 
dita udita  e  con  dolore  ineffabile,  quando  che  sia,  licenziata.  La 
seconda  è  che  Roma  con  un'insolita  sincerità  predicherà  che 
l'apostolica  Sede  non  fu  mai  da  penna  più  valorosa  e  da  lingua 
più  faconda  nelle  sue  nunziature  servita.  Vada  V.  S.  illustrissima, 
che,  dovunque  la  condurranno  i  venti  e  l'eterna  providenza, 
io  l'accompagnarò  col  cuore  e,  pieno  di  devotissima  confidenza, 
sperare  dall'eterna  mano  che  di  quante  speranze  delle  sue  gran- 
dezze ho  pieno  l'affetto,  d'altretante  aure  favorevoli  siano  per 
esser  gonfie  le  sue  vele  per  condurla  al  suo  porto.  Intanto 
umilissimamente  la  riverisco. 
[Bologna,  maggio  1639]. 


CARTEGGIO  23I 

CLXIV 

Al  marchese  Ludovico  Fachinetti 

Conforta  l'amico,  addolorato  per  la  partenza  del  figlio 
alla  nunciatura  di  Spagna. 

Io  mi  vo  figurando  che  V.  S.  illustrissima  viva  non  senza 
qualche  giusto  dolore  per  la  partita  di  monsignore,  poiché  certe 
dolenti  tenerezze  non  possono  in  simili  congiunture  negarsi  alla 
natura;  ma  creda  pure  che  la  medesima  partita  trarrà  finalmente 
dal  grembo  di  giustissime  lagrime  un  dolcissimo  riso.  Dall'una 
parte  dura  è  la  separazione,  doppo  tant'anni  d'indivisa  compa- 
gnia, da  un  figlio  morigerato,  ubbidiente,  virtuoso,  religioso, 
pieno  d'abiti  scientifici,  e  tale  infine  quale  può  desiderare  un 
padre.  Tanto  più  dura  perché  si  tratta  di  longhissimi  viaggi 
per  mari  e  per  terre,  e  potrebb'essere  che  nel  navigare  la  com- 
plessione si  risentisse  alla  commozione  dell'onde  e  che  la  per- 
sona fosse  sovrafatta  dalle  tempeste,  o  s'avvenisse  in  qualch 'altro 
incontro  non  creduto  no,  ma  possibile;  e  quando  pure  egli  sovra- 
stasse a  tutti  i  pericoli  del  mare,  il  viaggio  di  terra  non  va 
senza  le  sue  gelosie.  E  tanto  più  dura  finalmente,  poiché  po- 
trebbe avvenire  (che  Dio  noi  permetta!)  che  presto  mancasse  il 
papa,  e  conseguentemente  che  si  fossero  sostenuti  i  dispendi 
del  viaggio,  e  che  poi  tutti  gli  altri  beni,  che  indi  si  speravano, 
rimanessero  in  forsi.  E  queste  sono  le  lagrime  communi  alla 
famiglia  ed  agli  amici.  Ma  dall'altra  parte  chi  considera  che  il 
carico  di  questa  nunciatura  è  uno  de'  più  nobili  e  de'  più  desi- 
derabili, anzi  dei  più  desiderati,  che  diala  Sede  di  Pietro  (poiché 
qui  si  negozia  con  uno  de'  maggiori  monarchi  del  mondo,  si 
trattano  i  più  importanti  negozi  della  cristianità),  conviene  che 
confessi  che  le  tenerezze  della  natura  sono  ubligate  a  cedere 
a  questi  onori,  e  che  ogni  privato  interesse  dee  ceder  la  palma 
a  quegli  ulivi  che  monsignor  andrà  coltivando,  giaché  il  suo 
maneggio  sarà  della  pace  quasi  universale  del  mondo;  che  però 
sarebbono  invidiose  al  publico  bene  tutte  quelle  tempeste  di 
lagrime  che  contrastassero  a  si  glorioso  viaggio.  Questi  dunque 


232  CLAUDIO    ACHILLINI 

sono  quei  risi  morali  che  spuntano  dai  pianti  della  natura,  ed 
in  questi  bisogna  consolarsi,  poiché  ben  presto  vedremo  il  pre- 
lato più  degnamente  arrossito  fra  queste  nuove  e  rilevantissime 
fatiche;  ed  io  con  profetico  spirito  mi  vo  figurando  dinanzi 
agli  occhi  quel  desiderato  innesto  che  fra  poco  vedremo  d'una 
rosa  sopra  d'un  ulivo.  Ed  intanto  siami  lecito  il  dire  che  io 
all'ombra  dell'uno  e  all'odor  dell'altra  mi  riposo  e  mi  ricreo;  e 
confido  puranche  nella  prudenza  di  V.  S.  illustrissima,  in  quella 
della  signora  marchesa,  della  signora  Gioanna  e  del  signor 
conte  Alessandro,  a'  quali  tutti  sarà  commune  questa  mia. 
Che  senz'altro  resteranno  consolati  e  lieti  e  convertiranno 
ogn'altro  affetto  di  dolore  in  questo  solo  spirito:  di  pregar 
Dio  che  tolga  il  furor  ai  venti,  che  abbonacci  il  mare,  che 
allontani  ogn'altro  pericolo  da  quel  golfo  che  si  valicherà,  che 
conceda  longa  vita  a  Nostro  Signore  e  che  doni  felicità  al 
negozio,  con  una  ragionevole  speranza  che  tutto  succederà 
conforme  ai  nostri  voti,  che  cosi  m'invitano  a  credere  i  meriti 
di  monsignore,  la  giustizia  del  cielo  e  la  benignità  del  papa. 
Non  tralasciando  questa  considerazione:  che  da  sei  anni  in  qua 
monsignore  non  ha  mai  goduto  cosi  quieto  e  cosi  tranquillo 
l'animo  come  godrà  in  questo  suo  nobilissimo  viaggio;  poiché 
prima,  sovrafatto  e  quasi  oppresso  dalle  congregazioni,  dai  tri- 
bunali e  dalle  secreterie,  non  aveva  in  sorte  un'ora  che  fosse 
propria  del  cibo  e  del  riposo;  ma  ora,  serenata  la  mente  da 
tante  occupazioni,  non  avrà  altra  imagine  dentro  al  pensiero 
che  il  proseguimento  del  suo  camino  e  l'arrivo  felice  a  quella 
corte.  In  quel  porto  di  speranze  fermi  V.  S.  illustrissima  e 
tutta  la  casa  il  corso  de'  suoi  dolori,  che  io  trattante  fermo  il 
corso  a  questa  divotissima  lettera.  E  le  fo  riverenza. 
Bologna,   15  giugno  1639. 

CLXV 
Di  Giacomo  Gaufridio 
Dell'applauso  destato  dall'ode  per  la  nascita  di  Luigi  decimoquarto. 
Di  Piacenza,  li  27  giugno  1639. 


CARTEGGIO  233 

CLXVI 

Di  monsignor  Cesare  Fachinetti 

Nel  procinto  di  partire,   prende  novellamente  commiato. 

10  sono  col  piede  in  galera,  né  so  staccarmi  dal  porto  di 
Genoa  senza  rinovare  a  V.  S.  la  memoria  de'  miei  oblighi  e  la 
professione  che  faccio  di  suo  parzialissimo  servitore.  Se  io 
goderò  nel  viaggio  le  felicità  eh'  Ella  mi  prega  e  nei  miei  nego- 
ziati la  fortuna  che  V.  S.  mi  pronostica,  io  mi  porterò  alla  corte 
sanissimo  e  sentirà  l'Europa  propizi  i  frutti  della  mia  missione. 
Piaccia  a  Dio  che,  si  come  Ella  è  superiore  a  tutti  di  sapere 
e  d'ingegno,  sia  anco  presago  qpsi  efficace  che,  superando  la 
malignità  e  durezza  de'  tempi,  renda  conseguibile  con  la  forza 
de'  suoi  presagi  quel  bene  che  per  nostra  disgrazia  par  quasi 
disperato. 

Genoa,  li  29  giugno  1639. 

CLXVII 

A  Ghino  Ghini 

Sull'efficacia  dei  medicinali. 

11  nostro  corpo  non  è  considerato  dai  medici  sotto  la  forma  di 
quell'essere  che  egli  ha  commune  colle  pietre,  né  sotto  la  forma 
di  quell'essere  sensitivo  ch'egli  ha  commune  con  gli  altri  ani- 
mali ;  ma  sotto  la  forma  di  quell'essere  intellettuale,  in  virtù 
del  quale  partecipa  dell'angelico  e  del  divino;  ma  sotto  la  sola 
forma  di  quell'essere  vegetale  per  mezzo  del  quale  communica 
con  le  piante,  la  vita  delle  quali  non  è  altro  che  il  nudrirsi, 
come  anco  in  noi  il  vivere  è  nudrirsi.  E  perché  due  cose  sono 
quelle  che  ci  nudriscono,  l'una  per  sé  e  l'altra  per  accidente, 
per  sé  il  cibo  e  per  accidente  i  medicamenti  ;  i  medici  in  grazia 
del  viver  nostro  considerano  questi  dui  mezzi,  medicamento  e 
cibo.  Il  primo  de'  quali,  come  dissi,  ci  nudrisce  per  sé,  peroché 


234  CLAUDIO    ACHILLINI 

dal  nostro  calore  con  questo  intento  principale  dalla  natura  viene 
trasmutato  nella  nostra  sostanza.  Il  medicamento  poi  non  ci  nu- 
drisce  per  sé  ma  per  accidente,  peroché  non  è  convertito  nella 
nostra  sostanza  per  ripararla,  ma  rimove  gl'impedimenti  della 
nutrizione  e  lo  fa  in  qu.esta  guisa.  Irrita  la  natura  come  suo 
nemico,  ed  irritata  la  natura  Io  scaccia  da  sé,  e  scacciandolo 
scaccia  ancora  quegli  umori  nocivi  che  per  la  simpatia  e  per 
lo  simbolo  avevano  contratta  affinità  con  lui  ;  e  cosi  la  stessa 
natura,  liberata  in  tal  guisa  dalle  cause,  per  cosi  dire,  morbifiche, 
s'essercita  senza  impedimenti  intorno  agli  uffici  del  vivere.  E  se 
talora  avviene  che  il  medicamento,  per  la  debolezza  della  facultà 
espultrice  o  per  la  languidezza  dell'irritamento  ch'egli  suol  fare, 
rimanga  dentro  il  nostro  corpo,  poiché,  come  dissi,  non  è  ca- 
pace per  lo  più  di  passiva  ti;asmutazione  nella  nostra  natura, 
senz'altro  non  può  se  non  cagionare  gravissimi  danni.  E  questo 
è  quello  ch'io  dubito  nella  polvere  chimica  ch'io  v'ho  man- 
data; peroché,  come  cosa  minerale  e  non  vegetale,  infallibil- 
mente non  può  trasmutarsi  nella  nostra  sostanza,  e  però  non 
può  essere  cibo.  Resta  dunque  che  sia  o  veleno  o  medicamento. 
Veleno  non  è:  dunque,  medicamento.  Ma  perché  non  si  veg- 
gono segni  evidenti  (o  sia  la  debolezza  della  sua  attività  od  altro) 
ch'ella  esca  del  nostro  corpo,  dubito  che  non  cagioni  qualche 
grave  danno  e  che  dalla  mora,  ch'ella  contrae  in  noi,  non  sorti- 
sca quella  ragione  di  veleno,  che  non  avrebbe  in  se  stessa  se 
fosse  validamente  espulsa  da  noi. 

Voglio  per  corolario  soggiungere  due  parole.  E  sono:  che 
tutte  le  cose  spagiriche  e  chimiche  ricevute  dentro  al  nostro 
corpo,  se  irritando  la  natura  sono  poscia  dalla  natura  cacciate 
in  compagnia  di  quelli  umori  che  simbolizano  con  loro,  io 
assolutamente  le  approvo  nella  medicina;  ma  per  lo  contrario, 
cosa  chimica,  ricevuta  a  fine  che  resti  dentro  o  per  confor- 
tativo o  per  ristorativo,  io  l'ho  per  perniziosa,  perché,  na- 
scendo dal  genere  minerale  e  non  dal  genere  vegetale,  egli  è 
impossibile  che  in  alcun  tempo  si  trasmuti  in  noi.  E  qui  io 
conchiudo  che  tutti  gli  ori  potabili  e  tutti  gli  elisiri  chimici, 
che  si  prendano  per  altro  che  per  irritativo,  siano  dannosissimi 


CARTEGGIO  235 

al  nostro  corpo:  che,  se  bene  alle  volte  i  medicamenti  vege- 
tali si  fermano  in  noi;  nondimeno,  perché  pure  sono  vegetali, 
egli  è  possibile  senz'altro  che  nella  natura  sortiscano  ragione 
di  cibo;  il  che  assolutamente  non  può  dirsi  de'  medicamenti 
chimici.  E  perché  mi  potresti  dire  che  pare  che  io  escluda  dal 
nostro  nutrimento  il  genere  animale,  ammettendo  il  solo  genere 
vegetale,  vi  rispondo  che  cosi  è  apunto;  perché  tutti  i  cibi, 
che  noi  sogliamo  trarre  dal  genere  animale,  non  sono  cibi  in 
quanto  animali  ma  in  quanto  vegetali,  poiché  non  è  animale 
che  non  vegeti  e  non  può  se  non  in  quanto  vegeta  servire  al 
nostro  nudrimento.  Che  però  torno  a  dire  che  tutte  le  cose 
iinaginabili  del  genere  minerale,  qualunque  volta  resteranno 
dentro  il  nostro  corpo,  cagioneranno  ruine  incredibili  ;  ma  quelle 
che  usciranno,  o  per  secesso  o  per  sudore  o  per  urina  o  per 
vomito,  si  ponno  ammettere  nell'uso  della  medicina.  E  se  questa 
difficultà,  che  stringe  contra  gli  ori  potabili  e  contra  quelli  elisiri, 
che  non  escono,  ma  sono  ricevuti  come  confortativi,  come 
ristorativi  o  temperanti  per  sé  e  non  per  accidente;  se  questa 
difficultà,  dico,  vi  sarà  validamente  soluta,  voglio  perdere  la 
grazia  vostra,  alla  quale  mi  raccomando, 
[verso  il  1640?]. 

CLXVIII 

Al  signor  N.  N. 

che  gli  aveva  scritto  di  trovarsi  innamorato  degli  occhi  della  sua  donna. 

Io  veramente  compatisco  all'anima  di  V.  S.  tormentata  in 
ruota,  che  ruota  è  la  bellissima  pupilla  di  quell'occhio  si  nobil- 
mente celebrato  da  lei.  E  chi  non  sarebbe  caduto  in  si  fatti 
tormenti  sotto  i  colpi  di  quella  luminosa  eloquenza,  con  la  quale 
sugli  adorati  pulpiti  di  due  brune  pupille  favella  con  tanta  energia 
lo  sguardo  amoroso?  Ben  m'imaginoche  il  suo  cuore  in  quei 
valorosi  circoli  disputasse  vivamente  le  ragioni  della  propria 
libertà  per  conservarle  intatte;  ma  purtroppo  io  m'aveggio  che 
quegli  argomenti  di  bellezza  lo  convinsero,   e  quegli   entimemi 


236  CLAUDIO    ACHILUNI 

di  luce  non  ebbero  più  chiaro  conseguente  che  la  sua  morte. 
Bisognava  che  ad  occhi  cosi  vittoriosi  la  natura  formasse,  sto 
per  dire,  supercigli  di  lauro;  ma,  s'ella  mancò,  ben  la  musa  di 
V.  S.  s'ingegna  di  coronargli  del  più  fino  alloro  che  spunti 
nelle  selve  della  sua  propria  eloquenza;  e  se  i  raggi  loro  piovono 
influssi  di  rose  e  di  mirti  negli  orti  dell'anima  sua,  essa  con  gra- 
tissima  armonia  canta  a  quei  benefichi  lumi  inni  di  dolcissime 
glorie.  Che  però  nel  suo  morire  dovrà  per  ogni  ragione  conso- 
larsi: perché,  se  in  quei  roghi  ella  incenerisce  amante,  indi  tosto 
risorge  fenice  degli  ingegni;  e  s'ella  torna  a  morire,  quella  morte 
feconda  di  nuove  glorie  la  fa  pur  risorgere  a  nuovi  applausi  di 
facondia  amorosa,  poiché  non  sarà  mai  che  dica  che  il  Mercurio, 
di  lei  da  nuovo  fuoco  d'amore  tante  volte  sublimato,  non  di- 
venga sempre  più  fino  e  più  spiritale. 

Ma  io  m'accorgo  d'ingannarmi  mentre  scrivo  ch'Ella  amoro- 
samente muore,  perché  sotto  i  raggi  di  quegli  occhi  non  si  può 
morire.  Poiché,  se  anch'eglino  sono  amanti,  portano  con  esso 
loro  nel  petto  di  V.  S.,  vestita  di  sguardi,  quell'anima  che  gli 
avente  in  lei:  ond' Ella  o  vive  di  doppio  spirito;  o,  se  pure 
anch'essa  trasanimò,  vive  senz'altro  dello  spirito  amato.  Che 
questa  è  quella  cara  metempsicosi    tanto  celebrata  da   Platone. 

Ma  qui  m'aveggio  che  io  non  m'ingannai,  perché  in  quel- 
l'istante che  s'incontrano  gli  sguardi,  se  portano  con  esso  loro 
l'anime  amanti,  bisogna  pure  in  ogni  maniera  confessare  che 
fra  via  quell'anime  s'abbraccino  e  si  bacino  e  si  confondano,  ed 
in  quel  punto  rimangano  essanimati  i  petti  amanti.  E  beato  chi 
sapesse  esprimere  quella  ineffabile  mistura  e  confusione  di  spiriti, 
che  si  fa  in  quell'invisibile  passaggio!  Che  se  ciò  non  fosse, 
orno  a  dire  che  non  si  può  morire  amando,  perché  o  si  cambia 
il  principio  vitale  o  si  vive  di  doppia  vita.  Che  se  gli  occhi 
adorati  non  corrispondono,  ma  più  tosto  sotto  '1  manto  dei  guardi 
portano  i  fulmini  nel  petto  di  lei,  quei  fulmini  uccidono  ogni 
basso  pensiero  e  quasi  purificano  lo  spirito  agli  uffici  d'una 
nobilissima  via. 

Oimè,  signore,  che  vaneggiamento  è  il  mio?  Fra  quattro 
giorni  al  capezale  con  la  candela  al  petto,  coi  conforti  spirituali 


CARTEGGIO  237 

all'orecchio,  con  le  tentazioni  crudelissime  all'anima,  con  gli 
orrori  della  morte  e  i  timori  dell'eternità  delle  pene,  con  la 
memoria  e  col  rimprovero  delle  passate  colpe;  ed  io  tratto  di 
pupille  amorose?  In  quei  punto  spaventoso  con  quale  angoscia 
desiderarò  io  d'aver  convertito  l' ingegno  e  i  talenti  donatimi 
da  Dio  a  suo  servizio  e  a  sua  gloria  !  con  qual  ramarico  dete- 
stare il  tempo  perduto,  le  fatiche  spese  in  oggetti  transitorii  ! 
con  quale  agonia  dirò  fra  me  stesso  queste  parole:  —  Era  il  corso 
di  questa  vita,  in  riguardo  all'eternità,  quasi  un  impartibile  mo- 
mento: che  importava  il  segnalarlo  con  speciose  fortune,  conso- 
larlo con  gusti  sensuali,  se  queste  brievi  contentezze,  se  questi 
momentanei  piaceri  avevano  a  mettermi  in  forsi  tutta  quella 
eternità,  che  si  orribilmente  mi  rimbomba  sul  cuore  e  mi  fa 
si  spaventoso  strepito  in  mezzo  all'anima?  Perché  non  più  tosto, 
negoziando  con  prudentissimo  vantaggio,  procurai  che  il  prezzo 
d'una  transitoria  mortificazione  avesse  a  guadagnarmi  una  eterna 
felicità?  Che  importava  in  questa  brieve  dimora  del  mondo  l'am- 
bire e  l'affannarsi  per  cambiar  veste,  se  gli  ambiziosi  colori  di 
questi  manti  della  fortuna  aveano  a  macchiar  i  candori  di  quegli 
abiti  virtuosi,  sotto  i  quali  bisognava  condur  quest'anima  all'ulti- 
mo passaggio?  Quale  speranza  mi  lusingava  di  posseder  due 
felicità,  l'una  in  terra  e  l'altra  in  cielo,  se  per  giunger  all'acquisto 
di  quella  celeste  io  vivea  più  che  sicuro  di  dover  in  questa  terra 
spender  prezzo  di  sospiri,  di  lagrime,  di  stenti,  di  persecuzioni 
e  di  penitenza?  Qual  vanissima  fiducia  ingannava  l'animo  mio 
di  sempre  sodisfare  agli  appetiti  terreni,  di  non  mai  abnegare 
i  miei  corrotti  desidèri,  se  questa  pienezza  di  terrene  consolazioni 
doveva  impoverirmi  di  quei  veri  e  immarcescibili  gusti  che  Dio 
ha  preparato  ai  suoi  devoti?  Che  giovava  il  procacciarmi  tesori, 
se  la  povertà  era  quel  vero  tesoro  che  dovea  comprarmi  un 
regno  immortale?  Con  che  prò  dell'anima  mia  io  tanto  m'in- 
gegnava intorno  ai  lussi  delle  condite  e  saporite  vivande,  se 
la  continenza  era  quella  che  dovea  condurmi  alle  mense  dello 
stesso  Iddio?  Con  quale  adulterino  piacere  m'ingombravano  il 
petto  i  pruriti  delle  vendette,  se  il  perdono  era  quello  che  dovea 
vendicarmi  dell'ini  mortai  nemico?  Perché,  perché  in  questo  brieve 


238  CLAUDIO    ACHILLINI 

istante  di  vita  tanti  fasti,  tante  arroganze,  tante  superbie,  se 
l'umiltà  era  quella  base  sulla  quale  si  dovea  salire  all'eterne 
grandezze?  Con  qual  profitto  finalmente  io,  con  tanta  industria, 
con  tanta  ansietà,  corsi  dietro  ai  titoli  delle  glorie  litterarie,  se 
una  pura  simplicità  d'ingegno  e  di  cuore  era  quella  che  dovea 
sublimarmi  al  vero  titolo  di  beato?  — 

Quanto  è  meglio  che,  sin  che  mi  restano  questi  quattro  giorni 
di  tempo,  io  ci  pensi,  perché  può  essere  che,  prima  che  V.  S. 
abbia  finito  di  leggere  questa  lettera,  venga  quel  punto  fatale 
nel  quale  dovrò  fare  le  sudette  considerazioni.  Allora  altre  stelle 
cadenti  ed  altro  giudizio  finale  mi  verrà  nella  mente,  che  quello 
che  dalla  bellezza  lasciva  di  due  lumi  viene  con  tanto  ingegno 
rappresentato  al  cuore  amante.  Allora  nissuna  altra  spezie  d'amo- 
rosa trasanimazione  mi  verrà  in  pensiero,  se  non  quell'una  che  io 
dovea  fare  in  Cristo,  perché  Cristo  non  fantasticamente  ma  real- 
mente era  quello  che  communicava  a  me  stesso  il  corpo,  l'anima 
e  la  divinità;  ed  io,  a  quei  favori  ingratissimo,  corrispondea  col 
transfonder  l'anima  mia  dentro  gli  occhi  sacrileghi  d'un  volto 
pur  troppo  idolatrato.  Allora  sospirerò  con  lagrime  di  sangue 
il  pericolo  d'avere  a  perdere  per  mio  conto  quelle  funzioni  del 
paradiso,  che  ora  troppo  malamente  attribuisco  ad  un  volto  per 
mia  follia  beatificante. 

[verso  il  1640?]. 


CLXIX 

Di  fra  Giovanni  Battista  ***,  cappuccino 

Domanda  conto  del  valore  del  padre  Urbano  da  Messina,  cappuccino, 
che  predica  in  Bologna. 

Di  Modena,  xxvi  febraro  1640. 


CARTEGGIO  239 

CLXX 

Di  monsignor  Mazarini 
Acclude  la  risposta  del  Richelieu  alla  lettera  CLIX 

Le  qualità  riguardevoli  delle  quali  V.  S.  è  dotata  e  l'affetto 
parziale  che  ha  sempre  professato  a  questa  corona  possono  a  ba- 
stanza assicurarla  della  stima  che  dal  re  e  dall'eminentissimo 
signor  cardinal  duca  si  fa  della  sua  persona.  Ad  ogni  modo, 
avendo  avuto  tempo  in  diverse  occasioni  di  far  a  Sua  Maestà 
e  a  Sua  Eminenza  quelle  commemorazioni  di  V.  S.  che  sono 
dovute  al  suo  merito  e  avendone  riportato  gradimenti  straor- 
dinari, non  ho  voluto  mancare  di  dargliene  aviso  e  assicurarla 
che  puoi  far  certissimo  capitale  della  protezione  e  affetto  del- 
l'Eminenza Sua,  la  quale  ha  voluto  scriverle  la  congiunta  lettera 
per  comprovarle  quanto  io  le  accenno.  Il  signor  Lorenzo  Man- 
cini, mio  cognato,  le  presenterà  questo  piego  insieme  con  una 
catena  d'oro,  che  Sua  Eminenza  in  segno  dell'amor  suo  verso 
V.  S.  le  invia.  Se  avrà  a  commandarmi  alcuna  cosa,  potrà  farlo 
con  ogni  libertà,  poiché  al  desiderio  che  ho  sempre  avuto  di 
servirla  s'aggiunge  la  certezza  che  ho  d'incontrar  il  gusto  di 
Sua  Eminenza  facendolo.  Con  che  prego  a  V.  S.  dal  cielo  il 
colmo  d'ogni  vera  felicità. 

Di  Parigi,   II  maggio  1640. 

CLXXI 

Del  cardinale  duca  di  Richelieu 

Risposta  alla  lettera  CLIX. 

Signore,  la  passione  ch'Ella  dà  a  conoscere  d'aver  del  ser- 
vizio del  re  mediante  il  saggio  che  ne  ha  dato  al  public©  nel- 
l'occasione della  nascita  di  monsignor  il  delfino,  e  l'affezione 
ch'Ella  dimostra  verso  la  mia  persona,  fanno  ch'io  l'assicuri 
della  protezione  di  Sua  Maestà,  come  altresì  che,  in  tutto  quello 


240  CLAUDIO    ACHILLINI 

che  dependerà  da  me,  sentirò  gusto  grande  d'incontrar  occa- 
sione di  farle  conoscere  la  stima  che  faccio  di  lei.  E  perché 
ho  pregato  monsignor  Mazarini  di  scriverle  più  a  longo  sopra 
questa  materia,  resterò  col  pregarla  di  credere  che  sono  vostro 
ben  affezionato  a  servirvi. 
[1640]. 

CLXXII 

Di  monsignor  Ceva,  maestro  di  Camera  di  nostro 
SIGNOR  PAPA  Urbano  ottavo 

Invia  le  Rime  di  papa  Urbano  ottavo,  nuovamente  stampate  a  Roma. 
[Roma,  1640]. 

CLXXIII 
A  MONSIGNOR  Ceva 

«  Intorno  ai  poemi  di  Sua  Beatitudine,  inviatigli 
da  Sua  Signoria  illustrissima». 

Ho  ricevuto  dalla  benignità  di  V.  S.  illustrissima  i  castissimi 
e  maravigliosi  poemi  di  Nostro  Signore,  ed  in  un  istesso  tempo 
gli  ho  scorsi  e,   dirò  quasi,   divorati. 

Non  ho  talento  per  lodargli,  poiché  so  certo  che  l'istessa  idea 
della  maraviglia  impiegata  in  si  fatte  lodi  non  arrivarebbe  al 
segno,  e  l'arte  più  forbita  del  dire  non  ha  iperboli  si  grandi 
'  sovra  cui  non  galleggiasse  la  verità  di  tanta  eccellenza.  La 
santità  dei  concetti  potrebbe  fare  arrossire  i  lascivi  inchiostri 
di  quanti  poeti  scrissero  nei  secoli  andati.  Nostro  Signore  dalla 
dignità  del  vicariato  di  Cristo  sta  collocato  sovra  la  condizione 
di  tutti  gli  uomini,  e  per  l'eccellenza  del  poetare  trascende  quanti 
scrittori  maneggiassero  giamai  penna  terrena;  onde  la  poesia 
giunta  in  lui  non  invidia  a  lui  giunto  al  pontificato.  II  candor 
dello  stile  vince  la  candidezza  di  quanti  cigni  s'ingegnarono 
in  tutte  le  nazioni  del  mondo  di  cantar  su  le  carte,  lo  godo 
d'esser  vivuto  sino  a  questi  tempi  e  ne  ringrazio  Dio  benedetto, 


CARTEGGIO  24I 

poiché  ho  avuto  in  sorte  di  veder  con  gli  occhi  propri  questi 
armoniosi  miracoli.  Se  i  monarchi  del  mondo  si  dilettassero  di 
queste  gemme,  incantati  dal  glorioso  fascino  ed  ubbidienti  alla 
paterna  volontà  dell'autore,  piegherebbono  il  collo  sotto  giogo 
d'ulivo  e  s'incaminarebbono  per  le  vie  della  desiderata  pace. 
Io  rendo  a  V.  S.  illustrissima  per  si  gran  dono  grazie  propor- 
zionate ai  concetti  ch'io  le  scrivo  di  si  divine  fatiche,  e  con 
esse  mi  pregio  d'aver  fra  le  mani  una  giustificata  maniera  per 
far  ricredere  quanti  compositori  pretendono  glorie  dallo  scrivere 
o  latino  o  toscano. 

Con    che,  rinovando    con  V.  S.  illustrissima    la  professione 
della  mia  servitù  avalorata  dalla  grazia  che  m'ha  fatta,  umilis- 
simamente la  riverisco. 
[Di  Bologna,   1640]. 

CLXXIV 

Al  signor  segretario  N. 

Si  scusa  di  non  poter  accettare  la  «  prima  cattedra  » 
nell'università  di   Padova. 

Al  buon  concetto  e  all'ottima  volontà,  che  gl'illustrissimi 
riformatori  di  Padoa  mostrano  verso  la  persona  mia,  io  resto 
profondissimamente  e  cordialissimamente  obligato.  E  quanto  al- 
l'invito  che  V.  S.  per  parte  Ijro  mi  fa  alla  prima  catedra  di 
quello  studio,  le  rispondo  che  al  calore  di  quel  divotissimo  desi- 
derio che  io  ebbi  sempre  di  servire  a  quella  gran  republica  fa 
resistenza  il  freddo  degli  anni,  che  in  molto  numero  mi  vanno 
intimando  più  tosto  i  sepolcri  che  le  catedre,  e  mi  persuadono, 
tanto  più  vivamente  quanto  più  vicino  al  morire,  che  io  oda 
più  tosto  le  lezioni  che  mi  fa  la  Morte  che  far  udir  le  mie  alla 
gioventù  di  Padoa.  Che  pertanto  ho  risoluto  di  riposar  in  patria 
fin  che  piace  a  Dio,  e  riverir  di  lungi,  come  grato  italiano  e 
come  grato  cattolico,  i  benefici  che  la  provincia  e  la  fede  rice- 
vono tutt'il  giorno  dalla  protezione  di  quella  gran  republica. 
E  le  bacio  le  mani. 
[Di  Bologna,   1640]. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -il.  16 


APPENDICE 

Lettera  di  Girolamo  Preti  ad  Antonio  Lamberti 
Sulla  chiesa  di  San  Pietro,  paragonata  alle  antiche  costruzioni  romane. 

La  quistione  proposta  costi  sopra  il  paragone  della  fabrica 
della  chiesa  di  San  Pietro  colle  fabriche  degli  antichi  romani  si 
riduce  a  questi  capi,  che  V.  S.  tocca  nella  sua  cortesissima  let- 
tera, cioè  alla  grandezza,  alla  materia,  agli  ornamenti,  alla  spesa 
e  all'architettura.  Intorno  alla  qual  dubitazione  dirò  il  parer  mio, 
anzi  il  testimonio  degli  scrittori,  per  quel  poco  che  potrò  ricor- 
darmi, poiché  non  ho  per  ora  appresso  di  me  i  miei  libri,  rimet- 
tendomi aftatto  al  parer  di  lei  e  di  cotesti  signori,  fra  cui  è  nata  co- 
testa  differenza.  E,  per  procedere  distintamente  e  con  brevità  (che 
in  voce  si  potrebbe  dir  molto  più)  e  cominciando  dalla  grandezza 
della  machina,  non  ha  dubbio  alcuno  che  la  chiesa  di  San  Pietro 
è  minore  di  gran  lunga  di  molte  fabriche  antiche,  fra  le  quali 
basterà  accennarne  alcune  poche.  Nel  qual  fatto  non  è  di  mestiero 
allegare  autorità  di  scrittori,  percioché  a  chi  è  in  Roma  l'occhio 
solamente  da'  vestigi  che  si  veggono  oggidi  convince  la  verità. 
E  primieramente  il  palazzo  maggiore  o  curia,  che  vogliam  no- 
marla, fu  maggiore  più  del  doppio,  per  quanto  si  tocca  con  mano 
nelle  reliquie  che  si  veggono.  Questa  fabrica,  che  fu  la  più  antica 
di  tutte,  occupava  tutto  il  monte  Palatino,  dove  fu  il  principio  e 
l'origine  di  Roma;  il  qual  Palatino  occupa  un  giro  grandissimo, 
come  V.  S.  avrà  veduto,  oggidi  occupato  da'  giardini  vastissimi 
del  signor  cardinal  Farnese.  E  benché  nel  palagio  maggiore  si 
comprendessero  e  teatri  e  tempii  e  bagni,  con  tutto  ciò  fu  un  con- 
tinente solo  ed  un  corpo  di  fabrica,  il  quale  avea  molti  membri 
uniti,  ed  era  una  sola  casa,  residenza  della  republica  e  degli  impe- 
radori,  che  per  lo  più  quivi  abitarono.  Secondariamente,  le  terme 
antoniane  furon  di   giro  tre  volte   maggior   di    San    Pietro,  come 


244  CLAUDIO    ACHILLINI 

non  può  negarsi  per  le  reliquie  che  si  veggono,  che  dopo  tanti 
secoli  ancor  si  conservano. 

Terzo,  le  terme  di  Diocleziano  furono  senza  amplificazione 
quattro  volte  maggiori  di  San  Pietro;  la  qual  cosa  si  dimostra 
coU'occhio.  Percioché  dalle  reliquie  si  vede  che  il  mezzo  delle 
terme  era  appunto  dove  ora  è  l'aitar  maggiore  di  Santa  Maria 
degli  angioli,  chiesa  oggidì  de'  certosini.  Quindi  per  lunghezza  si 
estendevano,  occupando  tutta  quella  piazza  grandissima  ch'ancor 
conserva  il  nome  antico,  e  giungevano  verso  mezzodì  non  solo  alla 
chiesa  di  San  Bernardo  (la  quale  era  una  delle  botti  dell'acqua, 
insieme  con  quell'altra  fabrica,  somigliante  a  lei,  della  vigna  di 
Montalto),  ma  andavano  assai  più  oltre,  in  guisa  d'un  teatro,  da  una 
botte  all'altra:  il  che  si  vede  dalle  reliquie,  che  vanno  verso  il 
Quirinale,  le  quali  V.  S.  non  avrà  vedute,  perché  oggidì  son  dentro 
a  certe  vigne.  Dalla  parte  di  settentrione  si  estendevano  indietro 
per  altrettanto  spazio  quanto  è  dal  sudetto  aitar  maggiore  al 
fine  del  sudetto  quasi  teatro.  A  levante  occupavano  un  pezzo 
della  vigna  esquilina  di  Montalto,  dove  oggidì  si  vede  sotto  terra 
un'altra  botte  bellissima  e  grandissima;  e  da  ponente  si  stendevano 
sino  all'Acqua  Felice  di  Sisto.  Il  qual  giro,  tutto  'nsieme,  abbracce- 
rebbe indubitatamente  quattro  volte  San  Pietro.  La  qual  grandezza 
diede  occasione  ad  Ammiano  Marcellino,  il  qual  parla  da  istorico, 
non  da  oratore  o  da  poeta,  di  dire,  come  sa  V.  S.:  «  Lavacra  in 
modum  provinciarunt  exstructa  »  ecc.,  ed  a  Cassiodoro:  «  tnirabilem 
magnitudinem  therrnaruni  ». 

Inoltre  il  palagio  di  Nerone,  il  qual,  secondo  me,  fu  la  mera- 
viglia delle  meraviglie,  toglie  ogni  proporzione  al  paragon  di  cui 
ragioniamo.  «  Dommn  a  Palatio  Esquilias  usque  fecit»,  dice  Sve- 
tonio  di  quel  principe,  al  capo,  se  ben  mi  ricordo,  xxxi.  Il  qual 
sito  ho  già  più  volte  osservato  coU'occhio,  mirando  dal  Palatino 
a  Santa  Maria  maggiore,  il  quale  spazio  per  lunghezza  occupa 
più  d'un  miglio  infallibilmente.  La  larghezza  è  descritta  dal  me- 
desimo Svetonio.  «  Tanta  laxitas,  ut  porticus  tripiices  niìlliarias 
haberet».  «Porticus  tripiices»,  cioè  logge  a  tre  doppie,  o  tutte  al 
piano  distinte  in  colonati  a  guisa  di  tre  navi,  overo,  com'io  in- 
tesi sempre  quel  luogo,  una  loggia  sopra  l'altra  d'un  miglio:  la 
qual  cosa,  a  pensarlo  solo,  mi  fa  restar  attonito;  e  pure  è  vera.  La 
quale  casa  aveva  in  sé  campagne  e  vigne  e  selve  e  «  stagnum 
inaris  instar,  circumseptum  edificiis  ad  urbium  speciem»  ecc.,  se 
ben  mi  ricordo  le  parole  del  medesimo.  E  tanto  basti  della  grandezza. 


CARTEGGIO  245 

Quanto  alla  materia,  la  incrostatura  di  fuori  di  San  Pietro  è 
tutta  di  marmo  tiburtino,  com'  Ella  sa.  Della  qual  materia  eran 
fatte  molte  fabriche  antiche,  come  il  tempio  di  Giove  Capitolino,  di 
cui  Livio  nel  sesto,  se  ben  mi  ricordo:  «  Capitolium  saxo  quadrato 
substructuni  est;  opus  vel  in  hac  magnificentia  tirbis  conspicien- 
duìH  ».  E  dell' istessa  materia  è  l'anfiteatro  di  Tito  o  Colosseo,  che 
vogliam  chiamarlo:  il  qual  per  questa  materia  è  più  riguardevole 
assai  che  non  è  San  Pietro;  perché  questo  ha  solamente  la  ca- 
micia sottile  di  detta  pietra,  ma  quello  è  massiccio,  come  si  vede, 
e  v'  ha  per  entro  poca  pietra  cotta;  nel  qual  proposito  Ammiano 
dice,  se  non  m' inganno:  «  Amphitheatri  inoles  solidata  lapidis  tybur- 
tini  compage»,  ecc.  E  benché  si  potrebbe  opporre  che  il  Colosseo  non 
è  ugual  di  grandezza  a  San  Pietro  quanto  allo  spazio,  con  tutto  ciò 
tengo  ch'egli  sia  per  la  fabrica  niente  meno  mirabile  e  capace 
di  molte  più  persone,  standovi  a  seder  commodamente  ottantaset- 
temila uomini,  come  scrive  Aurelio  Vittore.  E  per  me  tengo  per 
fermo  che  questa  fabrica  sola  sia  per  tutti  i  capi,  fuorché  per  la  lun- 
ghezza, assai  più  magnifica  di  San  Pietro,  e  più  preziosa  e  tanto 
più  mirabile  quanto  fu  fatta  in  termine  di  quattro  anni,  secon- 
doché  si  può  raccòrre  da  Svetonio,  ch'oggidì  non  si  farebbe  in 
due  secoli.  Insomma,  quanto  alla  materia,  si  può  affermare  che 
l'antiche  fabriche  non  cedevano,  anzi  superavano  San  Pietro;  il 
che  si  può  giudicar  non  solo  dal  sovradetto  palagio  di  Nerone, 
ma  dalle  pietre  infinite  di  porfido  che  si  trovano  ogni  di  ne'  ca- 
vamenti  ;  nella  qual  materia  non  si  trova  oggidì  né  scalpelli  né 
artefici  che  possan  lavorare. 

Quanto  agli  ornamenti,  non  v'ha  paragone.  Solo  le  statue  e 
le  colonne,  che  non  servivano  per  altro  che  per  ornato  e  per 
ispesa,  superano  di  gran  lunga  San  Pietro  e  qualsivoglia  fabrica 
del  mondo.  La  qual  meraviglia  si  vedeva  non  solo  nelle  fabriche 
publiche  e  de'  prencipi,  ma  anche  in  quelle  de'  privati,  e  fin 
de'  libertini.  Delle  qua!  cose  si  maravigliava  ancor  Seneca,  che  le 
vedeva  ogni  di,  nell'epistola  (se  non  erro)  86:  «  Quid cum  ad  balnea 
libertinorum  pervenero?  quantum  statuarum,  quantum,  coluninartim, 
est  nihil  sustinentium,  sed  in  ornamentum,  positarum,  im-peftsae 
causa!  »,  ecc.  Onde  si  può  credere  che  i  bagni  publici,  fabricati  dagli 
imperatori,  avessero  ornamenti  mirabilissimi,  e  si  prova  da  quel 
che  ne  scrive  Lipsio  nel  terzo  De  magnitudine  roìnana,  a  cui  mi 
rimetto.  Fra  i  quali  ornamenti  le  statue  erano  miracolose  per  lo 
numero  e  per  la  qualità;  e  ne  può  far  fede  sol  quella  del  Toro, 


246  CLAUDIO    ACHILLINI 

c'ha  il  signor  cardinal  Farnese,  e  V.  S.  l'avrà  veduta,  la  qual  fu 
trovata  nelle  terme  antoniane,  che  questa  sola  vai  più  di  tutti  gli 
ornamenti  di  San  Pietro.  E  si  può  credere  che  in  quel  luogo  ne 
fossero  infinite. 

Quanto  alla  spesa,  dalle  sudette  cose  se  ne  può  far  argomento. 
Il  tetto  solo  del  tempio  di  Giove  capitolino,  sto  per  dire  che  va- 
leva quanto  vai  tutta  la  chiesa  di  San  Pietro.  Era  coperto,  co- 
m'Ella  sa,  di  tegole  di  bronzo  dorate,  le  quali  per  cose  preziose 
furono  rubate  e  trasportate  in  Africa  da  quel  re  de'  vandali,  come 
mi  par  d'aver  letto  in  Procopio,  e  un  privato  le  indorò,  come  mi 
par  che  dica  Plinio  di  Catulo.  «  Tegulas  Capitola  aereas  inauravit 
primus».  E  Seneca  il  vecchio,  parlando  di  queste,  se  non  erro: 
«  Fastigiatis  supra  tectis,  auro  purofulgens,  praelucet  Capitoliutn  » . 
E  Plutarco,  se  mal  non  mi  ricordo,  nella  Vita  di  Poplicola  dice 
che  nell'indoratura  solamente  di  detto  tempio  si  spesero  più  di 
dodicimila  talenti,  i  quali,  second'il  calcolo  di  Lipsio  nel  terzo  De 
magnitudine,  importano  più  di  sette  millioni.  Tralascio  le  cose 
preziose  che  v'erano,  donate  da'  cittadini  e  dalle  provincie,  colle 
porte  d'oro,  le  quali  furon  poi  rubate  da  Stilicone.  Ma,  per  provar 
le  spese  degli  ornamenti  di  quelle  fabriche,  basta  il  palagio  sovra- 
detto  di  Nerone,  nel  quale,  scrive  Svetonio,  «cuncta  auro  lita,  di- 
stincta  gemmis  unionumque  cotichis  eranty>.  Il  qual  palagio  fu  fabri- 
cato  due  volte  per  l'incendio,  e  per  la  gran  valuta  fu  nomato  da 
lui  e  da  Roma  «la  casa  dell'oro»:  «  Quam  primo  '  transitoriain^ , 
max,  incendio  absumptam  restitidamque,  'aureant"  nomiìiavit  ■» .  E 
perché  mi  dimenticai  di  sopra,  aggiungerò  ancor  questo  alla  gran- 
dezza dello  spazio  di  detto  palagio.  V.  S.  si  ricorda  benissimo  quella 
pasquinata  che  fu  fatta  contro  di  Nerone  in  quel  tempo,  dicendogli 
che  Roma  era  ormai  ristretta  in  una  casa  sola,  la  quale  occupava 
non  solo  la  città  ma  anche  i  paesi  vicini:  «  Roma  domusfiet»,  ecc. 
La  qual  iperbole  è  canonizata  da  Plinio  nel  trentesimosesto  al  ca- 
pitolo quindici,  se  la  memoria  non  m'inganna:  «  Bis  vidimus  Ur- 
bem  totani  cingi  domibiis  principum  Caii  et  Neronis,^  et  huius  quidem 
(ne  quid  deesset)  aurea  ».  E  certo  non  è  iperbole  molto  iperbolica: 
perché  insomma,  a  considerar  coll'occhio  il  sito  di  detto  palagio, 
egli  occupava  parte  di  cinque  monti  de'  sette,  cioè  del  Palatino 
(che,  secondo  le  parole  di  Svetonio,  era  compreso  dentro,  secondo 
me),  dell'Esquilino,  del  Viminale,  del  Quirinale  e  ancor  del  Celio 
a  man  destra,  per  quanto  io  stimo  necessariamente.  La  qual  fa- 
brica   necessariamente   fece   rovinar   infinite   case    di  privati,  con 


CARTEGGIO  247 

grandissimo  danno  della  città;  e  ciò  accenna  il  medesimo  Sve- 
tonio:  «Non  in  alia  re  da^nnosior  quam  in  aedificando»,  parlando 
di  Nerone  e  della  sua  casa. 

Quanto  finalmente  all'architettura,  né  San  Pietro  né  qualsi- 
voglia fabrica  moderna  ha  pur  principio  di  comparazione,  per 
quanto  confessano  i  medesimi  architetti  nostri,  i  quali  per  regola 
dell'arte  conoscono  l'eccellenza  dell'architettura  antica  da  queste 
reliquie,  argomentando  e  tirando  le  proporzioni  dalla  parte  al 
tutto.  La  chiesa  di  San  Pietro  ha  infinite  sproporzioni,  come  dice 
V.  S.  e  come  confermano  tutti  gl'intendenti,  a' quali  mi  rimetto. 
E  quando  pensò  mai  l'architettura  moderna  a  far  di  quei  miracoli 
che  fece  l'antica  nei  medesimo  palagio  di  Nerone,  in  cui  que'  sof- 
fitti e  tutta  la  stanza  si  aggirava  a  guisa  d'un  cielo?  «  Coenationes 
laqueatae  tabulis  eburneis  versatilibus ,  ut  flores,  fistulatis,  ut  un- 
guenta desuper  spargerenttir.  Praecipua  coenationum  rotunda,  quae 
perpetuo  diebus  ac  noctibus  vice  mundi  circiimageretur» ,  ecc.  E  se  nel 
fatto  dell'architettura  vogliam  credere  al  medesimo  Michelagnolo, 
è  notissima  cosa  ch'egli  andava  spesso  a  vedere  le  colonne  an- 
tiche, le  quali  sono  oggidì  al  pozzo  del  convento  di  San  Pietro 
in  vincola,  postevi,  se  ben  mi  ricordo,  da  Giulio  secondo;  e  quivi 
quel  buon  uomo  si  faceva  portare  una  sedia  in  quel  cortile,  e  si 
fermava  fisso  due  e  tre  ore  intere  a  contemplarle,  come  se  fossero 
state  qualche  mostro. 

E,  per  non  tediar  più  V.  S.  e  me  con  questa  cantafavola,  tra- 
lascio alcune  fabriche  antiche  miracolosissime,  come  fu  il  palagio 
di  Gordiano  imperatore,  ch'aveva  intorno  al  cortile  ottocento  co- 
lonne, e  fu  nella  via  prenestina,  dove  oggidì  è  Santo  Eusebio;  il 
qual  imperatore  ebbe  pensiero  di  superare  quel  di  Nerone.  E  tra- 
lascio il  fòro  di  Traiano,  di  cui  oggidì  si  vede  la  colonna  ch'era 
nel  mezzo,  colla  fabrica  d'intorno  quasi  dell' istessa  altezza,  con 
logge  sopra  logge,  con  numero  infinito  di  statue  d'ogni  pietra  e 
d'ogni  metallo;  della  qual  fabrica  fanno  gli  schiamazzi  tutti  gii  scrit- 
tori antichi,  fra  i  quali  Animiano  la  chiama  «  singulareni  sub  onini 
cacto  structuram  et  etiain  nuniinum  assensione  mirabileni  »;  e  di 
più:  «  Gyganteos  contextus  nec  relatu  affabiles,  nec  rursus  mor- 
tali bus  appetendos  ».  E  quanto  a  me,  estimo  più  questo  fòro  Traiano 
che  la  fabrica  di  San  Pietro,  ancorché  non  fosse  di  tanta  lunghezza; 
ma  del  resto  ancor  Cassiodoro  ne  fa  le  meraviglie:  «  Traiani  fo- 
rum vel  sub  assiduitate  videre  miraculum  est».  Inoltre  stimo 
più   mirabile  il   sudetto   Colosseo  per  le  ragioni   già   dette  e  per 


248-  CLAUDIO    ACHILLINI 

l'altezza,  che,  secondo  me,  era  maggior  dell'altezza  di  San  Pietro 
(non  parlo  della  cupola),  la  qual  altezza  fu  notata  per  cosa  mirabile 
dal  medesimo  Ammiano,  parlando  dell'anfiteatro:  «  Ad  cuìus  smn- 
mitatem  aegre  visto  hutnana  conscendit  ».  E,  per  conchiuderla,  oltre 
alle  sudette  stimo  ancor  più  di  San  Pietro  le  fabriche  antiche  non 
solo  dell'acquedotto,  fatto  da  Claudio,  tirato  per  lunghezza  di  qua- 
ranta miglia  e  tanto  alto  che  portava  l'acqua  sopra  tutti  i  monti 
di  Roma;  ma,  quel  che  par  più  mirabile,  stimo  più  la  fabrica  delle 
cloache  antiche  della  città.  Nel  qual  paradosso  mi  rimetto  a  quel 
che  ne  dice  Plinio  nel  trigesimosesto  al  capitolo  quindici,  e  mi 
rimetto  in  ogni  cosa  al  giudizio  di  V.  S.,  la  qual  prego  ad  iscu- 
sarmi  della  sovverchia  lunghezza  usata  per  soddisfare  alla  calda 
istanza  che  me  ne  fa.  E  s' io  avessi  preso  errore  in  qualche  cosa, 
mi  scusi  per  la  debolezza  della  memoria  o  del  giudizio  e  per  la 
fretta  che  ho  usata  nello  scrivere,  dovendo  scriver  di  più  molto 
altro  in  questa  sera. 

Ma  per  fine,  ancorché  le  sudette  fabriche  sien  mirabili,  una 
però  ne  vedete  voi  altri  signori  in  Bologna  di  presente,  la  quale 
vai  più  di  tutte  quelle  insieme;  ed  è  tanto  più  maravigliosa  quanto 
ella  si  muove,  ad  imitazion  forse  di  quelle  di  Nerone,  perché 
ancor  cotesta  ha  forma  d'un  cielo.  Piacesse  a  Dio,  il  qual  fu  l'ar- 
chitetto, che  ritornassero  al  mondo  i  Plinii,  gli  Ammiani  e  i  Cas- 
siodori  per  far  fede  di  tanto  miracolo  alla  posterità.  La  qual  cosa 
sia  detta  per  rallegrare  un  poco  la  tediosa  materia  di  questa  lettera; 
ma  per  verità  e  'n  confidenza  fra  di  noi.  Al  signor  Gualanti  mi 
ricordo  servitor  di  monsignore,  e  a  V.  S.  con  tutto  l'afl'etto  bacio 
la  mano. 

Di  Roma,  a'  xxii  di  febbraio  1612. 


Ili 
TOMMASO  STIGLIANI 

LETTERE 


I 
A  Ferrante  Gonzaga,  principe  di  Molfetta 

Dedica  del  Polifemo  (Milano,  Ponzio,   1600). 
Di  Milano,  primo  di  giugno  1600. 

II 

Alla  signora  marchesa  donna  Isabella  Pallavicina, 
A  Cortemaggiore 

Ringrazia  del  dono  di  una  gioia. 

Ieri  sera  dopo  la  partenza  di  V.  S.  illustrissima  da  Parma  il 
signor  marchese  della  Torre,  il  quale  è  il  distributore  de'  regali 
ch'Ella  con  eroica  liberalità,  anzi  pur  con  regia,  suol  fare  ogni 
anno  ai  cavalieri  che  frequentano  la  famosa  conversazion  della 
sua  casa,  m'offerì  a  nome  di  lei  un  rubino  in  forma  di  cuore.  Ma 
io  son  tanto  buon  conoscitore  de!  mio  poco  merito  che,  avanti 
che  '1  ricevessi,  gli  dissi  ch'egli  avvertisse  d'aver  bene  inteso 
l'ordine  di  lei,  potendo  agevolmente  essere  ch'avesse  errato 
nella  persona.  Egli  con  certezza  me  n'assicurò,  ed  io  rimasi  con 
quella  maraviglia  e  con  quel  contento  che  può  cagionarsi  dalla 
grandezza  d'un  tanto  favore,  nel  quale  la  gran  valuta  è  il  minor 
pregio,  poiché,  se  la  gioia  vai  cento  scudi,  l'onore  ne  vai  cento- 
mila. Perciò  rendo  a  V.  S.  illustrissima  infinite  grazie,  assicu- 
randola ch'esso  dono  appo  la  mia  stima  tiene  il  primato  sopra 
quanti  altri  io  n'abbia  mai  auto  in  tutta  mia  vita. 

Ma  troppo  gran  soma  d'obligazione  Ella  impone  sopra  le 
picciole  spalle  della  servitù  mia,  divota  si  ed  affettuosa,  ma  al- 
trettanto debole  ed  impotente  e  di  leggier  conseguenza.  Onde 
con  gran  ragione  si  lagneranno  di  lei  quei  sublimi  Atlanti,  da 


252  TOMMASO   STIGLIANI 

tutti  i  quali  Ella  m'ha  differenziato  nel  regalarmi,  ed  i  quali 
sarebbono  stati  più  di  me  atti  a  sostener  sulla  schiena  del  me- 
rito loro  non  solo  questo  mio  peso  ma  tutto  il  cielo  della  sua 
grazia;  dove  all'incontro  io  non  ne  posso  reggere  una  stella, 
anzi  mi  son  lasciato  talmente  opprimere  dalla  troppa  gravezza, 
che  paio  propriamente  un  altro  Tifeo  sotto  a  un  nuovo  Mon- 
gibello.  Pure,  perché  la  caduta  m'è  gloria  ed  io  per  la  fiac- 
chezza non  posso  mostrarne  altra  gratitudine,  farò  dadovero  quel 
che  di  Tifeo  fu  favoleggiato:  cioè  esalerò  eternamente,  di  sotto 
al  monte  della  mia  oppressione,  fiamme  verso  V.  S.  illustrissima 
d'ardentissimo  affetto  e  d'amore  e  di  devozione. 
E  senza  più,  le  fo  umilissima  riverenza. 
Di  Parma,  6  di  marzo  1601. 

IH 

All'illustrissimo  e  reverendissimo 

SIGNOR    ClNZIO    AlDOBRANDINI,    CARDINAL   DI    SaN    GIORGIO 

Dedica  della  prima  parte  delle  Rime  (Venezia,  Ciotti,  1601). 
Di  Venezia,   1601*. 

IV 
A  Ferrante  Gonzaga,  duca  di  Guastalla 

Gli  annuncia  di  essere  passato  al  servigio  di  Ranuccio  Farnese, 
duca  di  Parma. 

Parma,  1603. 

V 

Al  signor  Pietro  Antonio  Castaldi,  a  Milano 

Non  ha  ingannato  l'amico  scrivendogli  che  il  figlio  «  studiava  come 
un  cane  »,  laddove  costui  non  apriva  i  libri.  I  cani  non  studiano. 
È  stata  dunque  colpa  della  paterna  tenerezza  del  Castaldi  l'avere 
interpetrata  la  frase  in  senso  buono. 

Di  Parma,   13  gennaro  1604. 


LETTERE  253 

VI 

Al  signor  Andrea  Gussoni,  in  Vinezia 

Lo  esorta  a  sopportare  pazientemente  le  persecuzioni  che  patisce 
dagli  emuli. 

Di  Parma,  7  d'aprile  1605. 

VII 
Al  cardinal  Cinzio  Aldobrandini 

Dedica  della  prima  parte  del  Canzoniero  (Venezia,  Ciotti,  1605): 
Amori  civili. 

Parma,  primo  d'agosto  1605. 

Vili 

Al  duca  Virginio  Orsini 

Dedica  della  seconda  parte  del  Canzoniero:  Amori  pastorali. 

Parma,  primo  d'agosto  1605. 

IX 

A  Ferrante  Gonzaga,  duca  di  Guastalla 

Dedica  della  terza  parte  del  Canzoniero:  Amori  marinareschi. 

Parma,  primo  d'agosto  1605. 
X 

Al  conte  Fabio  Visconte 

Dedica  della  quarta  parte  del  Canzoniero:  Amori  giocosi. 
Parma,  primo  d'agosto  1605. 


254  TOMMASO    STIGLIANI 

XI 

Al  duca  Ranuccio  Farnese 

Dedica  della  quinta  parte  del  Canzotiiero:  Soggetti  eroici. 
Parma,  primo  d'agosto  1605. 

XII 

Al  cardinale  Odoardo  Farnese 
Dedica  della  sesta  parte  del  Canzoniero:  Soggetti  morali. 
Parma,  primo  d'agosto  1605. 

XIII 

A  Muzio  Sforza,  marchese  di  Caravaggio 

Dedica  della  settima  parte  del  Canzoniero:  Soggetti  funebri. 
Parma,  primo  d'agosto  1605. 

XIV 

Al  cardinale  Ascanio  Colonna 

Dedica  dell'ottava  parte  del  Canzoniero:  Soggetti  familiari, 
Parma,  primo  d'agosto  1605. 

XV 

Al  signor  duca  di  Parma  Ranuccio  Farnese, 
A  Piacenza 

Rende  conto  di  un  suo  duello  con  Enrico  Caterino  Davila. 

Il  signor  marchese  Orazio  Pallavicino,  il  qual  vien  di  fresco 
da  Piacenza,  m'ha  visitato  in  letto,  a  nome  di  V.  A.  serenis- 
sima, affettuosamente  e  con  molti  conforti  ed  offerte,  recandomi 
ad  un  tempo  un  suo  comandamento:  che  è  ch'io  distenda  in 


LETTERE  255 

iscritto  una  distinta  relazione  di  quella  question  nuovamente 
succeduta  tra  me  ed  Errico  Catarin  Davila  per  la  qual  mi  trovo 
giacere,  e  che,  distesa  ch'io  l'abbia,  gliela  mandi  costi  quanto 
prima;  acciocché,  avendone  l'A.  V.  già  avuta  un'altra  da  esso 
avversario,  possa,  dopo  il  sentire  ambedue  le  parti,  prender 
temperamento  di  farmi  pacificar  con  lui  per  mia  intiera  soddisfaz- 
zione  ed  onore. 

Primamente  io  rendo  a  V.  A.  doppia  grazia,  e  della  benigna 
visita  che  s'è  degnata  di  farmi  fare,  e  del  caritativo  assunto  che 
s'è  abbassata  a  pigliar  per  me,  risultandomi  a  troppo  segnalato 
favore  che  quel  principe,  il  quale  sta  costituito  in  luogo  di  mio 
supremo  padrone  e  di  mio  assoluto  giudice,  si  ponga  in  luogo 
di  mio  pietoso  amico  e  di  mio  amorevole  avvocato.  Appresso 
ubbidisco  prontamente  al  comando,  quantunque  mi  trovi  tutta- 
via esser  fiacco  per  l'avute  ferite,  se  bene  assicurato  della  sa- 
lute e  fuori  oramai  di  pericolo. 

Ben  prima  ch'io  cominci  a  contare  il  fatto,  mi  protesto 
che,  con  tutto  ch'io  sia  per  dire  quella  istessa  verità  ad  un- 
guem  la  qual  direi  se  non  v'avessi  interesse  alcuno,  e  con  tutto 
ch'io  presuma  ch'anco  l'avversario  abbia  fatto  il  medesimo, 
avrei  però  caro  che  V.  A.  non  credesse  né  a  me  né  a  lui,  ma 
solo  a  quei  testimoni  che  vi  si  trovarono  esser  da  principio  ed  a 
quegli  altri  che  vi  sopragiunsero  dapoi  ed  alla  publica  fama 
che  gli  uni  e  gli  altri  n'hanno  già  sparsa  qui  in  Parma  e  fuori; 
mentre  conviene  ed  è  giusto  che  chi  ha  meno  di  passione  abbia 
più  di  credito,  potendo  essere  che  a  me  le  cose  ch'io  dirò  fus- 
sero  per  la  detta  passione  parute  altrimenti  di  quel  che  sono, 
si  come  ancora  l'istesso  può  esser  paruto  a  esso  avversario. 

Sappia  l'A.  V.  che  il  di  nono  d'agosto  a  ore  venti  e  due 
(che  appunto  oggi  son  finiti  quindici  giorni),  essendo  io  in 
piazza  a  seder  davanti  alla  libreria  del  Viotti,  fui  invitato  dal 
Davila  suddetto  ad  andar  per  la  città  a  spasso  con  seco  e  con 
Flavio  Querenghi  e  con  Gioseppe  Giavardi,  i  quali  erano  con 
lui.  E  questo  può  testificarsi  dal  Malossi,  pittore  di  V.  A.,  che  ci 
senti,  essendo  in  bottega  a  comperar  non  so  che  libri.  Il  quale 
invito  io  accettai  allegramente,  e  mi  misi  a  caminar  con  loro 


256  TOMMASO    STIGLIANI 

verso  il  duomo;  dove,  avanti  che  arrivassimo,  trovammo  in  Pe- 
scheria Alessandro  Tagliaferro,  che  volontariamente  s'accom- 
pagnò con  noi. 

Andammo  alla  chiesa  del  duomo  con  pensier  che  vi  fusse 
gente;  e  dopo  aver  fatto  orazione  e  veduto  non  esservi  nessuno, 
il  Giavardi  ridendo  disse:  —  Signori,  che  cosa  facciamo  noi  qui, 
dove  non  è  altre  persone  che  dipinte  e  che  scolpite?  Andiamo 
verso  San  Benedetto,  che  intendo  ch'oggi  vi  si  fa  musica  per  la 
vigilia  di  san  Lorenzo,  del  qual  dicono  che  v'è  un  altare.  —  E  cosi 
dicendo  s'inviò.  Noi,  quasi  rapiti  dal  suo  parlare  e  dalla  sua 
mossa,  lo  seguitammo  concordemente,  e  subito  s'usci  di  chiesa. 
Mentre  che  s'andava  per  via,  gli  tre,  cioè  Davila,  Giavardi  e 
Querenghi,  restarono  alquanti  passi  addietro,  ragionando  tra 
loro  pianamente;  e  noi  due,  cioè  Tagliaferro  ed  io,  andavamo 
innanzi  pur  parlando.  Più  volte  ci  fermammo  per  aspettare  i 
tre;  ma  essi  sempre  dicevano  che  noi  attendessimo  a  caminar 
pur  oltre,  perché  in  ogni  modo  ci  avrebbono  arrivati. 

Giunsesi  alla  strada  di  San  Benedetto,  in  quella  parte  ap- 
punto la  quale  ha  da  una  banda  la  chiesa  e  dall'altra  il  can- 
tone dove  abita  Lucietta  meretrice.  In  questo  cantone  i  tre 
soprarrivarono,  e  la  compagnia  si  riuni  tutta  e  fermossi.  Allora 
il  Davila,  cambiato  in  viso,  disse  verso  me:  —  Voi  ci  avete  me- 
nati in  luogo  da  par  vostro.  —  A  queste  parole  io  non  risposi, 
simolando  di  non  averle  udite  e  facendo  mostra  di  non  ba- 
darvi. Ma  il  Davila,  dopo  qualche  silenzio  di  tutti,  ripigliò  a 
dir  di  nuovo:  —  Dico  che  ci  avete  menati  in  luogo  da  vostro 
pari.  —  Al  che  sforzato  io  risposi  :  —  Io  non  son  quello  che  ha 
menati  gli  altri,  mentre  son  venuto  insieme  con  tutti  là  dove  avea 
proposto  il  signor  Giavardi  che  si  venisse,  cioè  in  questa  chiesa 
che  è  qui  incontro.  Ma  se  per  «  mio  pari  »  intendete  «  uom 
da  bene  »,  avete  ragione  in  questa  parte,  perché  cosa  da  buono 
è  il  venire  ai  luoghi  santi.  —  Replicò  egli:  —  Voi  ci  avete  con- 
dutti  non  in  chiesa,  ma  in  bordello.  Però  per  «  par  vostro  »  io 
intendo  «  furfante  ».  —  Tu  menti  —  diss'  io  —  per  la  gola!  —  e 
tutto  a  un  punto  misi  mano  alla  spada  ed  al  pugnale.  Ma  egli, 
ch'avea  i  pendenti  coU'agucchia  alla  vineziana,  si  spacciò  più 


LETTERE  257 

prestamente  di  me,  e  tirommi  una  coltellata  sul  braccio  destro 
in  tempo  ch'io  avea  meza  la  spada  fuor  del  fodero.  Io,  per  lo 
calor  dell'ira  sentendo  poco  la  ferita,  finii  di  cacciar  mano  e 
tirai  una  stoccata  verso  lui.  Questa  gli  fu  pienamente  parata  dalla 
spada  del  Giavardi,  che  tenea  gridato:  —  Fermate,  signori!  — 
e  simili  altre  parole  che  suol  dir  chi  partisce:  siccome  ancora 
ristesso  diceva  il  Querenghi  con  un  pistoiese  in  mano,  il  quale 
egli  è  solito  di  portar  sotto  la  toga;  standosi  il  Tagliaferro  da 
parte  a  vedere,  per  non  aver  arme  veruna.  Tirammoci  alquanti 
altri  colpi,  de'  quali  io  non  posso  ricordarmi  distintamente  per 
l'alterazion  dell'animo  ch'allora  mi  teneva  occupato;  ma  sempre 
mi  parve  d'osservar  ch'a  lui  tutte  le  mie  botte  erano  parate  dai 
partitori  ed  a  me  le  sue  arrivavano  libere,  sicché  bisognava  che 
me  le  parassi  io  medesimo  col  mio  pugnale.  Finalmente  il  Ca- 
vila, vedendomi  troppo  risoluto  e  non  bastandogli,  oltre  l'aiuto 
de'  compagni,  l'esser  egli  ingiaccato,  dove  per  opposito  io  era 
in  camicia,  cominciò  a  ritirarsi  indietro,  ed  io  ad  incalzarlo  for- 
temente con  ferma  intenzione  o  d'ucciderlo  o  d'esserne  ucciso. 
Arrivossi  al  canale  d'una  cisterna,  dove,  fallendo  a  me  un 
piede,  io  caddi  con  un  ginocchio  in  terra.  Allora  il  Davila, 
ripreso  animo,  venne  innanzi  e  mi  trasse,  senza  che  i  due 
gliel' impedissero,  una  profonda  stoccata,  la  qual  mi  colse  da 
quattro  dita  sopra  la  mammella  diritta  e,  passandomi  il  petto 
di  canto  in  canto,  m'usci  dall'altra  banda  sotto  alla  spalla  pur 
diritta,  con  ben  due  palmi  di  spada  fuori.  In  quel  suo  venire 
innanzi,  io  gì' investii  di  punta  nella  gamba  mancina;  e,  per 
quanto  ora  mi  dice  il  Simonetta,  che  ha  medicato  me  e  lui,  la 
ferita  fu  con  notabil  toccamento  di  nervi,  si  che  corre  pericol 
di  stroppio.  Fatto  ch'egli  ebbe  il  gran  colpo  suddetto,  credendosi 
d'avermi  in  tutto  ammazzato,  non  ricoverò  l'arme  ma  me  la 
lasciò  confitta  nel  corpo,  e  se  n'andò  via  zoppicando  in  com- 
pagnia del  Giavardi  e  del  Querenghi. 

Il  peso  della  guardia  della  spada  nemica  fini  di  farmi  ca- 
dere in  terra  del  tutto  a  faccia  in  giù;  ma  subito  io  fui  aiutato, 
e  mi  levai  reggendo  con  ambedue  le  mani  mie  l'arma  dell'av- 
versario.  Andai  coi  miei  piedi,   cosi  infilzato  com'era,  alla  più 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -\\.  17 


258  TOMMASO    STIGLIANI 

vicina  casa,  la  quale  è  quella  della  predetta  Lucia;  dove,  pre- 
stamente fattomi  venire  il  sacerdote  ed  il  medico,  mi  confessai 
prima,  e  poi  mi  feci  cavar  la  spada  fuori  e  medicarmi.  Stetti 
per  quella  notte  in  essa  casa,  e  la  mattina  con  una  seggetta 
di  V.  A.  mi  feci  portare  a  casa  mia;  nella  quale  essendo  poi 
stato  ben  curato,  mi  son  ridutto  per  grazia  di  Dio  al  sicuro 
stato  che  dissi  di  sopra,  con  gran  meraviglia  non  solo  di  tutta 
la  città  ma  de'  medici  istessi,  che  insino  m'aveano  fatto  dar 
l'estrema  unzione  come  a  moribondo.  La  qual  leggerezza  di 
male  è  proceduta  perché  la  spada,  passando  per  la  cavità  del 
torace,  o  non  toccò  il  polmone  o,  se  '1  toccò,  lo  strisciò  sdruc- 
ciolando e  senza  offenderlo. 

Ora,  quantunque  la  pace  non  bisogni  (perché  io  nella  mia 
spiritual  confessione  perdonai  al  nemico  in  tutto  e  per  tutto); 
pure,  perché  V.  A.  vuol  che  quella  si  celebri  per  farmi  dar 
compito  risarcimento  e  per  totale  adempimento  del  giusto,  io 
mi  rimetto  in  ogni  cosa  a  lei  e  serro  (come  è  in  proverbio) 
ambedue  gli  occhi.  Solo  le  soggerisco  e  propongo  che  a  me 
basterebbe  che  l'ofTensor  confessasse  il  fatto,  se  non  tutto  al- 
meno quattro  capi  d'esso,  giaché  nell'offese  io  mi  trovo  averne 
il  peggio,  non  ostante  ch'egli  sia  in  rischio  di  rimaner  zoppo. 
Il  che  se  egli  farà,  si  potrà  fra  noi  solennizzar  pace  formata;  se 
noi  farà,  sia  anco  in  buon'ora,  perché  né  più  né  meno  io  gli  con- 
fermo il  prefato  perdono  (il  qual  della  pace  è  quasi  uno  equiva- 
lente), e  quel  che  promisi  a  Dio  riprometto  all'A.  V.  di  nuovo. 

I  quattro  capi  sono  i  seguenti:  primo,  la  premeditazione  del 
caso;  secondo,  la  provocazion  delle  parole;  terzo,  la  botta  del 
braccio,  datami  avanti  ch'io  finissi  di  cacciar  mano;  e  quarto,  la 
ferita  del  petto  datami  poi  ch'io  cascai,  massimamente  di  caduta 
cagionatami  non  da  virtù  sua,  cioè  da  impeto  di  qualche  suo  colpo, 
ma  da  disgrazia  mia,  cioè   da   sfallimento  d'un  de'  miei  piedi. 

II  primo  capo,  che  è  la  premeditazione,  si  prova  con  più 
ragioni.  Una  è  che  l'offensore,  per  esser  già  stato  da  me 
confuso  più  volte  nelle  dispute  dell'accademia,  m'avea  spesso 
calunniato  e  lacerato  in  absenza,  si  come  si  può  sapere,  ogni 
volta  che  si  vuole,  da  cavalieri  qualificati,  ed  in  particolare  dal 


LETTERE  259 

signor  conte  Alessandro  Sforza  e  signor  conte  Galeazzo  Scotti, 
che  una  sera  ne  lo  ripresero  nell'anticammera  di  V.  A.  me- 
desima. L'altra  ragione,  che  nell'andar  a  spasso  io  non  fui 
l'invitatore  ma  l'invitato;  il  che  s'attesta  dal  sopradetto  Malossi 
pittore.  E  l'altra  è  che  l'offensore,  prima  che  s'arrivasse  al  luogo 
della  questione,  non  volse  per  istrada  venire  a  paro  con  me, 
ma  sempre  venne  da  trenta  passi  dietro,  ragionando  bassa- 
mente coi  compagni;  e  ciò,  oltra  che  sta  attestato,  non  si  niega 
da  lui  medesimo. 

Il  secondo  capo,  che  è  la  provocazione,  si  prova  col  solo 
testimonio  che  v'era  presente,  il  quale  è  il  Tagliaferro  che  lo 
dice  a  chiunque  nel  richiede.  Poiché  gli  altri  due  (dico  il  Gia- 
vardi  e  '1  Querenghi)  sono  da  me  non  solo  dati  per  sospetti 
ma  per  complici,  siccome  confermarono  essi  istessi,  prima  col- 
r aiutar  l'offensore  e  dapoi  col  fuggirsene  via  in  compagnia  di 
quello  e  starsene  ritirati  più  d'un  giorno  a  San  Francesco;  dove 
ancora  starebbono,  se  il  capitan  Cremona  non  consigliava  loro 
ch'uscissero  a  passeggiare  per  non  farsi  rei  da  sé. 

Il  terzo  capo,  cioè  che  il  colpo  nel  braccio  mi  fusse  dato 
innanzi  ch'io  compissi  di  sfoderare,  si  prova  similmente  col 
testimonio  sopranominato  e  col  luogo  della  ferita,  il  qual  non 
discorda,  essendo  una  coltellata  sopra  il  traverso  d'esso  braccio 
tra  il  polso  e  '1  gomito. 

Il  quarto  capo  ed  ultimo,  cioè  che  la  ferita  del  petto  mi  si 
desse  poi  ch'io  cascai,  si  prova  con  queste  ragioni:  dalla  fede 
che  ne  fa  il  predetto  testimonio,  dico  il  Tagliaferro,  e  ne  la 
fanno  anco  Giulio  Cesare  Ranini  e  Vitale  Diamo  e  Parmenio 
Calestani,  ch'erano  corsi  al  rumore;  dal  sito  d'essa  piaga,  la 
qual,  passando  da  banda  a  banda,  comincia  alta  davanti  e  fini- 
sce bassa  di  dietro;  aperto  indizio  che  l'offensor,  quando  mi 
tirò,  fusse  superior  di  luogo,  mentre  di  statura  è  minor  di  me. 

Non  voglio  però,  per  tutte  queste  cose  e'  ho  dette,  ritrarrai 
da  quanto  ho  promesso  di  sopra,  quando  affatto  mi  son  ri- 
messo al  puro  arbitrio  di  V.  A;  ma  ho  semplicemente  esposte 
le  mie  veraci  pretendenze,  con  lasciar  eh 'a  lei  tocchi  di  rifor- 
marle a  suo  modo,  se  ben  credo  e  so  che  non  vi  sia  pure  un 


26o  TOMMASO    STIGLIANI 

iota  da  rimovere.  Ed  insomma  (per  ridurre  in  una  sola  parola 
tutta  la  lunghezza  del  discorso  fatto),  di  ragione,  che  io  ho,  vo- 
glio aver  torto,  purché  cosi  paia  all' A.  V.,  a'  cui  supremi  co- 
mandamenti sta  allegramente  apparecchiata  ogni  mia  ubbidienza. 
E  per  fine  umilissimamente  la  riverisco. 
Di  Parma,  24  d'agosto  1606. 

XVI 

Al  cardinale  Cinzio  Aldobrandini 

Lo  ringrazia  di  avergli  impetrato  il  ritorno  a  Parma,  non  ostante  il  duello 
avuto  col  Davila,  e  promesso  di  non  fargli  trovare  ostacoli  nella  ri- 
stampa del   Canzoniero. 

Dalla  lettera  immediata  di  V.  S.  illustrissima  e  dall'altra  fat- 
tami scrivere  in  suo  nome  per  lo  signor  Nores  ho  saputo  dup- 
plicatamente  l'assicurazion  ch'Ella  m'ha  impetrata  per  la  per- 
sona, non  ostante  la  question  che  fei  costi;  e  saputo  ho  anco 
la  ristampa  che  a  suo  tempo  m'impetrerà  per  lo  Canzoniero,  non 
ostante  la  seguita  sospension  di  quello  per  accusa  dell' istesso 
avversario  con  ch'io  venni  alle  mani.  Della  prima  cosa  la  rin- 
grazio, e  della  seconda  la  supplico  a  ricordarsi;  e  d'ambidue  le 
resto  obbligatissimo,  quantunque  i  benefici,  ch'Ella  si  degna  di 
fare  a  me,  risultino  non  meno  a  gloria  sua  che  a  profitto  mio, 
sapendosi  da  ognuno  ch'io,  si  come  ho  dedicato  il  libro  al  nome 
di  lei,  cosi  ho  dedicato  la  persona  alla  sua  servitù.  Alla  qual, 
per  fine,  pregando  da  Dio  ogni  colmo  di  felicità,  fo  riverenza 
umilissima. 

Di  Napoli,  7  ottobre   1606. 

XVII 

Al    SIGNORI    ACCADEMICI    INNOMINATI,    A    PARMA 

Ringraziamenti  per  essere  stato  nominato  principe  dell'accademia. 

Si  come,  misurando  io  il  mio  corto  merito  e  la  fina  prudenza 
delle  SS.  VV.,  non  credetti  mai  eh'  Elle  doves.sero,  di  piede  eh'  io 
sono  in  questo  nobilissimo  corpo  accademico,  trasformarmi  in 


LETTERE  261 

capo;  cosi,  doppo  aver  saputo  per  lor  lettera  medesima  come 
Elle  m'aveano  eletto  al  principato,  stetti  alquanti  giorni  in  du- 
bietà  s' io  dovessi  accettare  il  troppo  traboccante  favore  o  pure 
rinunziarlo.  E  questa  invero  è  stata  la  cagione  ch'io  loro  ri- 
sponda si  tardi,  come  Elle  veggono  che  faccio.  Il  qual  mio 
dubbio  mi  s'accresceva  in  modo  per  la  savia  amministra- 
zione del  signor  conte  Pomponio  Torelli,  principe  passato,  che 
diventava  quasi  certezza  e  spavento,  parendomi  ch'assai  chiara- 
mente il  mio  difetto  avesse  ad  essere  scoperto  dalla  vicinità 
di  si  degno  paragone.  Ma  dall'altra  parte,  considerando  io  che  in 
ogni  maniera  si  disconveniva  l' oppormi  alla  grave  deliberazion 
di  si  perfetti  giudizi,  quali  son  quelli  delle  VV.  SS. ,  mi  ri- 
solvetti finalmente  e  mi  risolvo  di  suppor  le  spalle  al  peso  a  me 
da  loro  offerto,  appigliandomi  delli  due  mali  al  minore.  Voglio, 
più  tosto  ch'abusar  l'elezzione,  pormi  in  pericolo  d'abusare  il 
magistrato,  mentre  l'uno  è  fallo  di  discortesia,  e  però  del  tutto 
dannabile,  e  l'altro  è  d'ignoranza,  e  però  in  qualche  parte  degno 
di  scusa.  Dicono  i  naturali  che  l'api  costituiscono  loro  reina 
quella  che  non  ha  ago  da  ferire  né  attezza  da  succhiare  i  fiori  né 
industria  da  lavorare  il  miele.  Similmente  hanno  fatto  le  SS.  VV. 
con  me.  Alle  quali  bisognando  nel  loro  virtuoso  collegio 
affaticarsi  per  acquistar  gloria  nelle  belle  lettere  e  nelle  buone, 
hanno  locato  nella  sedia  del  riposo  colui  solo  che  d'erudizione 
è  nudo  e  che  di  dottrina  è  spogliato,  chiamandolo  principe  per 
riempir  colla  speziosità  del  nome  la  mancanza  del  sapere,  e  per 
farlo  tanto  superiore  agli  altri  in  degnità  quanto  egli  è  inferiore 
in  valore.  La  qual  sollevazion  delle  parti  deboli  fu  sempre  ne- 
cessaria per  la  conserva  del  tutto  e  sempre  usitata  da'  savi.  Savia 
è  la  natura  nel  mantenimento  de'  corpi  animati,  e  perciò  aggran- 
disce per  gonfiezza  le  membra  inferme  e  lascia  basse  le  sane, 
prendendosi  maggior  cura  di  quelle  che  non  fa  di  queste.  Tut- 
talvolta,  comunque  ciò  si  sia  stato  e  si  sia  che  le  SS.  VV.  abbiano 
voluto  onorarmi,  io  non  niego  che,  vedendomi  fuor  d'ogni  aspet- 
tazione sublimato  a  si  fatta  altezza,  non  senta  quella  paura  che 
sentiva  Bellerofonte  sul  pegaso  overo  Ruggiero  suU'ippogrifo: 
che  «  altezza  »  posso  ben  chiamar  quel  posto  sotto  al  quale  non 


262  TOMMASO    STIGLIANI 

giacciono  soggetti  se  non  eminenti.  E  chi  non  paventerebbe, 
conoscendo  esser  sottentrato  ad  obbligo  d'avere  a  reggere  una 
compagnia  d'ingegni  pellegrini  e  più  tosto  abili  a  governare 
che  bisognosi  d'esser  governati? 

Pure  quella  stessa  cagione,  che  mi  sgomenta,  m'affida  pari- 
mente e  mi  rassicura.  Poiché  quanta  censura  temo  dalla  lor 
dottrina,  altretanto  compatimento  spero  dalla  loro  gentilezza  ed 
altretanto  indirizzo,  non  potendosi  in  un  luogo,  dove  è  raccolto 
si  gran  senno,  errare  in  foggia  veruna.  Anzi  una  adunanza  prat- 
tica  e  per  lungo  tempo  ammaestrata,  quale  è  questa,  può  ap- 
portare al  suo  reggitore  assai  poca  fatica  di  governo,  sapendosi 
essa  reggere  da  se  stessa  ed  in  effetto  reggendosi.  Ottimi  sono 
tutti  i  suoi  riti  ed  ottime  tutte  le  sue  usanze;  ed  appunto  perché 
son  tali,  meritano  d'esser  posti  in  opera  più  frequentemente  che 
non  s'è  fatto  per  lo  passato.  Solea  l'accademia  nostra  congre- 
garsi ogni  quindici  giorni  e  non  più.  Ed  io  desidererei  che  di  qui 
avanti  vi  si  ponesse  un  nuovo  stile:  dico  congregarsi  una  volta 
la  settimana  in  perpetuo,  o  fino  a  tanto  almeno  che  si  sia  ter- 
minato il  mio  carico.  Vorrei  mostrare  il  fervor  che  ho,  se  non 
posso  mostrare  la  scienza  che  non  ho.  Sono  l'accademie  lette- 
rarie non  altro  che  un  seminario  di  virtù  ed  una  coltivazion  di 
begli  intelletti.  Per  questo  richieggono  la  continovanza  dell'eser- 
cizio, la  fuga  dell'ozio,  come  principali  instrumenti  della  lor 
durazione  e  come  radicali  fondamenti  del  produrre  eccellenti 
allievi. 

Quid  tnagis  est  saxo  duruinf 
—  disse  Ovidio  sopra  la  continovanza  dell'esercizio  — 

quid  mollius  unda? 
Dura  tamen  molli  saxa  cavantur  aqua. 

E  disse  all'incontro  sopra  la  fuga  dell'ozio: 

Cernis,   ut  ignavutn  corrunipant  olia  corpus; 
ut  capiant  vitium,  ni  tnoveantur,   aquae? 

Colla  fatica  spesseggiata  e  non  tramezata  o  interrotta  da  vacanze, 
noi  perverremo  a  quel  grado  di  valore  che,  posto  poi  in  esecu- 
zione dalla  sperienza,   somministrerà  al  pubblico   diverse  opere 


LETTERE  263 

giovevoli  e  buone,  e  partorirà  alle  nostre  persone  non  meno  ono- 
rato utile  che  lucrosa  gloria  e  riputazione.  Ed  io,  che  frattanto 
sono  indegnamente  scelto  a  regolar  la  schiera,  prometto,  per 
quanto  potranno  le  mie  forze  accompagnate  da'  lor  favori,  di 
fare  in  modo  che,  s'io  m'onoro  del  loro  giudicio,  Elle  non  s'ab- 
biano a  vergognar  de'  miei  portamenti.  I  quali,  se  non  saranno 
al  tutto  perfetti,   saranno  amorevoli  e  fedeli. 

Vorrei  per  fin  di  questa  ringraziar  le  SS.  VV.  con  parole, 
se  mi  sentissi  averle  atte  ad  arrivare  alla  grandezza  del  debito. 
Ma  non  può  render  grazie  uno  che  d'ogni  grazia  è  privo.  Follo 
nondimeno  col  grato  affetto  dell'animo,  impinguando  la  scarsezza 
del  parlare  colla  soprabbondanza  dell'amore  e  prenunziando  loro 
il  mio  ritorno  a  Parma  per  giovedì  prossimo,  a  fin  di  trovarmi 
nel  primo  atto  pubblico,  in  che  il  signor  Rosa  sarà  per  recitar 
la  sua  orazione. 

Bacio  alle  SS.  VV.  cordialmente  le  mani. 
Di  Piacenza,  2  di  decembre  1606. 

XVIII 
Alla  signora  contessa  Lucrezia  Angoscioli,  a  Roma 

Contraccambio    di  augùri. 
Di  Parma,  28  di  decembre  1606. 

XIX 

Al  signor  Marco  Antonio  Salvucci,  a  Perugia 

Riceve  da  lui  una  lettera  assai  laudativa. 
Ma  tali  lodi  converrebbero  per  l'appunto  a  chi  le  ha  scritte. 

Di  Parma,  2  di  gennaio  1607. 
XX 

Al  signor  capitano  Ortensio  Ghisi,  a  Fiorenza 

Congratulazioni  per  la  nascita  di  un  bambino. 
Di  Parma,  3  di  giugno  1607. 


264  TOMMASO    STIGLIANI 

XXI 

Al  signor  duca  Lottario  Conti,  a  Poli 

Loda  un  Discorso  politico  composto   dal   Conti,  a  richiesta   del  duca  di 
Parma,   «  in  favor  della  aderenza  e  contra  la  neutralità  » . 

Di  Parma,  19  d'agosto  1607. 

XXII 
Al  signor  cardinal  Odoardo  Farnese,  a  Roma 

Presenta  e  raccomanda,  anche  a  nome   del  duca   di    Parma,   il  capitano 
Giuseppe  Ponti. 

Di  Parma,  16  aprile  i6o8. 

XXIII 
Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  a  Roma 
Augùri  pel  natale. 
Di  Parma,   17  di  dicembre  1608. 

XXIV 

Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsini 
DUCA  DI  Santo  Gemini,  a  Roma 

Chiede  una  dilazione  per  scrivere  un  parere  circa  la  pace  fra  due  cavalieri, 
che  trattava  l'Orsini. 

Di  Parma,  primo  di  marzo  1610. 
XXV 

Al  signor  conte  Alessandro  Sforza,  a  Foro  nuovo 

Lo  ringrazia  di  avergli  dato  l'incarico  di  scrivere  la  storia  di  casa  Sforza. 
Di  Parma,  29  d'aprile  1610. 


LETTERE  265 

XXVI 

Alla  signora  contessa  Angosciola,  a  Piacenza 

Complimenti. 
Di  Parma,  primo  d'ottobre  1610. 

XXVII 
Al  signor  duca  Lottario  Conti,  a  Poli 
Lo  prega  di  non  essergli  avaro  di  lettere. 
Di  Parma,  4  di  maggio  1611. 

XXVIII 

Al  signor  Piero  Andrea  Cannoniero,  a  Milano 
Non  può  scrivere  per  lui  un  discorso  accademico,  perché  ammalato. 

Gran  favore  m'ha  fatto  V.  S.  a  degnarmi  de'  suoi  conside- 
rati comandamenti,  con  richiedermi  ch'io  scriva  un  discorso 
accademico  sopra  la  fedeltà  amorosa,  per  potersene  Ella  nel- 
l'accademia valere,  ora  che  le  tocca  la  sua  volta  del  discorrere. 
Ma  insieme  col  grandemente  favorirmi  m'ha  grandemente  af- 
flitto, domandandomi  cosa  che  invero  per  ora  io  non  posso 
fare  come  vorrei.  Onde  del  favor  la  ringrazio  e  della  afflizzion 
le  perdono;  anzi  pur  chieggo  perdono  a  lei  dell' impossibiltà  del 
servirla.  Mi  trovo  da  due  mesi  in  qua  essere  in  mala  disposi- 
zion  di  salute,  avendo  una  vena  rotta  nel  petto,  che  mi  fa 
spesso  sputar  sangue.  Il  che  cagiona  ch'io  non  possa  far  fatica 
alcuna  di  studio,  benché  picciola,  senza  grave  pericolo  della 
vita.  Sia  dunque  V.  S.  servita  di  consentire  ancor  Ella  all'onesta 
oziosità  mia,  già  statami  ordinata  da'  medici  che  mi  curano,  i 
quali  son  di  concorde  opinione  eh 'a  questa  delicata  sorte  di 
male  si  ripari  dalla  natura  con  rimedio  positivo  e  dall'arte  con 
negativo,  operandosi  l'una  in  riunir  la  parte  spezzata,  ed  operan- 
dosi l'altra  in  non  impedir  l'opera.  E  con  ciò  le  bacio  le  mani. 
Di  Parma,   19  marzo  1615. 


266  TOMMASO    STIGLIANI 

XXIX 

A  Giambattista  Marino,  a  Parigi 
Intorno  al  proprio  ritratto,  chiesto  in  dono  dal  Marino. 

Due  cose  in  sostanza  mi  significa  V.  S.  per  la  sua  lunga  del 
14  di  marzo.  Una  è  ch'Ella  tuttavia  aspetta  da  me  desidero- 
samente ch'io  le  mandi  quel  mio  ritratto  che  le  proffersi  in  dono 
nel  suo  passar  per  Parma  (quel,  dico,  il  quale  mi  fu  fatto  dal 
Santafede  in  mia  fanciullezza);  e  l'altra  è  che  Ella  s'è  risoluta 
di  vendere  tutte  quante  le  sue  pitture,  essendo  inoltre  entrata 
con  alcuni  sensali  in  istretta  prattica  d'effettuarlo.  Ad  ambedue 
le  quali  cose  io  soddisfarò  con  una  sola  risposta,  dicendo  ch'io 
donai  a  V.  S.  il  ritratto  perché  Ella  godesse  quello  e  non  perché 
godesse  il  prezzo  di  quello,  stante  la  picciolezza  della  mia  for- 
tuna, la  qual  non  mi  fa  degno  di  poter  donar  danari  a  un  par 
di  lei,  a  cui  appena  possono  esser  Mecenati  i  supremi  principi. 
Di  che  m'è  testimonio  V.  S.  medesima,  la  quale  nel  sudetto 
suo  passaggio  per  Parma  mi  disse  l'istesso  formatamente,  e  sog- 
giunsemi  d'avere  una  volta  rifiutato  dal  signor  duca  Ferdinando 
Gonzaga  in  Mantova  un  presente  di  cinquecento  scudi  d'oro; 
se  bene  io  odo  per  altra  via  che  questa  donazione  non  avvenne 
in  Mantova  ma  in  Torino,  con  pace  di  V.  S.,  e  che  il  dono 
non  fu  in  moneta  ma  fu  in  verghe,  e  che  le  verghe  non  furono 
di  metallo  ma  d'altro,  le  quali  in  ogni  modo  a  lei  bisognò 
accettar  per  forza. 

Pensai,  dico,  da  principio  d'aver  presentato  alla  S.  V.  una 
galanteria  da  tenersi  cara  appresso  di  sé  e  non  una  robba  da 
farne  esito  mercantile.  Pure,  poiché  V.  S.  vuole  ora  vendere 
tutte  le  sue  pitture,  sua  è  medesimamente  questa  del  mio  ri- 
tratto, ed  intenderassi  per  venduta  coli 'altre;  ma  il  comprador 
d'essa  voglio  essere  io  stesso.  Il  quale,  quando  sarò  da  lei 
avvisato  che  la  detta  vendita  generale  si  sia  concliiusa  ed  ese- 
guita, le  manderò  in  tanta  pecunia  la  giusta  valuta  d'esso 
ritratto,  e  questa  non  come  dono  ma  come  prezzo  della  cosa 
donata.   Il  che  sarà  da  un  venti  ducati  in  circa. 


LETTERE  207 

Ma  qui  V.  S.  mi  potrebbe  forse  dire:  —  E  se  io  per  caso 
non  potessi  vendere  le  pitture,  non  vorrai  tu  poi  mandarmi  il 
ritratto,  giaché  ti  piace  che  non  s'alieni  ma  cHe  resti  appo 
la  mia  persona?  —  Al  che  rispondo  che  vo'  mandarlo  e  volen- 
tieri, purch'egli  possa  venire.  Ma  V.  S.  sa  che  '1  poverello  non 
ha  piedi,  essendo  un  mez'uomo  dalla  cinta  in  su.  Benché  questo 
impedimento  importerebbe  poco,  poiché  o  egli  potrebbe  venir 
saltone  come  caminano  i  rospi,  overo  io  lo  potrei  inviare  a 
cavallo. 

Ma,  a  dir  liberamente  il  vero,  la  difficoltà  principale  si  è 
ch'esso  non  ha  più  quella  volontà  di  venire  ch'avea  prima,  ed 
io  non  vorrei  sforzarlo;  perché,  essendo  egli  immagine  mia  e 
della  mia  passata  gioventù,  quando  io  scompiacessi  a  lui,  mi 
parrebbe  scompiacere  a  me  medesimo.  La  cagion  perché  esso 
si  sia  ultimamente  mutato  di  proposito  io  non  posso  dirla  ch'in- 
sieme non  dica  una  avvenuta  maraviglia,  anzi  pure  uno  occorso 
prodigio.  Io  ho  ritrovato  esser  verissime  quelle  parole  che  V.  S. 
mi  disse  di  lui  in  Parma  in  casa  mia,  per  le  quali  io  glielo 
offerii  cortesemente  in  dono  ed  Ella  senza  cerimonie  l'accettò; 
cioè  che  egli  era  si  spiritoso  e  si  vivo,  che  veramente  parlava 
a  qualunque  riguardante  il  mirasse.  Perciocché  iermattina,  leg- 
gendo io  alquanto  fortemente  la  sudetta  lettera  di  V.  S.  dentro 
al  mio  studio,  dove  essa  mi  fu  recata  dal  ministro  della  posta, 
il  ritratto,  ch'ivi  appresso  pendeva  attaccato  al  muro,  mi  senti 
e,  quasi  sdegnandosi,  proruppe  in  queste  parole:  —  O  Tomaso, 
per  certo  che  la  turchesca  fisonomia  e  l'ebraica  carnagione  di 
quell'uomo  avido  che  porta  i  mostacci  grandi  all'uso  de'  tartari, 
al  quale  per  mia  disgrazia  tu  mi  promettesti  in  dono,  non  m'ha 
punto  ingannato.  Perché,  quando  egli  fu  qui  e  mi  guardava  con 
quella  sua  faccia  si  furba  e  con  quei  suoi  occhi  si  gatteschi 
e  sfavillanti,  io  sospettai  grandemente  ch'egli  mi  bramasse  per 
fine  poco  buono,  essendo  sbarbato  come  sono.  Il  che  tu  vedi 
ora  esser  chiaramente  succeduto  e  riuscito  vero,  se  bene  con 
qualche  diversità:  perché,  dove  io  credevo  il  peccato  esser  di 
lussuria,  lo  trovo  esser  d'avarizia;  e  dove  pensavo  che  '1  disegno 
chinasse  a  Venere,  veggo  che  mercurieggia.  Io  dunque,  il  quale 


268  TOMMASO    STIGLIANI 

già  avevo  intenzion  d'andare,  ti  fo  sapere  ch'adesso  non  l'ho 
più.  La  ragione  è  che,  si  come  io,  andando  prima  che  sentissi 
leggere  cotesta  lettera,  non  avrei  fatto  male;  cosi,  andando  ora 
che  l'ho  udita,  sarei  non  tuo  viso  ma  viso  dello  dio  degli  orti, 
cioè  di  fava,  anzi  di  baccello.  Perché  del  primo  peccato,  che  è 
la  libidine,  io  non  avevo  paura,  mancandomi  la  parte  dalla  cin- 
tura in  giù;  ma  del  secondo,  che  è  la  miseria,  temo  pur  troppo, 
possendo  riceverne  non  poco  danno.  Atteso  che,  quando  la 
disavventura  portasse  ch'io  fussi  una  volta  venduto,  potrei  poi 
facilmente  andar  vagando  di  padrone  in  padrone,  tanto  che  al- 
fine capitassi  in  mano  di  qualche  ignorante,  il  quale,  non  co- 
noscendomi per  opera  fatta  da  maestro  famoso,  mi  lasciasse 
mangiar  dalla  polvere  o  guastare  dal  fumo.  — 

Questo  disse  il  ritratto.  Ma  V.  S.  non  badi  alle  sue  parole, 
che  ha  poco  cervello  e  fanciullesco.  Anzi  più  tosto  miri  alla  mia 
buona  volontà  e  si  vaglia  di  quella  nel  proprio  modo  ch'io  l'ho 
proposto  di  sopra,  cioè  ricevendo  da  me  in  danari  il  valor  d'essa 
pittura.  Tanto  più  che  V.  S.  non  ha  bisogno  di  mia  effigie, 
quando  sia  vero  eh'  Ella  mi  tenga  scolpito  nel  cuore  per  mano 
non  del  Santafede  ma  della  santa  fede  dell'amicizia,  come  nella 
sudetta  sua  lettera  formatamente  m'ha  detto  e  confermatomelo 
appresso  con  diffusa  essagerazione.  Senza  che,  la  copia  si  suol 
bramar  da  chi  non  possiede  l'originale;  e  V.  S.  è  padrona  di 
me  stesso,  dal  quale  è  stata  cavata  quella  figura,  benciié  io  sia 
deteriorato  di  forma  e  fattomi  vecchio,  ed  essa  si  mantenga  nel 
primo  stato.  Col  qual  fine  bacio  a  V.  S.  le  mani. 
Di  Parma,  9  d'aprile  1615. 

XXX 

Al  medesimo 

Ancora  del  ritratto. 

Ricevo  una  di  V.  S.  del  26  di  giugno,  nella  quale  Ella  pari- 
mente m'avvisa  come  la  sua  persona  costi  in  Parigi  è  in  pub- 
blica stima  di  tutta   la  gioventù  e  degli  studenti,  ed  appresso 


LETTERE  269 

mi  raccomanda  il  mio  ritratto  eh'  io  le  proffersi  in  dono.  Dalla 
qual  raccomandazione  conosco  che  V.  S.  non  ha  ricevuto,  questo 
aprile  passato,  una  mia  risposta  ad  un'altra  sua  lettera  scrittami 
pur  in  materia  d'esso  ritratto;  o  almeno  vengo  in  dubbio  che 
V.  S.,  avendola  ricevuta,  se  ne  sia  dimenticata,  stante  che  co- 
loro e' hanno  buono  intelletto  hanno  trista  memoria,  per  sen- 
tenza d'Aristotile.  Con  tutto  ciò,  risponderò  pur  anco  qualche 
cosa  a  questa  seconda  lettera,  cosi  intorno  all'avviso  che  mi 
dà  della  sua  stima,  come  intorno  alla  raccomandazion  che  mi 
fa  del  mio  ritratto. 

E  dico  che,  se  ben  V.  S.  afferma  semplicemente  d'essere 
stimata  in  cotesta  città  ma  non  ispecifica  per  quale,  io,  che  la 
conosco  benissimo,  me  lo  immagino  da  me  medesimo  e  so  per 
che  uomo  è  tenuta.  Onde  me  ne  rallegro,  più  che  con  lei,  coi 
giovani  istessi,  ai  quali  il  conoscere  la  qualità  de'  pari  suoi 
può  esser  di  profitto  assai,  essendo  per  ordinario  la  notizia  delle 
cose  conosciute  una  util  norma  al  vivere  del  conoscitore. 

Del  ritratto  poi,  il  quale  V.  S.  mi  raccomanda,  pregandomi 
ch'io  lo  custodisca  per  lei,  le  fo  sapere  ch'io  l'ho  molto  più 
raccomandato  ch'Ella  non  brama  e  che  per  lei  appunto  lo  cu- 
stodisco, facendomi  intendere  d'aver  conforme  intenzione  alla 
sua,  cioè  di  voler  ancor  io  quello  istesso  che  vuol  Ella.  Vero 
è  che  conosco  l'opera  per  tanto  imperfetta  a  rispetto  a  quelle 
singolarissime  dello  studio  di  V.  S.,  che  la  giudico  per  niente,  e 
come  niente  gliela  promisi  e  come  tale  gliela  attenderò.  E  quan- 
tunque quegli  altri  ritratti  l'aspettino,  secondo  che  V.  S.  scrive, 
per  pittura  eccellente,  io  son  sicuro  che  resteranno  ingannati 
d'ogni  loro  aspettazione,  quando,  avendo  creduto  di  veder 
qualche  cosa,  vederanno,  come  dico,  nulla.  Ho  apparecchiato 
nondimeno  di  fargli  una  cornice  nuova  per  aiutarlo  a  parere; 
e  fatta  che  quella  sia,  gli  darò  fido  recapito,  perché  esso  non 
venisse  in  poter  di  chi  non  vorrei.  Per  se  stesso  si  può  egli 
dir  che  non  sia  brutto,  ma  non  avrà  mai  che  fare  con  quei  di 
V.  S.  e  sempre  ne  sarà  lontano.  Di  che  assicurandola,  le  bacio 
per  fine  le  mani. 

Di  Parma,   15  di  giugno  1615. 


270  TOMMASO    STIGLIANI 

XXXI 

Al  signor  cardinale  d'Este  il  vecchio,  a  Modona 

Raccomanda  il  sacerdote  Pietro    Giapponi,  il   quale   desidera   entrare   al 
servigio  del  cardinale  in  qualità  di  cappellano. 

Di  Parma,  7  ottobre  1615. 

XXXII 

A  Giambattista   Marino 
Satira  del  marinismo. 

Offerendosi  questi  mesi  passati  l'opportuna  occasione  di 
monsù  d'Urfé,  che  di  Parma  veniva  a  Parigi  e  che  mi  richiese 
instantemente  ch'io  volessi  scrivere  a  V.  S.,  io  gli  scrissi, 
non  già  per  far  compimenti  seco  né  per  riceverne  da  lei, 
ma  per  non  vilipendere  la  cordiale  instanza  di  quel  buon  cava- 
liere, che  volentieri  ci  vede  stare  in  concordia  ed  essere  amici. 
Fecilo  ancora  per  rappresentare  a  V.  S.  con  tale  occasione 
una  sincera  significazion  del  mio  solito  amore,  in  risposta  della 
quale  avessi  io  poi  ad  esser  consolato  da  lei  con  altrettanto 
avviso  di  sua  salute  ed  ad  esser  favorito  con  altrettanto  co- 
mandamento di  suo  servigio;  poiché  le  cerimonie  vane  furono 
sempre  nemiche  della  mia  penna  e  della  mia  lingua  e  del  mio 
cuore,  massimamente  trattandosi  con  uomini  virtuosi  e  con- 
giunti in  amicizia  domestica.  Nondimeno  è  piaciuto  a  V.  S. 
d'apprendere  la  detta  mia  lettera  non  per  quale  ella  è,  ma  per 
una  oziosa  disfida  a  contendere  di  belle  parole  e  cerimoniose 
e  per  un  capriccioso  morbino  di  voler  con  lei  la  baia.  Per  la 
qual  cosa,  essendosene  mezo  corsa  ed  entrata  in  valigia,  m'ha 
riscritto  ch'Ella  non  può  per  adesso  dar  degna  risposta  a  tanta 
mia  compitezza,  perché  prima  vuol  riveder  tutte  le  sue  lettere 
vecchie  e,  lambiccandole,  rifarne  una  buona  e  quella  mandarmi, 
la  qual  abbia  a  contener  non  altro  che  le  mie  lodi.  Io,  come 
dico,   non    iscrissi   a   V.   S.    con    questa   vana   intenzione;  che 


LETTERE  271 

certamente  non  son  tanto  scioperato  né  tanto  morbino,  attesa 
la  continova  occupazion  de'  miei  studi  e  la  spessa  afflizzion  del 
mio  mal  della  pietra,  che  non  danno  mai  luogo  a  leggerezze 
vili  né  a  bagatelle  fanciullesche,  con  tutto  che  in  altre  nostre 
occasioni  sia  sempre  paruto  a  V.  S.  ch'io  scherzi  volentieri  con 
esso  lei  cosi  in  voce  come  in  carta.  Il  che  in  effetto  non  è 
stato  mai,  ma  sempre  ho  parlato  dadovero  e  sempre  ho  scritto 
da  senno.  Della  qual  verità  V.  S.  s'accorgerà  appieno,  se  tor- 
nerà indietro  colla  memoria  a  ponderar  più  sensatamente  le 
mie  parole  dette  e  se  tornerà  a  rileggere  con  occhio  più  sve- 
gliato le  scritte.  Eccettuato  però  quel  paio  di  lettere  dell'anno 
passato  che  trattavano  del  ritratto,  intorno  al  quale  io  volsi  più 
tosto  giocare  che  adirarmi,  come  più  avrei  dovuto;  le  quali 
lettere  io  pretesi  che  si  contenessero  dentro  ai  termini  dello 
scherzo,  senza  passare  allo  scherno.  Pure,  poiché  V.  S.,  come 
troppo  ombrosa  che  è,  si  serve,  ogni  volta  ch'interpreta,  più 
della  sua  coscienza  che  del  suo  ingegno  e  vuole  in  ogni  modo 
ch'anco  adesso  io  abbia  burlato,  io  non  vo'  guastarle  si  bella  chi- 
mera in  capo,  per  non  iscompiacerle.  Anzi  vo'  replicarle  appunto 
secondo  quella  e  ballar  conforme  all'invito  del  suono,  come 
se  realmente  burlato  avessi.  Che  alla  fine  il  burlare  non  è  be- 
stemmia,  non  è  eresia,  non  è  delitto  capitale. 

Dico  dunque  che  a  V.  S.,  per  fare  una  lettera  la  qual  sia 
quasi  quintaessenza  di  lettera,  non  fa  bisogno  di  stillar  tutte 
le  sue,  ma  solo  ne  può  prendere  una  fra  esse  a  caso  e  quella 
stimar  per  quintaessenza,  senza  porla  in  lambicco  ed  in  pe- 
ricolo di  farla  risolvere  in  fumo  o  in  zero  via  zero.  Poiché,  si 
come  il  vino,  quando  è  ottimo,  quale  per  esempio  sarebbe 
la  malvagia  di  Candia,  equivale  all'acquavite  o  all'elesir,  cosi 
le  scritture  di  V.  S.  (massimamente  quelle  ch'Ella  compone  da 
un  tempo  in  qua,  dopo  la  stampa  delle  prime  Rime)  son  tutte 
quante  fior  di  perfezione  per  se  medesime  senza  altra  distilla- 
zione, e  sian  pure  in  verso  o  sian  in  prosa,  mercé  dello  stil 
metaforuto  (cosi  Ella  il  chiama),  nel  quale  esse  son  fabbricate, 
e  dal  quale  è  affatto  sbandito  tutto  ciò  che  non  fa  stordire  di 
maraviglia  e  strabiliare  e  cader  morto,  e  tutto  ciò  che  non  esce 


272  TOMMASO    STIGLIANI 

della  secca  anticaglia  dei  classici  e  del  lor  trito  modo  e  della  lor 
battuta  via,  si  come  V.  S.  istessa  ha  più  volte  detto  a  me  colle 
parole  precise  e  dicelo  ogni  giorno  a  tutti.  Il  male  è  ch'io  non 
merito  ch'una  si  nuova  eloquenza  e  si  pellegrina  si  spenda  inu- 
tilmente in  mio  onore  e  gloria.  E  molto  peggio  è  anco  ch'io 
intorno  al  mio  presente  replicare  sto  a  più  tristo  partito  di 
quello  a  che  dice  V.  S.  di  star  Ella.  Poiché,  se  V.  S.  lam- 
bicca le  forze  del  suo  ingegno,  cava  almeno  qualche  tal  succo; 
ma,  se  io  lambiccassi  cento  anni  le  forze  del  mio,  non  potrei 
trarne  tanta  sostanza  che  mi  bastasse  a  ringraziar  pur  un  mer- 
letto della  frangia  d'una  delle  fimbrie  della  sua  gentilissima 
arcimusa.  Che  \'«  arci  »  si  convien  realmente  aggiungere  al  nome 
ordinario,  mentre  nello  scrivere  tanto  vale  V.  S.  sola  quanto 
vagliono  insieme  tutti  gli  scrittori  antichi  e  moderni:  anzi  po- 
trei dir  con  buona  coscienza  eh'  Ella  valesse  assai  di  più;  ma 
lo  taccio  per  non  offendere  la  gran  modestia  di  V.  S.,  che  non 
riceve  le  lodi  avute  se  non  sino  a  quel  giusto  segno  che  le 
par  di  meritare.  La  quale  arcimusa,  vestendosi  toscamente  d'er- 
bette e  di  fiori  e  pascendosi  di  liquidi  cristalli  e  d'aure  soavi, 
non  spira  altro  mai  ch'arabi  odori  ed  altro  non  profferisce 
ch'accenti  damaschini  e  sillabe  lavorate  alla  zemina,  oltre  dello 
sfoderar  sempre  concetti  sfoggiati  e  soprafini  da  non  pigliarsi 
se  non  colla  forcina,  ed  oltre  dello  sputare  a  tutt'ore  sentenze 
prelibate  e  da  mangiarsi  non  altrimenti  che  colla  mostarda  o 
colla  salsa  verde.  Ringrazierò  dunque  essa  arcimusa  e  V.  S. 
insieme,  non  già  con  alcun  ricercato  artifizio,  ma  solo  (per 
parlar  tuttavia  chimicamente)  colla  pura  decozzione  delle  mie 
semplici  parole,  bollite  nello  schietto  fuoco  dell'amore  e  del- 
l'osservanza dentro  all'affettuosa  pentola  del  cuore.  Le  quali 
parole  V.  S.  distillerà  poi  sottilmente  nella  boccia  della  sua 
discrezione,  intendendo  da  quel  che  dico  quel  che  vorrei  dire; 
cioè  che,  dove  Iddio  non  mise  cervello,  non  ve  ne  potranno 
mai  mettere  gli  uomini  del  mondo. 
E  per  fine  le  bacio  le  mani. 
Di  Parma,  29  settembre  1616. 


273 


XXXIII 

Al  signor  Aquilino  Coppini,  lettor  publico 
NELLO  Studio  di  Padova 

Lunga   confutazione  di  tre  accuse  mosse  dal   Coppini   al  Mondo  nuovo: 
umiltà  dello  stile,  lunghezza  dei  canti  e  dissimiglianza  nell'invenzione. 

Di  Parma,  a'  2  di  marzo  1617. 


XXXIV 

Al  signor  Francesco  Stelluti,  a  Fabriano 
Si  scusa  di  non  potergli  rendere  un  servigio. 
Di  Parma,  5  aprile  1618. 

XXXV 

Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsino 
DUCA  DI  Santo  Gemini,  a  Nerola 

Non  accetta  la  sfida  a  chi  sappia  meglio  empire  di  baie  le  lettere. 

Di  Roma,  4  di  maggio  i6i8. 

XXXVI 

Al  signor  Luciano  Borzoni,  a  Genova 

Manifesta  apertamente  i  suoi  sospetti  sulle  vere  ragioni  che  inducono 
il  Borzoni  a  ritardare  la  stampa  del  Mondo  tiuovo. 

Un  Giovati  Battista  Rota,  venuto  qua  di  fresco,  s'è  lamen- 
tato meco  a  nome  di  V.  S.  ch'io  non  rispondo  alle  sue  let- 
tere. Al  che  le  dico  che,  dal  tempo  in  qua  che  tra  me  e  lei  si 
tratta  la  ristampa  del  Mondo  nuovo,  io  son  sempre  stato  in 
Parma  e  ricevo  ogni  settimana  le  sue,  e  per  la  medesima  ri- 
spondo a  quelle  di  volta  in  volta  senza  mai  mancare  ad  una. 
Gran  maraviglia  mi  pare  che  le  sue  capitino  a  me  tutte,  e  delle 

G.  B.  Marino,  C.  Achii.lini  e  G.  Preti,  Lettere  -11.  18 


274  TOMMASO    STIGLIANI 

mie  a  lei  non  capiti  ninna.  E  s'io  fussi  avvezzo  a  mal  pensare 
come  lo  sono  a  pensar  bene,  avrei  quasi  cagion  d'immaginarmi 
ch'Ella  le  riceva,  ma  le  dissimoli  per  qualche  suo  nuovo  rispetto, 
che  non  avea  quando  cominciò  a  negoziar  meco;  non  possendo 
essere  che  '1  corner  di  Genova  sia  fedele  nel  venire  in  qua  e  sia  in- 
fedele nell'andare  in  là,  mentre  egli  è  sempre  l'istesso  uomo;  pur- 
ché coloro  a  cui  si  scrive  siano  ancor  essi  i  medesimi.  Dunque, 
se  V.  S.  non  ha  veramente  avute  le  mie,  faccia  buona  diligenza 
alla  posta,  che  ve  le  troverà  infallibilmente  tutte;  e  trovate  che 
l'abbia,  me  n'accusi  la  ricevuta  con  rispondermi  a  tutti  i  capì 
di  quelle.  Ch'io  non  posso  stare  a  dupplicare  e  triplicar  lettere 
senza  proposito,  non  essendo  persona  oziosa  ma  occupata  cosi 
negli  studi  come  nella  cura  domestica.  Che,  alla  fin  delle  fini, 
se  la  mia  opera  è  tale  che  meriti  la  spesa  del  ristamparsi,  ciò 
si  farà  un  giorno  senza  mia  instanza,  non  ostanti  le  machina- 
zioni  che  da  un  mio  malevolo  le  sono  state  fatte  in  Vinezia  ed 
in  Napoli  e  forse  anche  le  si  fanno  ora  costi.  Il  che  non  è  in 
tutto  immaginazion  mia,  ma  ne  sento  qui  alcun  buccinamento 
dai  signori  scolari  della  nazion  genovese.  La  prego  in  conclu- 
sione a  darmi  del  negozio  libera  ed  assoluta  risposta,  acciocché 
né  io  né  V.  S.  perdiamo  il  tempo,  avendo  tutti  due  altro  da 
fare.   E  le  bacio  le  mani. 

Di  Parma,  25  di  marzo  1619. 

XXXVII 
Al  medesimo 

Intorno  allo  stesso  argomento. 

Mi  ragguaglia  V.  S.  per  la  sua  del  4  d'aprile  d'aver  ri- 
cevuto la  mia  ultima  del  25  di  marzo.  Lodato  Iddio  che  la  fe- 
deltà del  cornerò  non  è  più  parzial  com'era,  ma  si  communica 
a  tutti!  Dicemi  V.  S.  in  questa  lettera  tre  cose,  alle  quali  ri- 
sponderò, e  poi  ne  soggiungerò  una  di  mio. 

La  prima  è  eh'  Ella  ha  fatto  fare  una  squisita  cerca  alla  posta 
per  l'altre  mie  vecchie,  e  non  vi  si  trovano.  AI  che  rispondo 


LETTERE  275 

ch'io  gliel  voglio  credere,  con  tutto  che  il  signor  Costantino 
Rovere,  ch'ai  presente  vien  di  Genova,  m'abbia  mostrato  per 
avuta  da  lei  una  copia  manoscritta  delle  mie  allegorie,  ch'io 
mandai  serrata  dentro  una  di  quelle  che  si  son  perdute.  Gliel 
credo,  dico,  perché  può  anco  stare  ch'egli  abbia  ricevuto  essa 
copia  dall'intercettore  overo  da  Parma,  ed  adesso  dica  cosi  per 
alcuna  passion  ch'egli  abbia  contra  V.   S. 

La  seconda  cosa  è  che  '1  carattere  con  che  si  dovea  ristam- 
pare il  Mondo  nuovo  è  ora  in  opera  per  lo  Furio  Camillo  del 
signor  Cebà.  A  ciò  rispondo  che  molto  ben  mi  piace  che  le 
scritture  di  quel  valentuomo  sian  preposte  alle  mie;  ma  m' in- 
cresce che  questo  contradice  a  quel  che  V.  S.  m'avea  scritto 
nella  sua  del  2  di  febraro,  cioè  che  '1  detto  carattere  era  in  pronto 
per  me  e  non  per  altri.  Pure  anco  di  ciò  io  la  scuso,  perché 
questo  si  dovrà  forse  intendere  di  quei  soli  autori  e  soli  libri 
che  la  bottega  imprime  a  sue  spese  e  non  di  quegli  altri  che 
pagano,  i  quali  in  virtù  della  moneta  devono  esser  serviti 
prima. 

La  terza  cosa  è  che  V.  S.  mi  conforta  ad  aver  flemma  per 
alcuni  mesi,  perché  finalmente  arriverò  al  mio  intento.  Rispondo 
che,  se  ben  questo  discorda  da  quel  eh'  Ella  m'avea  scritto  nella 
sua  del  15  di  gennaio,  cioè  che  lo  stampadore  avea  si  gran 
fretta  del  mio  lavoro  che  già  n'avea  composte  alcune  formette 
del  primo  foglio,  io  riconcilio  il  tutto  coll'istessa  ragion  di 
sopra,  la  quale  è  che,  perché  il  signor  Cebà  paga  ed  a  me  si 
stampa  gratis,  il  mercadante  avrà  avuto  più  fretta  di  toccare  il 
danaio  d'altri  che  di  spendere  il  suo. 

E  quando  ancora  colle  tre  dette  discolpe  io  non  m'apponessi 
né  indovinassi  totalmente,  non  però  presumo  in  V.  S.  menzogna 
veruna,  ma  attribuisco  ogni  cosa  più  tosto  a  difetto  di  memoria 
che  ad  error  di  volontà,  giovandomi  di  credere  che  sempre 
l'animo  di  lei  debba  esser  tale  verso  di  me  quale  è  il  mio  verso 
di  lei.  Poiché  a  squadrar  gli  amici  io  non  adopero  altra  misura 
che  la  mia  propria,  e  pensomi  ch'ognuno  sia  simile  a  me.  Di 
qui  è  ch'io  non  do  fede  a  quel  che  di  costà  m'è  stato  avvisato 
da  più  d'uno.  Scrivono  che  V.  S.  a'  preghi  del  mio  emolo  si 


276  TOMMASO    STIGLIANI 

sia  nuovamente  mutata  e  che,  per  compiacere  a  lui  e  non  per 
altro,  vada  procrastinando  questa  ristampa.  Non  do  loro  fede, 
se  ben  so  che  V.  S.  tien  con  lui  intrinsica  amicizia  e  che  passa 
seco  lettere  tanto  spesse  quanto  importa  lo  scriversi  l'un  l'altro 
per  ogni  posta.  Perché  so  anco  che  questo  si  può  fare  da  chi 
sia  uomo  da  bene  senza  mancar  di  lealtà  agli  altri  amici. 

Adunque,  non  ostante  alcuna  delle  sopradette  discrepanze,  io 
aspetto  da  V.  S.  con  sicurezza  l'effettuazion  del  mio  negozio, 
confidando  di  non  aver  mai  a  restare  ingannato  dalla  parola  di 
lei,  si  come  di  galantuomo  che  la  tengo.  Alla  qual  per  fine  bacio 
le  mani. 

Di  Parma,  7  d'aprile  1619. 

XXXVIII 
A'    SIGNORI    ACCADEMICI    DELLA    CRUSCA,    A    FIORENZA 

Si  difenda  da  una  critica  grammaticale  mossagli  dall'accademia 
intorno  alla  forma  «  votti  »  usata  nel  Mondo  nuovo. 

Di  quei  savi  avvertimenti,  de'  quali  le  SS.  VV.  m'hanno 
favorito  per  lor  lettere  sopra  il  mio  Mondo  nuovo,  alcuni  ho  io 
già  eseguiti,  alcuni  ho  da  eseguire,  ed  a  certi  non  consento. 
E  quantunque  di  questi  ultimi  io  mi  sia  riserbato  a  divisar  diste- 
samente con  esso  loro  in  viva  voce,  coll'occasion  che  dovrò 
esser  tosto  costi  di  passaggio  da  Parma  per  Roma;  nulladi- 
meno  non  mi  son  potuto  contener  che  di  presente  non  iscriva 
qualche  cosa  intorno  ad  un  solo  d'essi,  il  qual  pare  essere 
il  più  irrefragabile  e  che  non  abbia  risposta.  Forse  è  temerità 
il  quistionar  di  lingua  con  persone  che  ne  dovrebbono  essere 
arbitri  e  che  di  fatto  ne  sono;  ma,  perché  la  lingua  con  che  oggi 
si  scrive  non  è  affatto  quella  con  che  oggi  si  parla,  e  perché 
nell'una  e  nell'altra  ho  impiegato  ancor  io  qualche  studietto  (tut- 
toché di  nascita  non  sia  toscano),  non  mi  vergognerò  d'esporre 
ora  qui  alquante  mie  prove,  affine  che  dalle  SS.  VV.  mi  si  faccia 
veder  dove  erro  e  dove  giustamente  m'appongo.  Le  quali  prove 
non  son  però  tutte  quelle  eh'  io  potrei  sopra  tale  avvertimento 


LETTERE  277 

addurre,  ma  son  solamente  alcune.  E  ciò  io  fo  per  usar  brevità 
e  per  non  ripetere  interamente  quanto  ho  discorso  in  lungo  nella 
mia  Grammatica,  trattando  de'  pronomi  e  degli  articoli  affissi 
a'  verbi. 

Il  detto  avvertimento  delle  VV.  SS.  è  sopra  il  canto  sesto 
nella  stanza  settima: 

Roldano,  con  mia  man  punir  non  votti; 

dove  Elle  affermano  che,  perché  non  si  dice  mai  in  buona 
profferenza  «  votti  »  per  doppia  «  t  »,  ma  si  ha  sempre  a  dir 
«  vóti  »  per  «  t  »  scempia,  io  non  posso  isfuggir  di  non  dare  in 
un  de'  due  inconvenienti:  poiché,  se  dico  «  votti  »  ed  accordolo 
in  desinenza  (come  in  effetto  fo)  con  «  farotti  »  e  con  «  motti  », 
formo  giusta  rima  ma  incorro  in  barbarismo  di  pronunzia;  e  se 
dico  «  vóti  »,  pronunzio  bene  ma  caggio  in  rima  falsa.  Al  che 
per  ora  io  non  risponderò  dovere  anco  a  me  valer  per  iscusa 
quel  bisogno  del  rimare,  il  quale  non  solo  valse  a  Dante  in 
«  mirro  »  per  «  miro  »,  in  «  viddi  »  per  «  vidi  »,  in  «  ridure  » 
per  «  ridurre  »,  in  «  Baco  »  per  «  Bacco  »,  in  «  Erine  »  per 
«  Erinne  »,  in  «  isquatra  »  per  «  isquarta  »,  in  «  punga  »  per 
«  pugna  »  (nome  che  vai  «  guerra  »),  in  «  aborri  »  per  «  aberri  », 
in  «  pane  »  per  «  panie  »  ed  in  altri  che  non  hanno  numero; 
ma  valse  al  tanto  osservante  Petrarca  in  «  reggia  »  per  «  regia  », 
in  «  equinozio  »  per  «  equinozzio  »,  in  «  caspe  »  per  «  caspie  », 
in  «  ségo  »  per  «  seguo  »  ed  in  simili. 

Non  vo',  dico,  servirmi  per  adesso  di  questa  ragione; 
perciocché,  oltre  ch'io  non  pretenderei  mai  d'usurpare  autorità 
ma  schiettamente  d' impetrar  tolleranza,  credo  che  tal  perdono 
e  che  tal  dispensa  non  mi  bisogni  per  ancora;  ma  me  ne  farebbe 
di  mestiere  quando  finalmente,  per  mezo  degli  insegnamenti  delle 
SS.  VV.,  io  conoscessi  non  avere  in  mio  favore  il  diritto  uso 
grammaticale.  Dico  dunque  che,  se  ben  confesso  esser  regola- 
tamente detto  e  pronunziato  «vóti»,  come  oggi  costuma  di  far 
la  lingua  fiorentina,  niego  però  non  potersi  anco  secondo  re- 
gola dire  e  pronunziar  «  votti  »,  come  ho  scritto  io.  Ed  ac- 
ciocché le  SS.  VV.  veggano  essere  stati  da   me  considerati  i 


278  TOMMASO    STIGLIANI 

fondamenti  dell'uno  uso  e  dell'altro,  io  gli  stenderò  per  ordine 
tutti  e  due. 

Ma  prima  convien  che  concordiamo  in  determinar  che  cosa  sia 
«  gì  »  infranta  e  che  cosa  «  gì  »  grossa,  affine  che  tra  noi  non  si  ra- 
gioni invano,  ma  sopra  principi  accettati  e  consentiti. «GÌ» infranta 
(conforme  insegna  il  Salviati,  e  prima  di  lui  la  scuola  de'  deputati 
del  1573,  ed  anco  conforme  accennano  le  VV.  SS.  istesse  nel 
Vocabolario)  si  è  quella  che  sottilmente  si  pronunzia  e  quasi  in 
suono  di  due  «  1  »;  come  si  sente  in  «  maglio  »,  vulgar  di  «  mal- 
leus  »;  in  «  medaglia  »,  vulgar  di  «  metallea  »;  in  «  aglio  »,  vulgar 
di  «  allium  »;  in  «  begli  »,  vulgar  di  «  belli  »,  da  «  bellus  »  agget- 
tivo; in  «  quegli  »,  vulgar  di  «  illi  »,  ed  in  simili;  e  come  parimente 
la  fanno  sentir  gli  spagnuoli  nelle  loro  due  «  1  »,  dicendo  «  ca- 
stiglio  »  per  «  cast  ilio  »,  «  viglia  »  per  «  villa  »,  «  oglia  »  per 
«  olla  »,  «  sigila  »  per  «  siila  »  ed  altri.  «  GÌ  »  grossa  si  è  quella 
che  si  proferisce  non  ammaccata  ma  con  ambedue  i  suoi  compiti 
suoni,  come  si  sente  in  «  gloria  »,  in  «  negligenza  »,  in  «  egloga  », 
in  «inglese»,  in  «glicerio»,  ed  in  altrettali.  L'infranta  è  una 
sola  lettera  per  sé  doppia,  benché  si  scriva  con  due  caratteri 
non  suoi,  per  non  avere  il  proprio;  ma  la  grossa  è  due  lettere 
separate,  e  di  questa  non  si  parlerà,  la  quale  non  è  ora  al 
caso. 

Ciò  stante,  è  proprietà  di  molti  nostri  nomi  e  di  molti  nostri 
verbi  e  d'altre  parole  il  liquefar  nella  pronunzia  la  detta  «  gì  » 
infranta,  o  le  due  «  1  »,  o  la  «  1  »  semplice;  cioè  il  farle  diventar 
vocali  e  poi  per  mezo  della  sinalefa  apostrofarle  e  tacerle,  es- 
sendo l'apostrofo  non  altro  che  la  nota  d'essa  sinalefa.  Onde 
si  come,  per  esempio,  da  «  capegli  »  o  da  «  capelli  »  si  fa  «  capei  » 
e  poi  «  cape'  »,  e  da  «  tali  »  e  da  «  quali  »  si  fa  «  tai  »,  «  quai  » 
e  poi  «  ta'  »  e  «  qua'  »;  cosi  da  «  togli  »  o  da  «  tolli  »  o  da 
«  toli  »  (che  in  tutti  i  tre  modi  si  dice)  si  fa  «  toi  »  e  poi  «  to'  », 
e  da  «  sciogli  »  si  fa  «  scioi  »  e  poi  «  scio'  »,  e  da  «  accogli  » 
si  fa  «  accoi  »  e  poi  «  acco'  »,  e  da  «  meglio  »  si  fa  «  meio  » 
(come  dicono  i  lombardi)  e  poi  «  mei  »  e  poi  «  me'  »,  usati  da 
buoni  scrittori,  non  meno  ch'in  verso,  in  prosa.  Né  ciò  dee 
parere  strano,  mentre  il  mutar  la  «  1  »  in  «  i  »  è  tanto  naturale, 


LETTERE  279 

che  la  lingua  de'  toscani  trascorre  a  farlo  eziandio  dove  non  do- 
vrebbe, e  dice  «  toito  »  per  «  tolto  »,  «  sciolto  »  per  «  sciolto  », 
«  accolto  »  per  «  accolto  »,  «  altro  »  per  «  altro  »  e  si  fatti.  Con 
questa  medesima  regola  facciamo  da  «  voglio  »  «  voio  »,  e  da 
«  voio  »  «  vói  »,  e  da  «  vói  »  «  vo'  »;  e  parimente  da  «  voglia  » 
nome  facciamo  «  vola  »,  e  da  «  vola  »  «  vói  »  e  da  «  vói  »  «  vo'  »; 
siccome  da  «  paio  »  (cioè  coppia)  facciamo  «  pai  »,  e  da  «  pai  » 
«  pa'  »;  e  da  «  Pistoia  »,  «  Pistoi  »,  e  poi  «  Pisto'  »;  e  da  «  gioia  », 
«  gioi  »,  e  poi  «  gio'  »;  e  da  «  Cataio  »,  «  Catai  »,  e  poi  «  Cata'  ». 
Se  bene  alcuni  non  curano  d'apostrofarli  e  gli  scrivono  coli 'ac- 
corciatura prima.   Il  che  fé'  Guido  giudice  messinese: 

E  tutte  l'a'tre  gioi  de  lo  bel  viso. 

E  fèllo  Dante  da  Maiano: 

E  'n  gioi  poggiare  e  'n  tutta  beninanza. 

E  fèllo  Guitton  d'Arezzo: 

Durar  centra  sua  voi,  centra  suo  grato. 

E  dopo  loro  l'Ariosto: 

La  bella  donna  del  Catai  regina. 

Ed  in  altro  luogo: 

Quel  eh'  al  Catai  non  avria  fatto  forse. 

Il  qual  verbo  «  vo'»,  come  monosillabo  ch'egli  è,  s'accentua 
sempre  acuto  per  se  stesso,  cioè  con  innalzamento  di  voce;  ma 
in  composizione  acquista  accidentalmente  natura  di  grave,  cioè 
d'abbassamento  di  voce,  per  rispetto  della  «i»  sincopatavi 
dal  detto  apostrofo  e  sottintesavi.  Per  lo  che,  giungendosi  con 
articolo  o  con  pronome,  quantunque  si  proferisca  acutamente, 
non  ha  virtù  di  raddoppiar  la  lettera  che  segue. 

E  di  qui  è  che  si  dice  «  vóti  »  (cioè  «  vóioti  »  o  «  vólti  »)  e  non 
«  votti  ».  Perciocché,  a  voler  eh 'una  monosillaba  acuta  conservasse 
la  sua  forza  (che  è  il  fare  il  raddoppiamento),  bisognerebbe  non 
aver  ella  tramezo  di  sincopa  tra  sé  e  la  parola  seguente  a  cui  s'ac- 
coppia; quali  sarebbono,  verbigrazia,  queste:  «  io  follo  »  per  «  io 


28o  TOMMASO    STIGLIANI 

lo  fo  »,  «  io  sollo  »  per  «  io  lo  so  »,  «  io  dolio  »  per  «  io  lo  do  », 
le  quali  nel  proferirsi  fanno  tutte  sentire  a  doppio  la  consonante 
della  seconda  sillaba.  Ma  quando  fra  le  due  parole  che  si  con- 
giungono si  trova  essere  essa  sincopa  (che  sincopa  diventa  vera- 
mente la  prefata  sinalefa,  dove  la  sua  lettera  apostrofata  non 
sia  finale  ma  mezana),  il  congiungimento  non  è  stretto  né  cal- 
cato, ma  resta,  per  cosi  dire,  largo  e  lento.  Per  cagion  che  esse 
due  parole  non  arrivano  a  comprimersi  una  coli 'altra,  in  foggia 
che  ne  risulta  raddoppianza  di  consonante,  stante  che  la  «  i  » 
liquida,  ancorché  non  vi  si  pronunzi  ma  vi  stia  scolpita,  vi  si 
sottintende  virtualmente. 

Il  contrario  avviene  poi  quando  il  detto  «vo'»  è  accorciato 
non  da  «  volo  »  per  liquidazione  e  da  «  vói  »  per  sinalefa, 
maxia  «  voglio  »  intero,  per  un'altra  figura,  che  chiamiamo  «  apo- 
cope »  pur  dal  nome  greco.  La  quale,  perché  dalla  parola  leva 
nettamente  l'ultima  sillaba,  da  «  voglio  »  leva  «  glio  »  e  fa  «  ve'»; 
si  come  anco  da  «  tieni  »  leva  «ni»  e  fa  «tie'»  e  poi  «te'», 
e  da  «  sape  »  leva  «  pe  »  e  fa  «  sa  »,  e  da  «  face  »  leva  «  ce  » 
e  fa  «  fa  »,  e  da  «  vade  »  leva  «  de  »  e  fa  «  va  »,  e  da  «  puote  » 
leva  «  te  »  e  fa  «  può  »,  e  da  «  frate  »  leva  «  te  »  e  fa  «  fra  »; 
ed  altri  assaissimi  cosi  verbi  come  nomi. 

Avvien,  dico,  nel  detto  «  vo'  »,  quando  egli  è  apocopato 
e  componsi,  il  contrario  che  quando  è  sincopato  in  composizione. 
Perché  esso,  in  tal  caso,  non  solamente  s'accentua  con  acutezza 
e  senza  apostrofarsi,  ma  rattien  la  propria  facoltà  e  vigore,  cioè 
resta  atto  a  geminare  ogni  consonante  che  potesse  a  lui  seguire 
in  sua  compositura.  Onde,  giungendosi  con  qualsivoglia  arti- 
colo o  con  qualsivoglia  pronome,  raddoppia  necessariamente 
la  lettera  seguente:  e  cosi  di  «  voglioti  »,  levando  via  «  glio  », 
fa  «  votti  »  e  non  «vóti»;  e  l'istesso  accade  dell'altre  parole 
mezzate  ch'abbiamo  registrato.  Perché  di  «tie'»  e  di  «lo», 
per  esempio,  si  compon  «  tiello  »  e  non  «  tielo  »;  di  «  sa  »  e  di 
«lo»  si  compon  «  sallo  »  e  non  «salo»,  di  «fa»  e  di  «  lo  » 
si  compon  «  fallo  »  e  non  «  falò  »,  di  «  va  »  e  di  «  lo  »  si  compon 
«vallo»  e  non  «vaio».  E  quel  che  dico  dell'articolo  «lo» 
s'intenda  detto  di  qualunque  altro  e  di  tutte  quante  le  particelle 


LETTERE  28 I 

affigibili:  «  mi  »,  «  ti  »,  «  si  »,  «  vi  »,  «  ne  »  e  somiglianti.  Il  qual 
doppio  modo  di  potersi  prononziar  «  vóti  »  e  «  votti  »  non  è 
solamente  commune  a  questi  verbi  e  nomi  pur  ora  detti;  ma 
agli  altri  verbi  nominati  di  sopra,  cioè  a  «  togliere  »,  a  «  scio- 
gliere »,  ad  «accogliere»  e  si  fatti,  e' hanno  la  prima  voce 
terminante  in  «  oglio  »,  qualunque  volta  ad  essi  s'accozzi  articolo 
o  pronome  o  altro.  Perciò  potremo  indifferentemente  dire  «  tolo  » 
per  «  toilo  »,  e  «  tollo  »  per  «  toglilo  »  o  per  «  tollilo  »  o  per  «  te- 
lilo »;  «  sciolo  »  per  «scioilo»,  e  «  sciollo  »  per  «scioglilo»; 
«  accolo  »  per  «  accollo  »  (che  disse  Dante  nel  canto  decimo- 
quarto del  Purgatorio: 

E  dolcemente,  si  che  parli,  accòlo), 

ed  «  accollo  »  per  «  accoglilo  ».  Che  pur  questo  è  di  Dante  nel 
verbo  «  raccoglie  »  o  «  raccolere  »,  avendo  egli  detto  nel  deci- 
mottavo  à^W Inferno  «  raccògli  »  in  terza  persona  per  «  gli  racco» 
o  per  «  gli  raccole  »: 

Infine  al  pozzo  che  'i  tronca  e  raccògli. 

Il  cui  sentimento  è  questo  :  infino  alla  buca  che  gli  termina 
e  gli  riceve  in  sé,  cioè  termina  e  riceve  quelli,  intendendo  per 
«  quelli  »  gli  argini  e  i  fossi  del  cerchio  ottavo. 

Questa  seconda  maniera  apocopata,  con  tutto  che  oggidi  nel 
parlare  vivo  Ji  Firenze  sia  meno  usitata,  ella  è  tuttavia  toscana 
e  trovasi  spessissima  nelle  buone  scritture,  si  come  quella  eh' è 
più  intesa  dall'altre  nazioni  d'Italia,  le  quali  ne'  lor  dialetti  la 
pratticano  tutte.  Di  qui  è  che  l'Ariosto,  per  rendersi  più  intelli- 
gibile, non  valse  dir  «  tòmi  »  da  «  toimi  »,  ma  disse  «  tonimi  » 
da  «  toglimi  »: 

Tommi  la  vita  giovane,  per  Dio. 

Di  qui  è  che  '1  Tasso  (mi  perdonino  le  SS.  VV.  questa  men- 
zione) non  volse  dir  «  fuggimi  »  da  «  fuggiimi  »,  ma  disse 
«  fuggimmi  »  da  «  fuggi vimi  »;  e  le  parole  son  queste: 

Pure  in  parte  fuggimmi  erma  e  lontana. 


282  TOMMASO    STIGLIANI 

Il  qual  preterito  finiente  in  «  ivi  »  è  latino  d'origine,  ma  scritto 
da'  toscani  antichi  e  ragionato  da'  pugliesi  odierni  :  «  io  mi  fug- 
givi »,  cioè  «io  mi  fuggii».  E  di  qui  è  ch'anch'io,  per  es- 
sere inteso,  volsi  (oltre  il  predetto  «  votti  »  del  Mondo  nuovo) 
dir  nel  Canzoniero  «  tolla  »  da  «  toglila  »  e  non  «  tola  »  da 
«toila»: 

Tolla  e  sarai  per  essa  in  ogni  piaggia. 

Ma  lasciamo  gli  autori  non  nativi  di  Toscana.  Dante  mede- 
simo, per  non  dir  «  femi  »  da  «  feimi  »,  disse  due  volte  «  femmi  » 
da  «fecimi»,  per  questa  apocope;  l'una  in  rima,  accordandolo 
con  «  tiemmi  »  e  con  «  rendemmi  »: 

. . .  eh'  io  caddi  vinto;  e  quale  allora  femmi 
salsi  colei..., 

e  l'altra  in  mezo  al  verso: 

Tal  eh'  io  varcai  Virgilio  e  femmi  presso 
all'un  de'  duo. 

Oltre  di  ciò,  egli,  per  non  dir  «^trane  »  da  «  traine»,  disse  «tran- 
ne »  da  «  traggine  »  : 

Rispose  al  detto  mio:  —  Tranne  lo  Stricca.  — 

Ed  altrove: 

E  tranne  la  brigata  in  che  disperse. 

Seguitato  poi  dal  Tasso,  che  disse: 

Tranne  Rinaldo. 

E,  per  non  dir  «  trati  »  da  «  traiti  »,  disse  «  tratti  »  da  «  trag- 
giti»: 

Tratti  avanti,  Alichino  e  Calcabrina. 

Immitato  appresso  dall'Ariosto  nelle  Satire. 

Tratti,  compar,  quella  panziera. 


LETTERE  283 

Dopo  Dante,  il  Petrarca  (che  più  importa),  per  non  dir 
«  desi  »  da  «  deesi  »,  disse  «  dessi  »  da  «  debbesi  »,  apocopando 
«  debbe  »  in  «  de'  »  acuto: 

Errar  non  dessi  in  quel  breve  viaggio. 
Seguito  dal  Tasso: 

Non  più  dessi  all'antiche  andar  pensando. 

E  per  non  dir  «  partimi  »  da  «  mi  partii  »,  disse  «  partimmi  » 
da  «  mi  partivi  »,   breviato  in  «  parti'  »: 

L'altrier  da  lui  partimmi  lagrimando. 

Ed  usò  similmente  «  parti'  »   senza  compagnia  di  pronomi: 

Non  m'ingannò  quand'io  parti'  da  lui. 

Ma  prima  Dante  l'avea  usato  intero: 

In  quella  forma  lui  parlar  udivi, 

cioè  «  udii  ».  Più  di  tutti  si  servi  di  tal  preterito  il  Boccaccio, 
dicendo  nel  Filocolo ^  al  libro  quarto:  «  Però  intendo  di  tornare 
onde  partimmi  ».  E  nella  Visione  al  canto  quarantesimoquarto: 

Sentimmi  poi  del  petto  il  cor  sottrarre. 

E  nel  medesimo: 

E  in  ciò  pensando,  subito  nel  core 
punger  sentimmi. 

E  nel  canto  quarantesimosesto: 

A  cui  io  per  mia  voglia  consentimmi. 

E  questo  è  in  rima.  Aggiungasi  a'  sopracitati  che  il  Cavalca, 
per  non  dir  «  ritralo  » ,  disse  «  ritrailo  »  nel  capitolo  undecime 
del  Pungii.  «  Che  gli  toglia  la  fama  e  ritrailo  da  Dio  ».  Ed  ag- 
giungasi che  '1  Pulci  minore,  per  non  dir  «  dièmi  »  da  «  dieimi  », 
disse  «  diemmi  »  da  «diedimi»: 

Quand'io  per  servo  a  te  leggiadra  diemmi. 


284  TOMMASO    STIGLIANI 

Anzi  r  istessa  pronunzia  vivente  di  Firenze  è  tanto  amica 
di  raddoppiar  lettere  in  queste  unioni  di  parole  ed  in  questi 
accoppiamenti  di  monosillabe,  che  alle  volte  si  fa  per  un  cotal 
vezzo  ed  usanza  e  contra  la  sua  regola  propria,  dicendo  «  sot- 
trarre »  da  «  sottraere  »  più  tosto  che  «sottrare»,  come  si  do- 
vrebbe per  la  sinalefa;  e  cosi  «  ritrarre  »  e  «  contrarre  »  e  «  di- 
strarre »  ed  «  attrarre  »  ed  il  resto.  E  dice  «  tònne  »  da  «  toine  » 
più  tosto  che  «  tòne  »,  e  «  sènne  »  da  «  seine  »  più  tosto  che 
«sène».  Se  pur  non  si  vuol  dire  ch'anch'ella  si  vaglia  del- 
l'apocope innavvertitamente  e  non  se  n'accorgendo.  Benché  (a 
parlar  con  più  verità)  l'innavvertenza  non  è  della  lingua  in 
astratto  e  della  pronunzia,  ma  è  d'alcuni  pronunziatori,  con  pace 
loro,  i  quali  alla  pronunzia  vorrebbono  violentemente  imporre 
quelle  regole  ch'ella  ricusa  si  come  cose  contrastanti  alla  sua  na- 
tura: dico  il  volere  a  lei  fare  più  spesso  scempiar  le  consonanti 
che  geminarle.  Senza  che,  essa  vivente  pronunzia  dice  sempre 
«  chiamommi  »  per  «  mi  chiamò  »  e  non  mai  «  chiamòmi  »  per 
«  chiamoemi  »,ed  «  andovvi  »  per  «  v'andò  »e  non  mai  «andòvi» 
per  «  andoevi  »,  e  «  fussi  »  per  «  si  fu  »  e  non  mai  «  fusi  »  per 
«  fuesi  »,  e  «  perdessi  »  per  «  si  perde  »  e  non  mai  «  perdési  »  per 
«  perdeesi  »  o  per  «  perdeosi  »  ;  non  ostante  che  tutte  queste 
seconde  terminazioni  da  lei  disusate  siano  regolate  ancor  esse, 
e  si  conformino  al  vero  idiotismo  fiorentino,  e  si  leggano  in 
Dante  coli'  istesse  parole  e  con  altre  moltissime  di  simil  fatta. 
Per  cagion  del  quale  suo  disuso  non  v'è  mancato  toscani  ch'ab- 
biano in  esso  Dante  notate  le  dette  parole  come  licenzia  usur- 
pata per  necessità  di  rima;  ed  uno  n'è  stato  il  Varchi  nel  suo 
Ercolano,  le  cui  precise  parole  son  queste:  «  Perché,  avendo  detto 
in  quel  luogo  regolatamente: 

Volseci  insù  colui  che  si  parlonne, 

disse  in  un  altro  fuor  di  regola: 

Perché  lo  spirto  che  di  pria  parlòmi»? 

Che  più?  Questo  tal  costume  dell'apocopare  i  verbi  e  i  nomi 
ed  apocopati  accozzargli  con  altre  voci,  è  tanto  più  frequentato 


LETTERE  285 

e  più  spesseggiato,  che  alcuni  altri  intendenti  della  lingua  hanno 
voluto  che  quello  del  liquefarvi  le  lettere  e  dir  «  vóti  »  per 
«  votti  »  e  simili  non  sia  regolato,  ma  falso  affatto  ed  affatto  ar- 
dito: il  che  non  dico  io  in  foggia  veruna,  ma  1'  ho  per  tosca- 
nissimo.  Ed  a  questo  disuso  riguardò  forse  il  Bembo,  quando 
(secondo  che  testimonia  il  Castelvetro  nella  Giunta  alla  parti- 
cella, 45)  rispose  a  Giovanni  Stefano  Eremita,  ferrarese,  che 
se  quello  «  accòlo  »  di  Dante  fusse  stato  verbo,  come  esso  asse- 
riva, e  non  avverbio,  avrebbe  avuto  la  «  1  »  doppia  e  detto 
«  accollo  ».  Ed  invero,  se  '1  Bembo  fé'  realmente  tal  risposta  (oltre 
che  poi  nelle  sue  Prose  al  terzo  libro  si  corresse),  merita  qualche 
perdono  del  suo  errore,  potendo  aver  letti  ne'  sopradetti  autori 
approvati  non  pochi  esempi  di  parole  composte  e  di  semplici, 
nelle  quali  si  fa  l'apocope  dove  sarebbe  più  ragionevolmente 
dovuto  farsi  la  sinalefa  e  l'apostrofo;  se  bene  Celso  Cittadini,  il 
qual  per  avventura  non  avea  tanto  osservato  quanto  esso  Bembo, 
biasima  di  ciò  quello  nel  libro  suo  <1q\V  Origvii  con  troppo  altiera 
libertà  e  troppo  magistralmente.  Non  mi  piace  mai  l'esser  pro- 
lisso, e  tanto  meno  al  presente  colle  SS.  VV.,  che  antiveg- 
gono prima  ch'io  favelli:  perciò  mi  basterà  citarne  alquanti  luoghi 
in  cambio  de'  molti. 

Dice  il  Boccaccio  nel  secondo  libro  del  Filocolo  del  testo 
fiorentino:  «  Di  questa  casa  ti  partirai  ed  andranne  a  quella 
d'Ascalione  ».  E  nel  quinto:  «  E  potranne  tu  andar  con  isperanza 
ch'egli  alcuna  lagrima  porgerà  alla  tua  morte  ».  E  dice  nel 
quarto:  «  S'el  fusse  quell'uomo  ch'esser  derrebbe,  il  derrei  so- 
stenere ».  E  nel  terzo:  «  Non  derrebbe  esser  da  te  lasciato  giam- 
mai ».  E  nel  detto  secondo:  «  Tu  lo  derresti  ben  pensare  ».  Ed 
anco:  «  Né  alcuno  ordine  arrebbe  a'  composti  capelli  ».  E  di  più: 
«  Tu  arrai  molti  diletti  ».  E  dice  nel  quinto  della  Fiammetta: 
«  Sono  essi  della  tua  memoria  usciti  o  bagli  tu  nuovamente 
adoperati  ad  irretir  la  presa  donna i*  ».  E  dice  il  Petrarca  nel  testo 
pur  fiorentino  de'  Giunti  : 

Guardagli  intorno  e  vidi  il  re  Filippo. 

Da'  quali  esempi  si  mosse  l'Ariosto  a  dire: 

E  per  lo  creder  mio,  tu  berrai  netto. 


286  TOMMASO    STIGLIANI 

Più  non  trattengo  le  SS.  VV.  in  allegazioni.  Solo  esamino 
brevemente  i  pochi  luoghi  allegati  e  finisco. 

Nella  parola  «  andrai  »  dovea  farsi  la  sinalefa  nella  «  i  »  e 
dirsi  «  andrà'»,  e  poi  componendola  col  «  ne  »  farne  «  andrane  » 
con  «n»  scempia;  e  pur  per  contrario  ella  s'è  apocopata  in 
«andrà»  accentuato,  e  poi  s'è  composta  in  «  andranne  »  con 
doppia  «n»;  ed  altrettanto  s'è  fatto  di  «  potranne  ».  Cosi,  né 
pili  né  meno,  è  avvenuto  delle  parole  «  derrebbe  »,  «  derrei  » 
e  «  derresti  »,  ed  «  arrebbe  »  ed  «  arrai  ».  Perciocché  le  tre  prime 
vengono  da  «  decrebbe  »,  da  «  deerei  »  e  da  «  deeresti  »,  e  dovea 
dedursene  per  sinalefa  «  derebbe  »,  «  derei  »  e  «  deresti  »;  e 
pure  si  è  loro  raddoppiata  la  «  r  »  per  apocope.  Né  si  può  dire 
che  si  siano  scortate  da  «  deverebbe  »,  «  deverei  »  e  «  deve- 
resti »;  perché,  se  questo  fusse,  diriano  in  altra  maniera,  cioè 
«  devrebbe  »,  «  devrei  »  e  «  devresti  »,  che  questa  sola  è  la  le- 
gittima lor  sincopa.  Il  medesimo  si  può  discorrere  di  «  arreb- 
be »  ed  «  arrai  »,  che  debbono  dire  «  arebbe  »  ed  «  arai  »,  ve- 
nendo da  «  aerebbe  »  e  da  «aerai»,  e  non  da  «  averebbe  »  e 
da  «  averai  »,  la  cui  sincopa  è  «  avrebbe  »  ed  «  avrai  ».  Si  come 
parimente  «  berrai  »  non  può  esser  contratto  da  «  beverai  »,  per- 
ché cosi  direbbe  «  bevrai  »;  ma  si  contrae  da  «  beerai  »,  ed 
avrebbe  a  dir  «  berai  »,  e  ciò  non  ostante  dice  «  berrai  ».  «  Hagli 
tu  »  e  «  guardagli  io  »  vengono  da  «  baili  tu  »  e  da  «  guar- 
daegli  io  »;  onde  verrebbono  a  dire  «  bali  »  e  «  guardali  ».  Ma, 
dicendo  «hagli»  e  «guardagli»,  s'è  fatto  per  apocope,  come 
se  dicessero  «halli»  e  «  guardàlli  »,  avendo  sempre  la  «gì» 
infranta  suono  di  due  «  1  »,  secondo  stabilimmo. 

Né  dà  noia  che  «  gli  »  e  «  li  »  articoli,  quando  stanno  da  sé 
e  non  son  composti,  sieno  l'istesso,  cioè  che  «  gli  »  vaglia  per 
«  li  »;  atteso  che  in  composizione  ciaschedun  d'essi  in  virtù  del- 
l'accento suona  per  «  1  »  iterata.  Per  figura,  quando  l'articolo 
genitivo  «  de  li  »  è  due  parole,  la  seconda  si  pronunzia  con 
«  1  »  scempia.  Ma  quando  esso  si  comprime  in  una,  cioè  in  «deli», 
la  «  1  »  per  virtù  dell'accento  si  fa  doppia  e  dicesi  «  delli  ».  E 
l'istesso  si  può  dir  di  «  degli  »,  la  cui  seconda  sillaba,  contenendo 
virtualmente  due  «  1  »,  non  può  in  composizione  sonarne  una. 


LETTERE  287 

Atalché,  se  questi  ultimi  esempi  da  me  prodotti  e  dichia- 
rati vagliono  qualche  cosa,  tornando  noi  al  nostro  «  vo'  »,  po- 
tremmo dir  ch'esso,  o  che  si  fusse  accorciato  da  «  voio  »  o  che 
da  «  voglio  »,  potesse  sempre  comporsi  in  «  votti  »  per  due 
«  t  ».  E  dire  insieme  potremmo  che  '1  Bembo  non  avesse  in 
tutto  errato  in  voler  che  «  accòlo  »,  dove  fusse  verbo  e  non  av- 
verbio, avesse  a  dirsi  «accollo»;  e  che,  in  conseguenza,  la  si 
risoluta  riprensione  che  il  detto  Cittadini  gli  fa  riuscisse  arro- 
gante e  temeraria.  Ma,  in  tanta  dovizia  di  ragioni,  io  rinunzio 
questa  terza  e  m'attengo  alle  due  sole  prime,  che  sono  la  buona 
sincopa  per  via  di  sinalefa  e  la  buona  apocope  per  via  di  moz- 
zamento. Ben  credo  che  il  «vo'»  si  sia  da' nostri  breviato  più 
tosto  nel  secondo  modo  che  è  l'apocopato,  che  nel  primo  che  è  il 
sincopato;  onde  perciò  sia  più  da  spesseggiarsi  nelle  scritture 
«votti»  che  «vóti».  E  la  ragione  è  liquida  e  chiara.  Impe- 
rocché, se  nel  modo  primo  si  fusse  breviato,  ne  seguirebbe  che 
l'accorciamento  non  si  potesse  fare  se  non  solo  dove  la  parola 
succedente  cominciasse  da  consonante,  come  è,  verbigrazia, 
«  vo'  fare  »,  «  vo'  dire  »,  «  vo'  prendere  »,  «  vo'  lasciare  »;  stante 
che  per  questa  schietta  ragione  e  non  per  verun' altra  la  «  gì  » 
infranta  si  dilegua  e  cade  dalla  pronunzia,  diventando  «i».  Il 
che  da  ciò  si  conosce  chiaro:  che  '1  Boccaccio  nella  novella 
della  Belcolore  disse  toscanamente:  «  Adunque  tòi  tu  »,  perché 
a  «  tòi  »  segue  «  tu  »,  che  comincia  da  consonante.  E  non 
avrebbe  detto  «  Tòi  adunque  tu  »,  perché  a  «  tòi  »  segue  «  adun- 
que »,  che  comincia  da  vocale;  ma  detto  avrebbe:  «  Togli  adun- 
que tu  ».  E  disse  altrove  «  quei  sassi  »,  «  quei  giorni  »,  «  ai  sassi  », 
«  ai  giorni  »:  e  non  avrebbe  detto  «  quei  animali  »,  «  quei  uffici  », 
«  ai  animali  »,  «  ai  uffici  »;  ma  detto  avrebbe  «  quegli  animali  », 
«quegli  uffici»,  «agli  animali»,  «agli  uffici».  E  cosi  in  tutte 
l'altre  somiglianti  occorrenze.  Ma  esso  verbo  «  vo'  »  noi  veg- 
giamo  che  si  trova  usato  non  pur  seguendo  consonante  ma  se- 
guendo vocale,  come  è  quando  si  dice:  «  vo'  andare  »,  «  vo'  eleg- 
gere »,  «  vo'  intendere  »,  «  vo'  osservare  »,  «  vo'  udire  »  e  va' 
discorrendo.  Di  che  non  pure  stanno  piene  le  carte  de'  toscani 
in  iscrivendo,  ma  le  lor  bocche  in  parlando.  La  qual  seconda 


288  TOMMASO    STIGLIANI 

breviatura  vien  senza  dubbio  dall'apocope  e  non  può  venir 
dallo  apostrofo,  che  non  ha  luogo  ove  segua  parola  cominciante 
da  vocale. 

Per  tutte  dunque  le  fatte  considerazioni  io  conchiudo  che  '1 
mio  accordar  nella  fin  del  verso  «  votti  »  con  «  farotti  »  e  con 
«  motti  »  non  dovrebbe  alle  SS.  VV.  parer  grammatica  falsa  o  falsa 
rima;  mentre  non  solamente  può  dirsi  «  votti  »  e  «  vóti  »,  ma 
«  votti  »  è  quasi  più  toscano  che  «  vóti  ».  Pure,  quando  per 
isventura  la  si  grande  apparenza  del  vero  m'avesse  in  questa 
parola  gabbato,  io  le  prego  ad  usar  la  carità  del  levarmi  le  tra- 
veggole, col  farmi  conoscere  la  fallacia  della  mia  imaginazione. 

E  per  fine  lor  bacio  le  mani. 
Di  Parma,  i6  d'aprile  1619. 

XXXIX 

Al  signor  cavalier  Marino,  a  Parigi 

Protesta  di  non  averlo  voluto  offendere  in  un  famoso  brano 
del  Mondo  nuovo  (i). 

Io  non  mi  sono  maravigliato  punto  che  alcuni  poetastri  di 
Parma  e  di  Bologna,  interpretando  falsamente  per  dette  contra 
V.  S.  quelle  tre  stanze  del  mio  poema  le  quali  trattano  del 
«  pesciuomo  »  (o  diciamo  «  uomo  marino  »),  abbiano  poi  scritta 
la  loro  interpretazione  a  molti  ed  in  particolare  a  V.  S.  me- 
desima sino  a  Parigi.  Poiché  essi,  oltre  l'essere  ignoranti  e 
d'intelletto  storto  e  fatto  a  roverscio,  sono  anco  si  miei  ma- 
levoli, che  per  lunga  usanza  hanno  sempre  cercato  e  tuttavia 
cercano  di  nuocermi  con  varie  invenzioni  ed  insidie,  quantunque 
insino  a  qui  non  ne  sia  loro  riuscita  veruna.  Ma  ben  mi  sono 
maravigliato  all'incontro  quando  ho  saputo,  per  una  lettera  di 
Santi  Magnanini  scritta  da  Parigi  a  Parma  al  marchese  Oberto 
Pallavicini  e  per   un'altra   scritta  a  me  da  monsù   d'Urfé,  che 


(i)  Per  la  risposta  del  Marino  si  veda  nel  primo  volume,  p.  222. 


LETTERE  289 

V.  S.  abbia  a  questa  calunnia  prestato  il  totale  assenso  della 
sua  credenza.  Poiché  Ella,  riamando  me  come  io  amo  lei  ed 
essendo  quella  celebre  persona  e  quel  nomato  poeta  che  è,  non 
ha  la  cagion  ch'essi  hanno  di  volermi  male,  la  quale  è  la  sola 
invidia  ed  il  solo  livore;  massimamente  questi  di  Parma,  per 
rispetto  dell'abitar  ch'io  ci  fo,  dove  la  mia  presenza  gli  offende 
non  poco  col  fargli  parer  da  meno  che  non  parrebbono  s'io 
fussi  altrove. 

Questo  credere  di  V.  S.  (presupposto  che  tra  noi  passi  vero 
amore,  quale  realmente  passa,  e  che  Ella  sia  un  valente  vir- 
tuoso,  quale  realmente  è)  m'ha  recato  doppio  stupore. 

Primamente  io  mi  sono  stupito  perché  giudicavo  che  V.  S., 
come  sincero  amico  e  reciproco  e  come  delia  mia  fede  assi- 
curato per  più  prove,  dovesse  misurare  il  mio  animo  dal  suo 
e  presumere  ch'io  non  potessi  avere  avuto  giamai  intenzion 
d' ingiurar  lei  sotto  tal  velame;  se  pure  non  voleva  Ella  farmi 
questo  si  gran  torto,  il  quale  è  di  stimarmi  si  fattamente 
piggior  di  sé  nell'amicizia,  che  credesse  ch'io  avessi  fatto  verso 
di  lei  quello  ch'Ella  pretende  che  non  farebbe  mai  verso  di 
me.  Tanto  più,  avendola  io  lodata  apertamente  in  più  d'un 
luogo  del  mio  Canzoniero  stampato  ed  anco  spessissimo  a  bocca 
nelle  pubbliche  accademie  e  ne'  ragionamenti  famigliari,  secondo 
eh' è  noto  per  tutto  e  secondo  che  può  il  medesimo  Magna- 
nini  farne  costi  a  lei  testimonianza  di  certa  scienza.  11  quale, 
essendo  stato  molti  anni  scolare  nello  studio  di  Parma  ed  avendo 
non  poco  frequentata  la  mia  casa  e  la  mia  conversazione  (per 
lo  vincolo  del  dottor  Magnani,  suo  lettore  e  mio  dilettissimo 
amico,  che  è  meco  ogni  giorno),  m'ha  sentito  parlare  onore- 
volmente della  persona  di  V.  S.  non  meno  d'un  migliaio  di 
volte. 

Appresso  io  mi  sono  stupito,  perché  mi  persuadevo  che 
V.  S.,  come  uomo  che  professa  belle  lettere  e  che  di  quelle 
ha  rivoltati  a'  suoi  giorni  non  pochi  volumi,  dovesse  aver  più 
fiate  letta  ed  udita  l'istoria  naturale  del  predetto  pesce  mostruoso 
simile  agli  uomini,  il  quale  si  chiama  anco  «  cavalier  marino  » 
dal  cavalcar   ch'egli  fa   gli    altri    pesci,    essendo    solito    d'esser 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  -\\.  19 


290  TOMMASO    STIGLIANI 

veduto  ora  sopra  la  foca  (o  diciam  vitel  marino),  come  asse- 
risce Plinio,  ed  ora  sopra  il  cavallo.  Il  che  cenno  Virgilio  nella 

Georgi  e  a  : 

. . .  magnuni  qui  piscibus  aequor 
et  iuncto  bipedum  ciirru  ìnetitiir  equorum. 

Avendo  chiaro  riguardo  che  le  poetiche  finzioni  di  Proteo 
e  della  Sirena  e  degli  altri  dèi  marittimi  traessero  origine  dal 
fondamento  naturale,  il  quale  è  che  in  mare  si  trovano  animali 
di  figura  non  dissimile  all'umana.  Questa  istoria  è  veramente 
notissima  e  toccata  da  molti  scrittori  antichi  e  moderni,  i  quali 
concordemente  attribuiscono  ad  esso  pesce  tutte  quelle  pro- 
prietà e  titoli  da  me  menzionati  nelle  prefate  mie  stanze  del 
Mondo  nuovo.  Ma  in  particolare  lo  fa  l'autor  d&W Epitome  del- 
l'Ortelio  nel  principio,  e  Vanior  à.&\V Epistole  scritte  ad  Aristo- 
tele, che  si  leggono  colla  Vita  d' Alessandro  presso  a  Quinto 
Curzio.  Le  quali  cose  esser  tutte  vere  io  mostrerei  più  appieno 
e  con  più  ampie  prove,  quando  V.  S.  mi  si  lasciasse  intendere 
di  voler  saperlo.  E  mostrerei  medesimamente  d'aver  tolta  di 
peso  tal  menzione  da  più  d'uno  istorico  moderno  del  proprio 
nuovo  mondo;  provando  inoltre  esser  falso  che  si  fatto  mostro 
si  chiami  «  cavallo  marino  »  e  non  «  cavaliero  »,  siccome  dal 
sudetto  Magnanini  io  sento  che  V.  S.  dice.  Il  che  veramente 
è  un  prendere  in  cambio  e  quasi  uno  equivocare  da  «  cavallo  » 
a  «  cavaliero  »,  quantunque  per  testimonio  di  Gelilo  «  eques  » 
in  latino  si  dica  non  solo  il  cavaliero  ma  talora  il  cavallo,  onde 
dicendosi  «eques  marinus»  si  possa  intendere  «cavallo  di  mare  ». 
Il  quale  equivoco  non  può  nel  caso  nostro  aver  luogo  né  in 
latino  né  in  italiano.  Non  in  latino,  perché,  trattandosi  qui  del 
solo  animai  cavalcatore  e  non  d'altro,  di  quello  ci  convien  for- 
zatamente intendere.  Non  in  italiano,  perché,  avendo  noi  messo 
alle  due  differenti  cose  differente  nome,  non  erriamo  in  chia- 
mar «  cavaliero  »  chi  cavalca  e  «  cavallo  »  chi  è  cavalcato,  là 
ove  di  facile    erreremmo  in  fare  il  contrario. 

Ora,   comunque    ciò    sia    e    da    cheunque    nasca   che    questi 
buoni  uomini  di  Parma  e  di  Bologna  abbiano  potuto  tirar  V.  S. 


LETTERE  29I 

nella  loro  opinione,  a  me  non  ha  da  importar  più  che  tanto 
l'investigarlo.  E  bastami  qui  dire  a  lei  ingenuamente  (conforme 
al  solito  mio)  che  in  quelle  stanze  io  non  l'ho  offesa  di  sorte 
niuna,  dico  né  col  pensiero  né  coll'opera:  atteso  che  l'ho  com- 
poste molti  anni  prima  che  V.  S.  fusse  cavaliere  e  sopra  sog- 
getto vero;  e  non  mi  son  mai  accorto  di  questa  sospettosa  dup- 
plicità  di  senso  se  non  solo  dopo  la  maligna  esposizione  de' 
prenominati  malevoli,  in  tempo  nel  quale  essi  versi  erano  già 
stampati  ed  andati  per  tutta  Italia  e  fuori. 

Della  qual  verità  una  parte  mi  può  esser  testificata  appo 
V.  S.  da  V.  S.  istessa,  cioè  che  io  le  componessi  innanzi  del 
suo  cavalierato.  Perché,  essendo  Ella  di  tenace  memoria  come 
è,  si  dovrà  infallibilmente  rammemorare  ch'io  in  Parma,  molti 
anni  sono,  coli 'occasione  di  leggere  a  lei  tutto  il  canto  pre- 
ciso, le  feci  sentire  ancor  quelle  stanze,  e  n'ebbi  il  suo  applauso 
e  conseguentemente  il  suo  consenso.  Ciò  fu  in  casa  del  signor 
conte  Pomponio  Torelli,  presente  lui  medesimo  con  alcuni  genti- 
luomini virtuosi,  dico  i  signori  Eugenio  Visdomini,  Scipion  Rosa, 
Lorenzo  Smeraldi  e  qualch'altro  che  adesso  non  mi  sovviene. 
De'  quali  il  signor  Rosa  in  particolare  conserva  di  questo  fatto 
cosi  fresca  ricordanza,  che  più  volte  m'ha  detto  di  volerne  scri- 
vere a  V.  S.  a  fin  di  ridurglielo  in  mente,  in  caso  che  se  ne 
fusse  scordata;  se  bene  io  confesso  che  frattanto,  per  più  cau- 
telarmi, me  n'ho  fatto  da  lui  fare  una  fede  in  iscritto,  perché 
voglio  ch'in  tutti  i  tempi  apparisca  chiara  la  schiettezza  mia  e 
la  verità  di  quel  che  una  volta  ho  detto. 

Per  tutte  le  quali  cose  da  me  fin  qui  narrate  io  mi  do  ora 
ad  intendere  di  non  meritar  che  da  V.  S.  sia  esercitato  atto 
alcuno  d'ostilità  o  di  nemicizia  verso  la  mia  persona,  siccome 
nelle  dette  lettere  esso  Magnanini  ed  esso  monsù  d'Urfé  affer- 
mano che  in  parte  Ella  abbia  già  fatto  nella  Galleria  ed  in 
parte  minacci  di  voler  fare  nella  Sampogna  e  néW  Adoìie ,  opere 
non  ancora  stampate  né  finite;  oltre  l'avere  apparecchiati  alcuni 
sonetti  satirici,  intitolati  Le  smorfie,  per  pubblicarmegli  contra  e 
fargli  correre  manoscritti,  nella  guisa  che  fece  i  già  composti 
contra  il  Murtola,   chiamati  La  murtoleida. 


292  TOMMASO    STIGLIANI 

Non  ho,  dico,  offeso  V.  S.  in  modo  alcuno  né  secondo  la 
forma  dell'ingiuria,  la  quale  è  la  volontà,  né  secondo  la  ma- 
teria di  quella,  la  quale  è  il  fatto.  Non  secondo  la  forma,  per- 
ché non  ho  avuto  intenzion  d'offenderla,  e  niuna  azzione  è 
ingiuriosa  se  non  è  volontaria,  si  come  determinano  tutti  i  filo- 
sofi morali,  tutti  i  leggisti,  tutti  gh  scrittori  di  duello,  e  si  come 
comprova  il  commune  ed  antico  consentimento  del  mondo.  Della 
qual  mia  intenzione  nessuno  può  esser  legitimo  dichiaratore  se 
non  io  medesimo,  che  la  so  sicuramente,  ed  a  me  e  non  ad  altri 
s'ha  in  ciò  da  credere  e  da  riportarsi;  che  troppo  esorbitante 
cosa  sarebbe  l'avere  a  toccare  ai  miei  nemici  di  Bologna  e  di 
Parma  il  determinare  qual  sia  il  pensiero  del  cuor  mio.  A  cia- 
scuno appartiene  e  ragionevolmente  si  spetta  la  dichiarazion 
dell'animo  proprio:  e  cosi  s'usa  e  prattica  giornalmente  fra  i 
cavalieri  e  fra  i  soldati  e  fra  tutti  gli  altri  generi  d'uomini  degni; 
le  cui  parole  concernenti  materia  d'onore,  quando  per  sorte 
s'incontri  esser  sospette  di  maldicenza,  purché  sieno  spianate 
dal  dicitore  per  cose  non  dette  contra  colui  che  si  tiene  offeso 
ma  in  altro  sentimento,  quel  tale  è  obligato  di  stare  alla  sod- 
disfazzione,  ed  esso  dicitore  rimane  scolpato.  Non  ho  offeso 
V.  S.  secondo  la  materia  dell'ingiurie,  perché  ho  nominato  il 
«  cavalier  marino»  in  proposito  d'istoria  naturale  sottordinata 
a  raccontamento  d'azzion  civile  e  non  in  occasion  di  biasimare 
amici  o  poeti.  Sicché  neanco  per  ragion  di  soggetto  si  può 
in  quel  luogo  intendere  di  V.  S.,  contrastando  a  ciò  la  beni- 
gnità del  sito  in  che  si  trovano  esser  poste  le  mie  parole.  Anzi 
chi  volesse  tribuire  a  quelle  non  il  primo  senso,  eh' è  diretto 
e  proprio,  ma  il  secondo,  che  è  sinistro  e  sforzato,  bisogne- 
rebbe insieme  credere  ch'io  dicessi  di  V.  S.,  con  poche  cose 
possibili  ad  applicarsi,  moltissime  altre  impossibili  e  discrepanti, 
le  quali  non  possono  convenire  alla  sua  persona  in  veruna  ma- 
niera. Il  che  sarebbe  contra  il  consueto  di  simili  allusioni  amfibo- 
logiche,  che  usano  di  stendersi  colla  doppiezza  dello  scherzo  a 
tutte  le  parti  della  finzione  o  almeno  alle  più. 

Le  poche  cose  possibili  ad  applicarsi  a  V.  S.,  secondo  i 
predetti  malevoli,  sarebbono   solamente   queste    tre:  che  V.  S. 


LETTERE  293 

fusse  (mi  perdoni)  bestiale,  quale  è  quel  mostro;  che  fusse  in- 
gannatore, quale  è  la  sirena  sua  femmina;  e  che,  si  come  la 
scimmia  marina  contraffa  gli  atti  altrui,  cosi  V.  S.  rifacesse 
gli  altrui  componimenti.  Ma  le  moltissime  impossibili  sarebbono 
quest'altre:  che  V.  S.,  ch'ora  è  in  Francia,  fusse  stata  trovata 
nell'America  centoventi  anni  fa  ed  innanzi  della  sua  nascita;  che 
Ella,  che  è  uno  individuo,  fusse  una  spezie;  che  Ella,  eh' è  uno 
uomo,  fusse  un  pesce;  che  Ella,  che  vive  in  terra,  vivesse  in 
acqua;  che  Ella,  che  ha  la  figura  come  gli  altri  uomini,  avesse 
membra  maravigliose;  che  Ella,  che  è  viva,  fusse  stata  veduta 
morta;  che  Ella,  la  cui  carne  non  è  buona  da  mangiare,  fusse 
a  questo  effetto  stata  presa  da  un  pescator  colla  rete;  che  Ella, 
che  è  intera,  fusse  meza;  che  Ella,  eh' è  libera,  fusse  stata  ven- 
duta; che  Ella,  che  è  di  persona  non  mal  formata,  fusse  di  fat- 
tezze simili  alla  scimmia;  e  finalmente  che  Ella,  che  è  una 
legittima  opera  della  natura,  fusse  uno  scherzo  di  quella.  Le 
quali  impossibiltà  non  sono  mie  imaginazioni,  ma  son  veri 
sensi  che  realmente  si  trovano  essere  nelle  parole  d'essi  versi. 
Che  però  sarà  bene  che  con  questo  pensiero  V.  S.  torni  a 
rilegger  quelli,  dove  so  che  subito  raffigurerà  adeguata  corri- 
spondenza a  quanto  io  dico. 

In  questo  fiume  e  per  lo  mar  vicino 
vive  il  pesciuom  con  sue  mirabil  membra, 
detto  altramente  il  «  cavalier  marino»; 
verace  bestia,   bench'ai  vulgo  uom  sembra, 
che  nulla  fuor  che  l'alma  ha  de  ferino 
e  tutto  a  nostra  iniagine  rassembra, 
figlio  della  Sirena  ingannatrice 
ed  alla  madre  egual,  se  '1  ver  si  dice. 

I  cristiani  veder  non  ne  poterò 
altro  eh'  un  solo,  il  qual  fu  lor  mostrato 
da  un  pescator,  che  non  er'anco  intero, 
ma  già  dal  cinto  in  giù  per  prezzo  dato. 
Esser  dovria  quest'animale  invero 
«  scimmia  del  mar  »  più  che  «  pesciuom  »  nomato, 
poich'a  quella  è  più  simile  ch'a  questo, 
ed  è  ciò  che  far  vede  a  rifar  presto. 


294  TOMMASO    STIGLIANI 

Oh  ammirabil  opere  e  stupende 
della  saggia  natura  ed  ingegnosa! 
in  quante  guise  ella  a  scherzar  si  stende 
nel  dar  figura  alla  vivente  cosa! 

Essendo  dunque  in  queste  stanze  (come  V.  S.  vede)  più 
assai  le  parole  che  non  si  possono  allegorizare  che  quelle  che 
si  possono,  si  dee  probabilissimamente  conghietturar  da  ognuno 
che  a  caso  sia  avvenuto  e  non  per  mia  malizia  ch'alcune  po- 
che s'approprino  a  sentimento  cattivo.  Si  come  (per  modo 
d'esempio)  a  caso  avvenne  una  somigliante  cosa  a  quello  schiavo 
fuggito  di  Costantinopoli,  il  quale,  ciarlando  un  giorno  al  po- 
polo nella  piazza  di  Ferrara  e  biasimando  i  vari  padroni  ch'egli 
avea  serviti,  concluse  il  suo  parlare  con  queste  parole:  —  I  turchi 
insomma  sono  una  mala  razza.  —  Per  lo  che  alcuni  ignoranti 
che  cogli  altri  stavano  ad  udirlo,  credendo  che  ciò  s'inten- 
desse di  quella  onoratissima  famiglia  che  è  in  Ferrara  e  chia- 
masi Turca,  gli  diedero  qualche  noia. 

Ma  io  fo  male  a  cercare  esempi  di  somiglianza  dove  n'è 
uno  d'assoluta  identità,  per  cosi  dire.  Che  io  abbia  potuto 
comporre  quelle  stanze  senza  pensare  a  V.  S.  e  prima  ch'Ella 
fusse  cavaliere,  non  è  punto  impossibile,  se  ben  può  alcuna  pic- 
ciola  parte  d'esse  adattarsi  ora  a  lei.  Anzi  è  altrettanto  veri- 
simile quanto  è  vero;  mentre  non  solamente  sogliono  in  diverso 
tempo  accader  per  fortuna  cose  che  tra  lor  s'assomigliano  tanto 
o  quanto,  ma  è  accaduta  con  verità  questa  nostra  cosa  mede- 
sima quasi  ad  ìinguem  in  altro  secolo  lontano  dal  nostro.  Odalo 
V.  S.  e  stupisca.  Il  Burchiello,  poeta  burlesco  che  va  per  le 
stampe  e  ch'Ella  avrà  sicuramente  Ietto,  visse  in  Firenze  negli 
ultimi  tempi  della  republica,  quando  anco  appunto  il  Colombo 
fece  la  conquista  del  nuovo  mondo,  che  è  il  soggetto  del  mio 
poema.  Costui  scrive  fra  gli  altri  un  sonetto  coduto  contra  un 
cavalier  Marino  napolitano,  dicendogli  ch'egli  è  un  babbuino 
d'India  e  che  ha  fatto  in  Firenze  rincarare  il  cavolo,  e  che  inol- 
tre è  un  becco  e  che  la  sua  casa  è  piena  di  teste  cornute. 
Che  più?  Il  Doni,  commentator  dell'opera,  trattando  di  dichia- 
rare   e    d' interpretar    questo    sonetto    ed    esaminando    le    varie 


LETTERE  295 

esposizioni  che  da  altri  vi  si  facevano,  soggiunge,  per  rendere 
l'avvenimento  più  mirabile,  queste  formate  parole:  «  Perché  non 
ci  metton  mano  questi  umoristi,  se  credono  tante  cose?  ».  Dove 
chiaramente  pare  che  s'alluda  agli  accademici  di  Roma  d'og- 
gidi,  tanto  partegiani  di  V.  S.,  i  quali  ancor  essi  s'intitolano 
«  Umoristi  ».  Il  sonetto  è  quello  che  comincia:  «  Il  nobil  cava- 
lier  messer  Marino  ».  Ora  che  direm  noi  di  questo  tal  luogo 
burchiellesco?  Vorremo  affermar  forse  che  anco  qui  s'intenda 
della  persona  di  V.  S.,  e  che  quell'autore  abbia  e  satirizato  e 
profetato  insieme,  biasimando  chi  avea  da  nascere  tanti  anni 
dopo  la  sua  morte?  Certamente  no.  Ma  più  tosto  diremo  ch'egli 
intenda  di  uno  altro  ch'allora  viveva,  al  quale  V.  S.  ha  oggi 
simile  nome  ma  non  simili  pecche,  e  che  qui  il  caso  abbia 
mostrato  la  sua  solita  possanza  del  produrre  spessamente  eventi 
da  far  trasecolar  di  stupore. 

Troppo  avremmo  da  fare,  padron  mio,  se  volessimo  andar 
movendo  ogni  pietra  per  veder  che  cosa  vi  sia  sotto;  ed  il 
meglio  è  che  tolleriamo  il  mondo  con  quei  difetti  con  che  l'ab- 
biamo trovato,  ma  in  particolare  tolleriamo  la  similitudine  che 
talora  si  trova  essere  nelle  cose  diverse.  Non  è  novità  insolita 
il  potersi  intendere  alcuna  parte  de'  nostri  ragionamenti  in  altra 
significanza  da  quella  in  che  furon  detti.  Anzi  ciò  succede  ogni 
giorno  cosi  nel  parlare  come  nello  scrivere,  abbondando  nati- 
vamente tutti  i  linguaggi  di  questo  inevitabil  vizio  della  equi- 
vocazione, causato  in  loro  dalla  necessità,  come  fa  fede  Ari- 
stotele nel  primo  degli  Eie  fiche:  «  Nomina  suni  finita,  res  vero 
infinitae.  Ideo  necesse  est  laium  nomen  plura  sig?iificare  ».  Quante 
improvise  gare  e  contese,  quante  risse  son  nate  a  torto  per 
simil  cagione  fra  gli  amici  nel  discorrere  insieme?  Quante  alle- 
gorie hanno  trovate  gli  spositori  in  Omero,  in  Virgilio  ed  in 
altri,  le  quali  mai  dagli  autori  non  furono  imaginate?  Quante 
cose  sono  state  fatte  dire  al  Petrarca,  le  quali  egli  mai  non 
disse?  Perciò  quel  bello  spirito  beneventano  fìnse  ne'  suoi  dia- 
loghi esso  poeta  essere  in  Parnaso  attaccato  alla  corda  da'  gram- 
matici, i  quali  per  forza  di  tormento  gli  facevano  dir  ciò  che 
volevano. 


296  TOMMASO    STIGLIANI 

Troppo  è  grande  (come  abbiam  detto)  la  potenza  del  caso 
nel  formar  delle  parole,  e  troppo  è  ampia  la  libertà  dell'ima- 
ginazione nel  dar  sensi  a  quelle.  Che  a  questo  s'ebbe  riguardo 
quando  fu  trovato  quel  bel  gioco  da  veglia  che  si  chiama 
«  l'oracolo  ».  Nel  qual  si  finge  uno  indovino  che  risponda  alla 
domanda  d'un  solo  uomo  cose  alienissime  da  essa  e  niente 
appartenenti;  e  nondimeno  si  dà  poi  cura  a  tutti  i  circostanti 
di  parlare  ad  uno  ad  uno  sopra  quella  tal  risposta  lontana,  e 
di  tirarla  a  proposito  d'esso  domandatore  con  qualche  inge- 
gnosa interpretazione:  e  cosi  in  una  parola  detta  casualmente 
s'investigano  quindici  o  venti  intelligenze  diverse,  e  tutte  spet- 
tanti ed  accommodate  e  convenevoli.  Giuoco  che,  si  come  di- 
letta molto  i  grossolani,  cosi  fa  ammirare  i  savi.  Nel  qual  pro- 
posito V.  S.  si  deve  ancora  rammentare  d'aver  conosciuto 
in  Venezia  quel  romagnuolo  chiamato  il  dottor  Penna,  il  quale 
applicava  alla  creazion  del  mondo  il  testo  di  qualunque  li- 
bro gli  fusse  a  sorte  aperto  dinanzi,  scegliendo  uno  o  due 
periodi  di  quella  tal  prosa  o  di  quei  tali  versi  e  faccendovi  su 
una  giusta  lezzione.  Nel  che  alle  volte  gli  venivano  dette  cose 
tanto  appropriate  e  tanto  quadranti,  che  di  qui  gli  nacque  fama 
appresso  al  vulgo  d' indemoniato.  Di  più  al  presente  io  leggo 
in  compagnia  del  signor  duca  di  Poli  un  volume  latino  d'uno 
autor  tedesco,  stampato  in  Francfort,  nel  qual  s'interpretano 
tutte  le  favole  più  principali  degli  antichi  gentili  con  una  sola 
allegoria,  cioè  la  ricchezza  della  America;  fra  le  quali  una  è 
quella,  verbigrazia,  dell'acquisto  che  Giason  fece  del  cuoio  d'oro, 
e  l'altra  è  l'espugnazion  del  giardin  dell'Esperidi  fatta  da 
Ercole. 

Adunque,  essendo  le  parole  umane  quasi  della  natura  della 
camoscia  e  possendosi  agevolmente  da'  nostri  ingegni  stirar  per 
molte  vie  a  diverso  intendimento,  non  sarà  difetto  di  quelle 
qualora  sian  chiosate  ed  intese  in  mala  parte,  ma  sarà  pura 
sottigliezza  del  chiosatore  o  pura  fantasia.  Massimamente  quando 
l'allegorie  si  formino  storpiate  e  non  rispondenti  a  tutte  le 
membra  del  parlare  ma  ad  alcune  poche,  quale  è  adesso  questa 
di    cui    discorriamo;   la   quale   invero,   siccome   non   s'accorda 


LETTERE  297 

col  senso  letterale,  cosi  discorda  in  tutto  dalla  mente  di  chi 
scrisse.  E  s'io  avessi  voluto  mordere  metaforicamente  (benché 
ciò  non  sia  mia  professione,  ma  più  tosto  di  lodare  ed  onorare 
ognuno,  purché  non  sia  provocato),  l'avrei  fatto  con  più  ampio 
e  più  compito  modo  che  questo  non  è,  contuttoché  la  materia 
fusse  stata  sterile  di  biasimi  ed  avessemi  suggerito  poco  da 
pungere  e  da  lacerare;  che  ben  può  V.  S.  imaginarsi  che  chi 
ha  saputo  empir  tanti  enigmi  di  si  spessi  sentimenti  doppi, 
avesse  saputo  accozzarne  otto  o  dieci  in  questo  luogo.  Ma  Iddio 
mi  guardi  dal  mai  venirmi  nell'animo  pensier  cosi  basso  e  cosi 
servile,  essendo  io  solito,  quando  son  disgustato,  di  mostrarlo 
più  tosto  col  parlar  chiaro  e  col  chiaro  scrivere  e  coi  chiarì 
fatti  che  colle  girandole,  siccome  persona  intrepida  che  sono  e 
che  non  ho  paura  di  nessuno  e  che  so  difendere  i  miei  detti 
non  solo  con  la  lingua  e  con  penna,   ma  con  mano. 

Per  tutte  le  ragioni  infino  a  qui  divisate  io  pretendo  giu- 
stamente che,  se  V.  S.  vorrà  adossare  a'  miei  versi  la  sudetta 
interpretazion  piccante,  non  potrà  farlo  senza  violentar  l'ordi- 
naria verisimilitudine  delle  cose;  e  per  conseguenza  sarà  giu- 
dicio,  come  dicono  i  teologi,  temerario  e  commetterà  fallo  di 
scandalo  passivo.  Il  che  se  V.  S.  volesse  schifare  (come  ragio- 
nevolmente ha  da  volere,  professandosi  gentiluomo  e  cristiano), 
potrebbe  con  suo  pieno  onore  restar  contenta  a  questa  mia  ve- 
racissima giustificazione  con  farla  anche  stampar  tutta  o  parte, 
per  disgannamento  di  qualunque  altra  persona  fusse  parimente 
concorsa  nella  medesima  opinione  e  per  publica  testimonianza 
della  mia  innocenza,  la  quale  è  più  salda  ch'un  marmo  e  con- 
tinovamente  mi  sta  dicendo  nel  cuore:  —  Quod scripsi  scripsi.  — 
Altro  onesto  partito  non  v'è  che  questo,  ed  a  questo  solo  è  da 
ricorrere,  se  V.  S.  stima  il  conservar  gli  amici  e  se  pregia 
l'onor  della  mansuetudine  e  della  costumatezza  e  se  le  dispiace 
il  nome  di  rissoso,  il  quale  da  alcuni  le  viene  attribuito,  benché 
a  torto.  Altrimenti  io  mi  protesto  seco  alla  libera  che,  quandun- 
que vedrò  scritture  di  lei  in  mio  pregiudicio  o  altra  pregiudicial 
cosa,  riceverò  il  tutto  non  come  vendetta  ma  come  pura  provo- 
cazione alla  quale  non  sia  preceduta  offesa  alcuna,  incominciando 


298  TOMMASO    STIGLIANI 

la  querela  non  più  altamente  che  di  là  e  facendo  quel  risenti- 
mento che  si  richiederà  alla  mia  riputazione,  cioè  rispondere 
colle  medesime  armi  colle  quali  avrò  avuto  l'oltraggio  o  con 
piggiori,  se  cosi  si  giudicherà  necessario. 

Né  questo  paia  a  V.  S,  troppa  iracondia  o  troppa  durezza; 
ma  si  vesta  Ella  de'  miei  panni  e,  ponendosi  in  luogo  mio 
(il  qual  non  sono  avvezzo  a  ricevere  affronti),  consideri  non 
esser  nel  mondo  la  più  sdegnosa  cosa  che  l'uom  da  bene  né 
la  più  ostinata  che  la  netta  coscienza.  Di  che  fecero  più  volte 
esperienza  chiara  quei  tiranni  martirizatori  di  santi,  i  quali,  dopo 
avere  umiliati  superbissimi  principi  e  debellate  bellicosissime 
Provincie,  si  riducevano  a  termine  di  non  potere  abbassar  la 
generosità  d'un  poverello  scalzo  né  poter  superar  la  costanza 
d'una  donzella  innocente,  anzi  ne  venivano  più  villaneggiati 
e  più  sprezzati  che  se  fussero  stati  private  persone.  Se  bene 
né  io  mi  tengo  santo  né  credo  che  V.  S.  si  tenga  principe; 
ma  ho  dato  incidentemente  questa  similitudine  per  farla  andare 
tanto  solo,  e  non  più,  quanto  andare  Ella  può,  e  per  inferire 
ch'ogni  piacevol  creatura  si  sa  sopra  se  medesima  sollevare 
quando  è  offesa  a  torto  da  chichesia.  Tenga  V.  S.  la  sua  penna 
dentro  i  cancelli  della  modestia  se  vuol  vivere  quieta,  ed  onori 
altrui  se  desidera  da  altri  essere  onorata,  pensandosi  che  per- 
dere il  rispetto  all'amico  porta  seco  una  conseguente  scambie- 
volezza del  medesimo. 

Né  si  fidi  oltremodo  in  prosperità  di  fortuna,  né  in  favor 
di  grandi,  né  in  dovizia  di  danari,  né  in  sequela  d'amici,  né 
meno  in  valor  proprio  o  in  propria  facondia,  quando  anco 
sia  vero,  e  di  là  da  vero,  che  di  tutte  queste  cose  Ella  pos- 
segga quella  si  gran  parte  che  continovamente  predica  e  fa  pre- 
dicare cosi  in  voce  come  in  iscritto;  che  io,  quanto  a  me,  non 
ne  vo'  dubitare,  ma  vo'  crederlo  interamente  ad  occhi  chiusi. 
Non  si  fidi,  dico,  in  alcuna  delle  cose  dette  più  che  il  dover 
richiegga,  perciocché  da  tutte  Ella  sarà  in  un  tratto  abbando- 
nata quando  avrà  operata  una  azzione  ingiusta  ed  irragionevole; 
cosi  permettendo  il  più  delle  volte  l'altissimo  giudicio  di  Dio, 
il    qual   si   compiace   di   rintuzzar   l'insolenze   per   mezo   dello 


LETTERE  299 

sdegno  de'  medesimi  oltraggiati,  tanto  più  quando  s'imbatte 
che  quegli  abbiano  un  tantin  di  cuore  in  corpo  ed  un  pochetto 
d'ingegno  in  capo.  Viva  Ella  e  lasci  vivergli  altri.  Goda  Ella 
della  sua  gloria  e  lasci  ancora  goder  me  della  mia,  benché  pic- 
ciola.  Della  qual  nondimeno  io  mi  contento  pienamente,  essendo 
consapevole  a  me  stesso  che  non  me  n'ho  mendicato  la  più 
parte  con  segreti  ordigni  d'amici  e  di  stampadori  e  di  librari, 
ma  ch'essa  m'è  stata  tutta  partorita  dalle  sole  mie  fatiche  e  dai 
soli  studi  miei:  onde  non  ho  da  temer  che  col  tempo  mi  s'abbia 
da  diminuire,  secondo  che  anderanno  morendo  i  fautori  interes- 
sati ;  ma  più  tosto  ho  da  sperar  che  mi  s'abbia  da  accrescere, 
non  sedendo  essa  a  guisa  di  statova  pubblica  sopra  zoccolo 
alcuno  né  sopra  alcun  piedestallo  che  la  faccia  parer  maggior 
che  non  è,  ma  fondandosi  totalmente  sopra  se  medesima. 

Non  rinovi  V.  S.  la  difficile  impresa  della  serpe  d'Esopo,  che 
volse  roder  la  lima.  Non  la  pigli  con  chi  ha  qualche  prattica  nelle 
lettere  e  qualche  talento  nello  scrivere;  che  certo  non  le  può 
tornar  conto,  se  vuole  esaminar  senza  passione  il  capital  delle 
proprie  forze.  Imperocché  questa  volta  V.  S.  non  avrebbe  da 
far  con  Giovan  Battista  Vitali  né  con  Tomaso  Costo  né  con 
Lorenzo  Cattaneo  né  con  Gaspero  Murtola  né  con  Carlo  Gian- 
fattori  [alias  Ferrante  Carli)  né  con  alcun  degli  altri  co'  quali 
ha  fin  qui  impreso  briga  d' ingegno  e  competenza  di  dottrina; 
ma  avrebbe  a  fronte  Tomaso  Stigliani,  tra  '1  cui  peso  e  '1  peso 
de'  suddetti  ben  sa  Ella  che  si  trova  essere  alcuna  dramma  di 
differenza. 

Né  meno  lusinghi  se  stessa  col  pensare  e  dire:  —  Io  farò 
cautamente  andare  attorno  le  mie  invettive  per  si  lungo  tempo, 
che,  quando  alfine  il  biasimato  le  vedere,  esse  avranno  già  fatta 
tanta  impressione  negli  animi  che  non  vi  si  potrà  più  rimediare 
e,  quasi  d'una  piaga  invecchiata,  ne  sarà  malagevole  la  cura.  — 
In  ciò  V.  S.  s'inganna  grandemente,  e  non  le  verrà  fatto.  Spec- 
chisi un  poco  in  quello  Annibal  Caro,  tanto  da  lei  stimato  e 
tanto  seguito  e  tanto  immitato.  Il  quale,  quantunque  col  po- 
tente favor  de'  suoi  padroni  e  coU'astuta  industria  de'  suoi  par- 
tegiani,  facesse  gir  per  qualche  anni  attorno  la  sua  inorpellata 


300  TOMMASO    STIGLIANI 

Apologia,  prima  che  lasciasse  capitarla  in  mano  del  dotto  av- 
versario; pure  alla  fine  ella  fu  veduta,  pure  alla  fine  vi  si  ri- 
spose, pure  alla  fine  venne  in  chiaro  chi  avesse  il  torto  e  chi 
la  ragione,  chi  fusse  l'ignorante  e  chi  il  savio,  e  chi  fusse  il 
maldicente  e  chi  il  modesto.  Il  che  tutto  occorse  in  si  mani- 
festo modo  ed  in  forma  tanto  evidente  e  con  tal  consenso  di 
tutti  gì' intendenti,  che,  se  ambedue  gli  autori  potessero  a'  nostri 
giorni  risuscitare,  certamente  il  Caro  avrebbe  da  arrossirsi  non 
poco  nell'aperto  cospetto  del  mondo,  il  qual  da  lui  fu  in  ciò 
tanto  gabbato  e  tanto  scandalizato:  si  come  all'incontro  il  Ca- 
stelvetro  avrebbe  ad  essere  ampiamente  ristorato  delle  sue  patite 
vergogne  con  altrettanto  applauso  ed  onoranza,  a  confusion 
delle  false  pasquinate  che  gli  fùr  fatte  e  delle  inique  calunnie 
che  gli  fùr  date,  le  quali  il  costrinsero  a  fuggirsene  di  là  dai 
monti  ed  ad  abitar  per  sicurezza  della  vita  in  terra  libera,  ma 
però  con  tanto  maggior  sua  gloria  quanto  che  sempre  vi  visse 
cattolicamente.  Se  bene  questa  resurrezione  non  fa  ora  di  me- 
stieri; poiché,  in  ogni  modo,  i  veri  letterati  e  i  veri  uomini  da 
bene  fanno  ai  nomi  quel  che  non  si  può  fare  alle  persone.  Né 
accade  insomma  che  nessuno  si  voglia  lungamente  spacciar 
presso  al  mondo  per  quel  che  non  è;  che  '1  mondo  non  è 
cieco,  ma  è  oculatissimo  e  vede  più  assai  che  noi  non  cre- 
diamo. E  se  talora  patisce  inganno,  ciò  non  dura  secoli  interi 
ma  solo  alcuni  anni,  perché  egli  sa  ben  cavarsi  la  benda  o 
tardi  o  per  tempo,  la  qual  dall' ingannator  gli  s'avvolse  alla 
fronte.  Il  clie  succede  in  questo  modo:  che  i  pochi  ravveduti, 
i  quali  sono  gli  scienziati,  fanno  pian  piano  ravvedere  i  molti, 
che  sono  gl'idioti;  e  cosi  finalmente  ognuno  si  chiarisce  e  resta 
assolutamente  informato  del  vero. 

Oltre  di  ciò,  io  assicuro  V.  S.  che,  per  molto  lontano 
ch'Ella  sparga  da  me  le  sue  scritture,  esse  mi  saranno  subito 
mandate  a  Parma  da'  miei  cari  amici.  Li  quali,  se  non  sono 
si  spessi  e  si  frequenti  come  dice  il  Magnanini  esser  quegli  di 
V.  S.  (perché  veramente  io  ho  più  atteso  ad  imparar  dai  morti 
ch'a  conciliarmi  i  vivi),  essi  son  però  non  men  rari  nella  virtù 
che  si  sieno  nel  numero;  si  che  di  loro   io  posso    con   buona 


LETTERE  30I 

coscienza  dire  quel  che  Claudiano  nella  sua  maggior  opera  dice 
della  scarsa  ma  bella  figliolanza  di  Cerere: 

. .  .  numeri  da)nnmn  Proserpina  pensai. 

E  già  insin  da  ora  tengo  promessa  da  un  principal  cavaliere, 
che  vive  in  una  grossa  città  di  Francia,  che  in  breve  egli 
mi  farà  avere  i  detti  sonetti  di  V.  S.  (ove  sia  vero  che  siano 
stati  composti),  perché  se  gli  farà  dar  da  terze  mani  a  chi  Ella 
suol  communicar  le  sue  cose;  si  come  ancora  per  lo  medesimo 
mezo  avrò  senza  indugio  la  Galleria,  la  Sampogna  e  V  Adone, 
quando  si  saranno  stampati.  Anzi  n'ho  al  presente  tutti  quegli 
squarci  che  V.  S.  si  trova  averne  sparso  manoscritti;  perché 
(a  dirgliela)  non  esce  sillaba  della  sua  penna  che  non  pervenga 
in  poco  tempo  alle  mie  mani,  purché  si  confidi  da  lei  ad  uno 
o  a  due  amici.  Di  modo  che  gran  semplicità  io  stimo  essere 
il  pensar  di  poter  per  molto  tempo  farmi  le  fica  di  sotto  al 
mantello  senza  esser  veduto,  e  di  poter  meco  palleggiar  senza 
aspettare  il  rimando.  Perciocché,  se  V.  S.  sa  comporre  Smorfie, 
io  so  biscantar  Zolfe,  e  forse  non  con  molta  inferiorità  d'eccel- 
lenza allo  scriver  di  lei  ;  di  che  mi  rimetto  alla  mastra  espe- 
rienza ed  al  giudicio  del  mondo,  per  non  dire  al  giudicio  di 
lei  medesima,  che  pur  sa  in  sua  coscienza  d'aver  poste  nella 
Murtoleida  molte  facezie  udite  in  vario  tempo  dalla  mia  bocca, 
quando  noi  per  domestichezza  scherzavamo  insieme  alcuna 
volta  e  ci   motteggiavamo  a  vicenda. 

Ma  dove  mi  trasporta  la  troppa  gelosia  della  riputazione? 
Che  dico  io?  A  che  son  io  trascorso?  Chi  può  dubitar  mai  della 
bontà  del  signor  Marino?  Io  voglio  in  tutto  e  per  tutto  annullare 
il  detto  mio  proponimento,  siccome  cosa  che  so  di  sicuro  che 
non  mi  bisognerà.  Voglio  in  tutto  e  per  tutto  credere  che  V.  S., 
pensando  meglio  a  questo  fatto  ed  accorgendosi  che  i  versifi- 
catori parmegiani  e  bolognesi  procurano  di  farla  bolzone  degli 
odii  loro  verso  di  me,  non  s'imbarcherà  senza  biscotto  di  ra- 
gione né  senza  savorra  di  prudenza.  Non  vorrà  far  parer  vera 
quella  falsa  voce,  che  s'è  cominciata  a  levare  in  Italia  per  l'ac- 
cademie de'  virtuosi  e  per  li  ridutti  de'  letterati:   cioè  che  non 


302  TOMMASO    STIGLIANI 

tanto  diano  a  V.  S.  fastidio  quelle  tre  stanze  del  mio  poema 
quanto  faccia  tutto  il  rimanente  d'esso,  e  che  da  spirito  di  li- 
vore più  che  di  vendetta  Ella  sia  spinta  a  molestar  la  mia  pace, 
non  potendo  (come  essi  dicono)  digerire  che  in  questo  secolo 
altra  penna  che  la  sola  sua  acquisti  pregio  d'aver  fabbricato 
buona  poesia  eroica.  Anzi  voglio  sicuramente  stimare  che  V.  S. 
si  porterà  talmente  meco,  ch'io  non  abbia  poi  ad  aver  giusta 
causa  di  dolermi  di  lei,  si  come  persona  ragionevole  che  è  e 
considerata;  la  qual  sa  molto  bene  ch'io  sempre  dal  mio  canto 
sono  stato  suo  vero  amico  infin  da'  primi  anni,  non  ostanti  le 
giovanili  risse  già  alcune  volte  accadute  tra  noi  e  poi  di  subito 
e  con  poca  difficoltà  ricompostesi. 

Ed  oltre  la  detta  testimonianza  mostrata  a  V.  S.  nel  mio 
Canzomero  stampato,  le  fo  sapere  che  l'ho  mostrato  maggior- 
mente in  quella  parte  del  mio  poema  la  qual  non  è  ancora  uscita 
in  luce,  dove  nell'antipenultimo  canto  io  celebro  per  incidenza 
ed  esalto,  per  quanto  m'è  dato,  insino  alle  stelle  il  suo  valore 
ed  il  suo  ingegno.  Noti  di  grazia  V.  S.  quest'ultima  ragione, 
che  a  mio  giudicio  vai  sola  quanto  vagliano  unitamente  tutte 
l'altre  già  espostele.  L'onorevol  ricordo  fatto  di  V.  S.  nel 
poema  chiarirà  pienamente  a  tutto  il  mondo  eh'  io  nella  men- 
zion  deir«  uomo  marino  »  non  abbia  voluto  intendere  della 
persona  di  lei;  non  possendo  queste  due  cose  stare  insieme, 
cioè  che  uno  istesso  autore  in  uno  istesso  libro  vituperi  e  laudi 
uno  istesso  uomo,  se  non  è  in  tutto  forsennato  e  pazzo.  Il 
qual  ricordo  onorevole  è  molto  ben  noto  ai  suddetti  poetastri 
parmegiani  e  bolognesi,  alcun  dei  quali  (dico  de'  bolognesi) 
l'ha  letto  insin  cogli  occhi  propri  e,  non  gli  bastando  la  let- 
tura, se  n'ha  voluto  prender  copia.  In  particolare  un  dottor 
grosso  e  ventricuto,  il  quale,  caminando  pettorutamente  a  modo 
di  barbassore  e  troppo  dilatando  le  fimbrie  del  suo  lungo  saio 
e  le  falde  del  suo  gran  cappello,  mostra  ancora  negli  atti  este- 
riori d'esser  tutto  abbottato  di  vento  e  tutto  gonfio  di  vanità; 
non  si  però  che,  in  un  coll'esser  vano,  non  sia  maligno  e  che 
non  contrafaccia  il  rospo,  il  quale  giuntamente  è  tumido  ed  è 
velenoso.   Ma  cosi  costui  come  tutti  gli  altri  scrivono  a  V.   S. 


LETTERE  303 

quel  che  può  nuocere,  e  tacciono  quel  che  può  giovare.  Dal  che 
si  comprende  chiaro  non  esser  essi  più  nemici  miei  che  suoi, 
ed  apparisce  palesemente  che  vorrebbon  veder  garbuglio  e 
prender  diletto  de'  nostri  contrasti,  come  invidiosi  che  sono  e 
di  nulla  carità  verso  il  prossimo  loro. 

Ora  non  più  parole:  concludasi  solo  ch'io  fermamente  con- 
fido che  V.  S.,  essendo  adesso  per  mezo  del  presente  foglio 
stata  informata  da  me  della  mera  verità  del  negozio,  riconsul- 
terà il  tutto  più  adagio  e  con  più  maturità,  e  conoscerà  quello 
eh 'a  primo  sguardo  non  avea  per  la  fretta  conosciuto.  E  se  in 
ciò  ho  io  detto  più  che  non  facea  di  bisogno  al  buono  inten- 
dere di  V.  S.,  perdoni  Ella  questa  superfluità  all'importanza 
del  fatto.  Mentre  io  per  fine  le  resto,  baciando  affettuosamente 
le   mani. 

Di  Parma,  2  giugno  1619. 


XL 

Al  signor  Luciano  Borzoni 

Più  che  sospetti,  ora  ha  la  prova  certa  che  il  Borzoni  lo  ha  ingannato 
per  compiacere  al  Marino. 

Il  Furio  Camillo  del  signor  Cebà  è  già  finito  un  mese  fa  di 
stamparsi,  se  non  mente  una  copia  compita  ch'io  n'ho  com- 
prata qui  dal  Viotti.  Perciò  io  m'era  disposto  di  scrivere  a  V.  S. 
per  sollecitare  e  ricordar  che  non  si  mancasse  di  far  succedere 
a  questa  impressione  quella  del  Mo7ido  nuovo,  come  ultimamente 
m'era  stato  da  lei  promesso.  Ma  ora  mi  sopraviene  un'altra 
sua  lettera  con  nuova  scusa,  la  quale  è  che  il  lavorante  della 
stamperia  è  impazzito.  Questa  storia,  se  è  vera,  non  viene  a 
scolpare  se  non  solo  la  cessazion  d'alcuni  giorni  o  settimane; 
ma  a  scolpar  la  futura  so  che  non  potrà  stirarsi  per  modo  nes- 
suno, dovendo  la  stamperia  pigliare  operarlo  novello.  Poiché, 
quando  per  l'avvenire  cotesto  torcolo  imprimesse  altri  volumi 
ed  il  mio  no,  la  colpa  non  sarebbe  della  pazzia  di  colui  ma 


304  TOMMASO    STIGLIANl 

della  malizia  d'un  altro:  per  lo  che  la  benignità  del  mio  sem- 
pre interpretare  il  mal  per  bene  non  avrebbe  più  luogo  né  sa- 
prebbe pili  ricoprire  ed  onestare  i  manifesti  mancamenti,  come 
ha  fatto  infìn  ora.  Il  tempo  finirà  di  dismascherar  questa  fac- 
cenda affatto.  Ma  io  per  la  mia  parte  non  voglio  aspettar  più 
altro,  che  troppo  corrivo  mi  parrebbe  ormai  d'essere.  Già  mi 
son  chiarito  a  bastanza  dalla  gran  trasparenza  della  maschera, 
la  quale,  essendo  di  vana  ragnatela,  non  occulta  quel  che  le  sta 
dietro,  che  è  la  povera  verità  oppressa  e  maltrattata.  Veggo 
benissimo  sotto  l'invoglio  di  queste  girandole  la  trama  marinesca. 
Onde  m'accorgo  che  '1  vero  pazzo  sono  stato  io  e  non  il  lavo- 
rante, mentre  ho  licenziati  gli  ottimi  partiti  offertimi  in  Roma 
dal  Facciotti  per  attendere  a  questo  del  Pavoni,  che  mi  propose 
V.  S.  spontaneamente  e  senza  esserne  da  me  ricercato,  metten- 
domelo in  mano  per  indubitato.  Ma,  dall'altro  canto,  che  si  ha  egli 
a  fare?  Chi  negozia  convien  fidarsi;  e  s'io  fussi  indovino,  non 
istamperei  versi  ma  profezie. 

Mentre  io  scrivo,  mi  sopraggiunge  una  lettera  del  signor  Fran- 
cesco Giorgi,  che  a  mia  instanza  s'è  informato  di  tutto  il  suc- 
cesso dal  Pavoni  medesimo.  Dicemi  egli  che  quello  ha  concluso 
nuovamente  con  V.  S.  di  stampar'la  Galei'ia  del  Marino  e  che 
fra  due  giorni  comincerà  il  lavoriero.  Non  occorre  dunque  che 
di  questo  negozio  io  faccia  più  parola.  Stiasene  V.  S.  colla 
coscienza  riposata  e  senza  rimorso  alcuno,  se  Ella  può,  goden- 
dosi fra  se  stessa  la  gloria  delle  sue  leggiadre  azzionir  che  io 
cercherò  per  altra  via  di  risarcire  il  meglio  che  posso  la  per- 
dita e' ho  fatta  del  tempo,  dietro  alle  sue  promesse,  per  non 
chiamarle  con  altro  più  proprio  nome.  Se  '1  mio  libro,  come 
io  dissi,  è  in  sé  buono,  tutta  la  malignità  di  questo  mondo  non 
sarà  bastante  a  levargli  pur  oncia  di  quel  che  gli  tocca  d'ap- 
plauso, né  sempre  le  macchine  degli  invidiosi  avranno  effetto. 
Invidiosi  posso  dirgli  veramente,  poich'io  non  impedisco  le 
stampe  loro  ed  essi  impediscono  le  mie;  segno  evidente  che 
più  stima  fanno  elli  di  me  che  non  fo  io  di  loro.  Dal  che  nasce 
che  essi,  in  cambio  di  turbarmi,  mi  rallegrano  e,  invece  di  sco- 
raggiarmi, m'innanimano  maggiormente.   Io  mi  rido  di  quanto 


LETTERE  305 

contrasto  odo  che  mi  si  fa,   e  stovvi  più  saldo  ch'un  piperno, 
sapendo  assai  bene  che  tutti  i  tempi  una  volta  arrivano  e  che 
quello,  che  è  e  non  pare,  finalmente  pare  ed  è.  E  per  fine  adio. 
Di  Parma,   18  giugno  1619. 


XLI 

Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  a  Roma 
Condoglianze  per  la  morte  del  padre. 
Di  Parma,   17  di  luglio  [di  un  anno  non  posteriore  al  1619]. 

XLII 

Al  signor  dottor  Pietro  Magnani,  a  Roma 

D'un  galeotto  liberato  e  diventato  di  punto  in  bianco 
poeta  a  tempo  perso. 

Per  quest'ultima  posta  io  vengo  certificato  da  V.  S.  ch'Ella 
costi  abbia  già  finite  tutte  le  sue  faccende  e  che  farà  di  presto 
ritorno  a  Parma.  Può  Ella  pensar  ch'io  la  sto  aspettando  bra- 
mosamente, mentre  sa  che  senza  la  sua  presenza  non  so  quasi 
vivere.  Qui  dunque  non  occorre  che  di  grave  io  le  scriva  più 
nulla,  ma  che  il  tutto  riserbi  al  parlare  in  voce;  e  cosi  faccio. 
Ma  perché  mi  trovo  stamane  essere  pur  alquanto  ozioso,  ed  in- 
sieme mi  ricordo  che  son  debitor  di  risposta  ad  una  sua  let- 
tera vecchia  di  più  settimane,  non  resterò  di  non  imbrattar  tut- 
tavia un  altro  poco  di  foglio. 

Quel  grosso  libro  di  Rime  di  stampe  di  Viterbo,  il  quale  V.  S. 
m'inviò,  m'è  veramente  riuscito  conforme  all'aspettazion  ch'io 
n'aveva,  cioè  sciapito  e  senza  un  granel  di  sale.  Né,  benché  sia 
stato  impresso  in  Viterbo,  gli  gioverà  punto  l'augurio  di  tal  nome, 
si  ch'egli  sia  per  aver  vita;  anzi,  come  cosa  di  Viterbo,  avrà  la 
vita  dell'erba,  ch'è  il  vivere  una  sola  stagione.  Con  tutto  ciò, 
io  l'ho  letto  interamente  e  dal  principio  al  fine  con  mio  non 
picciolo  trattenimento,   per  lo  diletto  che  soglio  prendere  delle 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti   Lftlere.  -  n.  ,„ 


306  TOMMASO    STIGLIANI 

matte  metafore  rinaldesche,  sissesche,  vannettesche,  marine- 
sche  ed  acchillinesche;  le  quali  quanto  all'orecchie  degli  stu- 
dentuzzi  e  de'  pedagoghi  e  de'  poetastri  arrecano  maraviglia, 
altrettanto  fanno  ridei'e  i  galantuomini  e  quei  e' hanno  senno. 
Ma  perciocché  V.  S.  mi  disse  nella  detta  sua  vecchia  lettera 
che  l'autor  d'esso  libro  si  trovava  essere  in  Roma  in  abito  di 
soldato,  anzi  con  nome  di  capitano,  e  che  egli  si  vantava  di 
molte  cose,  e  fra  l'altre  d'essere  stato  liberato  in  virtù  di  questo 
suo  volume  da  una  lunga  prigionia  militare,  dove  un  gran  prin- 
cipe l'avea  rattenuto  molti  anni;  di  ciò  solo  voglio  che  sia  il 
nostro  ragionamento. 

E  rispondendo  a  quella  parte  della  lettera  dove  V.  S.  mi 
pregava  che,  s' io  avessi  in  altri  tempi  conosciuto  il  personaggio 
e  sapessi  qualche  cosa  della  detta  sua  ritenzione  e  cattività,  glie- 
l'avvisassi,  le  dico  ch'appunto  io  sono  informatissimo  del  tutto. 
Sappia  V.  S.  che  non  è  bugia  ch'egli  sia  stato  lungo  tempo 
in  prigione  e  fattovi  anco  porre  da  un  gran  potente.  Ma  la  car- 
cere era  simile  all'antica  Delo  dell'Arcipelago,  overo  alla  mo- 
derna Brandaria  del  mar  del  Norte,  cioè  non  era  ferma  ma 
vagabonda.  Aveva  oltracciò  le  muraglie  di  legno  ed  il  tetto  di 
panno,  con  fosse  intorno  ampissime  d'acqua  salata,  le  quali  il 
prigioniero  battea  qualche  volta  con  un  lungo  bastone  in  com- 
pagnia di  molti  altri  suoi  sozi,  e  ciò  per  far  che  l'edificio  ca- 
minasse.  Né  credo  che  da  principio  egli  fusse  condutto  là  dentro 
come  fatto  prigione  in  guerra,  ma  come  condannato  per  altra 
occasione  men  degna  di  gran  lunga,  non  essendo  egli  statovi 
mai  per  soldato,  ma  con  un  titolo  assai  inferiore.  I  soldati  veri 
non  hanno  la  picca  si  grossa  e  si  spuntata  come  in  quel  luogo 
l'avea  egli,  né  vanno  si  rasi  di  barba  e  di  chioma:  hanno  fer- 
rata la  testa  e  non  i  piedi,  s'esercitano  armati  e  non  nudi,  mi- 
litano sotto  la  bandiera  e  non  sotto  la  vela,  ubbidiscono  alla 
tromba  e  non  al  fischio,  si  movono  a  suon  di  tamburo  e  non 
di  bastonate.  Insomma,  per  uscir  di  gergo,  la  verità  del  fatto 
è  che  '1  poverino  non  è  stato  sulla  galea  al  soldo,  ma  è  stato 
in  galea  al  biscotto.  Per  quale  operato  delitto,  io  non  so  chia- 
ramente,  se  non  che  un  giorno  che  '1  signor  Giovan  Francesco 


LETTERE  307 

Spinola  (il  quale  è  suo  paesano)  gliene  domandò  in  Livorno, 
egli  li  rispose  queste  sole  parole  :  —  Sto  qui  perché  volevano 
ch'io  usassi  il  torto,  non  secondo  il  mio  gusto,  ma  secondo 
il  loro.  —  II  che  se  è  vero,  quel  tal  principe  gli  ha  fatto  in 
ogni  maniera  qualche  torto,  mentre  ha  punito  coU'acqua  quello 
ch'andava  punito  con  altro  elemento,  e  mentre  ha  tollerato  che 
Nettuno  usurpi  la  giurisdizione  a  Volcano. 

Che  poi  il  buon  uomo,  di  galeotto  ch'era,  sia  si  improvisa- 
mente  diventato  poeta,  sbalzandosi  con  subito  salto  da  un  mare 
ad  un  monte  (che  è  Parnaso),  che  altro  posso  io  dire  se  non 
maravigliarmi  non  poco?  Che,  se  ben  la  sua  poesia  è,  come 
abbiam  detto,  insipidissima  e  puossi  d'essa  affermar  con  Catullo: 

Non  est  in  tanto  corpore  mica  salis, 

ciò  non  mi  scema  la  meraviglia,  ma  me  l'accresce  e  me  la  tra- 
muta in  istupore,  vedendosi  ch'egli  non  serba  vestigio  alcuno 
del  salso  luogo  dove  è  stato  lungamente  e  che  nulla  rattiene 
in  sé  di  saporito,  non  ostante  che  '1  proverbio  dica  che:  «  Chi  va 
al  molino  non  può  far  che  non  s'infarini  tanto  o  quanto».  Mi 
ristringo  dunque  nelle  spalle,  imparando  che  l'impossibile  sia 
pur  possibile,  mentre  manifestamente  si  vede  accadere  e  suc- 
cedere. E  si  come  il  Tasso  chiuse  una  sua  stanza  con  questo 
verso: 

Che  dal  sonno  alla  morte  è  un  picciol  varco; 

cosi  io  chiudo  la  presente  lettera  con  quest'altro: 

Che  dal  remo  alla  rima  è  un  breve  passo. 

Bacio  a  V.  S.  le  mani. 

Di  Parma,   [1619?]. 

XLIII 

Al  signor  Ettorre  Braida,   a  Torino 

Si  congratula  con  lui  della  nomina  a  segretario  del  cardinale  di  Savoia, 
e  scusa  il  duca  di  Poli,  se,  scrivendo  al  medesimo  cardinale,  gli 
abbia  dato  dell'*  Eminenza»  invece  che  dell' «  Altezza». 

Di  Parma,  [prima  del  1620]. 


3o8  TOMMASO    STIGLIANI 

XLIV 
Al  signor  duca  Lottario  Conti,  a  Poli 

Lo  ha  atteso  invano  a  Parma  durante  le  feste  natalizie: 
perciò  gli  invia  con  ritardo  gli  augùri. 

Di  Roma,  4  di  gennaio  1620. 

XLV 
Al  signor  Pietro  Magnani,  a  Parma 

Del  caro  vivere  a  Roma,  e  dei  confini  in  cui  vanno  ristretti 
gli  obblighi  dei  padri  verso  i  figliuoli. 

Ricevetti  ier  sera  per  la  posta  la  rimessa  de'  novanta  ducatoni 
che  V.  S.  ha  insino  a  qui  riscossi  per  me,  inclusa  in  una 
lettera  del  19  d'ottobre;  ed  ebbila  appunto  quando  bisognava: 
perché  due  o  tre  giorni  ch'essa  mi  fusse  giunta  più  tardo, 
m'avrebbe  trovato  disdinarato,  per  cosi  dire,  affatto,  stante  il  gran 
dispendio  del  viver  di  Roma,  il  quale  per  li  forastieri  non  è 
massaresco  o  casalengo,  ma  è  giornale  ed  alla  minuta.  E  dico 
«  forastieri  »  intendendo  di  quei  soli  che  v'abitano  per  poco 
tempo,  come  fo  io  che  sto  in  cammere  locande;  e  non  di  quegli 
altri  che,  quandunque  sian  nativi,  vi  fanno  stanza  ordinaria:  a 
tutti  i  quali  la  città  è  patria  commune,  perché  ancor  essi  pos- 
sono al  paro  de'  cittadini  farvisi  a  debita  stagione  le  lor  pro- 
visioni annuali. 

Non  so  poi  se  V.  S.  dica  dadovero  o  se  voglia  meco  la 
burla,  mentre  mi  riprende  ch'avendo  io  un  figliuolo  come  ho, 
il  quale  per  la  sua  sciagura  non  può  ereditar  miei  beni  paterni, 
spenda  tutta  la  mia  entrata  di  Parma,  che  è  vitalizia,  senza  avan- 
zarne in  capo  all'anno  alcuna  parte  per  peculio  del  fanciullo; 
soggiungendomi  oltracciò  ch'io,  in  cosi  fare,  manco  all'obligo 
che  m'impon  la  natura,  la  qual  vuole  che  i  padri  pensino  più 
per  li  figliuoli  che  per  se  stessi,  o  almeno  vi  pensino  al  paro. 
Se  V.  S.  burla  con  me  al  solito,  io  non  rispondo  altro  se  non 


LETTERE  309 

solo  che  Ella,  che  è  ricca  e  senza  famiglia,  ha  ragion  d'uccellar 
da  luogo  sicuro  i  poveri  uomini.  Ma,  se  V.  S.  parla  seriamente, 
le  dico  ch'io  non  so  veder  questo  tal  obbligo  naturale  ch'Ella 
dice  aversi  ai  figliuoli,  ma  ben  ne  veggo  un  altro  in  contrario. 
La  cui  prova  da  lei  eh' è  medico,  e  medico  insigne,  non  mi 
dovrà  esser  negata  né  posta  in  controversia,  mentre  tutta  s'ap- 
poggia all'arte  sua  medesima. 

La  natura  è  vero  che,  in  quanto  al  suo  uni  versai  rispetto 
ed  astratto,  riguarda  principalmente  alla  conserva  della  spezie 
ed  accessoriamente  a  quella  dell'individuo.  Ma  vero  è  anco  che, 
in  quanto  al  rispetto  particolare  il  quale  infonde  separatamente 
in  ciascun  di  noi,  fa  tutto  il  contrario,  cioè  riguarda  primaria- 
mente l'individuo  e  secondariamente  la  spezie.  Il  che  ella  fa 
non  senza  somma  necessità  e  somma  prudenza,  perché  al  man- 
tenimento della  spezie  bisogna  per  forza  quello  dell'individuo, 
ma  a  quello  dell'individuo  non  bisogna  quello  della  spezie.  Di 
qui  avviene  che  essa  natura  ritien  nel  corpo  la  miglior  sostanza 
del  cibo  per  mantener  la  persona  individuale  e  discaccia  fuori 
gli  escrementi  superflui,  cioè  il  seme,  per  generare  i  figliuoli,  che 
son  la  spezie.  L'istesso  uso  ella  tien  poi  per  alimentar  la  figliuo- 
lanza  già  generata  e  nata,  perché  dentro  al  ventre  materno  lo  fa 
col  sangue  mestruale  e  di  fuori  lo  fa  col  latte,  che  tutti  e  due  sono 
escrementi  ancor  essi,   il  che  tanto  è  a  dire  quanto  avanzagli. 

Or  questo,  che  costuma  la  natura  verso  i  nostri  figliuoli  in- 
torno al  fargli  nascere  ed  intorno  al  fargli  crescere,  dobbiamo 
costumare  ancor  noi  verso  i  medesimi  intorno  al  provedergli 
di  robba  per  quando  saremo  morti,  se  non  vogliamo  pigliare 
esempio  roverso  ma  regolar  le  cose  morali  colla  norma  delle 
fisiche.  Percioché  non  siamo  obligati,  per  lasciar  ricchi  loro, 
patir  noi  delle  commodità  naturali  e  necessarie  al  sostentamento 
della  vita;  ma  dovemo  usar  le  nostre  facoltà  sofficientemente,  e 
quel  che  poi  avanza  lasciare  a  loro,  se  pur  n'avanza:  che 
non  è  cosa  da  buon  sagrestano  spogliar  l'aitar  grande  per  ve- 
stire i  piccioli.  Ed  «  uso  sofficiente  »  chiamo  io  quando  noi 
non  facciamo  né  di  più  né  di  meno  di  quel  che  s'acconviene 
allo   stato    nostro  ed  alla  nostra  possibiltà,  ma  tanto  appunto. 


3IO  TOMMASO    STIGLIANI 

Confesso  ch'essi  figli  devono  esser  trattati  al  paro  de'  padri  nel 
mangiare  e  nel  vestire,  e  di  più  essere  diligentemente  ammae- 
strati in  qualch'arte  o  esercizio  secondo  la  condizione;  accio- 
ché,  se  avviene  che  non  si  possa  loro  lasciar  robba,  almeno 
si  lasci  loro  il  modo  d'acquistar  quella. 

Fin  qui  è  il  buon  padre  obligato  dalla  natura,  al  parer  mio; 
ed  a  questo  io  non  manco  col  mio  Carlo,  come  V.  S.  meglio 
d'ogni  altro  sa,  per  esser  domestico  in  mia  casa  ed  intrinsico. 
Ma  perché  infino  a  qui  (o  sia  per  poco  intelletto  o  sia  per  poca 
volontà  o  pur  per  l'uno  e  per  l'altro  insieme)  io  veggo  ch'egli 
per  conto  dell'imparare  non  mi  mostra  alcuna  luce  di  profitto, 
anzi  mi  si  fa  conoscere  per  mezo  stolido,  io  spero  di  mandarlo 
un  di  alla  guerra  overo  d'aiutarlo  di  beni  di  chiesa  con  farlo  prete, 
se  a  Dio  piacerà  ch'egli  abbia  vita.  Dal  quale,  per  fin  di  questa, 
prego  a  V.  S.  felicità.  E  le  bacio  le  mani. 
Di  Roma,  [primi  del  1620]. 

XLVI 

Al  signor  Fortuniano  Manlio,  a  Roma 

Ragioni  che  lo  hanno  indotto  a  lasciare  il  servigio  del  duca  di  Parma. 

Mi  significa  V.  S.  per  la  sua  del  3  del  corrente  essere  in 
cotesta  città  commune  opinione  che  non  per  altro  io  mi  sia 
licenziato  dal  più  servir  cotesto  serenissimo  che  per  iscarsa  sod- 
disfazzione  avutane  in  materia  d'interesse.  Risponderò  breve  e 
schietto.  La  cagion  vera  perché  io  ho  lasciato  il  servigio  di  Parma 
non  è  stata  per  lasciare  il  servigio,  ma  per  lasciar  Parma.  Il  ser- 
vigio mi  spiaceva  alquanto  per  la  poca  provisione,  ma  la  stanza 
della  città  mi  spiaceva  molto  per  la  poca  riputazione,  non 
potendo  io  ormai  più  tollerarvi  se  non  con  mio  grave  scorno 
la  lunga  persecuzione  de'  miei  malevoli.  E  perché  stimo  più 
l'onor  che  l'utile,  mi  son  partito,  non  per  li  pochi  danari  ch'avevo 
dal  signor  duca,  ma  per  li  molti  disgusti  ch'avevo  da'  persecu- 
tori. All'interesse  della  robba  si  trovava  talora  qualche  rimedio, 
facendomi  S.  A.  alcune  grazie  straordinarie  e  supplendo  ancor 


LETTERE  3II 

io  spesso  del  mio;  ma  all'interesse  della  fama  non  si  trovò  mai 
per  me  ripiego  alcuno,  bastante  a  poter  chiudere  del  tutto  tante 
bocche  vituperose.  Ben  V.  S.  il  sa.  Ho  io  dunque  fatto  come 
fa  il  buon  navigante,  che,  antivedendo  dai  segni  dell'aria  la  vi- 
cinità della  tempesta,  si  ritira  a  buon'ora  in  porto.  Perciocché 
la  tolleranza  mia,  con  tutto  che  fusse  vecchia  di  diciott'anni, 
non  m'aveva  in  guisa  domato  l'animo  né  in  guisa  rintuzzati 
gli  spiriti  (i  quali  anch'io  ho  sensitivi  la  mia  parte),  ch'io  non 
conoscessi  d'avere  indubitatamente  a  prevaricare  ed  a  scom- 
pormi  se  dimoravo  nel  servigio  alcuno  altro  mese.  Né  si  può  mai 
fare  compita  assuefazzione  sopra  questi  dispiacceri  che  sono 
contra  la  libera  natura  dell'uomo.  E  tale  era  questo  ch'io  ri- 
cevevo ogni  di  costi.  Sarò  però  intutt'imodi  eterno  servidore 
di  S.  A.  serenissima,  se  non  di  corpo,  d'animo;  e  come  tale 
predicherò  sempre  colla  voce,  al  mio  solito,  e  colla  penna  le  reali 
qualità  sue,  non  essendo  per  me  picciolo  guadagno  l'onore  dell'es- 
sere io  stato  tanto  tempo  suo  gentiluomo  e  ben  visto  e  favorito 
sopra  ogni  merito.  Né  altro  accadendomi,  bacio  a  V.  S.  le  mani. 
Di  Roma,  4  di  m[arzo  (?)  1620]. 

XLVII 

Al  signor  N.,  a  Castel  Gandolfo 

Prega  l'amico  che  gli  ottenga  dal  papa  una  nuova  pensione,  di  cui  sia 
facile  l'esazione,  in  cambio  di  quella  di  40  ducati,  concessagli  due  anni 
innanzi,  per  l'esazione  della  quale  è  costretto  a  ricorrere  continua- 
mente a  vie  giudiziarie. 

Di  Roma,  [1620]. 

XLVIII 

Al  signor  Pier  Giorgio  Lampognani,  a  Parma 

Lo  rimprovera  di  avergli  scritta  una  vuota  lettera  di  complimenti, 
invece  di  dargli  le  informazioni  che  gli  bisognavano. 

Ho  veduto  nella  lettera  di  V.  S.  del  27  di  marzo  quanto 
Ella  mi  risponde  intorno  alla  personale  informazione  ch'io  le 
domandai  del  signor  Davitte  Plimarse  ch'abita  costi  in  Parma, 


312  TOMMASO    STIGLIANI 

il  qual  mi  fa  mille  favori  cosi  di  lettere  come  di  regali  senza 
ch'io  l'abbia  mai  conosciuto,  per  esser  egli  venutovi  a  stare 
dopo  la  mia  partenza.  Alla  qual  risposta  io  replico  che,  se  V.  S. 
m'avesse  verbigrazia  detto:  «  Il  signor  Plimarse  è  uomo  della 
tal  condizione,  della  tal  patria,  della  tal  professione,  della  tale 
età  e  del  tal  valore  »,  ciò  sarebbe  stato  maggior  sodisfazzione 
alla  mia  richiesta  e  minor  noia  alla  sua  penna.  Ma  Ella  in  cam- 
bio di  ciò  m'ha  fatto  un  diffuso  compimento  di  cortesi  parole, 
contenente  lodi  mie  e  proferte  sue,  senza  dirmi  chi  esso  sia,  se 
non  solamente  concludendo  in  fine  che  con  una  altra  occasione 
men  frettolosa  di  questa  me  ne  darà  poi  notizia  piena;  cioè  quando 
sarà  tornata  di  Modona,  dove  deve  ora  andar  per  certa  amba- 
sceria impostale  da  cotesto  serenissimo. 

Poteva  invero  V.  S.  favorirmi  maggiormente  e  faticar  manco, 
mentre  quella  fretta,  che  le  ha  potuto  concedere  il  parlar  lungo, 
le  avrebbe  molto  più  conceduto  il  breve.  Pure  veggo  che  V.  S. 
ha  fatto  altrimenti.  Non  voglio  credere  ch'Ella,  tanto  cortegiana 
e  tanto  prudente,  abbia  ciò  operato  a  caso,  ma  più  tosto  per 
qualche  ragionevol  rispetto  a  me  non  noto.  Onde,  acquietandomi 
per  ora  a  quanto  Ella  ha  voluto,  la  ringrazio  del  largo  com- 
pimento e  la  scuso  insieme  dello  stretto  ragguaglio.  Solo  debbo 
soggiugnere  alcune  righe  in  mia  scusa,  in  caso  che  a  V.  S. 
la  domanda  fusse  paruta  alquanto  insolita,  per  non  dire  inso- 
lente, come  pur  da  lei  mi  si  va  accennando  per  dentro  alla 
prefata  sua  lettera,  se  ben  molto  da  lontano  e  con  rispettosa 
oscurità.  Dico  che  onestissima  pretendevo  io  che  fusse  la  mia 
curiosità  del  volere  intendere  chi  sia  un  uomo  che  tanto  m'ama, 
per  sapere  a  chi  io  dovessi  avere  obligazione.  Ed  onesto  pa- 
rimente mi  pareva  il  domandarne  non  lui  proprio  ma  un  terzo 
amico,  sapendosi  che  '1  parlar  di  sé  suole  esser  modesto  ed  il 
parlar  d'altri  libero,  onde  l'uno  occulta  qualche  parte  della  ve- 
rità e  l'altro  la  dice  tutta.  E  quando  per  sorte  in  questo  mio 
credere  io  mi  sia  ingannato,  mi  rimetto  tuttavia  al  miglior  giu- 
dicio  di  V.  S.,  se  le  cedo  ogni  mio  senso.  Ma  in  un  tempo  le 
pongo  in  considerazione  che  non  sempre  quel  che  pare  errore 
ad  un  solo  pare  errore  a  tutti,  e  che  la  diversità  de'  pareri  non 


LETTERE  313 

nasce  dalla  diversità  del  vero  (il  qual  non  patisce  mai  pluralità, 
anzi  è  sempr'uno),  ma  procede  a  più  delle  volte  dalla  diversità 
delle  scuole,  potendo  il  sindicante  avere  impreso  da  una  ed  il 
sindicato  da  un'altra. 

Io  ho  imparato  la  teorica  dell'etica  dai  libri  e  la  prattica 
da  Roma;  e  V.  S.  ha  imparato  la  sola  prattica  da  Parma.  In 
Roma  io  feci  la  mia  prima  gioventù:  vi  fo  la  mia  ultima  vec- 
chiezza. E  se  ben  l'età  di  mezo  la  spesi  ancor  io  tutta  in 
Parma,  confesso  che  quella  cortegiania  e  che  quel  trattare  non  mi 
si  potette  mai  di  tal  modo  attaccare  ch'in  Lombardia  io  vivessi 
altro  che  romanamente.  Qual  delle  due  dette  scuole  sia  la  migliore 
in  tal  materia,  io  non  entro  ora  a  decidere,  che  non  tocca  a 
me,  ma  lascio  ciascuna  al  suo  onorato  luogo.  Bastami  solo 
che  V.  S.  vegga  che,  quand'io  nella  urbanità  e  nella  cortesia 
al  presente  errassi,  errarci  colla  filosofia  morale  e  colla  corte 
romana;  e  V.  S.  farebbe  bene  coi  parmegiani.  Il  qual  mio  errore, 
se  dalla  S.  V.  è  stimato  veramente  per  tale,  non  merita,  secondo 
lei,  ch'io  sia  esaudito  né  presto  né  tardi  circa  la  dimanda,  che 
le  ho  fatta,  ch'Ella  mi  informasse  del  sudetto  signor  Plimarse. 
Ma  da  che  cosa  si  cagiona  che  V.  S.,  non  esaudendomi  adesso, 
si  riserba  ad  esaudirmi  un'altra  volta?  Forse  il  mio  atto,  ch'ora 
è  tristo,  sarà  diventato  allora  buono?  o  pure  il  giudizio  di  lei, 
ch'ora  è  buono,  sarà  diventato  allora  tristo?  Ninna  delle  due 
cose  è  già  da  dire.  Adunque  conosca  V.  S.  esserle  necessario 
ch'Ella,  per  non  cadere  in  contradizion  propria,  si  riconcilii 
prima  con  se  medesima  intorno  all'opinion  sua;  e  poi,  accor- 
datasi, accusi  o  scusi  me  di  quello  che  le  ho  chiesto.  Perché  a 
questo  modo,  se  io  avrò  torto,  la  mia  domanda  si  spaccerà  da 
lei  debitamente  per  vana;  e  se  avrò  ragione,  s'adempirà  al  pro- 
messo tempo. 

Con  che  per  fine  bacio  a  V.  S.  le  mani. 

Di  Roma,   [dopo  il  1620]. 


314  TOMMASO    STIGLIANI 

XLIX 

Al  signor  Ferrante  Unghero,  a  Matera 

Gli  ha  scritto;  ma  i  materani  hanno  il  vizio  d'aprire  le  altrui   lettere 
loro  affidate,  di  leggerle,  e  poi  di  lacerarle. 

Di  Roma,  22  di  settembre  162 1. 

L 

Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  in  Roma 

Manifesta  la  sua  gratitudine  per  avergli  il  Cesarini  ceduto  generosamente 
un  quinto  della  sua  «  pension  di  Spagna  »,  ossia  cento  ducati  annui. 

Di  casa,  2  maggio  i6[23?]. 

LI 

A  monsignore  Giovanni  Altieri,  vescovo  di  Cammerino 

Si  congratula  del  suo  felice  arrivo  a  Camerino 
e  gli  augura  il  cardinalato. 

Di  Roma,  4  ottobre  i6[24]. 

LII 

Al  signor  Francesco  Bascapé,  a  Ferrara 

A  proposito  della  sua  lettera  apologetica  al  Marino,  definisce  che  cosa  si 
debba  intendere  per  falsificazione  d'uno  scritto  letterario,  e  pone  in 
ridicolo  Claudio  Achillini,  indicato  con  l' ironico  pseudonimo  di  «  dottor 
Graziano  ». 

M'ha  fatto  alquanto  ridere  l'avviso  datomi  frescamente  da 
V.  S.,  cioè  quel  Buffalmacco  del  dottor  Graziano  abbia  detto 
la  mia  copia  esser  falsa,  la  qual  va  attorno  manoscritta,  della 
lettera  soddisfattoria  ch'io  già  inviai  al  cavalier  Marino  in  Francia 
circa  il  pretender  egli  che  da  me  sia  stato  mentovato  il  suo  nome 
nel  mio  Mondo  nuovo  con  detrazzione  e  con  maldicenza.  M'ha 


LETTERE  315 

fatto,  dico,  esso  avviso  ridere  un  pochette  in  considerar  l'osti- 
nata goffezza  del  dottore  ed  in  veder  ch'egli,  a  dispetto  del 
mondo  voglia  pur  sempre  essere  simile  a  se  medesimo,  cioè 
un  uomo  indocibile  ed  un  Narciso  delle  proprie  opinioni,  non 
ostante  l'accorgersi  ch'in  tale  amore  egli  non  abbia  rivale 
alcuno,  che  sia  degno  di  nome  d'uomo,  se  non  genterelle  del- 
l'istessa  fatta  con  lui. 

La  detta  mia  copia,  che  va  oggi  per  le  mani,  è  stata  vera- 
mente tratta  non  dalla  lettera  ch'andò  a  Parigi,  ma  dalla  mi- 
nuta che  restò  appresso  di  me.  E  quantunque  dalla  lettera  si 
trova  variare  in  alcune  poche  parole,  non  perciò  è  falsa,  come 
Graziano  pretende  e  predica  (il  quale  dal  Marino  ne  tiene  un 
transunto  ad  verbum),  ma  falsità  è  il  dir  ch'essa  sia  falsa.  La 
ragion  di  che  si  è  che  la  fedeltà  ed  infedeltà  degli  scritti  non 
consiste  ne'  vocaboli,  ma  ne'  sensi  e  ne'  concetti.  Onde,  se  uno 
originai  diceva,  verbigrazia:  «Antonio  andò  per  questa  via  », 
e  poi  la  copia  dice:  «  Antonio  camino  per  questa  strada  »,  ciò 
non  si  potrà  dire  esser  falsificazione  se  non  impropriamente  e 
nella  semplice  massa  verbale.  Poiché  quelle  parole  seconde, 
benché  sieno  diverse  dalle  prime,  pur  tutte  insieme  significano 
l'azzion  d'Antonio  non  punto  alterata.  Ma  propriamente  falsi- 
ficazion  sarebbe  quando  si  dicesse  :  «  Antonio  non  andò  per 
questa  via  ma  per  un'altra  ».  Perché  ciò,  oltre  l'alterar  le  pa- 
role prime,  altera  l'operazion  significata,  che  è  quel  ch'importa. 
Vero  è  che  si  fatta  licenza  di  mutar  le  parole  o  d' accrescerle 
o  di  scemarle  non  si  concede  a'  puri  copisti  delle  scritture  o  a' 
notari  o  ad  altre  sorti  di  curiali,  ma  solo  agli  autori  di  quelle, 
i  quali  sempre  nel  riscrivere  sogliono  migliorar  qualche  voca- 
bolo. Cosa  che  è  tanto  naturale  ed  usitata,  che  occorre  ogni 
giorno  a  chiunque  scriva  e,   dopoi  scritto,  ricopi. 

Questa  perfidiata  opinion  di  Graziano,  con  tutto  ch'egli  sia 
dottore  in  legge  e  che  faccia  anco  del  filosofo,  è  tanto  erronea 
e  pericolosa  che  costrigne,  chiunque  la  volesse  tenere,  ad  af- 
fermar per  vere  tre  conseguenze  stranissime  e  disorbitanti,  le 
quali  da  quella  nascono.  La  prima  è  che,  secondo  lui,  tutte  le 
traduzzioni  de'  libri  bisognerebbe  dir  che  fussero  falsità;  perché, 


3l6  TOMMASO    STIGLIANI 

se  ben  conservano  i  sentimenti,  cambiano  le  voci  e  le  frasi  e  la 
testura.  La  seconda  è  che  tutte  le  deposizioni  conformi  de'  te- 
stimoni riesaminati  più  d'  una  volta  sarebbono  testimonianze  false; 
perché,  se  ben  dicono  la  medesima  cosa,  non  la  dicono  quasi 
mai  coU'istesse  formate  parole,  stante  la  fiacchezza  della  me- 
moria umana  che  rattiene  i  sensi  e  dimentica  i  nomi.  La  terza 
è  che  l'istoria  sacrosanta  de'  quattro  evangelisti  sarebbe  bugia; 
perché,  se  ben  gli  autori  narrano  concordemente  la  vita  di  Cristo 
signor  nostro,  lo  fanno  con  diverse  frasi  e  con  differente  dichia- 
razione. 

Ecco  come  il  povero  dottoraffio,  per  biasimar  lo  Stigliani, 
si  riduce  a  poco  a  poco  a  rinegar  la  fede  ed  a  dare  in  eresia. 
Il  qual  nondimeno  Iddio  convertisca,  col  farlo  desistere  prima- 
mente dalla  cattiva  volontà  e  poi  dal  suo  filosofare  in  legge  e 
dal  suo  legizzare  in  filosofia,  come  si  dice  d'Erasmo,  che  gram- 
matizzava  in  teologia  e  teologizzava  in  grammatica.  Per  lo  qual 
confonder  d'arti  avviene  a  Graziano  che  i  filosofi  lo  lodano 
solo  per  buon  leggista,  e  che  i  leggisti  lo  lodano  solo  per  buon 
filosofo,  non  volendolo  intanto  nessuno  dal  suo  lato;  in  che  vera- 
mente essi  hanno  ragion  da  vendere,  mentre  ambedue  queste 
professioni,  come  ancor  tutte  l'altre,  tengono  che  le  parole  son 
fatte  in  grazia  della  sentenza,  e  non  la  sentenza  in  grazia  delle 
parole.  Iddio,  dico,  il  converta,  acciocché  dagli  spessi  gavilli 
ch'egli  cava  da  questo  suo  doppio  innesto  di  scienze,  il  quale 
è  mostruoso  ed  incompatibile,  non  risulti  più  l'aperto  de- 
trimento del  prossimo,  come  ogni  di  risulta.  Massimamente 
di  quei  suoi  corrotti  scolaretti,  ch'egli  volta  comunque  vuole; 
i  quali,  ingannati  dalla  sua  sonora  ciarla,  gli  fanno  contino- 
vamente  coda,  seguendolo  ad  occhi  chiusi  come  fa  il  cieco 
il  suo  cane,  e  sempre  imparandone  falsa  dottrina.  O  se  pure 
Iddio  non  vuol  per  ora  convertirlo,  almeno  conceda  a  noi  si 
lunga  pazienza  e  si  allegra,  che  sempre  abbiamo  a  ridercene 
e  non  mai  a  crucciarcene. 

Questo  è  quanto  io  rispondo  contra  la  malvagia  calunnia  che 
Graziano  va  seminando  in  discredito  della  mia  lettera.  E  dico 
«  calunnia  »,  perché,  se  ben  so  che  l'errore  è  d'ignoranza,  so 


LETTERE  317 

anco  ch'esso  è  accompagnato  da  malizia.  Atteso  che,  o  egli  si 
creda  di  dire  il  vero  o  egli  non  sei  creda,  gii  conviene  in  tutti  i 
modi  far  vista  di  crederlo  per  lo  grande  interesse  che  vi  tiene, 
professandosi  mio  nemico  come  fa.  Tanto  più  ch'egli  è  uno  di 
quei  due  amici  a  cui  il  Marino  scrive  in  formoia  di  pistola  quella 
sua  licenziosa  invettiva,  la  qual  si  legge  stampata  nel  principio 
della  Sampogna;  dove,  insieme  col  biasimarsi  la  mia  persona 
in  lungo,  si  biasima  essa  mia  lettera  e  si  vilipende  per  cosa 
puerile  e  per  favola. 

Bacio  a  V.  S.   le  mani. 

Di  Roma,   15  di  maggio  1625. 

LUI 

A  Francesco  Balducci 
Intorno  alla   Vita  di  G.  B.  Marino,  scritta  dal  Baiacca. 

Oggi,  ch'appunto  è  il  primo  giorno  di  quaresima,  io  mando 
a  V.  S.  costi  in  Montelibretti  un  libretto  da  sardelle,  intitolato 
Vita  del  cavalier  Marino;  e  facciole  non  tanto  per  darlo  a  lei 
quanto  per  non  averlo  io.  Non  odo  io  già  malvolentieri  le  lodi 
date  a'  virtuosi  dopo  la  morte,  anzi  v'applaudo  sempre  con 
tutto  il  sentimento  e  ve  n'aggiungo  delle  mie;  massimamente 
trattandosi  ora  del  Marino,  la  cui  improvisa  morte  mi  è  per 
molte  debite  cagioni  dispiaciuta  in  supremo  grado,  e  particolar- 
mente per  esser  mancato  al  mio  Occhiale  quel  lettore  che  più 
che  gli  altri  io  volea  vivo,  accioché  egli  si  correggesse  e  mi 
diventasse  benevolo.  Ma  questo  tal  libretto  non  merita  in  modo 
alcuno  l'approvazione  de'  galantuomini.  Questa  è  una  Vita  che 
non  avrà  vita,  ed  è  una  lode  che  non  otterrà  lode.  Perché, 
oltre  l'esser  dettatura  ignorantissima  e  priva  affatto  d'eloquenza 
e  di  grammatica  (si  come  V.  S.  vedrà  mostrato  nelle  continue 
postille  marginali  da  me  fattevi),  ella  non  è  una  istoria,  ma 
una  favola  ed  una  poesia  in  prosa;  la  quale,  faccendo  la  scimia 
di  Senofonte  in  Ciro,  descrive  il  personaggio  non  qual  era  ma 
quale  avrebbe  dovuto  essere;  se  bene  alle  volte  confessa  anche 


3l8  TOMMASO    STIGLIANI 

i  difetti  di  quello,  o  per  inavvertenza  dell'autore  o  perché  gli 
piacciano.  Né  ci  ho  trovato  altro  di  verità  schietta  se  non  che 
esso  si  chiamava  Giovan  Battista  Marino,  e  ch'era  napolitano, 
e  che,  essendo  vivuto  un  tempo  in  Roma  ed  un  altro  nella 
corte  di  Savoia  ed  uno  altro  in  Francia,  era  poi  morto  in  Na- 
poli. Tutto  il  rimanente  è  alterato  o,  per  dir  meglio,  adulterato 
con  isfacciata  mescolanza  di  composte  menzogne  e  d' immagi- 
nati ghiribizzi  ;  il  che  similmente  si  prova  nelle  dette  mie  po- 
stille. Delle  quali  falsità  io  mi  curo  però  assai  poco,  si  come 
di  quelle  che  niente  m'appartengono,  quantunque  per  ispasso 
l'abbia  notate;  ma  ben  mi  doglio  d'una  sola  che  mi  tocca. 
Questa  è  che  lo  scrittore,  col  lodar  soverchiamente  il  Marino 
biasimando  soverchiamente  me,  viene  ad  innestar  coll'encomio 
la  satira,  per  non  dire  colla  lusinga  la  pasquinata;  anzi  viene 
a  mostrar  chiaro  in  tutta  la  testura  dell'opera  d'avere  avuto 
non  tanta  intenzione  d'onorare  i  morti  quanta  di  vituperare  i 
vivi.  Cose  che,  si  come  non  dovrebbono  essere  scritte  da  autori 
modesti  e  civili,  cosi  non  dovrebbono  esser  sofferte  dagli  offesi, 
ma  più  tosto  esser  rintuzzate  con  severe  risposte.  Certamente, 
signor  Francesco,  che  mi  sento  un  gran  pizzicor  nelle  mani  di 
pigliar  la  penna  e  di  rispondere  qualche  cosa  a  questo  auto- 
ruzzo; ma,  perché  odoro  ch'egli  è  stato  a  ciò  instigato  da  altri 
suoi  pari,  e  perché  veggo  cosi  lui  come  quegli  esser  più  forniti 
d'audacia  che  di  sapere  e  più  ricchi  di  passione  che  di  soffi- 
cienza,  stimo  quasi  peccato  il  perder  tempo  in  garrir  con  idioti, 
da'  quali  non  si  può  imparar  nulla;  essendo  io  solito  di  scrivere 
non  a  danno  d'altri  ma  a  profitto  mio  e  del  prossimo,  né  per 
voglia  di  contendere  ma  per  desiderio  d' intendere.  Addun- 
que  risolviamo  liberamente  di  fare  a  lui  ed  a  loro  quello  che 
per  un  simile  rispetto  già  facemmo  i  mesi  passati  al  tanto  te- 
merario quanto  imperito  scrittor  delle  Rivolte  di  Parnaso;  cioè 
perdoniam  lor  del  tutto  senza  farne  parola,  e  sia  assai  vendetta 
l'allontanare  il  libretto  dal  mio  studio,  si  come  ora  faccio,  e 
donolo  a  V.  S.,  accioché  lo  legga  per  ridersene.  Alla  qual  per 
fine  bacio  le  mani. 

Di  Roma,  il  di  sudetto  [12  febbraio  1626]. 


LETTERE  319 

LIV 

Al    SIGNORI    ACCADEMICI    INSENSATI,    A    PERUGIA 

Ringrazia  di  essere  stato  aggregato  alla  loro  accademia 
e  discorre  del  Mondo  nuovo. 

Alla  cara  lettera  delle  SS.  VV.  io  risposi  subitamente  col- 
l'animo  e  colla  volontà,  benché  colla  carta  mi  sia  poi  stato  forza 
di  risponder  tardi  per  cagion  d'alcuni  avuti  impedimenti.  E  se, 
come  io  feci  compitamente  quella  prima  risposta  tacita,  cosi 
sapessi  ora  fare  questa  seconda  parlante,  certo  che  la  mia  osser- 
vanza verso  di  loro  non  si  rappresenterebbe  qui  tronca  e  com- 
pendiata dentro  ai  solchi  di  poche  righe  come  fa,  ma  larga  ed 
ampia  e  grande  ed  immensa,  e  s'altro  nome  si  trova  d'ecces- 
sivo e  di  smisurato.  Perciocché,  se  la  doppia  fama,  che  di  lor  corre 
per  tutta  Italia,  di  dottrina  e  di  gentilezza  fa  amarne  e  riverirne 
le  persone  da  chi  non  ha  punto  che  far  con  esse,  quanto  più 
amare  e  riverirle  debb'io,  il  quale  Elle  hanno  di  proprio  mo- 
tivo aggregato  al  lor  numero,  chiamando  il  mio  oscuro  nome  a 
participar  di  coteste  lor  chiarissime  lodi  ed  adottando  la  mia 
ignoranza  a  goder  di  cotesta  lor  ricchissima  eredità  di  gloria 
e  d'onore?  Io  mi  confesso  veramente  obbligatissimo  a  tutti  in 
commune  ed  a  ciascuno  in  particolare.  E  s'io  non  temessi  di 
non  poter  sopportar  tanta  soma  di  debiti,  me  ne  vorrei  alle 
spalle  aggiungere  uno  altro  grandissimo  e  tanto  rilevante  quanto 
importa  tutto  l'onor  mio  e  tutta  la  mia  riputazione.  Questo  è 
che,  poich'Elle  m'hanno  richiesto  ch'io  lor  mandi  alcun  canto 
del  mio  poema  del  Mondo  nuovo,  che  già  finitosi  affatto  si  sta 
ora  da  me  rivedendo,  glieli  manderei  loro  successivamente  tutti 
quanti  ad  uno  ad  uno,  acciocché  essi  dalla  lor  savia  censura 
e  caritativa  correzzione  ricevessero  quella  politezza  e  quello  orna- 
mento che  non  aspettano  dal  mio  picciolo  ingegno.  Alla  qual 
risoluzione  m'inviterebbe  l'aver  io  udito  più  volte  da  testimoni 
degni  di  credito  che  in  loro  regnino  appieno  ambedue  le  parti  che 
debbono  trovarsi  in  chi  ha  da  giudicare  scritture,  cioè  finezza 
di  giudicio  e  fedeltà  di  riprensione.  Molti  hanno  il  giudicio  senza 
la  fedeltà,  e  molti  altri  hanno  la  fedeltà  senza  il  giudicio.  L'uno  e 


320  TOMMASO    STIGLIANI 

l'altro  scompagnamento  e  difetto  io  ho  più  volte  provato  nel 
conferir  con  altri  altre  mie  fatiche,  e  sempre  o  con  mio  danno 
o  con  poco  utile.  Ma  le  SS.  VV.,  e' hanno  tutti  gli  due  requi- 
siti, potrebbono  appunto  favorirmi  appieno  nel  mio  bisogno  e 
confido  che  non  m'adulerebbono.  Ma  non  ardisco,  come  ho  detto, 
di  gravarle  tanto.  Pure,  perché  di  questa  materia  io  ho  più  volte 
parlato  a  lungo  col  signor  Marco  Antonio  Salvucci,  lor  citta- 
dino che  è  qui  in  Roma,  da  esso  potranno  intenderlo  più  diffusa- 
mente ed  a  esso  io  mi  rimetto.  Fratanto,  se  Elle  conoscono 
che '1  desiderio  ch'io  tengo  caldissimo  di  servirle  meriti  d'es- 
sere esercitato,  non  lo  lascino  in  riposo  ma  lo  favoriscano  di 
qualche  lor  comandamento. 

Di  Roma,   io  d'aprile   1626. 

LV 

Al  signor  cardinale  Pignatelli,  a  Morlupo 

Non  può  venire  di  persona  a  Morlupo,    perché   intento   ad   accudire 
alla  ristampa  del  Canzoniero:  manda  pertanto  un  sonetto. 

Di  Roma,  20  di  giugno  1626. 

LVI 

Al  signor  cardinale  Antonio  Barberini,  a  Roma 

Poiché  egli  si  trova  a  Frascati,  al  servigio  del  cardinal  Borghese,  prega 
il  Barberini  di  fare  eseguire  un  mandato  contro  un  debitore  moroso 
pel  pagamento  rateale  d'una  pensione. 

Di  Frascati,  [non  posteriore  al  1626]. 
LVII 

Al  signor  Alessandro  Angelico,  a  Cataro 

Gli  augura  buoni  affari  nell'esercizio  della  medicina  a  Cataro,  e  gli  an- 
nunzia che  non  solo  non  ha  avuta  la  nuova  pensione,  che  sperava, 
di  120  ducati,  ma  che  una  «  sentenza  rotale  »  gli  ha  tolta  quella  di 
40  ducati  di  cui  nelle  lettere  XLVii  e  lvi;  che  un'altra  pensione  di 
50  ducati  gli  è  stata  sospesa,  e  che  per  la  morte  del  Cesarini  ha  anche 
perduti  i  100  scudi  annui  di  cui  nella  lettera  l. 

Di  Roma,  15  d'agosto  1626. 


321 


LVIII 
Al  signor  Francesco  Balducci,  a  Nerola 

Intorno   a   un    errore  di  rima  commesso  dal  Balducci,  e  allo   Scherzo  di 
Parnaso  composto  dallo  Stigliani  contro  il  Marino. 

Per  mano  d'uno  staffiero  del  signor  duca  nostro  di  Santo 
Gemini,  il  quale  è  venuto  da  Nerola,  ho  ricevuto  la  vostra  ri- 
sposta alla  mia  lettera. 

In  essa  voi  mostrate  d'essere  nuovamente  entrato  in  collera 
meco  per  due  cagioni,  ed  ambe  strane  oltra  modo,  per  quanto 
a  me  paia:  cioè  per  aver  io  detto  che  quelle  due  parole  della 
composizion  vostra,  dico  «  pregio  »  e  «  seggio  »,  non  fanno  vera 
rima;  e  per  avervi  richieduto  che  nel  principio  dello  Scherzo 
di  Parnaso  mi  compiacciate  di  comporre  una  prefazione  a'  let- 
tori simile  a  quella  che  componeste  nell'altre  mie  opere  stam- 
pate. Quanto  all'error  del  rimare,  dite  da  crudo  a  crudo  che  sapete 
la  lingua  al  pari  d'ognuno  e  che  non  volete  credermi  se  prima  io 
non  v'arreco  la  ragione.  Quanto  alla  prefazione,  dite  non  voler 
farla,  perché  questa  mia  opera  è  satirica,  dove  l'altre  non  erano; 
e  che  se  fuste  voi  in  mio  luogo,  non  avreste  scritto  il  detto 
libro,  ma  avreste  risposto  all'avversario  più  tosto  colla  spada 
che  colla  penna:  al  che  soggiungete  che  voi  vi  gloriate  del 
non  saper  compor  salire,  più  che  non  mi  glorio  io  del  saperlo. 
Signor  Balducci,  io  non  vogHo  con  voi  star  sui  puntigli,  il  qual 
siete  mio  antico  amico  e  domestico  e  vi  siete  al  mondo  dichia- 
rato per  mio  parziale;  ma  v'aprirò  piacevolmente  il  mio  senso 
senza  ristizzarmi,   come  farei  con  un  altro. 

Al  primo  p  mto  rispondo  che  quando  io  discorro  di  lettere 
lo  fo  sempre  per  uno  di  questi  due  fini:  o  per  interesse  di  im- 
parar da  chi  sa  più  di  me  o  per  carità  d'insegnar  a  chi  sa 
meno.  Con  voi  non  posso  ora  fare  né  l'uno  né  l'altro.  Non 
posso  imparare,  perché  la  disciplina  è  delle  cose  nuove;  ed 
in  voi  non  è  nulla  eh 'a  me  non  sia  vecchio  in  materia  di  lingua, 
mentre  quanto  sapete  avete  da  me  avuto.   Del  che  non  voglio 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere  -u.  21 


322  TOMMASO    STIGLIANI 

altro  testimonio  che  la  vostra  conscienza  medesima  ed  i  nostri 
communi  amici,  presso  a'  quali  m'avete  venti  anni  continovi 
predicato  per  vostro  maestro,  quantunque  finalmente  diciate  ora 
per  ira  il  contrario.  Non  posso  a  voi  insegnare,  perché  voi  da 
un  tempo  in  qua  pare  ch'abbiate  mutato  natura.  Passate  il  più 
delle  volte  da'  termini  disputativi  a'  termini  duellistici  ;  ed  io  non 
costumo  di  venire  a  questione  senza  querela,  che  questa  è  cosa 
o  da  disperato  o  da  pazzo.  Adunque,  se  volete  risposta,  non  di- 
scorriate meco  in  si  fatto  modo,  ma  dite  le  vostri  ragioni  amiche- 
volmente come  conviene  a  letterato  ed  a  civile;  altrimenti  da  quella 
volta  in  là  io  non  vi  risponderò.  L'imparar  da  me  non  v'è  vergo- 
gna, si  perché  io  son  di  voi  più  vecchio  ed  ho  più  faticato,  si  anco 
perché  l'avete  latto  lungamente  ed  infino  adesso;  massimamente 
in  consultar  quel  vostro  libro  di  Rune  che  stampaste,  nel  quale 
per  prova  conoscete  quanto  notabilmente  i  miei  avvertimenti  vi 
ci   abbiano   giovato,    avendone  rimosso   moltissimi   sicilianismi. 

Al  secondo  punto  rispondo  che,  se  voi  avete  a  mente  ciò 
che  dell'arte  poetica  io  ho  più  volte  con  voi  divisato,  vi  potete 
rammentare  che  tutta  la  poesia  non  è  altro  in  ristretto  che  una  lode 
della  virtù  ed  un  biasimo  del  vizio.  Perciò  ella  viene  a  dividersi 
in  due  grossi  parti:  in  encomio  ed  in  satira.  L'encomio  com- 
menda l'opere  virtuose,  e  la  satira  danna  le  viziose.  Chi  vuol 
levar  dalla  poesia  la  satira,  annulla  la  metà  dell'arte.  E  questo 
vorreste  far  voi,  mentre  biasimate  che  si  scrivano  componimenti 
satirici,  massimamente  legittimi  e  non  digeneranti  in  libello. 
Vero  è  però  che  operate  tutto  il  contrario,  se  bene  non  ve 
n'accorgete;  cioè  confermate  essa  satira  per  ispezie  buona  e  da 
concedersi.  Ve  lo  provo.  Il  satirizare  è  il  riprendere  qualche 
cosa  per  mal  fatta;  voi  riprendete  per  mal  fatte  le  riprensioni 
satiriche:  adunque  satirizate.  E  perché  appunto  satirizate  contra 
la  satira  istessa,  venite  ad  essere  il  satirico  de'  satirici  e  quasi 
l'arcisatirico. 

A  quello  che  poi  dite,  cioè  che  chi  si  pretende  ingiuriato  di 
parole  da  uno  dovrebbe  risentirsi  non  colla  scrittura  ma  coli 'armi, 
rispondo  che  anco  in  questo  (e  perdonatemi)  v'abbagliate.  La 
ragione  è  tale.   Io   credo   ch'abbiate   studiato  il  duello,  mentre 


LETTERE  323 

siete  divenuto  tanto  puntiglioso.  Ma  se  cosi  è,  devereste  sapere 
che  tutti  i  maestri  di  quest'arte  tengono  communemente  che 
ella  si  versi  sopra  due  cose:  dico  sopra  fatti  e  sopra  parole. 
Perché,  se  si  versasse  solamente  sopra  fatti,  il  dar,  per  esempio, 
una  mentita  non  sarebbe  né  ingiuria  né  ripulsa  d'ingiuria;  e  se  si 
versasse  solamente  sopra  parole,  le  percosse  e  le  ferite  non  ingiu- 
rierebbono  né  leverebbono  ngiuria.  Stante  questo  fondamento 
eh' è  realissimo,  io  vi  fo  vedere  che  contra  il  Marino  non  mi  bi- 
sognavano fatti,  ma  parole,  con  parole.  Esso  m'ha  biasimato 
nelle  sue  opere  stampate  per  ignorante  e  per  tristo.  All'avermi 
biasimato  per  ignorante  io  gli  ho  risposto  coW  Occhiale,  fa- 
cendogli conoscere  che  l'ignorante  sia  egli  medesimo.  All'avermi 
biasimato  per  tristo  io  gli  ho  risposto  col  prenominato  Scherzo 
di  Parnaso,  mostrandogli  parimente  che  il  tristo  sia  egli  istesso. 
Cosi  ho  ribattuto  dispute  con  dispute  ed  oltraggi  con  oltraggi, 
con  chiarire  ch'io  mi  sappia  risentir  per  tutti  i  versi  e  che  nel 
compor  satirico  non  vaglia  meno  di  lui.  Né  dubbio  deve  es- 
sere ad  alcuno  che,  se  con  parole  si  può  offendere,  con  pa- 
role si  possa  anco  difendere.  Il  che  se  voi  non  sapete  fare, 
abbiatevi  pazienza  e  non  riprendiate  chi  farlo  sa;  ma  piuttosto 
scusatevi,  dicendo  che  nello  scrivere  burlesco  non  avete  talento 
o  genio,  e  che  non  ognuno  è  atto  ad  ogni  cosa,  ma  tutti  insieme 
siamo  atti  a  tutte.  E  per  fine  vi  bacio  le  mani. 
Di  Roma,  primo  di  marzo  1628. 

LIX 

Al  signor  conte  d'Olivares,  a  Madrid 

Invia  il  Mondo  nuovo. 

Mando  a  V.  E.  per  mezo  del  piego  del  signor  conte  di  Mon- 
terey  due  copie  del  mio  Mondo  nuovo  nuovamente  stampato,  ac- 
ciocché una  Ella  sia  servita  di  tenersene  per  sé,  e  l'altra,  insieme 
colla  lettera  che  le  sta  allegata,  faccia  avere  alla  Maestà  del  re 
nostro  signore,  a  cui  il  volume  è  dedicato  e  da  cui  io  pretendo 
alcuna  mercede,  non  già  per  questo,  per  la  dedicazione  (della 


324  TOMMASO    STIGLIANI 

qual  mi  dichiaro  di  non  meritar  nulla),  ma  per  le  ragioni  gra- 
vissime eh'  Ella  vedrà  esposte  nell'  incluso  foglio.  Presso  alla 
qual  Maestà,  perché  desidero  che  sia  cosi  commendata  la  mia 
buona  intenzione  come  raccomandata  la  mia  giusta  pretendenza, 
ardisco  di  chiedere  l'uno  e  l'altro  ufficio  all'È.  V.  Ma  non  glielo 
chieggio  coi  meriti,  eh 'appo  lei  son  pochissimi  o,  per  meglio  dir, 
nulli,  ma  coi  meriti  del  sudetto  signor  conte,  che  so  che  son 
molti,  il  quale  per  sua  bontà  ne  la  pregherà  con  una  lettera 
vegnente  con  questo  medesimo  spaccio.  Restandomi  io  frat- 
tanto, invece  di  pregar  lei,  a  pregar  Iddio  per  la  rimunerazione 
degli  altissimi  suoi  meriti  ;  quantunque  ancor  questo  sia  superfluo, 
mentre  essi  senza  altro  prego  stanno  testificati  davanti  al  divino 
tribunale  da  due  testimoni  troppo  più  autentichi  che  non  son  io: 
uno  è  l'amore  che  le  porta  il  maggior  re  del  mondo,  e  l'altro 
è  l'opere  sue  proprie.  Onde  io  mi  resto  solamente  a  farle  umi- 
lissima riverenza  e  ad  aspettare  i  frutti  della  benignità  sua. 
Di  Roma,   i6  d'aprile  1628. 

LX 

A  Sua  Maestà  cattolica  il  re  Filippo  quarto,  a  Madrid 
Invia  il  Mondo  nuovo. 

Io  composi  in  esaltazion  della  nazione  spagnuola  un  poema 
intitolato  il  Mondo  nuovo,  il  quale  tratta  la  conquista  dell'Indie 
occidentali,  dedicandolo  al  real  nome  di  V.  M.;  ed  ora  ch'esso 
è  uscito  alla  luce,  gliene  invio  riverentemente  una  copia  stam- 
pata. Sua  è  la  sudetta  nazione,  e  sue  conveniva  che  fussero 
le  scritture  fatte  in  lode  di  quella.  Suo  è  il  mondo  nuovo  vero, 
e  suo  era  giusto  che  fusse  il  Mondo  nuovo  descritto,  poiché  sua 
è  ancora  la  descrizzion  medesima,  essendo  ella  opera  mia  che 
son  suo  naturai  vassallo,  ed  avendo  la  grandezza  e  degnità  del 
soggetto  innalzato  il  mio  picciolo  ingegno  sopra  i  confini  della 
sua  bassezza  e  fattogli  far  quello  a  che  per  sé  non  era  idoneo. 
Sicché  in  questo  presentare  ch'io  fo  d'esso  libro  a  V.  M.,  non 
le  arreco  altro  di  mio  che  la  devota  umiltà  con  che  lo  presento. 


LETTERE  325 

Ma  ciò  non  mi  deve  essere  ascritto  ad  arroganza,  quasi  che  io 
volessi  presumere  di  dar  l'altrui.  Perocché,  si  come  chi  sacri- 
fica, quantunque  non  doni  a  Dio  nulla  del  proprio  (perché  da 
prima  tutte  le  cose  son  di  quello),  pure,  se  divotamente  il  fa,  n'è 
gradito  ed  accettato;  cosi  io,  quantunque  offerisca  a  V.  M.  non 
quel  eh' è  mio  ma  quel  eh' è  suo,  pure,  poiché  lo  fo  con  rive- 
rentissimo  amore  e  perché  il  tutto  conosco  e  confesso,  debbo 
essere  dalla  generosa  magnanimità  di  lei,  se  non  affatto  gradito, 
almeno  non  affatto  rifiutato.  Alla  quale  Nostro  Signore  Iddio 
conceda  tanta  felicità  quanta  le  ha  conceduto  potenza,  acciocché 
lungamente  viva  per  universal  difesa  della  santa  fede  cattolica. 
Mentre  io  per  fine  umilissimamente  la  riverisco. 
Di  Roma,   16  aprile  1628. 

LXI 
Al  signor  duca  Giovanni  Antonio  Orsini,  a  Nerola 

Ha  scritte  altre  poesie,  che  mostrerà  all'amico. 

V.  E.  mi  chiede  novelle  della  mia  musa,  alla  quale  attri- 
buisce nomi  e  titoli  si  congiogali  e  matrimonieschi,  che  mostra 
di  credere  ch'essa  sia  mia  moglie.  Ma,  perché  nell'altra  sua  lettera 
antecedente  disse  che  quelle  dèe  erano  tutte  meretrici,  qui 
vien  consequentemente  ad  inferire  ch'io  abbia  sposato  (con  ri- 
verenza) una  puttana,  e  pian  piano  mi  vien  dando  del  becco 
su  per  la  testa.  Duellare  io  coli' E.  V.  non  vorrei,  non  essendo 
la  mia  smarra  degna  di  tant'alto  cimento;  e  dalla  altra  parte 
non  volentieri  resto  ingiuriato.  Che  farò  dunque?  confesserò  il 
puttanesimo  e  negherò  il  maritaggio  ?  Poiché  veramente  ella 
non  è  mia  sposa,  ma  è  mia  concubina,  che  «  druda  »  direbbe  il 
signor  Balducci.  Pure,  qual  essa  si  sia,  si  porta  meco  assai  bene 
e  non  è  sterile;  onde,  nel  tornar  che  V.  E.  farà  a  Roma,  mi 
troverà  cresciuto  di  famiglia,  avendomi  quella  partoriti  alcuni 
nuovi  figliuoli.  Questi  stanno  ora  aspettando  la  venuta  di  lei  per 
certificarsi,  al  lume  del  suo  purgato  giudicio,  se  essi  sian  per- 
fetti parti  o  pur  siano   sconciature,  ed   anco   per   esser   da  lei 


326  TOMMASO    STIGLIANI 

rigenerati  a  migliore  essere.  La  quale  avrà  anco  autorità  di  por 
loro   qual    nome  più  le  parrà,   cioè    che    s'abbiano  a  chiamare 
o  cosa  buona  overo  menchioneria.  Che  è  stato  quanto  dir  m'oc- 
correva.  E  le  fo  affettuosa  riverenza. 
Di  Roma,  4  di  settembre  1628. 

LXII 
Al  padre  fra  Iacinto  Poggi,  a  Matera 

Si  congratula  con  lui  per  la  ricuperata  salute,  e  augura  al  mondo  che  abbia 
lunga  vita  un  predicatore  cosi  valente. 

Di  Roma,  7  luglio  1629. 

LXIII 

Al  signor  duca  d'Alcalà,  viceré  di  Napoli 

Invia  il  Mondo  nuovo. 
Di  Roma,  18  di  gennaro  1630. 

LXIV 
Alla  communità  di  Matera 

Domanda  ai  suoi  concittadini  l'autorizzazione  di  scrivere  e  presentare  a 
loro  nome  una  lettera  di  congratulazione  al  cardinale  di  Santa  Cecilia, 
testé  eletto  arcivescovo  di  Matera. 

Di  Roma,  7  d'agosto  1630. 

LXV 

Al  signor  Domenico  Molini,  a  Vinezia 

Lo  prega  di  aiutarlo  a  ristampare  il  Canzoniero,  l' Occhiale  e  il  Mondo 
nuovo,  giacché  le  mene  dei  marinisti  non  gli  fanno  trovare  uno  stampa- 
tore a  Venezia. 

Il  grido  pubblico,  quando  egli  nasce  dal  libero  giudizio  uni- 
versale e  non  da  operati  ordigni  di  chi  v'abbia  interesse,  io 
credo  che  rarissime  volte  s'inganni  o  non  mai,  per  cagion  che 
quelle  opinioni  dove  la  più  parte  degli  uomini  concorre  è  quasi 


LETTERE  327 

impossibile  che  non  sien  vere,  stante  il  proverbio  che  «  più  veg- 
gano gli  più  occhi  che  non  veggono  i  meno  »,  e  che  «  più  sappiano 
gli  uomini  che  non  sa  l'uomo  ».  Vera  dunque  debbe  essere  e 
fondata  in  effettivi  meriti  e  reali  la  fama  di  V.  E.,  mentre  essa 
col  mezo  di  tante  bocche  celebra  in  ogni  luogo  la  persona  di 
lei  non  solo  per  prudentissima  e  valorosa  ma  per  sommamente 
buona  e  per  dotta  in  eccellente  grado.  Onde  giusta  cosa  è  se 
l'È.  V.  in  Vinezia  gode  oggidì  tra  i  senatori  il  nome  di  «  padre 
della  patria  »  e  nel  rimanente  d' Italia  e  d'  Europa  è  tenuta  unico 
protettor  delle  lettere  e  de'  professori  di  quelle,  i  quali  di  com- 
mun  consenso  l'hanno  costituita  come  arbitro  irrevocabile  di 
tutte  le  letterarie  occorrenze;  a  segno  tale  che  fanno  tra  loro 
a  gara  a  chi  più  può  servirla  e  più  onorarla  cosi  colle  lingue 
come  colle  scritture,  ricorrendo  oltracciò  nelle  giornali  occasioni 
non  ad  altro  che.  al  vivo  oracolo  della  sua  voce.  Da  questa  sua 
gloriosa  stima  e  riputazione  io  fui  un  pezzo  fa  quasi  rapito  ad 
amarla  ed  a  riverirla,  e  da  questa  medesima  sono  ora  persuaso 
a  supplicarla  per  la  presente  che  si  degni  d'accettar  la  picciola 
servitù  mia  ed  in  un  tempo  abbracciar  la  protezzion  delle  mie 
opere.  Il  bisogno  della  quale  è  già  cresciuto  a  si  estremo  termine, 
che  ormai  si  può  con  più  proprio  nome  chiamar  «  necessità  », 
mercé  de'  miei  lunghi  ed  ostinati  persecutori. 

Sappia  V.  E.  che  '1  cavalier  Marino  (ch'ora  sia  in  gloria  e 
de'  suoi  peccati  goda  perdono),  perché  professava  pubblica  ne- 
micizia  meco,  conservò  mentre  visse  segreto  accordo  ed  occulto 
conserto  col  Ciotti  e  con  altri  librari  e  stampadori  vineziani  di 
tenere  indietro  essi  miei  libri  dalla  ristampa.  Il  che  io  seppi  in- 
fin  da  principio  per  cosa  sicura,  si  come  avvisato  che  ne  fui 
da  più  lettere  di  fidati  amici  miei  abitanti  in  cotesta  città,  e  fra 
l'altre  da  una  del  signor  Sebastian  Veniero  e  da  una  del  Ma- 
lombra pittore;  ma  ultimamente  me  ne  son  certificato  in  tutto 
e  per  tutto  da  un  contrassegno  infallibile  che  ne  veggo  stam- 
pato. Questo  è  il  secondo  volume  delle  lettere  del  medesimo 
cavaliere,  impresso  dopo  la  sua  morte,  nel  quale  ne  son  molte 
dove  egli  maltratta  me  e  le  dette  mie  cose;  ma  una  in  parti- 
colare, che  è  a  carte   117,  dove  egli  scopertamente  protesta  ad 


328  TOMMASO    STIGLIANI 

esso  Ciotti  che  desista  dal  ristampare  il  mio  Mondo  tmovo  già 
cominciatosi,  non  ostante  che  quegli  me  n'avesse  mandato  i 
primi  quattro  fogli,  minacciandolo  che,  s'egli  non  desiste,  gli 
vuole  esser  nemico  né  più  dargli  ad  imprimere  l'altre  sue  rime 
e  prose,  secondo  il  già  appuntato  tra  loro.  La  qual  ristampa 
d'esso  mio  poema  perché  allora  non  andò  più  avanti,  io  me  ne 
maravigliai  non  poco,  non  sapendone  la  cagione;  ma  me  n'ac- 
quieto adesso  che  la  so. 

Di  questa  si  fatta  congiura  si  può,  per  quel  che  tocca  al 
Marino,  attribuire  una  parte  di  colpa  alla  potente  passion  del- 
l'emulazion  letteraria.  Ma  in  nessun  modo  io  saperci  scusare  il 
Ciotti,  che,  essendo  già  stato  mio  caro  amico  e  beneficato  da 
me  per  molte  vie,  ma  in  particolare  dell'avere  egli  guadagnato 
mille  scudi  nella  sospension  delle  mie  Rime  compite,  dette  ora 
Canzoniero,  da  lui  vendute  tutte  a  dodici  lire  il  pezzo  (come  fa 
fede  una  lettera  di  lui  medesimo,  scrittami  di  sua  mano),  volse 
alla  fine  privarsi  de'  nuovi  guadagni  mercantili  per  non  iscom- 
piacere  ad  un  mio  emolo  e  per  dannificar  le  mie  fatiche  e  rui- 
narle.  Iniquità  della  quale  egli  fu  poco  da  poi  dal  giusto  Iddio 
punito  evidentemente  in  questo  mondo  medesimo:  perché,  avendo 
lasciata  la  compagnia  dell'arte  ch'avea  coi  Giunti,  trasportò  la 
bottega  in  Sicilia;  e  là  nello  stretto  spazio  di  sei  mesi  falli,  im- 
pazzi,  accecò   e  mori. 

E  se  dai  chiari  effetti  possono  bene  arguirsi  le  cause  nascoste, 
uno  altro  indizio  del  sopradetto  conserto  ed  accordo  si  vede 
oggi  parimente,  il  quale  non  è  men  certo  che  la  confessione  fat- 
tane dal  Marino.  Io  dico  il  non  essersi  ristampato  da  molti  anni 
in  qua  il  libretto  piccolino  delle  mie  prime  rime,  ancorché  per 
tutta  Italia  e  fuori  sia  pur  sempre  stato  domandato  con  grande 
istanza  e  che  i  nemici  istessi  non  ardiscano  di  biasimarlo,  anzi 
concordemente  il  commendino  tutti,  ma  spezialmente  colui  che 
fé'  la  prefazione  alla  seconda  parte  della  Difesa  dell'Aleandri, 
il  qual  dicono  sia  il  Mascardi.  Il  medesimo  può  affermarsi  del 
prefato  Canzoniero  corretto  e  stampato  in  Roma  (nel  quale  anco 
le  prime  rime  van  contenute,  benché  sparse),  che  per  tutto 
è  ogni  giorno  richiesto,   ma  non  se  ne   trova   perché  non  s'è 


LETTERE  329 

ristampato  se  non  solo  tre  volte,  una  dal  Deuchino  in  Vinezia, 
una  dal  Pavoni  in  Genova  e  l'altra  dal  Bidelli  in  Milano;  le 
quali  edizioni  non  bastano,  e  ve  ne  vuole  in  Vinezia  dell'altre, 
se  si  ha  da  soddisfare  appieno  alla  quotidiana  cerca  degli  stu- 
diosi. Il  simile  succede  anco  déiV  Occhiale,  il  quale  non  si  ri- 
stampa, con  tutto  che  abbia  applauso  commune  e  che  da  alcuni 
scienziati  si  cognomini  il  «  midollo  dell'arte  poetica  ». 

Di  modo  che  delle  mie  scritture  accade  oggi  giorno  un  mi- 
racolo mostruoso  e  stranissimo,  non  accaduto  ad  alcune  altre 
in  niun  secolo:  cioè  che  libri,  i  quali  piacciono  a  chiunque  gli 
legge,  siano  nondimeno  presso  che  morti.  Io  stimo  invero  le 
mie  fatiche  non  per  eccellenti,  anzi  per  triste;  ma  per  molto  più 
trista  stimo  la  lor  fortuna,  mentre  le  veggo  perir  di  morte  non 
naturale  ma  aiutata  e  violenta,  vedendo  dall'altro  canto  ristam- 
parsi tutto  il  di  non  poche  opere  italiane  che  son  tenute  di  gran 
lunga  inferiori  alle  mie  e  d'autori  meno  accreditati  che  non  son 
io,  le  quali  non  per  altro  corrono  per  le  botteghe  se  non  solo 
perché  non  hanno  persecuzione.  Si  che  la  picciola  eccellenza, 
che  dovrebbe  lor  nuocere,  è  quella  appunto  che  lor  giova;  mentre, 
insieme  col  non  essere  arrivate  a  poter  provocar  l'invidia  del 
Marino,  hanno  potuto  acquistare  il  suo  favore  e  lode.  Quali  essi 
autori  sieno  e  quali  esse  opere,  senza  ch'io  qui  lo  mentovi  (che 
è  ricordo  odioso),   so  che  V.   E.   lo  sa  a  bastanza. 

La  cagion  di  questo  miracolo  (se  pur  miracolo  egli  deve  chia- 
marsi e  non  più  tosto  opera  naturale)  si  è  che  gli  stampadori 
e  librari  di  Vinezia,  persuasi  da  prima,  come  dissi,  dal  detto 
Marino,  presero  questa  voga  e  questa  seguitano  tuttavia,  esor- 
tatici ancora  e  mantenutici  dalla  rimasa  setta  degli  amici  di 
quello,  i  quali  in  tutta  Italia  sono  in  tanto  maggior  numero  che 
gli  amici  miei,  quanto  nel  mondo  si  trova  più  ignoranti  che 
savi  e  più  perversi  che  giusti.  Già  non  mi  do  io  ad  intendere 
che  tal  persecuzion  sia  nata  perché  il  Marino  giudicasse  per  mi- 
gliori i  miei  libri  che  i  suoi,  che  non  m'è  incognito  ch'egli 
stava  tanto  ingannato  di  se  medesimo,  che  stimava  più  una  sua 
sillaba  che  cento  righe,  non  dico  mie,  ma  d' Omero  e  di  Vir- 
gilio;  ma  egli  desiderò  che  '1  Canzoniero  e  '1  Mondo  nuovo  non 


330  TOMMASO    STIGLIANI 

corressono  per  le  mani  degli  uomini,  "acciocché  non  vi  si  leg- 
gessono  i  suoi  furti  fattimi.  I  quali  non  si  possono  negare  in 
modo  veruno,  apparendo  chiaro  che  le  mie  stampe  sono  molto 
anteriori  di  tempo  alle  sue,  e  sapendosi  da  ognuno  che  io  nello 
scrivere  invento  del  mio  e  ch'egli  all'incontro  si  serve  dell'altrui. 
E  bramò  similmente  che  V  Occhiale  stesse  soppresso,  perché  in 
quello  non  fusse  veduto  il  suo  poco  sapere  e  gli  altri  difetti. 
La  quale  scrittura  {V  Occhiai  dico),  se  bene  non  si  stampò  se 
non  alcuni  mesi  dopo  l'esser  lui  morto,  egli  però  la  vide  e 
lesse  in  Roma  (ch'era  in  poter  del  mastro  del  sacro  palazzo 
per  la  revisione,  la  qual  si  suole  spesso  commettere  ad  altre 
persone),  e  fece  si,  col  mezo  delle  sue  potenti  amicizie,  ch'io 
non  potei  stamparla  fin  ch'egli  visse.  Il  che  da  me  si  prova 
diffusamente  nella  Replica  all'Aleandri,  ed  a  quella  mi  rimetto 
a  suo  tempo. 

Ora  a  tutti  questi  inconvenienti  e  disordini  ed  a  tutti  questi 
miei  danni  io  son  sicuro  che  potrebbe  ampiamente  riparare  l'in- 
genua bontà  e  la  riverita  autorità  dell'  E.  V.  Alla  quale,  si  come 
a  già  autenticato  arbitro  e' ho  detto  ch'Ella  è,  io  m'appello  del 
pubblico  torto  che  conosco  farmisi,  ed  insieme  la  supplico  a  non 
tollerare  che  la  povera  virtù  rimanga  oppressa  dalla  malignità 
de' suoi  ignoranti  nemici,  ma  si  degni  d'operar  costi  coi  detti 
stampadori  e  librai  che  ristampino  le  prenominate  mie  opere 
fino  ora  pubblicate,  cioè  il  Canzoniero,  V  Occhiale  e  '1  Mondo 
nuovo;  ma  il  Mondo  nuovo  sopra  tutto,  il  qual  veramente  non 
è  ancora  stato  veduto,  quantunque  sia  passati  molti  anni  che 
usci  in  luce  compito  e  quantunque  sia  lettura  dilettevolissima. 
Il  che  è  avvenuto  ed  avviene  per  li  mali  uffici  de'  marinisti,  i 
quali,  con  biasimarlo  a  vento  e  senza  averne  letto  mai  carta, 
lo  screditano  del  continovo  per  tutte  l'accademie  e  per  tutti  i 
circoli  e  librerie,  tenendo  ingiustamente  soppresse  le  mie  vigilie 
di  trenta  anni.  Non  è  stato,  dico,  veduto:  perché  dopo  le  due 
imperfette  edizioni  di  Piacenza,  la  prima  compita  ed  intera,  la 
qual  fu  questa  di  Roma,  s'è  spacciata  quasi  tutta  in  Roma  sola, 
rimanendo,  come  si  dice,  «  in  vicinato  »;  e  la  seconda,  la  qual  fu 
quella  di  Torino,  s'è  venduta  in  Torin  solo  ed  in  poco  altro 


LETTERE  33 I 

contorno  ;  oltre  che  quella  di  Vinezia  non  si  condusse  a  fine, 
come  toccammo  di  sopra.  Il  che  al  libro  è  stato  gravissimo  pre- 
giudicio,  se  si  riguarda  che  le  stampe  dell'altre  città  servono 
per  le  loro  private  contrade  e  le  stampe  di  Vinezia  servono  per 
le  contrade  tutte  del  cristianesimo.  E  di  qui  è  che  tutti  quegli 
scritti,  che  non  si  tornino  ad  imprimere  in  cotesta  città,  moiono, 
non  ostante  che  s'imprimessero  altrove  in  ogni  luogo.  Il  che 
però  poche  volte  avviene,  atteso  che  tutti  gli  altri  impressori 
prendano  norma  ed  esempio  da'  vineziani,  e  per  ordinario  ciò 
che  non  si  ristampa  in  Vinezia  non  si  ristampa  in  altre  parti. 

Con  tutto  ciò,  il  Babà,  incoraggiato  dalle  spesse  cerche  de' 
compratori,  pur  si  provò  a  volerlo  ristampare  dopo  il  rifiuto  del 
Ciotti.  Ma  ne  fu  fatto  cessare  e  dal  L[oredano?]  e  dal  B[usenelli?], 
pure  partegiani  acerrimi  del  Marino  e  seguaci  suoi  pertinacissimi 
e  miei  nemici  gratis,  cioè  senza  ch'io  abbia  loro,  non  dico 
fatto  mai  dispiacere  alcuno,  ma  pur  conosciutili;  i  quali  per  quie- 
tare esso  Babà  gli  donarono  cinquanta  zecchini,  raccolti  per 
tassa  volontaria  da  tutti  i  marinisti  di  Vinezia  e  di  Padova  e 
d'altri  luoghi  circonvicini.  Ma  questo  tiro  del  B[usenelli?]  e  del 
L[oredano?]  è  uno  scherzo  a  rispetto  a  quello  del  marchese  Manso 
in  Napoli  ed  a  quello  d' un  gran  prelato  in  Roma,  che  per  la 
sua  potenza  io  non  posso  qui  nominare;  il  primo  de'  quali  ha 
comperi  in  più  tempi  più  di  trecento  Mondi  ìiuovi  e  bruciatigli, 
ed  il  secondo  tiene  occultati  appresso  di  sé  da  cento  Occhiali 
ed  un  buon  numero  di   Canzonieri . 

Cosi  finalmente  io  mi  trovo  esser  ridutto  a  rimirar  cogli 
occhi  propri  il  calpestamento  de'  miei  stenti  e  lo  strazio  de' 
miei  sudori  senza  potervi  riparare.  Del  che  certamente  io  non 
mi  dorrei  punto  se  conoscessi  che  l'opere  il  meritassero,  poiché 
a  chi  in  effetto  è  morto  altro  non  resta  che  se  gli  faccia  se  non 
dargli  sepoltura.  Ma,  mentre  per  mille  vive  sperienze  io  mi  cer- 
tifico ogni  giorno  più  ch'esse  dilettano  e  grandemente  aggra- 
dano a  qualunque  spassionato  le  veda,  non  posso  far  di  meno 
di  non  tribolarmene  inconsolabilmente  e  di  non  adirarmi  contra 
chi  me  le  vuol  sepelir  vive.  E  se  ben  so  di  sicuro  che  questa 
iniqua  violenza  non  sarà  per  durar  sempre  (perciocché,   morti 


332  TOMMASO    STIGLIANI 

i  persecutori,  la  cosa  perseguitata  tornerà  a  risorgere),  vorrei 
però  mentre  che  vivo  godere  alcuna  parte  del  mio  onore  nel 
modo  che  del  loro  hanno  goduto  gli  altri  miei  pari:  che,  sic- 
come l'agricoltore  non  getta  il  seme  a  fin  di  perder  quello  ma 
di  raccoglierne  il  frutto,  cosi  lo  scrittore  non  iscrive  a  fin  di 
perder  l'inchiostro  ma  di  trarne  qualche  onesta  commendazione. 
Adunque  per  sigillo  io  concludo  che,  se  col  favor  di  V.  E. 
vederò  che  questi  miei  tre  volumi,  tornandosi  a  pubblicare  in 
Vinezia  mutino  fortuna,  m'arrischierò  di  dar  fuori  gli  altri,  che, 
essendo  per  lo  più  dogmatici,  saranno  di  non  picciolo  profitto 
alla  gioventù  studiosa.  Alcun  de'  quali  sarà  dedicato  a  V.  E. 
medesima,  ed  in  alcuni  altri  saranno  sparsi  non  rari  segni  della 
mia  gratitudine  verso  la  beneficenza  sua:  che,  ancorché  il  nome 
di  lei  sia  più  atto  ad  illustrare  i  libri  che  bisognoso  d'esser  dai 
libri  illustrato,  in  ogni  modo  maggior  gloria  gli  è  l'illustrarne 
molti  che  l'illustrarne  pochi.  E  con  questo  fine  affettuosamente 
la  riverisco. 

Di  Roma,  15  settembre  1630. 

LXVI 

Al  signor  cardinale  di  Santa  Cecilia,  a  Genova 

Gli  avvisa  che   monsignor  Antinori,  già  arcivescovo   di    Matera  e  ora  di 
Siracusa,  si  recherà  nella  sua  antica  diocesi  per  alcune  riscossioni. 

Di  Roma,   io  di  febbraio  i6[3i]. 

LXVII 
A  MONSIGNOR  Fabrizio  Antinori,  arcivescovo  di  Matera, 

A  Napoli 

Scherza  intorno  all'andata  di  lui  a  Matera. 
Di  Roma,  2  di  marzo  1631. 

LXVIII 
Al  medesimo,  a  Frascati 
Invia  alcuni  dolci. 
Di  Roma,  primo  di  maggio  1631. 


333 


LXIX 
Ad  Antonio  d'Adamo,  a  Matera 

Discorre  di  vari  affari  domestici. 
Di  Roma,  6  ottobre  1631. 

LXX 

Al  signor  principe  di  Squillace,  a  Madrid 

Si  raccomanda  per  ottenere  una  pensione  nel  Regno  di  Napoli 
in  premio  del  Mondo  nuovo. 

Due  grazie  V.  E.  m'ha  fatte;  ma,  perché  il  cortese  modo 
del  farmele  è  ancor  esso  una  grazia,  elle  mi  diventano  tre,  e 
cosi  mi  compiscono  il  numero  delle  dèe  antiche  chiamate  le  tre 
Grazie.  Le  due  sono  una  sua  lettera  ed  un  suo  componimento 
spagnuolo  in  lode  del  mio  Mondo  nuovo,  e  la  terza  è  l'aver 
V.  E.  comandato  al  signor  don  Diego  Perez  suo  segretario  (il 
qual  dovea  da  Genova  andar  per  acqua  in  Calabria)  ch'egli 
passi  a  posta  per  Roma  per  consegnarmi  essa  lettera  ed  essa 
composizione,  ed  insieme  visitarmi  a  nome  di  lei.  Il  che  egli  ha 
puntualmente  eseguito,  non  senza  qualche  mio  rossore  e  confu- 
sione, nata  dal  saper  io  la  picciolezza  del  mio  merito  e  la  gran- 
dezza della  persona  di  V.   E. 

Ho  letta  la  lettera,  piena  di  favori  e  d'offerte;  ho  letto  il 
sonetto,  pieno  d'encomi  e  d'esaltazioni,  ed  ho  udita  la  viva 
voce  del  detto  segretario,  piena  dell'uno  e  dell'altro.  Le  quali 
tre  dimostranze  m'hanno  rappresentato  al  vivo  l'eccessiva  uma- 
nità di  V.  E.;  ma  la  composizion  poetica,  perché  esquisitissima, 
mi  rappresenta  di  più  il  suo  supremo  ingegno:  onde,  si  come 
dalla  triplice  cortesia  io  rimango  caricato  d'obbligazione,  cosi 
dall'eccellente  ingegno  resto  oppresso  di  maraviglia.  Conosco, 
e  similmente  me  ne  mortifico,  essere  stato  quasi  un  peccato 
che  si  preziosa  eloquenza  si  sia  consumata  intorno  a  si  basso 


334  TOMMASO    STIGLIANI 

soggetto.  Ma  pure  non  posso  far  di  meno  di  non  godere  altret- 
tanto che  tal  prodigalità  torni  in  mio  beneficio.  Bene  è  vero 
che  le  dette  tre  grazie  inviatemi  da  V.  E.,  quantunque  m'abbiano 
trovato  privo  di  quei  meriti  che  nascono  dal  valor  della  persona, 
non  m'hanno  però  trovato  senza  quegli  altri  che  procedono  dal- 
l'affetto dell'animo  e  dalla  riverente  osservanza.  Poiché  io  non 
solo  ho  sempre  venerato  fra  me  stesso  il  nome  glorioso  di  V.  E., 
ma  per  esterna  testimonianza  di  tal  mia  venerazione  lo  celebrai 
gran  tempo  è  nel  mio  Trattato  della  ìiobiltà  con  una  menzione 
onorevolissima  e  non  breve. 

Adunque,  poiché  io  (tal  qual  mi  sia)  son  pur  anco  cosa 
di  V.  E.  e  suo  antico  servidore,  se  ben  Ella  noi  sapeva,  non 
rifiuto  gli  effetti  della  mia  buona  fortuna,  che  per  mezo  di  lei 
mi  son  venuti  a  trovare,  ma  mi  fo  loro  incontra.  Ricevo  volen- 
tieri le  grazie  che  V.  E.  m'ha  fatte,  per  non  abusar  la  benignità 
sua;  tollero  allegramente  le  lodi  che  m' ha  date,  per  non  far 
torto  al  suo  giudicio;  e  di  buona  voglia  mi  vaglio  dell'offerte 
che  m'ha  esibite,  per  non  offendere  la  sua  liberalità.  L'occor- 
renza è  pronta  e  presente.  Sappia  l'È.  V.  che  '1  mio  fisso  at- 
tendere alla  lunga  composizion  del  predetto  Mondo  ?i.uovo  m'ha 
distratto  dalle  mie  cose  domestiche  per  molti  e  molti  anni,  di 
tal  maniera  che  me  n'ha  fatto  in  tutto  e  per  tutto  tralasciar  la 
cura.  Le  quali  domestiche  cose  non  son  perciò  caminate  cosi 
bene  come  avrian  fatto  colla  mia  soprintendenza.  Onde,  essen- 
domi io  finalmente  svegliato  da  questa  lunga  trascuraggine,  quasi 
da  un  lungo  sonno,  mi  trovo  esser  divenuto  vecchio  di  più  di 
sessanta  anni  e  ridutto  in  fortuna  assai  più  scarsa  che  non  si 
conviene  ad  un  gentiluomo,  e  ch'abbia  indosso  l'abito  di  San 
Giovanni,  la  qual  religione  a  coloro  che  son  cavalieri  non  di 
voto  ma  di  devozione,  qual  son  io,  non  conferisce  benefici  né 
commende.  Per  la  qual  cosa,  perché  la  detta  mia  fatica  del 
Mondo  nuovo  è  fatta  in  esaltazione  della  nazione  spagnuola  ed 
è  oltracciò  dedicata  a  Sua  Maestà  medesima,  sarebbe  quasi  il 
dovere  che  quegli,  per  li  quali  onorare  io  son  caduto,  m'aiutas- 
sero a  risorgere  in  piedi.  Per  questo  io  non  mi  vergogno  di 
supplicare  ora  V.   E,,  come  fo,  ad  esser  servita  d'impetrarmi 


LETTERE  335 

dal  re  alcuna  pension  nel  Regno  di  Napoli,  la  quale  per  più 
commoda  esiggenza  fusse  situata  sull'arcivescovado  di  Matera 
mia  patria;  massimamente  ch'ai  presente  v'è  luogo  opportuno, 
essendo  i  pensionari  di  quella  chiesa  tutti  morti.  Tentai  l'istesso 
due  anni  sono,  con  iscrivere  a  dirittura  al  signor  conte  duca; 
ma,  come  non  avevo  costi  persona  che  sollecitasse  il  negozio, 
non  ottenni  nulla.  Non  è  cosi  adesso,  perché  v'ho  il  signor  don 
Diego  di  Silva,  mio  amico.  Egli  di  qui  avanti  negozierà  per  me, 
avendolo  io  instrutto  che  dia  a  V.  E.  il  memorial  regio  e  gliene 
tenga  ricordata  la  spedizione. 

Col  qual  fine,  augurandole  compita  felicità  ed  esaltazione,  le 
fo  umilissima  riverenza. 

Di  Roma,  2  di  febraio  1632. 

LXXI 
Al  signor  GijtóJ  Paolo  Palombini,  a  Verona 

Gli  riesce  impossibile  di  rispondere  a  una  sua  lettera,  perchè  scritta 
in  pessima  calligrafia . 

Ricevetti  la  lettera  di  V.  S,  del  14  di  settembre,  alla  quale, 
se  ben  rispondo,  non  so  però  che  cosa  rispondere,  perché,  per 
molta  fatica  ch'io  v'abbia  latto  e  fattovi  fare,  non  l'ho  mai  saputa 
leggere  né  intendere.  Io  non  parlo  qui  di  quella  brevità  laconi- 
chissima  dello  spiegare  i  suoi  concetti,  la  quale  è  troppo  natu- 
rale in  V.  S.  cosi  nel  favellar  come  nello  scrivere;  che  di  questa 
non  sento  oramai  più  noia,  mentre,  avendovi  fatto  su  alquanto 
di  prattica,  uso  per  interprete  la  discrezzione  e  per  commentatore 
la  conghiettura.  Ma  parlo  di  quel  che  sarebbe  bastante  a  fare  im- 
pazzare non  che  Edipo  e  la  Sfinge,  che  sono  gli  spianatori  degli 
enigmi,  ma  lo  stesso  Mercurio,  che  è  lo  dio  della  cifera  e  del 
gergo.  Io  dico  quel  suo  carattere  traditore,  formato  sempre  o 
a  foggia  di  gieroglifici  o  a  guisa  di  punti  geometrici,  e  quelle 
sue  breviature  non  usuali  ma  fatte  a  capriccio,  verbigrazia,  a 
gruppo  salamone,  a  laberinti,  a  meandri  e  va'  discorrendo.  Ne* 
quali  scarabozzoni  e  nelle  quali  breviazioni  non  giova  il  sapere 


336  TOMMASO    STIGLIANI 

umano  per  cavarne  senso,  ma  vi  bisogna  il  dono  della  profe- 
zia e  la  scrutazion  de'  cuori;  massimamente  in  quest'ultima  let- 
tera, nella  quale  esso  doppio  intrigo  è  piggiorato  a  segno 
estremo.  Io  non  ho  invero  veduti  mai  i  pentacoli  de'  negro- 
manti e  i  lineamenti  stregoneschi;  ma  dal  sentir  dire  che  pure  i 
diavoli  gì' intendono  e  gì' insegnano  a'  lor  seguaci,  m'immagino 
ch'essi  non  contengano  si  inusitati  segnali  e  si  incognite  impri- 
miture come  son  quelle  di  questa  scrittura,  la  quale  non  ha 
più  dell'italiano  ch'ella  s'abbia  dello  scitico  e  del  trogloditico  e 
del  paflagonico.  La  cabala,  arte  tanto  oscura  che  solamente  si 
conserva  per  tradizione,  è  oramai  una  baia  a  petto  dell'oscurità 
dello  scrivere  di  V.  S.  E  credo  che  questo  solo  al  mondo  sia 
quel  testo  talmente  eteroclito,  che  non  possa  esser  chiosato  né 
scollato  né  rubricato  né  marginato  se  non  da  chi  '1  fece,  se 
pure  anco  si  può  arrivare  a  tanto,  perché  in  tal  caso  io  terrei 
V.  S.  per  un  gran  baccalare,  mentre  sapesse  ricordarsi  l' irri- 
cordabile. Io  per  me  son  restato  intronato  in  maniera,  ed  in 
maniera  stordito,  che  mi  par  d'essere  lo  Stordito  Intronato  da 
Siena.  Ciò  che  veggo  si  gira  a  torno,  e  continovamente  sento 
un  romor  nell'aria  simile  ad  un  fischio  o  più  tosto  al  ronzar 
dell'api  e  delle  vespe,  ma  talvolta  al  frullar  della  trottola.  Il  che 
non  mi  rammento  essermi  mai  più  intervenuto,  fuorch'una 
volta  con  uno  eterno  cicalon  napolitano,  detto... ('),  in  ascoltarlo, 
ed  un'altra  col  Marino,  quando  egli  mi  lesse  quella  sua  spiri- 
tata descrizzion,  ch'egli  pensava  esser  di  discordia  ed  era  di 
confusione.  Per  certo  ch'io  sto  in  qualche  pensiero  di  farmi 
dar  dal  signor  Magnani  alcun  medicamento  appropriato  a  con- 
ciarmi il  cervello  in  capo,  il  quale  ho  gran  dubbio  che  mi  si 
sia  smosso  da'  suoi  gangheri  ed  uscito  fuor  de'  sesti  naturali. 

Ma  torniamo  a  proposito,  se  è  possibile.  Io  rispondo  qui 
non  ai  sentimenti  della  lettera  di  V.  S.  (che  non  gli  so),  ma 
alla  sua  incomprensibilità.  E  dico  che,  se  per  l'avvenire  Ella 
non  mi  scriverà  più  intelligibilmente  di  quello  che  ha  fatto  in- 
sino  adesso,  può  battezar  la  presente  risposta  per  ultima  delle 


(i)  Lacuna  nel  testo.  [Ed.] 


LETTERE  337 

mie,  perché  da  me  non  sarà  per  averne  altra.  Il  difetto,  ancor- 
ché sia  grandissimo,  non  è  inemendabile,  stante  l'essere  V.  S. 
giovane  e  di  tenero  ingegno.  Perché,  si  come  a  principio  esso 
germogliò  dall'impazienza,  cosi  si  può  ora  sterpare  a  poco  a 
poco  colla  tolleranza  e  colla  diligenza,  se  non  mente  l'afforismo 
che  tutti  i  contrari  si  curino  con  altri  contrari.  La  pazienza, 
signor  Giovan  Paolo  mio,  è  la  reina  di  tutte  le  virtù  umane, 
e  tristo  colui  che  n'è  privo!  Perché  senz'essa  non  si  può  in 
questa  vita  far  cosa  buona,  ma  tutte  si  fanno  pessime:  anzi  ella 
è  l'originaria  radice  di  tutti  i  nostri  vizi;  ed  a  mio  giudicio,  uno 
che  sia  un  gran  dappoco  o  un  grande  ignorante  o  un  gran 
tristo,  altro  non  è  in  sostanza  che  un  grande  impaziente.  La  qual 
verità  io  potrei  agevolmente  esemplificar  qui,  trascorrendo  per 
tutte  le  pecche  degli  uomini;  ma  questo  non  è  luogo  se  non  di 
finir  la  lettera.  Ed  acciocché  V.  S.  non  diventi  uno  de'  sopra- 
detti tre,  abbia  ora  pazienza  cosi  dell'esser  stata  da  me  ammo- 
nita come  del  sofferir  la  fatica  ch'anderà  nel  metter  in  opera  l'am- 
monizione. E  le  bacio  le  mani. 
Di  Roma,  2  d'agosto  1634. 


LXXII 

Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsini 
DUCA  DI  Santo  Gemini,  a  Nerola 

Desidera  di  non  essere  immischiato  nella  compera  che  l'Orsini  intende  fare 
di  Matera,  per  mezzo  di  monsignor  Antinori. 

Di  Roma,  3  d'agosto  1634. 


LXXIII 
Al  medesimo 
Si  scusa  della  precedente  lettera. 
Di  Roma,  io  decembre  1634. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -11. 


338  TOMMASO   STIGLIANI 

LXXIV 

Al  signor  Francesco  Balducci,  a  Montelibretti 

Gli  annunzia  che  lascerà  Roma  per  ritirarsi  a  Matera. 

Mi  scrive  V.  S.  aver  udito  per  cosa  certa  da  un  nostro  com- 
mune  amico  eh'  io  debbo  in  breve  cambiar  la  stanza  di  Roma 
con  un'altra,  ma  che  infino  a  qui  non  ho  dichiarato  quale; 
onde  con  prieghi  mi  soggiunge  che,  poiché  di  tal  mia  par- 
tenza il  termine  a  quo  (come  il  dicono  i  filosofi)  è  noto,  io  le 
notifichi  parimente  il  termine  ad  quem,  significandole  insieme  la 
cagione  di  questa  impensata  novità.  Rispondo  esser  verissimo 
ch'io  mi  parto,  e  che  si  come  il  «donde»  è  Roma,  cosi  il 
«  per  dove  »  è  Matera.  La  causa  della  deliberazione  non  è  una, 
ma  son  due:  perché  da  un  canto  m'è  venuta  oramai  troppo  a 
noia  la  lunga  ingratitudine  della  corte,  e  dall'altro  mi  s'è  troppo 
accresciuto  il  solito  desiderio  dell'abitazion  paterna,  per  rispetto 
della  mia  sopravenuta  vecchiezza,  già  bisognosa  d'agi  e  di  com- 
modi. Voglio  in  tutti  i  modi  contentar  l'onesta  inchinazion  della 
natura,  con  dare  i  miei  ultimi  giorni  a  chi  diedi  i  primi  e  con 
aver  la  sepoltura  dove  ebbi  la  cuna,  parendomi  assai  giusta  cosa 
ch'io  restituisca  le  mie  ossa  a  quel  terreno  da  cui  le  ricevetti 
e  che,  se  non  vi  son  dimorato  vivo,  vi  dimori  morto.  Almeno 
non  morrò  in  terra  strana  ed  in  mano  di  servidori,  ma  nella 
patria  ed  intorniato  dai  miei.  Oltre  che,  là  si  vive  più  commo- 
damente  colla  poca  entrata  che  non  si  fa  qui  colla  molta.  Par- 
tirò dunque,  se  sarò  vivo,  questo  prossimo  ottobre,  che  la  sta- 
gion  si  sia  raffrescata  appieno,  acciocché  invece  di  mutarsi  città 
non  si  mutasse  mondo.  Il  che  volentieri  io  paleso  a  V.  S.  non 
solo  perché  Ella  sia  soddisfatta  della  sua  dimanda,  ma  perché, 
volendo  qualche  volta  onorarmi  de'  suoi  comandamenti,  sappia 
dove  scrivermi,  infin  chea  Dio  piaccia  ch'io  finisca  questo  estremo 
avanzo  della  mia  vita.  Il  quale,  o  che  debba  esser  di  mesi  o 
che  d'anni  o  che  di  lustri,  me  ne  rimetto  interamente  alla  sua 
divina  volontà,  e  dentro  a  quella    m'acquieto  ed   in  quella  mi 


LETTERE  339 

circoscrivo  tutto  quanto,  si  come  umile  ed  ubbidiente  servo  che 
sono,   quantunque  indegno. 

Bacio  per  fine  a  V.  S.  le  mani. 
Di  Roma,  13  febbraro  1635. 


LXXV 

Al  signor  Silvio  Maggi,  a  Napoli 

Non  è  in  collera  con  lui,  per  quanto  ne  abbia  il  diritto. 

Mi  significa  V.  S.  che  la  mia  lettera  le  sia  paruta  alquanto 
gridereccia  e  crucciosa,  ed  appresso  mi  fa  veemente  instanza 
ch'io  le  dica  la  cagione  perché  io  sia  sdegnato  seco.  Al  che 
rispondo  che  non  si  può  assegnar  causa  di  quello  che  non  è 
effetto;  e  conseguentemente,  non  avendo  io  sdegno,  non  posso 
dirle  donde  il  mio  sdegno  nasca.  Poiché  del  niente  non  so 
parlar  come  se  esso  fusse  qualche  cosa,  se  bene  il  seppe  fare 
il  Coppetta  nel  suo  capitolo  di  Noncovelle ,  rubbacchiatogli  poi 
da  un  certo  Manzini.  Credo  bene  all'incontro  che,  si  come  io 
perché  non  veggo  l'originato  non  so  investigar  l'origine,  cosi 
V.  S.  perché  vede  l'origine  vorrebbe  investigar  l'originato; 
e  fingendo  d'esortar  me  ch'io  discorra  a  posteriori,  discorre 
Ella  a  priori.  Nel  che  veramente  s'inganna  e  mostra  di  non 
aver  serbata  in  mente  tutta  la  fisica,  ancorché  tutta  l'abbia  stu- 
diata, non  ricordandosi  che  l'agente  non  opera  dove  non  trova 
disposizion  di  soggetto  e  che,  quando  la  resistenza  della  ma- 
teria è  maggiore  che  non  è  l'attività  della  forma,  non  ne  segue 
produzzione.  «  Cum  sancio  sanctus  eris,  et  cum  perverso  per- 
verteris».  Parlo  con  un  filosofo,  e  filosoficamente  mi  son  la- 
sciato trasportare  a  discorrere. 

Ma  ritorno  a  favellare  spianatamente  ed  alla  schietta,  dicendo 
che,  quantunque  V.  S.  dal  suo  lato  m'abbia  dato  occasion  ch'io 
m'addiri  seco,  io  però  dal  mio  (il  quale  son  legno  verde  e 
non  m'accendo  si  facilmente  ad  ogni  vampa)  non  l'ho  mai 
fatto,  che  la  naturai  mia  mansuetudine  me  n'ha  tirato  indietro 


340  TOMMASO   STIGLIANI 

a  viva  forza.  In  virtù  della  quale,  avendo  io  attribuito  il  tutto 
più  tosto  a  mala  mia  fortuna  che  a  mancamento  di  V.  S.,  ho 
sentito  non  collera  verso  lei  ma  dispiacer  dentro  a  me  stesso. 
Le  due  dette  occasioni  sono  a  lei  note  meglio  eh 'a  me,  es- 
sendo una  l'avermi  Ella  ritardato  in  Napoli  la  sentenza  otte- 
nuta, e  perciò  fattomi  perdere  un  semestro  d'entrata;  e  l'altra 
l'avere  esercitato  poco  diligente  ministerio  intorno  ai  libri  da 
me  mandatile,  si  che  quegli  si  son  poi  venduti  a  men  prezzo 
che  non  era  la  mia  commessione,  se  pur  vogliamo  dar  nome 
di  poca  diligenza  a  quello  che  è  espressa  trasgression  d'ordine. 
Né  ammetto  in  ciò  la  scusa  che  V.  S.  adduce,  cioè  che  la 
gran  maldicenza  ed  i  maligni  uffici  de'  seguaci  del  Marino  (dei 
quali  Napoli  sta  pieno)  abbiano  cagionato  ad  essi  libri  tal  bas- 
sezza di  prezzo,  mentre  Ella  appresso  soggiunge  che  ciascun 
di  loro  n'ha  voluto  uno  per  saperne  parlare  in  male;  il  che 
dovrà  più  tosto  essere  stato  accrescimento  di  spaccio  che 
diminuzione,  essendo  più  il  numero  di  quelli  che  le  copie  me- 
desime, le  quali  non  erano  più  di  dugento.  Ora  insomma  la  con- 
clusion  sia  che  le  due  occasioni  prestatemi  da  V.  S.  non  hanno 
partorito  in  me  quel  ch'Ella  pensa,  ma  son  rimase  sterili,  che 
cosi  ho  io  voluto  che  rimangano.  E  se  ben  grido,  noi  fo  perché 
sia  stizzato  con  lei,  ma  perché  il  gridare  è  una  cosa  troppo 
naturale  in  chi  perde,  o  avaro  ch'egli  si  sia  o  liberale.  Che 
all'avaro  il  perdere  dispiace  perché  gì' impedisce  l'accumulare, 
ed  al  liberal  dispiace  perché  gì' impedisce  lo  spendere. 
Non  altro.   Le  bacio  le  mani. 

Di  Roma,  4  di  febraro  1636. 


LXXVI 

Al  signor  N.,  in  Roma 

Lo  prega  di  restituirgli  due  sue  scritture  originali,  le  quali  trattavano 
della  stampa  dei  libri. 

Di  casa  [in  Roma,  tra  il  1620  e  il  1636]. 


341 


LXXVII 
Al  signor  Rodrigo  *** 
Risposta  prima 
Esorta  l'amico  a  non  pubblicare  alcune  rime,  e  discorre  del  marinismo. 

Ho  ricevuto  la  lettera  di  V.  S.  insieme  colle  sue  rime  per 
mano  del  padre  provinzial  Conturso,  il  quale  ha  passati  meco 
a  bocca  alcuni  suoi  caldi  uffici  in  raccomandazione  d'essa  let- 
tera e  d'esse  rime,  pregandomi  che  all'una  io  risponda  e  l'altre 
consulti. 

Nella  lettera  V.  S.  s'  abbassa  insino  al  pregarmi  per  l'amor 
di  Dio  ch'io  le  dica  sinceramente  il  mio  parere  intorno  alle 
dette  poesie,  cioè  se  esse  sieno  per  riuscire  tra  le  migliori  della 
nostra  lingua  o  pur  tra  le  mediocri,  acciocché  di  qui  Ella  possa 
risolvere  a  qual  delle  due  luci  abbia  da  concederle,  se  a  quella 
della  stampa  o  a  quella  dell'incendio,  Ond'io  non  voglio  in 
modo  alcuno  tradir  tanta  confidenza  (che  non  si  convien  ad 
uom  da  bene  né  a  cristiano),  ma  farò  per  prieghi  quel  che 
soglio  far  per  usanza,  che  è  il  parlare  appunto  con  sincerità 
e  senza  simolazione;  massimamente  trattandosi  dell'opere  d'un 
giovane  (che  tale  io  credo  Ella  sia),  al  quale  i  consigli  non 
giungono  tardi,  non  gli  mancando  tempo  da  eseguir  quegli. 

La  domanda  di  V.  S.  pare  a  primo  aspetto  esser  una,  ma 
in  effetto  è  due,  o  almeno  contien  due  membri  molto  tra  sé  dif- 
ferenti. Che  altra  cosa  è  il  giudicar  se  una  poesia  sia  in  sé 
perfetta,  ed  altra  è  il  giudicar  s'ella  sia  per  ottener  nell'opinion 
del  mondo  luogo  conveniente  alla  sua  perfezzione.  A  far  l'un 
giudizio  basta  aver  finezza  di  gusto,  ma  a  far  l'altro  bisogna 
quasi  avere  spirito  di  profezia. 

Credono  alcuni  (e  di  questa  sentenza  fui  un  tempo  ancor  io) 
che  la  fortuna  non  abbia  dominio  veruno  sopra  i  lavori  del 
nostro  ingegno,  ma  che  alla  bontà  degli  scritti  sempre  segua 
di  necessità  l'applauso  di  chi  legge.  Ma  invero  essi  s'ingan- 
nano di  gran  lunga  e  m'ingannavo  io  stesso  con  loro.  Molte 


342  TOMMASO    STIGLIANI 

altre  sono  le  cagioni  estrinsiche,  le  quali  possono  impedir  la 
debita  gloria  a  chi  scrive:  la  posteriorità  de'  tempi,  la  preoc- 
cupazion  de'  luoghi,  l'abbondanza  de'  libri  buoni,  la  persecu- 
zion  de'  professori  viventi,  l'inopportuna  grossezza  o  piccio- 
lezza  de'  volumi,  gl'interessi  mercantili  de'  librai,  le  proibizioni 
de'  superiori,  e  va'  discorrendo.  Io  stimo  che  Luigi  Tansillo, 
per  esempio,  sia  miglior  poeta  lirico  che  non  è  il  Petrarca  me- 
desimo; ed  in  questa  credenza  ho  trovato  convenire  e  concorrere 
la  più  parte  di  coloro  e' hanno  (come  è  in  proverbio)  sale  in 
zucca.  Uno  n'era  il  Tasso,  benché  egli  non  communicasse  tal 
suo  senso  a  tutti,  ma  ad  alcune  persone  confidenti.  Nulladimeno 
il  Petrarca  è  famosissimo  e  celebre,  e  quest'altro  a  pena  s'ode 
nominare.  Il  che  è  avvenuto:  perché  egli  trovò  occupata  la 
sedia  con  troppo  vecchio  possesso;  perché  scrisse  in  tempo 
abbondante  di  buoni  autori,  i  quali  unitamente  il  perseguitaron 
tutti  ;  perché  gli  furono  proibite  alcune  delle  sue  più  ingegnose 
composizioni  dall'Inquisizione  ed  alcune  altre  dall' imperador 
Carlo  quinto  per  rispetti  politici  e  di  Stato;  perché  scrisse 
troppo  picciolo  volume  di  sonetti  e  di  canzoni,  il  quale  neanco 
va  da  sé,  ma  va  gravato  da  grossa  fasciucheria  di  rime  diverse. 
Oltre  che,  dopo  la  sua  morte  gli  furono  falsamente  attribuite 
alcune  sciocche  scritture,  che  diedero  compito  tracollo  al  suo 
credito;  perciocché  le  due  comedie,  che  vanno  stampate  sotto 
suo  nome,  furono  fatte  non  da  lui  ma  da  un  vicentino  igno- 
rante, e  le  Lagrime  di  san  Pietro  son  fattura  non  sua  ma  di 
Giacopo  suo  nipote.  A  queste  tante  disgrazie,  ch'egli  ebbe, 
s'aggiunga  per  sigillo  che  poi  venne  il  Marino  e  colla  sua  gar- 
bata ronchetta  gli  carpi  tutti  i  suo'  migliori  concetti  ;  non  dico 
solo  dalle  prefate  Rime  impresse,  ma  da  alcune  canzoni  e  capitoli 
non  pubblicati,  i  quali  esso  Marino  buscò  in  Nola  manoscritti. 
Questi  egli  non  si  degnò  di  sfiorare  ma,  occupandogli  intieri, 
gli  registrò  per  suoi  e  seminògli  nelle  sue  opere  tutte,  ma  più 
nel  primo  e  secondo  volume:  si  come  l'istesso  egli  ha  dapoi 
fatto  ancora  a  me  in  ambedue  le  prefate  maniere,  ed  il  mondo 
parte  da  sé  il  vede  e  parte  il  può  credere  e  conghietturare, 
se   ben   io   per  maggior  mia  cautela    ho    voluto  provarlo   più 


LETTERE  343 

chiaramente  nel  terzo  e  quarto  libro  del  mio  Occhiale.  L' istesso 
che  dico  del  Tansillo  si  potrebbe,  o  poco  meno,  dir  d'Angiolo 
di  Costanzo  ancor  esso,  il  quale  scrisse  ottimamente,  ma  sonetti 
soli  e  pochissimi,  e  toccògli   andar  co'  volumi  altrui   in  frotta. 

Ma,  tornando  al  proposito  di  V.  S.,  io  lascerò  per  ora  da 
banda  di  far  giudicio  della  bontà  intrinsica  delle  sudette  sue 
poesie  (le  quali  però  confesso  che  mi  paiono  assai  inferiori  a 
quelle  del  Tansillo  e  del  Costanzo),  e  dirò  solo  la  mia  opinione 
intorno  al  pubblicarle.  Né  si  curi  Ella  di  sapere  appieno  tutte 
e  due  le  cose,  ma  si  contenti  di  sentirne  una,  per  ischifar  displi- 
cenza.  E  primamente  le  giuro  da  galantuomo  ch'io  mi  pen- 
tisco d'aver  dato  fuori  il  Canzonier  mio,  non  ostante  ch'egli 
(come  V.  S.  sa)  abbia  pur  sortito  qualche  fama,  considerando 
che  questa  resta  inferior  di  gran  lunga  all'estreme  fatiche  che 
v'ho  durate,  e  considerando  anco  il  gran  pericolo  della  trista 
riuscita  il  qual  v'  ho  corso,  oltre  i  patiti  travagli  di  proibizioni 
ed  oltre  l'emolazioni  e  perseguitamenti  ed  inquietitudini,  che 
m'  hanno  accelerata  la  vecchiezza  per  venti  anni  avanti.  Del  mio 
Mondo  nuovo  non  dico  nulla  se  non  solo  ch'esso,  non  ostante 
l'essere  senza  paragon  più  dilettevole  che  '1  Canzoniero,  può  tut- 
tavia star  suppresso  e  non  ristamparsi  né  correre  per  le  bot- 
teghe, cotanto  sopra  di  lui  si  prevale  la  quotidiana  maledicenza 
de'  marinisti.  I  quali  miei  trapassati  infortuni  ed  incontrati  in- 
toppi mi  rattengono  ancora  cosi  dubitoso,  che  perciò  io  soprasto 
a  non  dare  in  luce  l'altre  mie  cose  poetiche,  che  forse  son  più 
mature  e  più  plausibili  che  le  prime;  se  bene  pur  publicherò 
in  breve  la  Replica  fatta  all'Aleandri  e  compagni  e  l'altre  opere 
dogmatiche,  perché  son  cose  composte  in  prosa  e  perché  mi 
v'  induce  la  necessità  del  difendere  la  mia  riputazione. 

Diceva  il  nostro  paesano  Orazio  che  quel  primo  navigante, 
il  quale  avventurò  la  sua  vita  in  mare,  doveva  avere  il  cuore 
armato  d'insensata  quercia,  anzi  di  triplicato  bronzo.  Ed  io 
soglio  dire  che  quell'autore,  il  qual  non  teme  la  stampa  come 
cosa  formidabilissima,  non  ha  sentimento  in  capo  ma  è  stolido 
del  tutto.  Molti  furono  stimati  eccellenti  prima  ch'imprimessero, 
e   poi   coir  impressione   si   vituperarono;    de' quali  uno  è,  per 


344  TOMMASO    STIGLIANI 

esempio,  oggidì  l' Achillini,  le  cui  Rime  sono  nel  medesimo  tempo 
uscite  di  torcalo  ed  uscite  di  credito.  Questa  è  quella  spaven- 
tevole pietra  di  paragone,  la  quale  da  ognuno  si  de'  fuggire 
come  se  fusse  pietra  di  scoglio.  Chi  non  ha  oro  sopraffino, 
non  le  s'accosti;  e  chi  anco  l'ha,  pur  le  stia  lontano.  Perché 
se  '1  vulgo  overo  i  potenti  vorranno  che  quello  sia  alchimia,  pur 
sarà  e,  se  non  sempre,  almeno  durante  la  vita  degli  scrittori 
e  de'  censori  loro.  Troppo  è  casuale  la  piega  dell'opinion  popo- 
lare e  degli  imperiti,  e  troppo  è  violenta  ed  indiscreta.  S'asso- 
miglia appunto  al  torrente  che  corre,  il  quale  non  tratta  meglio 
gli  scrigni  pieni  di  gioie  di  quel  che  si  faccia  i  zocchi  fracidi, 
ma  involve  sottosopra  in  un  fascio  le  cose  preziose  colle  vili 
e  communi. 

Questi  si  fatti  pericoli  se  fussero  stati  ben  considerati  da 
coloro  a  cui  toccano,  non  sarebbe  cresciuto  in  infinito  il  nu- 
mero de'  versificatori  italiani  come  il  veggiamo  essere.  Che,  per 
mia  fé,  non  è  città  in  Italia  da  cento  anni  in  qua,  non  terra,  non 
castello,  non  villa,  non  borgo,  il  quale  non  abbia  i  suoi  poeti  che 
tutto  il  di  scrivono  rime  ed  epopee  e  tragedie  pastorali  e  le  stam- 
pano. Onde  i  libri  son  moltiplicati  si  smisuratamente  e  si  fuor 
d'ogni  termine,  che  solo  a  far  catalogo  de'  nomi  non  baste- 
rebbe un  grossissimo  tomo  simile  al  Codice  legale.  E  la  fama 
de'  lombardi  non  giunge  in  Toscana  e  quella  de'  toscani  non 
si  stende  al  Tevere,  né  di  molti  accademici  romani  arriva  la 
nuova  a  Napoli,  il  quale  ancor  egli  tien  relegata  dentro  al  giro 
delle  proprie  muraglie  la  nominanza  de'  suoi  poetucoli  vani. 
E  lo  stesso,  ch'avviene  in  Regno  alla  città  madre,  avviene  alle 
città  figliuole,  se  pur  non  peggio.  Taccio  di  Sicilia  e  di  Sar- 
digna  e  di  Corsica,  isole  tutte  attenenti  alla  nazion  nostrale  e 
che  nostralmente  parlano  ed  iscrivono,  dove  i  verseggianti  son 
tanto  incogniti  che,  non  che  l'uno  non  conosca  l'altro,  ma  ap- 
pena ciascuno  conosce  se  medesimo.  Atalché  tutto  lo  scrivere 
poetico  d'Italia  altro  non  viene  ad  essere  ch'uno  ampio  abisso 
d' oblivione  ed  uno  interminabile  oceano  di  dimenticanza  e  di 
disprezzo.  I  quali  inconvenienti  hanno  cagionato  che  '1  mondo 
s'è  talmente  stufo,  talmente  sazio  e  talmente  svogliato,  che  né 


LETTERE  345 

meno  legge  gli  scrittori  buoni  e  i  valenti,  con  tutto  che  gli  senta 
spesso  lodar  da  chi  ha  giudicio,  perché  «  Stomaco  turbato  abor- 
risce il  zucchero  »  e  «  Cane  scottato  teme  l'acqua  fredda  ».  Tra 
i  quali  valenti,  dato  ancora  che  V.  S.  fusse  uno,  pur  corre 
dubbio  d'andarne  alle  fardelle  se  stamperà;  né  le  torna  conto 
il  gir  di  sua  volontà  a  pigliar  un  vilipendio:  che  non  avrebbe 
poi  di  chi  lamentarsi,  salvo  di  sé,  se  urtasse  in  isciagura.  Poiché, 
quando  uno  va  spontaneamente  a  cozzar  col  capo  in  una  parete, 
non  è  la  pietra  che  gli  rompe  la  testa,  ma  è  egli  che  si  rompe 
la  testa  nella  pietra. 

Un  tempo  i  lettori  si  contentarono  d'una  lettura  non  cattiva, 
poi  volsero  eccellenza,  appresso  desiderarono  maraviglie,  ed 
oggi  cercano  stupori  ;  ma,  dopo  avergli  trovati,  gli  hanno  anco 
in  fastidio  ed  aspirano  a  trasecolamenti  ed  a  strabiliazioni.  Che 
dobbiamo  noi  fare  in  cosi  schivo  tempo  ed  in  cosi  delicata  età 
e  bizarra,  il  cui  gusto  si  è  tanto  incallito  e  tanto  ottuso  che 
oramai  non  sente  più  nulla?  Apunto  non  istampiamo  nulla,  ma 
stiamcene  in  riposo,  mentre  ogni  buona  fatica  è  perduta.  E  dico 
«  buona  fatica  »,  perché  mi  par  di  vedere  che  questa  soverchia 
delicatezza  del  secolo  si  vada  a  poco  a  poco  convertendo  in 
totale  stupidezza  e  pazzia,  mentre  egli  insieme  col  non  gradir 
gli  scritti  perfetti  gradisce  gli  affettati  e  gl'idioteschi,  cotanto 
in  lui  prevale  il  cieco  desiderio  che  tien  di  novità.  Io  intendo 
non  solo  di  quel  poetar  ridicolo  che '1  Marino  chiamava  «  stile 
metaforuto  »,  e  che  dopo  la  publicazion  delle  sue  prime  rime  fu 
sua  seconda  maniera,  e  nel  quale  egli  ha  avuto  molti  moderni 
versificatori  che  con  notabile  piggioramento  l'hanno  immitato; 
ma  ancora  di  quel  prosare  in  romanzi  con  locuzion  monca  e 
storpiata,  che  ultimamente  s'è  introdutto  e  messo  in  uso  da  alcuni 
giovani  cervellini  e  bisbetici.  Del  qual  modo  di  prosa  è  stato 
cosi  origine  e  capo  l'autor  del  Coralbo  e  dL.é\[2i  Donzella,  come 
del  detto  poetare  fu  capo  il  Marino;  ancorch'io  non  nieghi 
ch'essi  due  fondatori  sarebbono  per  sé  stati  tollerabili  in  qualche 
parte,  se  i  succedenti  seguaci  triviali  non  avessero  poi  troppo 
bruttamente  avvilita  l'una  via  e  l'altra  con  deteriorarne  la  frase  e 
con  guastarne  la  dicitura.  Di  queste  due  squadre  di  schiccheranti 


346  TOMMASO    STIGLIANI 

i  primi,  che  sono  i  versificatori,  hanno  potuto  per  ora  ap- 
presso al  vulgo  scavalcare  il  Petrarca  e  '1  Casa  e  '1  Bembo  e 
gli  altri  somiglianti  ;  ed  i  secondi,  che  sono  i  romanzieri,  hanno 
potuto  far  dismettere  la  lettura  de'  migliori  libri  vecchi  di  ca- 
valleria, valendo,  verbigrazia,  più  una  meza  carta  d' Amadis 
di  Gasila  che  non  vagliono  tutti  insieme  quei  loro  sciagurati 
scartabelloni.  Chi  crederebbe  mai  un  si  strano  portento?  E  pure 
il  veggiamo  vivamente  esser  vero  e  realmente  essere  avvenuto. 
La  qual  doppia  corrottela  di  gusto,  quantunque  sia  non  poco 
mostruosa,  è  nata  però  nel  secolo  non  senza  la  sua  naturai 
cagione.  Perciocché,  si  come  la  grande  inappetenza  delle  donne 
gravide  suole  alle  volte  degenerare  in  falsa  volontà  di  mangiar 
carboni  o  calcina  o  creta  o  simili  altre  porcherie  (e  questa  è 
l'infermità  chiamata  da'  medici  «  cissa  »),  cosi  la  strema  sa- 
zietà de'  nostri  lettori,  per  vaghezza  di  variar  pastura,  s'è  con- 
vertita in  un  matto  appetito  di  leggere  spropositi. 

Nondimeno  io  non  credo  che  ciò  sia  per  durar  molto.  I  mali 
di  questo  mondo  son  della  natura  de'  beni.  Nessuno  è  perpetuo, 
ma  tutti  son  caduchi  e  di  corta  durata,  ma  tanto  più  quando 
essi  sieno  violenti.  Succederanno  i  nostri  posteri  e,  ridendosi 
di  noi  e  de'  nostri  abusi,  riconosceranno  finalmente  i  carboni 
per  carboni  ed  il  pan  per  pane.  Ma  che  dico  io?  Troppo 
termine  ho  assegnato  a  quest'emenda  del  secolo.  Essa  sarà  pur 
fatta  più  tosto  da  chi  ha  commesso  il  peccato  che  da  chi  non 
v'ha  colpa  e  non  è  nato  ancora.  La  vertigine  degli  occhi  cor- 
porali (la  quale  è  infermità  che  fa  travedere)  non  costuma 
d'andar  molto  in  lungo.  Tale  sarà,  spero,  la  vertigine  delle 
menti  moderne,  le  quali  non  sempre  lasceranno  abbagliarsi 
ed  ingannare  dal  concorso  ed  esempio  de'  vani  pedanti  e  de' 
giovanetti  e  de' poetastri  ;  che  da  queste  tre  fogge  di  lettori 
s' origina  veramente  tutto  l'odierno  spaccio  de' pre fati  ghiribizi. 
Cosi  noi,  piacendo  a  Dio,  non  saremo  scherniti  dalla  età  futura, 
e  le  gaglioffe  operacce  prenominate  non  sopraviveranno  agli 
autori  loro. 

Ora  dunque,  per  venir  dalle  digressioni  allo  ultimato  con- 
cludere, sia  il  non  istampare   il  nostr' unico   rimedio,    com'io 


LETTERE  347 

diceva,  ed  il  nostr' unico  partito  contra  i  correnti  disordini. 
Questo  solo  consiglio  è  buono  e  questo  io  do  a  V.  S.  nella 
sua  dimanda,  poiché  Ella  me  n'ha  tanto  instigato  non  solo 
coi  prieghi  della  sua  lettera  ma  coll'intercession  vocale  del 
padre  provinziale  sopradetto;  perché  altrimenti  io  mi  sarei  ta- 
ciuto, come  altre  volte  ho  fatto  ad  altri  richiedi  tori  in  somi- 
glianti occasioni.  Il  qual  mio  consiglio  può  da  V.  S.  essere  sti- 
mato fedele  e  cordiale  (quale  appunto  Ella  dice  che  '1  brama), 
mentre  io,  avanti  che  lo  dia  a  lei,  lo  prendo  per  me  col  non 
dar  più  fuori  nulla  di  poetico.  Accettilo,  signore,  l'accetti  con 
altretanto  amico  consenso  con  quanto  buona  volontà  io  lo  porgo. 
Facciamoci  pur  cauti  colla  ruina  di  tanti  sventurati,  né  vogliamo 
imparare  a  nostre  spese  ove  il  potemo  fare  a  costo  d'altri  ;  che 
per  certo,  quando  gli  sperimenti  son  dubbiosi  e  di  rischio,  più 
saggio  è  colui  che  crede  per  non  voler  provare,  che  non  è  colui 
che  prova  per  non  voler  credere.  Finisco  e  per  fine  le  bacio 
le  mani. 

Di  Matera,  4  di  marzo  1636. 


LXXVIII 

Al  medesimo 

Risposta  seconda 

Intorno  allo  stesso  argomento. 

Mandommi  V.  S.  le  sue  rime  con  una  lunga  lettera,  pre- 
gandomi a  veder  quelle  ed  a  dargliene  parere,  cioè  se  esse  fus- 
sero  per  conseguire  alcun  de'  primi  luoghi  nella  nostra  lingua 
o  pur  fussero  per  restare  in  alcun  degli  ultimi.  Alla  qual  let- 
tera io  feci  una  risposta  che,  per  quanto  io  stimo,  poteva  pie- 
namente bastare.  Di  nuovo  V.  S.  mi  replicò  con  un'altra  più 
lunga,  dicendo  desiderar  ch'io  le  parlassi  più  chiaramente  e  con 
prove.  A  questa  seconda  io  non  risposi.  Ma  ultimamente  mi 
veggo  da  V.  S.  venir  la  terza,  inviatami  per  uomo  a  posta,  il 
quale  (per  tal  segnale)  io  ho  pagato  del  mio.  L'ho,  dico,  pagato. 


348  TOMMASO    STIGLIANI 

più  per  levargli  l'occasion  di  mormorar  centra  lei  che  perché 
io  creda  ch'Elia  non  l'abbia  soddisfatto,  come  pur  pare  ch'egli 
borbotti;  che  già  non  m'è  incognita  l'ingorda  costuma  di  questi 
pedoni,  che  vogliono  poter  carpir  da  più  bande.  La  qual  terza 
scrittura  di  V.  S.  mi  fa  tuttavia  nuove  instanze  ch'io  discorra 
con  più  lucidezza  e  con  allegar  le  ragioni,  sfidandomi  quasi  ad 
aperta  disputa.  Ma  essa  scrittura  è  tanto  più  prolissa  dell'altre 
due  prime  che,  essendo  di  quattro  interi  fogli,  perde  il  nome 
di  lettera  ed  acquistalo  di  trattato.  Nella  quale,  oltre  le  perpetue 
deviazioni  e  trabalzi  ch'aflfogano  il  principal  soggetto  e  fanno 
dimenticarlo,  il  parlar  per  tutto  in  lode  di  sé  ed  in  detrimento 
degli  altri  è  il  minor  difetto  che  vi  sia.  Io  veramente  per  le 
mie  continove  occupazioni,  cosi  di  studi  come  di  cura  dome- 
stica, non  posso,  signor  Roderigo  mio,  attendere  a  leggende, 
né  far  con  V.  S.  quelle  repliche  e  contrarepliche  e  bisrepliche 
le  quali  altri  forse  farebbe.  Tanto  meno,  non  avendone  Ella  bi- 
sogno, mentre  la  seconda  risposta,  che  vorrebbe,  si  contien  sof- 
ficientemente  nella  prima,  la  quale  è  simile  alla  mandola  che 
sotto  una  cosa  n'asconde  un'altra,  o,  per  dir  più  proprio,  s'as- 
somiglia all'ampolla  di  cristallo  che  fuori  mostra  di  che  dentro 
sia  piena. 

E  corpe  potev'io  parlar  con  V.  S.  più  chiaramente  di  quel 
che  feci,  mentre  dissi  che  le  sue  rime  mi  parevano  inferiori 
assai  a  quelle  del  Tansillo  e  del  Costanzo,  e  che  io  non  dicevo 
più  avanti  per  non  le  recar  dispiacere?  Questa  parola  «  assai  », 
la  quale  io  usai  per  significar  tutta  quella  distanza  che  si  trova 
essere  dal  grado  supremo  all'infimo,  doveva  interpretarsi  dal 
discreto  intendimento  di  V.  S.  e  non  da  me,  per  non  essere  il 
dovere  che  chi  avea  fatto  il  testo  facesse  ancora  l'odioso  com- 
mento, non  costumandosi  fra  coloro  e' hanno  termine  di  civiltà 
il  dire:  «  Questa  cosa  non  vai  niente  ». 

Ora  dunque  di  simil  qualità  (per  liberarmi  in  una  parola) 
son  le  poesie  di  V.  S.,  e  niente  apunto  vagliono  secondo  il 
picciolo  mio  giudicio.  Poiché  in  esse  non  si  vede  ordine  alcuno, 
non  facilità,  non  dolcezza,  non  arguzia,  non  ispirito,  non  os- 
servanza di  grammatica,  né  cosa  altra  di  dilettoso  o  d'attrattivo: 


LETTERE  349 

a  segno  tale  che,  se  io  per  questa  volta  non  m'avessi  da  Giobbe 
fatto  imprestare  la  sua  pazienza,  non  avrei  potuto  leggere  una 
carta,  come  l'ho  lette  tutte.  Il  qual  mio  giudicio,  non  attribuendo 
a  se  medesimo  autorità  se  non  poca  e  scarsa,  volse  da  prin- 
cipio palesare  a  V.  S.  la  sua  sentenza  non  altrimenti  che  fa- 
sciata e  ravvolta  in  cortese  velo  di  buona  creanza.  Velo  però 
tanto  trasparente  ch'esso  non  poteva  impedire  altrui  la  veduta, 
purché  vi  fussero  stati  occhi  spassionati  e  non  innamorati  allo 
specchio.  Ha  voluto  V.  S.  onninamente  ch'io  le  favelli  a  let- 
tere, come  si  dice,  di  scatola;  ed  io  la  contento  a  pieno.  Poiché 
gli  amici  si  debbono  servire  non  in  altro  modo  che  solo  in  quello 
nel  quale  essi  vogliono  esser  serviti,  se  il  servigio  ha  da  esser 
servigio  e  non  dispetto.  V.  S.  vede  ora  ch'io  ragiono  seco  con 
quella  libertà  e  schiettezza  la  qual  da  lei  si  desiderava,  e  che 
punto  non  la  gabbo.  Non  si  faccia  Ella  gabbare  all'incontro 
costi  in  Andria  da'  compatrioti,  che  con  tanti  supremi  encomi 
lodano  e  magnificano  esse  poesie,  come  da  lei  mi  s'accennò 
nella  prima  sua  lettera  e  nella  seconda,  e  come  al  presente  mi 
si  riconferma  più  a  lungo  in  quest'ultima.  I  quali  lodatori  pae- 
sani, quantunque  in  cotesta  patria  sieno  di  varie  stirpi,  io  credo 
nondimeno  che  tutti  abbiano  stretta  parentela  colla  famiglia 
maggiore  e  più  numerosa,  la  quale,  per  quanto  intendo,  si  chiama 
casa  Volponi.  Che  a  questo  s'abbattette  casualmente  ad  alludere 
il  preallegato  Orazio,  quando,  in  proposito  d'avvertire  i  poeti 
giovani  a  non  credere  ad  ogni  ricevuta  lode,  disse  per  conclusion 
della  sua  Poetica: 

Si  carmina  condes, 
nunqiiani  te  fallant  animi  sub  vulpe  latentes. 

Con  tutto  ciò,  non  è  forse  tanto  pericoloso  all'uomo  l'in- 
ganno d'altri  quanto  gli  è  l'inganno  proprio.  Onde  di  nulla 
gioverebbe  a  V.  S.  ch'Ella  ponesse  mente  alla  sincerità  mia 
ed  alla  doppiezza  de'  sopranominati  approvatori,  quando  poi 
si  lasciasse  persuader  dalla  stima  di  se  medesima.  Ben  voglio 
io  che  V.  S.  fugga  le  false  acclamazioni  degli  adulatori  estrin- 
seci, ma  insieme  richieggio  ch'Ella  con  molta  più  avvertenza 


350  TOMMASO    STIGLIANI 

e  cautela  schivi  le  dolci  lusinghe  di  quella  adulatrice  interna 
che  è  la  propria  affezzione,  della  quale  non  può  l'uomo  aver 
consigliera  più  fallace  o  più  mortale.  Questa  sola  è  quella  micidial 
sirena,  che  nel  mar  della  vita  umana  può  far  naufragar  le  merci 
delle  nostre  azzioni  e  cadérle  al  fondo  d'ogni  estrema  miseria. 
Al  cui  soave  canto  di  leggieri  il  nostro  conoscimento  s'addor- 
menta, se  con  cera  di  prudenza  non  gli  s'otturano  gli  orecchi 
del  consenso.  La  favola  antica  di  Narciso  (per  altro  favola,  ma 
per  la  sua  preziosa  moralità  istoria  d'oro)  ci  dimostra  eviden- 
temente l'infelice  fine  di  chi  troppo  ama  le  sue  cose.  Che  lo 
stimarsi  da  sé  e  l'aversi  caro,  bene  è  naturale  instinto  in  tutti 
gli  animali;  ma  nell'uomo  deve  essere  insino  ad  un  certo  ragio- 
nevol  segno  e  non  oltre:  altrimenti  si  cade  in  pazza  superbia 
ed  in  ridicola  arroganza  e  si  vien  favola,  appunto  come  ac- 
cadde al  detto  Narciso. 

In  quanto  al  voler  V.  S.  ch'io  di  parte  in  parte  renda  ragion 
del  mio  parere,  le  rispondo  ch'io,  come  dissi  di  sopra,  non 
ho  tempo  da  gettare.  E  tempo  gettato  mi  parrebbe  il  disputar 
dove  non  si  ha  speranza  veruna  d'imparare;  massimamente  che 
da  principio  io  fui  sopra  questa  materia  eletto  da  V.  S.  a  de- 
cidere come  giudice,  ed  ora  son  citato  ad  esaminarmi  come 
testimonio,  con  risico  ancora  d'avere  a  poco  a  poco  a  calar 
tanto  che  finalmente  sia  accusato  come  reo.  Per  la  qual  cosa 
a  tempo  mi  disbrigo  e  mi  ritiro,  perché  non  debbo  aspettare 
quel  che,  venendo,  mi  noierebbe.  Se  vorrà  V.  S.  comandarmi 
qualche  altra  cosa,  basterà  un  corto  cenno  di  quattro  sue  righe, 
ma  non  mi  scriva  più  sopra  il  giudicar  le  sue  composizioni,  che 
insino  da  ora  io  mi  protesto  di  non  averle  a  risponder  parola. 
Perciò,  per  finire  affatto  la  prattica,  le  rimando  incluse  nella  pre- 
sente lettera  esse  scritture,  si  come  Ella  per  l'ultima  sua  m'ha 
richieduto  ch'io  faccia,  con  notificarmi  non  averne  altra  copia; 
benché  me  n'abbia  ricerco  con  si  gelosa  fretta  e  con  si  sollecito 
incalzamento,  che,  a  dire  il  vero,  la  cosa  non  meritava  in  sé 
la  metà  della  paura  che  vi  s'è  mostrata.  Se  pur  V.  S.  non  l'ha 
fatto  acciocché  appresso  di  me  non  restasse  una  autentica  te- 
stimonianza della  verità  del  mio  parlare:  che,  in  tal  caso,  io  non 


LETTERE  351 

le  darei  torto,  anzi  direi  ch'Ella  avesse  piena  ragione,  e  ne 
terrei  la  sua  persona  per  da  molto  più  che  non  tengo,  perché 
da  ciò  argomenterei  in  lei  non  poca  conoscenza  del  valor  proprio. 
Godasi  pur  V.  S.  i  suoi  componimenti  da  se  sola,  ch'io  non 
son  tanto  discortese  che  gliene  invidi  il  diletto  e  che  ardisca 
di  rivalizar  con  lei.  Ben  l'ammonisco  che  qualvolta  vorrà  va- 
gheggiargli, legga  prima  quel  savio  apologo  d'Esopo,  nel  quale 
si  parla  dell'amicizia  che  la  scimmia  contrasse  col  lione,  e  della 
promessa,  a  lei  da  quel  fatta,  di  non  ucciderle  i  suoi  bei  figliuo- 
letti quandunque  per  la  selva  gli  rincontrasse;  che  forse  V.  S., 
veduto  quello  che  occorse,  imparerà  più  agevolmente  dall'essem- 
pio  de'  bruti  che  non  ha  fatto  da  quel  degli  uomini.  Nel  qual 
caso,  spero  ch'Ella,  illuminata  di  qualche  conoscimento,  s'ac- 
corgerà che  l'arti  si  vogliono  prima  studiare  e  poi  professare, 
e  cosi  si  rincaminerà  per  miglior  via:  onde  le  mie  parole, 
eh' a  prima  udita  le  saranno  parute  aspre  e  severe,  pigliate  per 
lo  lor  verso  le  parranno  soavi  e  caritative.  Poiché  la  verità 
nel  suo  diritto  è  dolce  e  nel  suo  roverso  è  amara.  E  per  fine 
le  bacio  le  mani. 

Di  Matera,  15  di  maggio  1636. 


LXXIX 

Al  signor  cavaliere  fra  Muzio  Passalacqua 

Si  congratula  con  lui  per  avergli  il  viceré  di  Napoli  conferito  il  governo 

di   Cosenza. 

Di  Matera,  25  novembre  1636. 

LXXX 

Al  signor  don  Tiberio  Carrafa  principe  di  Bisignano, 

A  Napoli 

Lo  prega  di  fargli  ottenere  giustizia  contro  d'un  suo  debitore. 
Di  Matera,  3  di  gennaio  1638. 


352  TOMMASO    STIGLIANI 

LXXXI 

Alla  signora  baronessa  di  Montescaglioso 
D'una  finta  ossessa,  da  lui  smascherata. 

Un'ora  dopo  l'essere  arrivata  la  lettica  con  che  V.  S.  illu- 
strissima manda  a  pigliare  il  signor  Gian  Giacomo  e  me,  m'è 
sopraggiunto  un  pedone  con  una  nuova  lettera  di  lei,  nella 
qual  mi  s'impone  ch'io  vegga  d'accordar  quel  prete  forastiere 
che  dicono  essere  esorcista  e  lo  meni  costà  con  noi.  S'io  vengo 
non  posso  fare  il  servigio,  e  se  fo  il  servigio  non  posso  venire, 
non  conoscendo  il  prete  e  bisognando  informarmi  di  lui  ed  abboc- 
carmivi;  nel  che  si  consuma  un  giorno  o  due  di  tempo.  Ma, 
a  parlar  più  apertamente,  la  principal  cagione  che  mi  ritien  di 
non  venire  si  è  il  pericolo  delle  strade  cattive,  ed  in  particolare 
di  cotesta  salita  di  Montescaglioso,  facilissima  a  convertirsi  in 
discesa,  ora  che  '1  cielo  è  acquoso  e  la  terra  è  inzuppata  e  che 
quanto  piove  di  sopra  tanto  fangheggia  di  sotto.  So  che  V.  S. 
illustrissima  non  vuol  servidori  morti,  perché  i  si  fatti  son  disu- 
tili, ma  li  vuol  vivi  a  fine  che  se  ne  possa  valer  nell'occorrenze; 
onde  credo  che  non  le  dispiacerà  ch'io  cerchi  di  conservarmi 
per  lei  ed  anco  per  me. 

Adunque  per  ora  verrà  il  signor  Gian  Giacomo  solo,  la  cui 
venuta  è  per  negozio  che  non  patisce  dilazione;  ed  io,  che  veniva 
per  semplice  spasso,  resterò  ad  eseguire  il  detto  comandamento: 
il  qual  eseguito,  ne  ragguaglierò  V.  S;  illustrissima,  ad  effetto 
ch'Ella  possa  di  nuovo  rimandar  la  lettica  a  levar  me  e'I  sacer- 
dote. La  qual  mia  restata  non  solo  è  giovevole  a  V.  S.  illu- 
strissima, perché  per  essa  avrà  il  servigio;  ma  torna  non  manco 
opportuna  al  signor  Gian  Giacomo  di  quel  che  torni  a  me.  A  lui 
si  minora  il  pericolo,  dovendo  il  mancamento  del  mio  peso  alleg- 
gerirgli la  lettica,  ed  a  me  si  dà  spazio  d'aspettar  che  si  sereni 
il  tempo  e  si  rasciughino  le  vie;  ed  oltracciò,  lo  scongiuratore 
verrà  più  contento  dentro  ad  essa  lettica  che  non  verrebbe  sopra 
un  cavallo. 


LETTERE  353 

Presso  a  poco  io  m'immagino  chi  sia  la  persona  perla  qual 
V.  S.  illustrissima  vuol  costui;  che  è  quella  giovane  magra  e 
sgroppata,  tuttoché  nel  resto  non  sia  brutta,  colla  quale  più 
volte  io  mi  ricordo  aver  parlato.  Questa  io  stimo  più  tosto  furba 
che  spiritata,  mentre,  essendo  sanissima  e  potendo  vivere  di 
fatica,  vive  di  limosina  ed  usa  il  demonio  per  capital  della  sua 
industria.  Nella  qual  mia  credenza  tanto  più  mi  confermo  quanto 
che,  un  pezzo  fa,  ne  vidi  costi  una  sensata  sperienza  in  quella 
piazza  che  è  davanti  a  Sant'Angiolo  de'  benedettini.  Questa  fu 
che,  stando  ella  inginocchiata  ai  pie  d'un  monaco  vecchio,  che 
per  lo  spazio  d'un  ora  continova  l'aveva  esorcizata  in  quel 
luogo  per  non  aver  potuto  tirarla  in  chiesa,  io  me  l'accostai  in 
presenza  del  popolo  che  v'era;  e,  mostrandole  chiuso  il  pugno 
destro,  dentro  al  qual  teneva  ascosa  una  persica,  le  dissi  for- 
temente: —  Bacia,  maladetto  spirito,  questa  sagra  reliquia  ch'io 
ho  qui  in  mano.  —  Al  che  ella,  con  aguzzar  gli  sguardi  e  con 
innarcar  le  ciglia  e  farsi  deforme,  rispose  da  parte  del  diavolo: 
—  Signor  no,  che  non  la  vo'  baciare,  perché  non  amo  le  cose 
sante.  —  Almeno  —  replicai  io  —  indovinami  di  chi  essa  sia  reli- 
quia. —  Questa  è  —  disse  ella  —  un  osso  di  sant'Angiolo.  —  Oh 
buono!  —  ripresi  adir  io.  —  Se  tu  fussi  demonio,  saperesti  che 
gli  angioli  non  hann'ossa,  poiché  angiolo  saresti  tu  medesimo, 
se  ben  de'  neri.  Ma  tu  realmente  non  sei  altri  che  quel  che  si 
vede,  cioè  una  femminuccia,  ignorante  si,  ma  maliziosa,  la 
quale,  o  per  non  lavorare  o  per  altri  tuoi  disegni  e  rispetti,  t' in- 
fìngi indemoniata.  Che  ciò  sia  vero,  ravvediti  che  questa  non 
pur  non  è  reliquia  di  sant'Angelo,  ma  né  meno  è  reliquia,  ma 
è  una  frutta  d'albero.  —  Ed  in  cosi  dire  apersi  la  mano  e  mostrai 
la  bicoccola. 

Il  popolo,  che  della  sciocca  divinazion  dell'osso  avea  da  prima 
cominciato  a  ridere,  quando  vide  la  persica,  rinforzò  maggior- 
mente il  riso,  ed  alcuni  fanciulli  proruppero  a  liete  grida  non 
senza  qualche  fischio.  Il  monaco,  che  veramente  era  sant'uomo, 
ma  semplice  ed  oltra  modo  austero  e  zelante,  vedendosi  da  me 
interrotto  e  tenendosi  per  tanto  ridere  mezo  burlato  ancor  esso, 
disse  verso  me,  ma  cortesemente:  —  Signore,  le  cose  di  Dio  non 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -u.  23 


354  TOMMASO    STIGLIANI 

si  vogliono  schernire  né  vilipendere.  —  Queste  —  risposi  io,  — 
padre  mio,  non  son  cose  di  Dio,  ma  del  diavolo;  e  però  io  le  beffo. 
Overo,  se  non  son  del  diavolo,  neanco  son  di  Dio,  ma  son 
di  nessuno,  perché  son  nulla,  cioè  mere  fraudi  di  costei;  e  però 
io  le  sprezzo.  —  Ed  egli  mi  soggiunse,  pur  con  carità  e  con 
ansiosa  paura  dell'onor  mio:  —  Vadasene,  di  grazia,  V.  S.  per 
suo  meglio,  acciocché  questo  folletto,  adiratosi,  non  le  rinfacciasse 
in  pubblico  qualche  segreta  colpa,  come  spesso  la  mala  spezie 
suol  fare,  la  quale  è  altrettanto  nemica  della  nostra  fama  quanto 
ella  è  della  nostra  salute.  Ed  io  ne  ho  veduti  esempi  più  d'uno.  — 
A  questo  io  risposi  sorridendo  :  —  Per  grazia  di  Dio  io  non  ho 
di  che  temere,  perché,  se  ben  son  peccatore,  non  ho  fatte  già 
mai  cose  vituperose.  E  quando  fatte  l'avessi,  qui  non  è  chi  me 
le  sapesse  rimproverare,  non  ci  essendo  diavoli,  ma  solo  uomini 
che  non  sanno  indovinar  l'occulto.  —  Mentre  io  cosi  parlava, 
arrivò  il  portinaro  in  fretta  a  chiamare  il  sacerdote  da  parte  del 
padre  abbate;  ed  egli,  partitosi,  lasciò  imperfetta  la  sua  opera 
e  mozzato  il  ragionamento  meco. 

Io,  restato  là  fuori  colla  gente,  volevo  di  nuovo  rattaccar 
parlamento  colla  donna.  Ma  ella,  che  già  s'era  levata  in  piedi, 
prevenendomi,  gridò  contra  di  me  tutta  crucciosa:  —  Se  tu  non 
te  ne  vai  tosto,  io  uscirò  del  corpo  di  costei  ed  entrerò  addosso 
a  te.  —  Piano  —  dissi  io,  —  messer  diavolo,  e  senza  collera,  dapoi- 
ché  pur  vuoi  ch'io  creda  che  tu  qui  sia,  non  ostante  ch'io  sap- 
pia che  non  ci  sei.  Io  ho  fatto  partir  quel  severo  ministro  che 
è  tanto  tuo  nemico  e  che  tanto  ti  flagella,  poiché  del  sicuro  non 
per  altro  che  per  causa  mia  egli  sarà  stato  richiamato  in  mo- 
nasterio;  e  tu  per  rimerito  mi  vuoi  offendere?  Questa  è  una 
ingratitudine  manifesta.  Con  tutto  ciò,  io  mi  contento  che  tu  mi 
spiriti,  purché  prima  m'ascolti  una  parola  segreta.  —  La  giovane, 
alquanto  raumiliatasi,  mi  sporse  un'orecchia;  ed  io  avvicinan- 
domi dissi  pianamente,  che  nessun  mi  senti  se  non  ella  sola: 
—  Farfarello  mio,  questa  donna  dentro  alla  qual  tu  abiti  mi  piace 
assai,  e  vorrei  che  tu,  avanti  ch'eschi  fuor  di  lei,  me  l'accordassi 
ad  acconsentirmi;  il  che  sarebbe  con  sua  buona  mancia  e  con 
obbligazione  a  te.  —  A  questa  richiesta  la  femmina,  risdegnatasi 


LETTERE  355 

più  che  prima,  alzò  la  voce  gagliardamente,  dicendomi:  —  Oh 
che  bella  coscienza  d'uomo  attempato!  voler  commettere  di- 
sonestà con  una  povera  spiritata!  Va'  pure  a  far  l'ufficio  tuo 
al  qual  manchi,  ed  il  quale  è  lo  stare  in  chiesa  a  dir  paterno- 
stri. —  Anzi  sei  tu  —  gli  rimbeccai  io  —  che  manchi  al  tuo  ufficio, 
il  quale  è  di  tentare  i  fedeli.  Poiché  io  voglio  far  peccato  per 
mezo  tuo,  e  tu  mi  predichi  la  coscienza.  Or  da  quando  in  qua 
i  diavoli  son  diventati  divoti  ed  esortano  a  far  bene?  Insomma, 
se  tu  sei  spirito,  sei  spirito  goffo  in  sopremo  grado;  e  se  tu 
sei  donna,  pur  sei  goffa  tuttavia.  Ma  perché  gli  spiriti  son  sem- 
pre astutissimi  e  le  donne  alle  volte  possono  esser  pazze,  io 
torno  a  riconcludere  ed  a  sigillare  che  tu  sia  quella  femminetta 
ch'io  dissi  da  principio.  Il  che  se  vero  è,  come  è  verissimo, 
tu  farai  meglio  da  ora  innanzi  a  prendere  la  carità  non  per  lo 
demonio  ma  per  Dio;  e  se  ancora  t'impiegherai  a  filare,  pur 
farai  bene.  Ma  se  vuoi  fare  una  cosa  ottima  e  la  più  santa  di 
tutte,  prendi  marito  e  non  andar  più  vagabondando  per  le  strade, 
che  non  si  conviene  ad  una  zitella  onorata,  se  ben  povera.  — 

Detto  questo,  io  le  lasciai  un  par  di  carlini  in  mano  e  me 
n'andai  via,  accompagnato  con  molto  applauso  dalla  più  savia 
parte  de'  circostanti,  i  quali  per  le  cose  vedute  ed  udite  si  cer- 
tificarono affatto  colei  non  avere  in  corpo  altro  spirito  che  la 
sua  anima. 

Questo  tal  successo  ho  io  voluto  a  V.  S.  illustrissima  qui 
raccontare,  perché  non  so  se  le  fu  allora  riferito,  benché  sappia 
che  '1  signor  baron  suo  consorte  lo  intese  dal  monaco  mede- 
simo. Il  quale  appresso,  ripensando  più  maturamente  al  fatto, 
si  disingannò  ancor  egli  totalmente,  e  mi  dicono  che  la  fece 
anco  privar  della  limosina  ch'ella  giornalmente  riceveva  alla 
porta  del  monisterio. 

Di  questi  indemoniati  finti  si  vede,  signora  mia,  gran  quan- 
tità per  lo  mondo,  de'  quali  a'  miei  giorni  io  ho  conosciuti  tanti 
che  ne  saprei  formar  quasi  croniche;  che  per  li  loro  diversi 
interessi  scroccano  il  vivere  al  prossimo  e  dileggiano  empia- 
mente i  ministri  della  Chiesa.  Non  voglio  qui  inferire  non  po- 
tersi trovare  spiritati  veri,  che  mercé  di  Dio  non  ho  barattato 


356  TOMMASO    STIGLIANI 

coscienza  col...,  ma  ho  la  solita  mia  di  sempre.  Cioè  credo  cogli 
altri  cristiani  che  la  spiritazion  diabolica  vi  sia;  ma  solo  dico  che 
ella  è  rara,  e  che  spiritata  non  è  quella  donna  ma  è  ghiottona, 
e  che  in  ciò  ha  moltissimi  compagni.  Massimamente  non  avendo 
ella  voluto  cessar  dal  suo  fingere,  dapoi  ch'io  la  confusi  e 
mortificai,  che  già  son  passati  tre  anni;  anzi  intendo  che  ha 
fatto  peggio,  perché  ora  ha  nome  di  disonesta,  dove  allora  l'avea 
di  casta  e  di  vergine. 

Pure  io  condurrò,  come  ho  promesso,  il  prefato  scongiu- 
ratore a  Montescaglioso,  acciocché  V.  S.  illustrissima  si  chia- 
risca de  visu,  in  caso  che  la  pretesa  spiritata  sia  quella  medesima 
di  che  io  ho  favellato  e  non  un'altra.  Ma,  siasi  chi  si  voglia, 
io  mi  protesto  in  tutti  i  modi  di  non  volere  esser  presente  allo 
scongiuro,  perché  non  mi  scappasse  detto  o  fatto  qualch'altro 
sproposito,  di  che  il  prete  s'offendesse;  ch'io  non  so  se  in 
bontà  egli  sia  simile  al  monaco,  o  pur  per  opposito  sia  un  simo- 
latore,  quali  più  sogliono  essere  questi  che  vanno  in  volta.  Né 
voglio  più  tentar  la  fortuna,  ma  starmene  colla  prima  vittoria; 
che  è  quanto  m'occorre.  E  per  fine  a  V.  S.  illustrissima  fo 
umile  riverenza. 

Di  Matera,  15  gennaro  1638. 

LXXXII 

Al  signor  cardinale  Ippolito  Aldobrandini,  a  Roma 

Si  duole  d'un  arciprete  che,  invidioso  per  un  beneficio  di  giuspatronato 
conferito  a  un  figliuolo  di  lui,  Stigliani,  pretende  le  decime  in  mi- 
sura eccessiva. 

Di  Matera,   11  marzo  1638. 

LXXXIII 

A  monsignore  don  Simon  Carrara,  arcivescovo 
di  Matera,  a  Roma 

Congratulazioni  per  la  sua  nomina  ad  arcivescovo. 
Di  Matera,  30  luglio  1638. 


357 


LXXXIV 

Al  medesimo,  a  Napoli 

Da  antico  servitore  di  casa  Carrafa,  prega  monsignore,  ora  diventato 
arcivescovo  di  Matera,  a  volerlo  onorare  dei  suoi  comandi. 

Di  Matera  [1638]. 

LXXXV 

Al  signor  baron  Niccolò  Grilli,  a  Montescaglioso 

Scherza  intorno  a  due  ceste  di  frutta  avute  in  dono  dall'amico 
e  giunte  dimezzate. 

Di  Matera,   11  d'agosto  1638. 

LXXXVI 

Al  signor  Carlo  della  Monaca,  a  Gallipoli 
Intorno  alla  proprietà  del  gallo  di  fare  arrochire  le  sampogne. 

Colla  sua  lettera  del  20  d'aprile  V.  S.  mi  fa  una  domanda 
ed  una  profferta.  La  domanda  è  ch'Ella  vorrebbe  da  me  sapere 
in  qual  degli  antichi  scrittori  io  abbia  letto  la  proprietà  ch'attri- 
buisco al  gallo  nel  mio  Polifemo,  cioè  il  fare  arrochir  le  sampo- 
gne colla  voce  del  suo  canto;  e  la  profferta  è  eh'  Ella  liberalmente 
mi  si  consegna  e  dà  per  affettuoso  amico  ed  isviscerato.  Soddi- 
sfarò prima  all'interrogazione  e  poi  risponderò  al  dono. 

La  nativa  virtù  di  quello  uccello  fu  da  me  menzionata  ad  immi- 
tazione  non  d'autori  antichi  ma  d'un  moderno,  che  è  il  Sannazaro 
nella  fin  della  settima  prosa  déiV Arcadia,  si  come  io  risposi  in 
voce  da  principio  al  padre  fra  Marcellino,  quando  egli  a  nome  di 
V.  S.  me  lo  richiese  in  Matera  tuttavia,  quantunque  Sua  Re- 
verenza per  fragilità  di  memoria  non  glie!  sapesse  poi  ridire. 
Credo  si  bene  che '1  detto  poeta  l'abbia  cavato  da  qualche  na- 
turalista antico,  non  essendo  verisimile  ch'uno  scrittor  si  eru- 
dito e  dotto  ardisse  di  falsificar  l'istoria  naturale;  il  che  in  poesia 


358  TOMMASO    STIGLIANI 

non  è  lecito  di  fare,  ma  solo  si  falsifica  la  civile.  E  se  io  non 
ho  Ietta  questa  proprietà  in  altri  che  in  lui,  ciò  deve  venir  da 
mio  difetto,  il  qual  forse  non  ho  tanta  lettura  quanta  ebb'egli, 
con  tutto  che  non  nieghi  d'avere  anch'io  scartafacciato  la  mia 
parte.  A  me  però  può  bastar  la  sua  sola  menzione;  poiché, 
quando  essa  fusse  ben  falsa,  assai  è  che  l'abbia  mentovata  uno 
e  che  sia,  si  come  senza  dubbio  è,  opinion  superstiziosa  de'  pa- 
stori, il  cui  costume  in  quell'opera  s'immita  al  vivo,  ed  anco  nella 
mia  il  più  ch'io  so.  S'io  volessi  trascorrere  alcuni  compilatori 
d'antichità,  mi  do  ad  intendere  che  facilmente  troverei  di  questa 
cosa  qualche  riscontro.  Ma  non  ho  tempo  da  gettare:  faccialo  chi 
può.  E  se  forse  V.  S.  non  ha  appieno  quietatane  la  sua  cu- 
riosità, vegga  in  particolare  V  Ornitologia  dell'Aldrovandi,  la 
quale  in  tal  materia  può  chiamarsi  il  libro  de'  libri. 

In  quanto  poi  al  suo  amor  cordiale  che  V.  S.  in  dono  m'esi- 
bisce e  mi  presenta,  rispondo  ch'esso  non  è  dono  ma  è  con- 
tracambio. Poiché  anch'io  altrettanto  amo  lei  quanto  Ella  ama 
me,  da  che  ebbi  relazione  della  sua  persona  (che  è  un  pezzo) 
tanto  virtuosa  e  letterata  e  tanto  proteggitrice  de'  dotti  e  bene- 
fica verso  quelli;  si  che  possiamo  or  noi  dire  che  l'uno  e  l'altro 
di  noi  ami  e  riami  a  vicenda  e  sia  insieme  amante  ed  amato. 
Confesso  ch'in  questo  baratto  io  abbia  con  V.  S.  qualche  van- 
taggio, il  qual  procede  dal  poco  merito  mio  e  dal  molto  di  lei; 
mentre  tanto  si  guadagna  da  me  con  capital  picciolo  quanto  da 
lei  con  grande,  amando  io  quanto  debbo  ed  amando  Ella  più 
che  non  deve.  Ma  dico  anco  che  tal  disagguaglianza  è  tra  noi 
raggiustabile;  ed  il  modo  è  che  V.  S.  sia  quella  che  comandi 
a  me  e  non  io  quello  che  comandi  a  lei,  come  con  tanta  in- 
stanza m'ha  Ella  richieduto  ch'io  faccia.  Cosi  V.  S.  mi  con- 
fonderà meno  ed  io  meno  mi  vergognerò,  mentre  vedrò  che 
ciascun  di  noi  abbia  il  suo  dovere,  cioè  Ella  in  esser  servita 
ed  io  in  servire.  Con  che  finisco  baciando  a  lei  le  mani. 
Di  Matera,   15  di  marzo  1640. 


359 


LXXXVII 
Al  signor  Ascanio  Grandi,  a  Lecce 

Leggerà  i  libri  di  lui  con  l'avidità  con  cui  lesse  quelli  del  Tancredi. 
Di  Lizzanello,  4  di  maggio  1640. 

LXXXVIII 
Al  signor  Bernardin  Regni,  a  Bitonto 

è  pronto  a  vendere  a  monsignor  di  Bitonto  dodici  quadri  del  Domeni- 
chino  della  seconda  maniera,  rappresentanti  i  dodici  apostoli,  e  ne 
manda  uno  a  titolo  di  saggio. 

Di  Matera,  17  marzo  1641. 

LXXXIX 

Al  signor  principe  di  Gallicano,  a  Roma 

Si  scusa  del  suo  lungo  silenzio,  e  gli  professa  che  conserva  di    lui 
indelebile  memoria. 

Di  Matera,  primo  d'agosto  1641. 

XC 

Al  signor  cardinal  don  Virginio  Orsini,  a  Roma 
Congratulazioni  per  la  sua  nomina  a  cardinale. 
Di  Matera,  [decembre  1641  o  gennaio  1642]. 

XCI 

A  monsignor  don  Simon  Carrafa  arcivescovo 
di  Matera,  a  Matera 

Lo  supplica  di  agevolargli  la  presa  di  possesso  del  beneficio 
detto  del  Vaglio. 

Di   Roma,  [fra  il  1642  e  il  1647]. 


36o  TOMMASO    STIGLIANI 

XCII 
Al  signor  Marcello  d'Afflitti 

Continui  a  diffidare  d'un  tale,  indicato  col  nome  di  Mustafà,  che  è  sempre 
uno  scellerato,  anche  quando  sembra  che  compia  un'azione  buona,  giac- 
ché indubbiamente  lo  move  a  ciò  un  fine  perverso. 

[Di  Roma,  fra  il  1642  e  il  1647?]. 

xeni 
Al  signor  cardinale  Orsini,  a  Bracciano 

Sui  vv.  34-6  del  trentesimoterzo  del  Purgatorio. 

Dalla  lettera  di  Vostra  Eminenza  del  3  di  settembre  veggo 
il  suo  desiderio  di  voler  sapere  che  cosa  secondo  me  significhi 
il  «  temer  suppe  »,  che  dice  Dante  nel  trentesimoterzo  canto 
del  Purgatorio. 

Sappi  che  '1  vaso  che  '1  serpente  ruppe 
fu  e  non  è.  Ma  chi  n'ha  colpa  creda 
che  vendetta  di  Dio  non  teme  suppe. 

Vengo  al  pronto  ubbidirla  senza  alcuna  cerimonia,  quantun- 
que non  senza  alcuna  titubanza,  sapendo  la  gran  prattica  di  lei 
in  quell'oscuro  libro. 

Gli  spositori  hanno  variamente  inteso  il  detto  luogo,  ma  io 
credo  che  nessun  di  loro  si  sia  apposto  al  vero  sentimento, 
avvenga  ch'alcuno  l'abbia  di  lontano  come  odorato  e  non  abbia  poi 
saputo  spianarlo;  si  che  anco  il  commento  è  restato  bisognoso 
d'interpretazione.  L'opinion  mia  è  che  qui  l'autore  alluda  ad 
uno  antichissimo  uso  superstizioso  ch'ebbero  prima  i  troiani, 
poi  li  romani  ed  appresso  i  cristiani.  De'  troiani  Virgilio  nella 
maggior  opera,  al  quinto  libro,  finge  che,  doppo  avere  Enea 
offerto  la  vivanda  all'ombra  d'Anchise  nel  celebrargli  l'esequie 
annuali,  esce  fuor  della  sepoltura  una  serpe  e,  mangiato  il  cibo, 
se  ne  rientra.  La  qual  da'  troiani  vien  creduto  essere  stata  essa 
ombra  del  morto  apparita  in  tal  figura. 


LETTERE  361 

Tandem  ititer  patcras  et  laevia  pocula  serpens 
libavitque  dapes,   rursusque  innoxius  imo 
siiccessit  tumulo  et  depasta  altaria  liquit. 

Ma,  secondo  alcuni  scrittori,  è  opera  naturale,  essendo  solito 
alle  volte  nascere  dalla  spina  del  cadavero  umano  una  biscia 
bruna.  Il  che  toccò  Pittagora  presso  Ovidio,  nell'ultimo  libro 
delle  Metamorfosi: 

Sunt  qui,  quuìn  clauso  putrefacta  est  spina  sepulcro, 
mutari  credaut  fuima7ias  angue  inedullas. 

De'  romani  si  cava  da  Tacito  e  da  Apuleio  ch'essi  il  nono 
giorno  della  morte  del  defunto  posavano  similmente  una  vivanda 
sopra  la  tomba  e,  dopo  alcuni  lor  atti  religiosi,  la  mangiavano; 
la  qual  perciò  chiamarono  «  cena  novendiale  »,  benché  Nonio 
e  Fasto  la  dicano  anco  «  silicernio  ».  De'  cristiani  afferma 
santo  Agostino  ch'anch'essi  a  tempo  suo  e  della  primitiva 
Chiesa  portavano  i  cibi  sopra  i  cimiteri  de'  morti,  il  qual  costume 
egli  biasima  come  cosa  che  senta  del  gentilesco  e  del  pagano. 
Ma  a  tempo  di  Dante  (che  può  essere  da  trecentocinquanta 
anni  fa)  la  vecchia  superstizione  di  tal  rito  era  tra  i  fedeli  cre- 
sciuta assai  più,  e  massimamente  in  Italia.  Perciocché  il  vulgo 
credeva  che,  quando  un  uomo  era  stato  ucciso,  se  l'uccisore 
poteva  in  termine  di  nove  giorni  dopo  l'omicidio  mangiare  una 
suppa  sopra  il  sepolcro  del  sotterrato,  era  impossibile  che  i  pa- 
renti ne  potessero  più  far  vendetta;  perché  quell'anima,  ricevendo 
tale  opera  come  per  offerta  di  sacrifìcio  a  sé  fatto  per  cagione 
di  seguito  pentimento,  totalmente  si  placava  e  facea  diventar 
detta  impossibiltà  fatale  affatto  ed  insuperabile.  Di  qui  è  ch'essi 
parenti,  per  pur  potersi  un  di  vendicare,  costumavano  di  tener 
custodita  la  sepoltura  in  tutti  quei  nove  giorni  con  guardie  armate 
e  con  continova  vigilanza.  Dalla  notizia  dunque  di  questa  lunghis- 
sima usanza  de'  prefati  tre  secoli  risulta  felicemente  l'intelligenza 
del  luogo  di  Dante.  Il  senso  del  quale  è  che  il  vaso,  cioè  il 
carro  da  lui  descrittosi  a  lungo  ne'  capitoli  antecedenti  e  figu- 
rato misticamente  per  la  Chiesa  cattolica  (il  qual  carro  era  stato 


362  TOMMASO    STIGLIANI 

rotto  dal  serpente,  cioè  dannificato  da  Macometto  per  la  sua  nuova 
legge),  fu  e  non  è,  cioè  fu  Chiesa  e  non  è  più  tale,  perché 
possiede  ricchezze  temporali  e  perché  è  traslatato  in  Avignone. 
Ma  chi  n'è  cagione  (dico  Clemente  quinto,  pontefice,  e  Filippo 
il  bello,  re  di  Francia)  credasi  che  la  vendetta  di  Dio  non  teme 
suppe,  cioè  non  si  dimentica  per  beni  usurpatisi  a  San  Pietro 
e  mangiatisi  in  Chiesa. 

Questo  è  realmente  il  vero  intendimento  di  Dante:  vero  in- 
sieme e  falso.  Vero  in  quanto  all'intenzion  dell'autore,  il  quale 
si  vede  che  questo  e  non  altro  volse  inferire;  ma  falso  in  quanto 
alla  natura  della  cosa,  non  essendo  i  papi  usurpatori  delle  ren- 
dite temporali,  ma  legittimi  signori  di  quelle  e  liberi  dispensatori, 
come  da'  buoni  teologi  è  stato  mostrato.  Onde  empietà  ed  irrive- 
renza, più  tosto  che  sentenza  o  giudicio,  viene  ad  essere  quella 
d'un  privato  cristiano  il  qual  voglia  porvi  bocca,  non  toccando 
tal  decisione  a  noi.  E  certamente  ch'egli  è  una  gran  maraviglia 
che  quel  volume,  non  ostante  questa  bestemmia  e  moltissime 
altre  più  esecrabili  le  quali  contien  per  tutto,  si  sia  si  lungamente 
preservato  dalla  proibizion  de'  superiori  e  tuttavia  si  preservi. 
Ma  la  sua  ventura  è  stata,  ed  è,  la  sola  oscurità  del  suo  inchio- 
stro; perché,  essendo  egli  da  pochi  inteso,  pochi  può  scanda- 
lizare,  i  quali  ancora,  come  savi,  il  compatiscono  e  nessuno  il 
denunzia  all'  Inquisizione.  Cosi  appunto,  per  quel  che  dicono 
i  naturalisti,  avviene  alla  seppia,  la  quale  per  salvarsi  dalla  caccia 
del  pescatore  sparge  similmente  il  suo  inchiostro  nativo;  ed  in 
questa  guisa,  oscurata  l'acqua  intorno  a  se  stessa,  si  fabbrica 
la  commodità  alla  fuga  ed  allo  scampo.  Che  vero  sia  che  Dante 
se  parlasse  chiaro  non  sarebbe  tollerato,  si  vede  dall'essere  proi- 
bito il  Landino,  disciferatore  di  tutti  i  suoi  predetti  enigmi;  si  che 
d'una  medesima  opera  il  testo  è  permesso  ed  il  commento  è 
vietato.  Or  lasciamolo  insomma  correre  per  le  mani  dotte, 
mentre  per  altro  n'è  degno,  e  condoniamo  i  suoi  errori  al  buon 
zelo  che  li  cagiona. 

Riverisco  per  fine  Vostra  Eminenza. 
Di  Roma,  4  settembre  1643. 


LETTERE  363 

XCIV 

Al  signor  duca  Paolo  Giordano  Orsini,  a  Bracciano 

Sui  vv.  31-3  del  ventesimoterzo  del  Purgatorio. 

Avea  V.  E.  questi  giorni  passati  letto  in  una  mia  risposta 
al  signor  cardinale  Orsini  la  dichiarazion  ch'io  fo  del  «temer 
suppe  »  detto  da  Dante.  E  secondo  ch'essa  l'era  piaciuta, 
m'onorò  ier  matina  ancor  Ella  di  domandarmi  sopra  il  medesimo 
autore  un  altro  dubbio;  il  quale  è:  che  cosa  quello  intendesse 
quando  nel  canto  ventesimoterzo  del  Purgatorio  disse: 

Parean  l'occhiaie  anella  senza  gemme: 
chi  nel  viso  degli  uomini  legge  «  omo  » 
bene  avria  quivi  conosciuto  r«emme». 

Ma  perché  allora  1'  E.  V.  era  quasi  col  pie  in  istaffa  per  an- 
dare a  Bracciano,  io  le  risposi  che  gliene  avrei  scritto  là  una 
lettera  a  posta.  Attengo  dunque  la  promessa;  e  dico  che  questi 
versi  non  sono  insino  a  qui  stati  capiti  da'  commentatori  che 
caminano  per  le  mani  studiose,  i  quali  gli  hanno  erroneamente 
esposti  con  una  ridicola  combinazione  di  tempie,  di  naso  e  di 
ciglia  che  non  quadra  punto,  si  come  l'È.  V.  medesima  può 
in  lor  vedere,  e  precisamente  ne'  due  più  correnti,  che  sono 
Landini  e  Vellutelli.  Queste  loro  interpretazioni  io  esaminai  infin 
da  giovane  e,  non  essendone  restato  soddisfatto,  pensai  in 
lungo  come  ciò  potesse  intendersi;  e  finalmente  v'adattai  una 
sposizione,   la  qual  credo  sia  veracissima. 

Ivi  si  ragiona  dell'anima  di  Forese,  che  purgava  il  peccato 
della  gola  coli' inedia  e  col  digiuno  in  compagnia  di  simili  pec- 
catori. La  quale  anima,  essendo  in  forma  di  corpo  vivo  (come  son 
finte  dall'autor  tutte  l'altre  non  solo  nel  Purgatorio  ma  n^W In- 
ferno), era  per  la  penitenza  di  cinque  anni  diventata  si  estrema- 
mente magra  e  macilenta,  che  non  avea  polpe  nelle  membra  ma 
le  sole  ossa  e  la  pelle.  Venendo  dunque  il  poeta  a  descriverne  la 
faccia,  dice  che  le  casse  degli  occhi  assomigliavano  ad  anella 


364  TOMMASO    STIGLIANI 

senza  gemme,  e  soggiunge  che  chi  nel  volto  umano  legge  questa 
parola  «  omo  »,  avrebbe  in  esso  facilmente  conosciuta  la  «  m  ». 
Ove  denota  che,  parendo  i  due  occhi  due  «o»,  il  naso,  che 
stava  in  mezo  ed  era  spolpato,  mostrava  colle  sue  tre  ossa  la 
forma  d'una  «m»  maiuscola  antica,  cosi:  OQ;  onde  tutte  e  tre 
esse  lettere  leggendosi  dicevano  «  OOQO  »  .  Se  a  V.  E.  parrà 
che  questa  mia  esplicazione  abbia  indovinata  la  mente  dello 
scrittore,  l'accetti  come  vera;  se  non  le  parrà,  l'accetti  come 
nuova:  che,  in  qualunque  de'  due  modi,  io  mi  terrò  contento. 
E  per  fine  le  fo  umilissima  riverenza. 
Di  Roma,  27  febraro   1644. 


XCV 
Al  signor  Giovanni  Salzilli,  a  Treviso 

Suole  Apollo  abbandonare  i  suoi  seguaci  quando  Venere  abbandona  i  suoi 
cultori.  Per  questa  ragione,  non  può  promettere  di  certo  all'amico  di 
mandargli  una  poesia  in  lode  di  una  duchessa. 

Di  Matera,  4  d'aprile  1644. 


XCVI 

Al  signor  Appio  Conti  duca  di  Poli,  a  Parma 

Non  può  entrare  al  servigio  del  cardinal  Farnese,  se  non  si  scioglie 
dagli  impegni  che  ha  col  principe  di  Gallicano. 

Ricevo  la  cara  lettera  di  V.  E.,  nella  qual  mi  s'avvisa  come 
il  signor  principe  cardinale  Farnese,  destinando  la  sua  nuova 
famiglia  che  dovrà  tenere  nel  suo  prossimo  venire  ad  abitare  a 
Roma,  ha  eletto  me  per  uno  de'  suoi  gentiluomini  e  famigliari. 
Alla  qual  rispondo  che  non  potrebbe  l'È.  V.  credere  quanto 
altamente  io  mi  glorii  di  questo  onor  fattomi  in  mia  vecchiezza 
da  queir  Eminenza,  e  sopra  ogni  mio  merito  e  fuor  d'ogni  mio 
pensamento  e  pretensione;  mentre  il  mio  desiderio,  come  a  V.  E. 
io  dissi  in  Roma,  era  solo  di  poter  riscotere  col  suo  favore  i 


LETTERE  365 

vecchi  crediti  che  costi  tengo  cogli  eredi  del  signor  Pietro  Ma- 
gnani. Mi  glorio,  dico,  di  si  soprabbondante  grazia  e  con  molta 
ambizione  e  giubilo,  non  ostante  che  l'istesso  io  abbia  goduto 
in  mia  gioventù  presso  al  serenissimo  signor  duca  Ranuccio, 
suo  padre,  per  diciotto  anni  continovi  e  mesi.  Poiché,  s'io  con- 
sidero non  solo  la  diminuzion  della  mia  persona,  eh 'oramai  è 
inabile  ad  ogni  cosa,  ma  in  generale  il  deterioramento  di  tutto 
il  secolo,  non  posso  non  rimanergliene  obbligatissimo  e  con 
perpetova  ricordanza  di  gratitudine  e  d'amore,  vedendo  che,  ad 
onta  di  tanti  contrari  rispetti,  il  figlio  non  digenera  dal  padre 
ma  patriza  felicemente. 

Vero  è  nondimeno  che,  trovandomi  io  esser  adesso  attuai 
servidore  del  signor  principe  di  Gallicano,  il  quale,  come  ognun 
sa,  è  prigione  in  Napoli  di  S.  M.  cattolica,  il  tempo  non  mi 
pare  opportuno  da  poter  io  accettare  assolutamente  la  detta 
grazia  senza  mio  biasimo,  con  tutto  ch'essa  sia  per  me  onore- 
vole e  gloriosa.  Poiché,  amando  io  il  detto  signore  per  li  suoi 
meriti  e  per  l'essere  da  lui  ottimamente  trattato,  se  ora  lo 
lasciassi  non  potrei  fuggir  nota  di  sconoscente  e  d'ingrato; 
il  qual  difetto  fu  sempre  ed  è  lontanissimo  della  mia  natura, 
quantunque  per  altro  io  mi  confessi  imperfetto  e  peccatore.  Io 
veramente  nel  portarmi  coi  padroni  non  m'assomiglio  alla  ron- 
dine ma  al  cane.  La  rondine  non  per  altro  è  stimata  il  gero- 
glifico dell'amicizia  infedele,  se  non  perché  nella  sua  buona 
stagione  abita  coll'uomo  e  gli  nidifica  in  casa,  e  poi  nella  trista 
lo  pianta  e  va  a  trovar  migliore  stanza.  Ma  il  cane  all'incontro, 
il  quale  è  tenuto  il  simbolo  del  buon  servidore,  non  lascia  mai 
per  estate  o  per  inverno  il  signore  antico,  ma  resta  sempre 
saldo  nel  suo  servigio,  contentandosi  di  stare  al  bene  ed  al 
mal  con  quello. 

Non  rifiuto  io  per  tutto  ciò  la  degna  proferta  di  si  sublime 
personaggio,  che  troppo  scortese  zotichezza  sarebbe  la  mia  e 
troppa  inciviltà  e  sconoscenza;  ma  l'accetto  con  una  ragione- 
vole condizione:  cioè  che,  se  Dio  mi  farà  grazia  (come  spero 
che  pur  farà,  ed  in  breve)  di  poter  veder  libero  il  detto  signor 
principe,  e  che   il  signor   cardinale   persista  tuttavia  nella  sua 


366  TOMMASO    STIGLIANI 

benigna  volontà  e  disposizione,  io  paleserò  a  quello  tutto  il 
fatto,  col  mostrargli  la  prefata  lettera  di  V.  E.  e  col  domandargli 
di  tal  mutazione  il  suo  grazioso  consenso.  Il  quale  io  non  credo 
mi  sia  per  esser  da  lui  negato,  anzi  so  di  sicuro  che  mei  con- 
cederà e  volentieri;  perché  conosco  a  lungo  ch'egli  è  tanto 
divoto  di  cotesta  serenissima  casa,  che  picciol  opera  gli  parrà 
il  cedere  a  Sua  Eminenza  un  proprio  famigliare,  benché  a  lui 
non  poco  accetto;  massimamente  non  gli  essendo  incognito  che 
questo  mio  nuovo  servire  non  sarebbe  servitù  nuova  ma  rino- 
vamento  di  servitù,  avendo  io  si  lungamente,  come  ho  detto, 
servito  il  padre  avanti  che  '1  figlio  nascesse  e  che  nascesse  anco 
il  detto  signor  principe. 

Frattanto  mi  favorisca  V.  E.  di  ringraziare  supremamente 
in  mio  nome  esso  signor  cardinale;  si  come  io  per  fine  di 
questa  ringrazio  lei  dell' incommodo  che  s'ha  preso  e  le  fo 
cordial  riverenza. 

Di  Roma,  4  febraro  1646. 

XCVII 
Al  signor  Giulio    Cesare   Benedetti,   all'Aquila 

Sull'arte  medica. 

Molto  varia  da  quello  ch'invero  è  ha  il  Piccinelli  rappre- 
sentata a  V.  S.  la  mia  generale  opinione  sopra  l'arte  medici- 
nale. Né  già  io  mi  maraviglio  del  suo  torto  interpretare,  mentre 
egli  è  da  Tortona;  nascita  ch'a  lui  forse  è  toccata  più  tosto 
in  fatto  ch'a  caso,  se  riguardiamo  ch'egli  mai  non  parla  ch'ad 
alcuno  non  faccia  torto,  né  mai  opera  che  vada  diritto.  Io  non 
aborrisco  altrimenti  questa  degna  professione,  né  1'  ho  in  concetto 
di  falsa,  come  esso  tortonese  crede  e  vuol  far  credere;  ma  l'onoro 
e  la  venero  e  con  Salomone  la  stimo  cosa  data  agli  uomini 
da  Dio. 

Primamente  la  parte  cerusica  è  da  me  tenuta  tutta  vera  e 
reale,  siccome  quella  che,  versandosi  per  lo  più  sopra  infermità 
soggette  al  senso,  non  ha  bisogno  di  conghiettura,  ma  procede 


LETTERE  367 

con  sensata  certezza,  non  ostante  che  esse  infermità  ricevano 
alimento  dall'intrinseco,  e  massimamente  l'ulcere  e  i  mali  na- 
scenti. Che  perciò  Ippocrate  nel  libro  De  medico  pare  che  da 
simili  cure  richiegga  sempre,  e  come  d'obbligo,  la  felicità  del- 
l'evento. «  Turpe  est —  dice  egli  —  a  chirurgiis  non  contingere 
qiiod  velis  ». 

L'altra  parte  poi,  la  quale  è  la  fisica,  si  crede  da  me  essere 
pur  vera  tutta,  fuorché  in  una  sua  sola  operazione,  ma  impor- 
tante; e  questa  è  il  dare  all'infermo  la  medicina  composta  di  più 
ingredienti  semplici.  Della  qual  mia  incredulità  la  fondamenta! 
ragione  si  è  che  essa  fìsica  parte,  maneggiandosi  intorno  ad 
indisposizioni  interiori,  nelle  quali  la  conghiettura  si  può  di 
lieve  ingannar  («  morbi  —  per  soggiunzion  del  medesimo  Ippo- 
crate, —  qui  ad  interim  vertuntur,  in  ohscuro  sunt  positi»),  non 
sempre  conosce  la  causa  del  male,  né  sempre  il  male  istesso, 
né  sempre  il  sintoma  di  quello,  né  sempre  il  rimedio.  Percioché, 
solendo  spesse  volte  nascere  da  una  sola  causa  più  morbi  di- 
versi, e  mostrando  un  solo  morbo  più  sintomi  communi  ad  altri 
morbi,  ed  essendo  un  solo  sintoma  indizio  di  più  morbi  diffe- 
renti, e  richiedendo  ciascun  morbo  il  suo  particolar  rimedio, 
di  qui  è  che  talora  si  medica  un  morbo  per  un  altro,  e  conse- 
guentemente s'uccide  l'ammalato,  dove  gli  si  dia  il  medicamento 
composto,  o  almeno  si  pone  a  molto  rischio.  Perché  il  com- 
posto è  sempre  più  gagliardo  che  '1  semplice,  se  vero  è  che 
più  gagliarda  sia  l'union  delle  virtù  che  la  singolarità  di  quelle. 
Per  esempio,  il  dolor  colico,  che  è  quel  del  ventre,  ed  il 
dolor  nefritico,  che  è  quel  delle  pietre  renali,  si  producono  da 
contraria  causa,  essendo  l'una  il  freddo  del  flato  e  l'altra  il  caldo 
delle  reni.  Ma  perché  essi  dolori  mostrano  di  fuori  l' istesso 
sintoma,  l'artefice  il  più  delle  volte  v'equivoca,  prendendo  una 
infermità  in  cambio  d'un'altra,  e  medica  il  freddo  col  freddo 
overo  il  caldo  col  caldo  :  cosa  che,  essendo  fatta  contra  ogni 
ragionevol  dettame  e  contra  l'usitato  afforismo:  «  Coyitraria  con- 
trariis  curaìitur  »,  non  solo  non  discaccia  l'indisposizione  ma  la 
fomenta  e  l'accresce.  I  quali  falli,  quando  a  Galeno  (come  in 
un  suo  opuscolo  leggiamo)  poterono  intervenire,  il   quale   era 


368  TOMMASO    STIGLIANI 

si  oculato  e  si  perspicace  che  ne  meritò  il  titolo  di  «  magno  », 
molto  più  agevolmente  interverranno  ad  altri  medici  minori  : 
«  Similitudo  morborum  peritis  etiam  medicis  confusiones  et  er- 
rar es  ». 

Dalla  detta  mia  ragione  segue  non  esser  tanto  gran  delitto 
quanto  l'accusatore  il  fa,  che  uno  ingegno  non  servile  ma  in- 
genuo, quale  è  il  mio,  dove  vegga  tanta  difficoltà  di  conoscere 
i  morbi  e  tanta  incertezza  d'operare,  s'appigli  a  credere  che  più 
sicura  cosa  sieno  i  medicamenti  leggieri  che  i  violenti.  I  leg- 
gieri, siccome  per  sé  possono  arrecar  picciolo  giovamento,  cosi 
arrecano  picciolo  danno  e  sono  anco  aiutati  ed  invigoriti  dal- 
l'opera della  natura,  la  quale  è  la  vera  medica  de'  nostri  mali. 
Ma  i  violenti  sanano  o  ammazzano  e,  quel  eh' è  peggio,  il  sa- 
nare è  di  raro  e  l'ammazzare  è  spesso,  perché  alle  cose  vee- 
menti ed  impetuose  è  più  proprio  lo  sconsertar  la  via  ch'essa 
natura  ha  presa  che  non  è  il  secondarla.  Onde  ragionevolmente, 
come  dissi,  io  inchino  a  dar  più  fede  a'  medicamenti  semplici 
e  singulari  che  a  quegli  altri,  quale  è  verbigrazia  l'evacuazion 
per  manna,  per  cassia,  per  polipodio,  per  cibi  solutivi  e  per 
cristieri  communi.  Il  che  è  anco  consiglio  dell' istesso  Ippocrate, 
dove  il  caso  sia  incerto.  «  Si  quis  morbum  7ion  coguoscat,  medi- 
camentum  praeheat  no}i  forte  ».  Credo  ancora  nella  flebotomia, 
purché  '1  sangue  si  tragga  nel  principio  della  malattia,  quando 
la  virtù  è  vigorosa  e  non  ancora  cosi  affiacchita  che  non  possa 
resistere  allo  scemamento  degli  spiriti  che  con  esso  sangue 
vengon  fuori.  Credo  nel  moderato  vomito,  nel  moderato  sudore, 
quando  moderata  sia  l'infermità;  nel  moderato  esercizio  corpo- 
rale, nella  moderata  dieta,  nel  mangiar  cose  di  buon  nodrimento 
e  finalmente  nel  modesto  allegrarsi.  All'incontro  abomino  ed  ho 
in  odio  tutte  le  violenze  dell'arte,  ma  più  d'ogni  altra  la  sopra- 
detta, cioè  quella  delle  medicine  composte,  le  quali  veramente  son 
tutte  cose  violente  e,  commovendo  violentemente  gli  umori,  non 
possono  far  di  meno  di  non  condurre  il  paziente  a  molto  pericolo 
della  vita,  eziandio  quando  il  morbo  si  conosca  e  si  curi  ap- 
punto per  quello  che  è  e  non  per  un  altro.  Che  perciò  non  ho 
io  giammai  voluto  pigliarne  nelle  mie  infermità,  cosi  gravi  come 


LETTERE  1  369 

leggieri,  ancorché  da'  medici  vi  sia  sempre  stato  esortato  e  sti- 
molato. I  quali,  perché  so  che  neanco  essi  ne  sogliono  pigliare, 
mi  pare  ch'in  ciò  s'assomiglino  ai  confortatori  de' condannati, 
che  confortano  altrui  ad  impiccarsi,  ed  essi  (con  riverenza  di 
V.  S.  e  di  loro)  non  s'impiccano  mai.  Ho  sempre  conservato  e 
tuttavia  conservo  vergine  la  mia  bocca  da  tali  bevande  e  boc- 
coni, opponendomi  all'indisposizione  col  solo  buon  reggimento 
del  vivere  e  talora  con  qualche  medicamentuccio  esteriore  o 
debole,  quali  sono  ventose,  unzioni,  cerotti,  sudatorii,  fomenti, 
frizzioni,   impiastri  e  simili. 

Violento  a  mio  giudicio  è  in  questo  proposito  tutto  quello 
ch'un  altro  chiamerebbe  «potente»  o  «robusto»;  dico  quello 
ch'aggrava  e  molesta  la  soavità  dell'operazion  naturale:  ma  ogni 
mescuglia  di  medicamenti  l'aggrava;  adunque  è  violenta. 

Che  l'aggravi  lo  provo.  Tutti  i  semplici  componenti,  jO  sian 
piante  o  sian  liquori  o  sian  minerali  o  siano  altre  sostanze,  hanno 
in  sé  la  combinazion  delle  quattro  qualità:  caldo,  freddo,  secco 
ed  umido,  ed  hanno  anco  (a  compararli  un  coU'altro)  varietà 
di  sapori,  varietà  di  colori,  varietà  d'odori  e  varietà  d'altri 
accidenti.  Le  quali  contrarietà  e  diversità,  quando  i  semplici  si 
riducono  in  un  composto  medicinale,  sono  necessitate  a  con- 
trastarsi a  vicenda;  mentre  naturai  cosa  è  che  l'un  contrario 
cerchi  di  distruggere  l'altro  contrario  per  conservare  il  proprio 
essere,  e  che  l'un  diverso  rintuzzi  il  vigor  dell'altro  diverso  per 
non  divenire  il  medesimo.  Il  qual  combattimento  non  è  si  fiero 
fuor  del  corpo  del  malato  quanto  l'è  poi  dentro  a  quello,  dove  il 
calor  dello  stomaco  e  della  febbre,  attuando  tutte  le  dette  potenze, 
genera  una  grandissima  commozione,  la  quale  altro  non  è  che 
danno  e  ruina  della  virtù  dell'infermo,  che,  già  allentita  per  lo 
morbo,  non  può  star  salda  a  tanta  forza.  E  chi  volesse  con  una 
minuta  tariffa  aritmetica  supputare  il  conto  de'  gradi  delle  qualità 
e  de'  gradi  de'  sapori  e  de'  gradi  degli  odori  e  de'  gradi  degli 
altri  accidenti,  che  si  trovano  essere  in  quegli  individui  i  quali 
formano  essa  massa  medicinale,  s'accorgerebbe  chiaramente 
che  altro  non  può  da  si  fatta  meschianza  risultare  che  un  con- 
fuso disordinamento  di  cose  contrarie  e  diverse  ed  un  manifesto 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -w.  24 


37°  t  TOMMASO    STIGLIANI 

rintuzzamento  delle  buone  virtù  ed  un  prevalimento  delle  triste. 
Che  non  possiamo  noi  trovare  in  natura  semplici  tali  ch'ab- 
biano appunto  le  sole  qualità  e  le  sole  facoltà  ed  i  soli  gradi 
che  ci  fan  di  bisogno  nella  nostra  composizione  ;  anzi  in 
tutte  le  materie  medicinali  si  trova  essere,  insieme  colla  pro- 
prietà che  fa  a  proposito,  altre  proprietà  che  non  sono  al  caso. 
Onde  il  porre  a  combattere  dentro  ad  un  corpo  infermo  una 
moltiplicità  di  qualità,  parte  contrarie  e  parte  diverse,  è  simile 
assai  ad  un  certo  finto  combattimento  di  due  giovani  amici,  il 
quale  io  vidi  fare  una  volta  in  Parma.  Questi,  essendo  ambedue 
begli  umori  e  bizarri  (de'  quali  uno  avea  nome  Alberto  Bale- 
strieri e  l'altro  Vital  Diemo)  e  trovandosi  a  sorte  essere  dentro 
alla  bottega  d'un  bicchieraio,  simolarono,  dopo  alcune  parole,  di 
venirvi  improvisamente  a  rissa,  e  posero  mano  alle  spade 
per  fare  a  quello  una  burla,  si  come  effettivamente  loro  riusci. 
Perciocché  in  poche  botte  ed  in  pochi  stramazzi  e  roversi  essi 
vetri  e  cristalli  rimasero  quasi  tutti  fracassati  e  rotti  in  pezzi, 
ed  i  combattenti  si  trovarono  non  avere  alcun  danno  e  parti- 
ronsi  via  colla  sola  ruina  del   bottegaio. 

Che  sia  vero  che  '1  contrasto  delle  dette  contrarietà  e  diversità 
sia  terribilissimo  dentro  al  corpo  umano,  e  fuor  di  quello  noi 
sia  tanto  o  almeno  tempesti  a  vóto  e  senza  danneggiare  altrui, 
lo  veggiamo  nella  tiriaca:  la  quale,  essendo  uno  antidoto  com- 
posto, se  s'adopera  subito  eh' è  fatta,  uccide  l'infermo,  massi- 
mamente quando  ella  si  prenda  per  bocca  e  non  in  pochissima 
quantità  ;  ma  se  prima  del  porla  in  uso  si  lascia  fermentare  e 
riposar  per  un  anno,  diventa  saluberrima.  I  quali  due  oppositi 
effetti  non  per  altro  avvengono  se  non  perché  nell'un  caso  alla 
tiriaca  non  si  dà  tempo  che  possano  quelle  seconde  qualità,  le 
quali  sono  inopportune  a  scacciare  il  tossico,  esser  superate  ed 
ottuse  e  rifrante  dalle  prime,  le  quali  sono  opportune  e  son 
più  potenti;  e  nell'altro  caso  esso  tempo  le  si  dà  a  sofficienza. 
Ma  questa  tal  fermentazione  non  si  suol  far  giamai  alle  dette 
medicine  composte,  mentre  l'urgenza  del  male  non  può  aspet- 
tarla; ma  si  fanno  bevere  o  inghiottire  tosto  che  sian  fatte. 
E  quando  l' aspettazion  v'avesse  luogo,  essi  medicamenti  non 


LETTERE  371 

gioverebbono  anzi  nocerebbono  infinitamente,  essendo  fabbricati 
da  semplici  tali,  che  nella  mistione  sono  atti  a  corrompersi  ed  a 
putrefarsi  in  poche  ore  e  talvolta  ad  invelenirsi.  Che  dico  io 
invelenirsi?  Tutte  le  materie  solutive  sono  da  Dioscoride,  nel 
suo  sesto  libro  al  capo  73,  stimate  per  sé  velenose  o  tanto  o 
quanto,  e  di  tossico  fanno  veramente  ufficio  se  non  sono  con 
prudenza  amministrate. 

Ma  qui,  per  l'incidenza  che  mei  ricorda,  io  non  posso  aste- 
nermi dal  soggiugnere  una  cosa  ch'io  non  pensai  di  dire  da 
principio.  Veggo  usarsi  oggidì  da  alcuni  un'altra  violenta  opera- 
zione oltre  la  prefata  delle  medicine  composte,  e  ciò  non  solo 
nelle  febbri  ma  in  varie  indisposizioni.  La  quale  mi  pare  ancor 
essa  pericolosa  ai  corpi  e  letale,  in  maniera  che  a  lungo  andare 
conduce  ad  infallibil  morte,  qualunque  infermo  se  ne  vaglia;  per- 
ché per  esperienza  s'è  tócco  con  mano  che,  s'ella  non  fa  la 
prima  volta,  il  fa  la  seconda  e,  se  non  la  seconda,  la  terza  e, 
se  non  la  terza,  la  quarta,  secondo  le  diverse  nature  de'  pazienti 
abili  a  più  resistere  o  a  meno.  Questo  è  il  medicar  per  via  di 
semplici,  ma  di  semplici  velenosi  e  preparati  a  discrezione;  cioè 
estratti  chimici  di  minerali  e  di  mezi  minerali  o  quinte  essenze 
distillate  o  acque  o  olii  o  spiriti  o  sali  o  altre  simili  riduzzioni 
variamente  nominate.  E  benché  ciò  sia  usanza  non  affatto  ca- 
nonica ma  empirica,  la  qual  si  tiene  non  da  tutti  i  medici  ma 
da  alcuni  pochi  e  da  alcun  ceretano,  poco  però  essa  non  nuoce 
né  poco  è  il  numero  degli  uccisi,  avendosi  riguardo  che  per  le 
mani  d'un  sol  medico  o  d'un  sol  ceretano  possono  in  processo 
di  tempo  passar  molte  e  molte  migliaia  di  malati,  i  quali  folta- 
mente concorrono  dove  si  spenda  manco.  Il  voler  correggere  i 
veleni  a  fin  di  ridurgli  a  bevanda  salutifera  o  ad  altra  benigna 
forma  è  propriamente  uno  scherzar  colla  morte,  non  potendo 
noi  sapere  per  appunto  insino  a  qual  segno  si  debba  rintuzzar 
la  qualità  venefica  per  proporzionarla  al  morbo  e  quali  mezi  sieno 
idonei  a  ciò  effettuare.  Onde  nel  preparare  si  camina  non  meno 
al  buio  di  quel  che  si  faccia  nel  cercare  il  lapis  filosofico,  dove 
altra  guida  non  si  ha  che  '1  caso  ed  il  fuoco;  guide,  dico,  una 
cieca  affatto  e  l'altra  formidabile  e  fiera  e  senza  regola.  Ed  ogni 


372  TOMMASO    STIGLIANI 

minuto  errore,  che  dal  chimico  o  dal  medico  in  ciò  si  commetta, 
importa  all'infermo  la  perdita  della  vita. 

Nella  qual  mia  verità  mi  può  esser  testimonio  il  famoso  col- 
legio milanese,  che  questi  anni  addietro  proibì  per  tutto  lo  Stato 
quel  notorio  medicamento  usato  dalla  povertà  in  Lombardia  e 
chiamato  «  la  polvere  dell'Algarotti  ».  Il  che  non  per  altro  fece 
se  non  per  li  chiari  omicidii  e  numerosi  ch'ogni  giorno  se  ne 
vedevano  seguire;  e  fecelo  anco  dapoi  la  republica  di  Vinezia 
con  punir  l'Algarotti  istesso,  speziale  in  Verona,  il  quale  d'essa 
polvere  era  il  solo  venditore  e  confessò  essere  antimonio  pre- 
parato. Aggiunse  alla  confessione  aver  lui  ereditato  il  segreto 
dall'Algarotti  medico,  già  suo  zio,  il  quale  n'era  stato  primo  in- 
ventore ed  avevalo  lungo  tempo  venduto  ancor  egli.  I  quali  due 
perniciosi  mercadanti  fecero  in  pochi  anni  in  quel  popolato  paese 
non  minor  destruzzion  d'anime  di  quel  che  soglia  fare  una 
peste  universale. 

Questa  è  dunque,  signor  mio,  la  mia  opinion  intorno  alle  vio- 
lenze del  medicare.  La  quale  qui  io  ho  diffusamente  esposta 
non  tanto  per  difenderla  quanto  per  esser  da  V.  S.  tratto  d'er- 
rore in  caso  che  quella  fusse  erronea,  overo  per  restare  appo 
lei  scusato  in  caso  ch'essa  fusse  buona,  non  avendo  io  altro 
fine  ne'  miei  discorsi  che  d'imparar  la  verità.  Che,  quantunque 
da  fanciullo  io  studiassi  in  Napoli  un  tantino  dell'arte  sotto  La- 
tino Tancredi,  famoso  lettore  allora  e  di  gran  credito;  e  quan- 
tunque dapoi  n'abbia  in  vari  tempi  vedute  altre  parti,  secondo 
che  mi  v'ha  spinto  il  vario  bisogno  delle  mie  patite  indispo- 
sizioni ;  non  debbo  però  ostinarmi  contra  il  parer  di  chi  più  di 
me  ne  sa,  e  di  grandissima  lunga.  Dico  di  V.  S.,  che  può  inse- 
gnare a'  professori  e  che  realmente  ha  loro  insegnato  col  publi- 
care  i  suoi  scientifici  volumi,  la  cui  dottrina  io  riverisco  per  una 
delle  supreme  di  questo  secolo. 

E  per  fin  della  lettera  riverisco  anco  l'autore  con  baciargli 
affettuosamente  le  mani. 

Di  Frascati,  23  di  giugno  1646. 


373 


XCVIII 

A  MONSIGNOR    DON   SlMON    CaRRAFA, 
GIÀ    ARCIVESCOVO    DI    MATERA   ED   ORA   DI    MESSINA,    A   NAPOLI 

Congratulazioni  per  la  promozione. 
Di  Roma,  ii  gennaro  i6[47]. 

XCIX 

Al  signor  Giovan  Romano  Ricci,  a  Matera 

Lo  sconsiglia  dal  muover  lite  in  Roma  per  far  revocare  la  vendita 
di  una  casa. 

Roma,  primo  d'aprile  1647. 

C 

Al  signor  Girolamo  d'Afflitti,  a  Matera 

Accetta,  ringraziando,  i  150  ducati,  che  l'amico  gli  anticipa  per  conto 
di  un  debitore. 

Di  Roma,  primo  d'ottobre  1647. 

CI 
Al  signor  Nunzio  Paulicelli,  a  Matera 

Non  può  raccomandare  l'amico  presso  il  generalato 
dell'ordine  agostiniano,  non  essendo  più  generale  il  padre  Ghetti. 

Di  Roma  [1647?]. 

CI! 

Al  principe  di  Gallicano 
Non  ha  ricevuta  una  lettera,  alla  quale  si  accenna  in  altre  posteriori. 
[Di  Roma,   1648?]. 


374  TOMMASO    STIGLIANI 

CHI 

Al  medesimo 

Loda  il  Setaccio,  pieno  di  cose  astrologiche. 
Ma  lo  stampatore  lo  ha  assassinato. 

[Di  Roma,  1648?]. 

CIV 

Al  medesimo 

Descrive  facetamente  la  miseria  in  cui  egli  versa. 

Io  son  costretto  di  rappresentare  a  V.  E.  una  imbasciata 
d'un  mio  compagno,  il  quale  in  altri  tempi  solea  venire  alcune 
rare  volte  a  visitarmi,  ma  in  quest'anno  s'è  voluto  tanto  addo- 
mesticar con  me,  che  per  forza  è  diventato  mio  camerata,  ed 
ogni  di  si  trova  meco  a  pranzo,  e  troverebbesi  anco  a  cena 
s'io  non  mangiassi  una  sol  volta  al  giorno,  lamentandosi  inoltre 
che  '1  mio  vivere  gli  paia  troppo  frugale.  Egli  è  importuno  a 
segno  che  può  più  tosto  dirsi  indiscreto  ed  impertinente.  Ma, 
quel  eh 'è  peggio,  dubito  ch'egli  sia  stregone,  perché  spesso  si 
tramuta  di  maschio  in  femmina,  e  conseguentemente  di  tristo 
in  peggiore.  La  pratica  sua  non  è  veramente  molto  onorevole, 
essendo  egli  avuto  comunemente  in  dispregio,  e  quasi  da  ognuno; 
si  che,  se  si  sapesse  ch'io  vi  bazzico,  resterei  mezzo  svergo- 
gnato. Ma  io  uso  in  ciò  gran  cautela,  né  voglio  ch'egli  mai 
s'accompagni  con  me  in  pubblico,  ma  ogni  volta  ch'esco  di 
casa  lo  serro  dentro  a  chiave,  benché  contra  sua  voglia  egli 
vi  stia,  anzi  resti  con  gran  rabbia  a  rosicar  quasi  le  serrature. 
Di  pili  mi  minaccia  ogni  giorno  insino  della  vita,  s'io  non  farò 
ottenergli  da  V.  E.  la  sua  domanda.  Onde  ancor  io  la  sup- 
plico strettamente  ad  esaudirlo,  accioché  egli  non  mi  facesse 
qualche  male.  Perché,  non  possendo  io  per  la  mia  vecchiezza 
far  più  questioni,  ed  essendo  egli  uno  schermidore  leggeris- 
simo (il   qual   ha,  ogni  volta   che  voglia,   una  stoccata   franca 


LETTERE  375 

nella  gola)  temo  eh 'un  giorno  mi  scanni,  ovvero  non  m'affoghi 
una  notte  nel  mio  letto,  il  quale  egli  s'ha  ancora  accomunato 
con  me,  non  bastandogli  d'aversi  accomunato  la  mensa.  Egli 
si  tiene  da  me  mal  soddisfatto  non  solo  per  lo  mangiare  ma 
del  dormire.  Poiché,  non  avendo  il  buon  Sciapello  da  sei  anni 
in  qua  voluto  farmi  rifare  i  materazzi,  me  gli  ha  lasciati  pietri- 
ficare, benché,  vaglia  la  verità,  il  rifargli  non  avrebbe  avuto 
luogo,  essendo  essi  pieni  di  lana  di  capra.  Ma  questo  è  nulla 
a  rispetto  delle  lenzuola.  Egli,  già  sono  altrettanti  anni,  me  ne 
dette  tre  paia  per  lo  mio  letto  e  due  per  l'altro,  accioché  io 
me  le  facessi  lavare  a  mie  spese,  come  ho  poi  fatto,  ed  egli 
guadagnasse  la  spesa  mettendola  a  conto  di  V.  E.  Le  tre  paia 
mie  erano  insino  allora  vecchie  e  trasparenti;  e  non  avendo- 
mele egli  voluto  mai  cambiare,  io  son  venuto  guastandone  al- 
cune per  conciarne  alcune  altre,  si  che  finalmente  esse  si  son 
tutte  ridotte  ad  un  solo  paio,  ma  stracciate  più  che  la  spoglia 
d'un  fico  brugiotto;  onde  il  mio  detto  ospite  borbotta,  perché 
dorme  con  me  fra  due  cenci.  So  che  V.  E.  già  vorrebbe  inten- 
dere chi  sia  costui,  e  come  si  chiami,  e  qual  grazia  da  lei 
pretenda.  Le  dirò  il  tutto.  Egli  non  è  persona  vera  ma  una 
fantasima,  se  bene  par  ch'abbia  corpo.  Si  nomina  Bisogno, 
e  qualvolta  s'infemminisce:  insieme  col  mutar  sesso  muta  nome, 
e  chiamasi  Necessità.  Quel  ch'egli  da  V.  E.  domanda  è  una 
grazia  sola,  ma  esposta  differentemente  e  variata  di  due  condi- 
zioni, accioché,  se  non  si  può  concedere  in  un  modo,  si  conceda 
in  un  altro.  La  qual  grazia,  se  ben  si  chiede  da  lui,  non  è  per 
lui  ma  per  me;  si  che,  quantunque  paia  ch'io  sia  ambasciador 
suo,  la  verità  si  è  ch'egli  è  ambasciador  mio,  ma  per  mio  istesso 
mezzo,  che  cosi  ha  voluto  che  si  faccia.  Non  isdegni  dunque 
V.  E.  di  ascoltarmi,  ma  con  quella  solita  flemma  generosa  che 
è  proprio  di  lei.  Perché,  se  bene  il  proemio  è  stato  lungo,  il 
resto  non  sarà  tale  né  si  stenderà  a  proporzione  di  quello... 
\continua  domandando  al  principe  o  d' elevargli  la  pensione  men- 
sile da  dieci  a  dodici  ducati,  o  di  dargliene  soltaìito  cinque,  ma 
permettendo  che  egli  si  ritiri  a  Materà]. 
[Di  Roma,  tra  il  luglio  e  l'agosto  1648]. 


376  TOMMASO    STIGLIANI 

cv 
Al  medesimo 

Riceve  da  lui  una  polizza  di  sessanta  scudi  e  lo  ringrazia.  Ma  il  Ron- 
chino, amministratore  del  Gallicano  a  Roma,  è  un  gran  ladro:  una  volta 
gli  ha  date  in  pagamento  doppie  che  calavano  sette  giuli  l'una. 

[Di  Roma,  settembre  1648]. 


evi 
Al  medesimo 

Invia  le  Rime  di  monsignor  Ciampoli,  pregando  il  principe  di  dirgli  bre- 
vemente se  gli  piacciono  o  no.  Non  ardisce  inviare  alcune  sue  poesie 
sulla  prigionia  del  Gallicano.  Accusa  di  nuovo  ricezione  dei  sessanta 
scudi. 

[Di  Roma,  settembre  od  ottobre  1648]. 

CVII 
Al  medesimo 

Invia  tre  canzonette  per  musica,  e   un   trattatello   in    versi  suW  Orlando 
furioso,  di  cui  desidera  un  breve  giudizio. 

[Di  Roma,  tra  il  settembre  e  il  decembre  1648]. 


CVIII 

Al  medesimo 

Gode  che  il  Gallicano  s'affligga  assai  poco  della  sua  prigionia  a  Napoli  ; 
al  qual  contento  s'aggiunge  l'altro  delle  lodi  date  dal  suo  protettore  ai 
componimenti  acclusi  nella  lettera  precedente. 

[Di  Roma,  tra  il  settembre  e  il  decembre  1648]. 


LETTERE  377 

CIX 

Al  medesimo 

Loda  il  primo  capitolo  della  Nuova  A  rcadia  del  Gallicano  e  la  prosa  re- 
lativa, che  lo  precede.  Imiterà,  nello  scrivergli,  lo  stile  del  Sannazaro; 
lo  prega  di  porre  nelle  sopraccarte  alle  lettere  «  Sempronio  Vecchietti  > 
invece  che  <  Tommaso  Stigliani  »;  e  invia  una  canzone  sopra  la  ragion 
di  Stato,  dedicata  a  Raffaello  Torre. 

Di  Roma,  [primi  di]  dicembre  1648. 

ex 

Al  medesimo 

Ancora  del  primo  capitolo  e  della  prima  prosa  della  Nuova  Arcadia. 
È  inutile  affrancar  le  lettere,  perché  quel  ladro  del  mastro  di  posta 
cancella  le  parole  «  franco  di  porto  »  e  se  lo  fa  pagare  egualmente. 
Circa  il  conto  della  pensione  mensile  pattuita  con  esso  Stigliani,  egli  è 
creditore  del  Gallicano  in  ducati  95,  di  cui  ha  grandissimo  bisogno. 

[Di  Roma,  decembre  1648]. 

CXI 
Al  medesimo 

La  terza  prosa  e  i  terzi  versi  della  Nuova  Arcadia  sono  migliori  dei  primi 
e  dei  secondi.  Ancora  del  conto  della  pensione. 

Di  Roma,  19  dicembre  1648. 

CXII 

Al  medesimo 

Bellissima  la  quarta  prosa  e  il  quarto  capitolo  della  Nuova  Arcadia.  Sol- 
tanto non  gli  piace  che  Fileno  sia  allegoria  di  esso  Stigliani.  Ciò  non 
pertanto,  è  prontissimo  a  scrivere  per  l'opera  la  «  dichiarazione  delle 
allegorie»:  semplicemente  bramerebbe  di  non  firmarla. 

Di  Roma,  26  dicembre  [1648]. 


378  TOMMASO    STIGLIANI 

CXIII 

Al  medesimo 

Attende  la  quinta  prosa  e  i  quinti  versi  della  Nuova  Arcadia.  Ringrazia 
del  pagamento  della  pensione  fatto  per  mezzo  del  signor  Luparducci. 
Prega  il  Gallicano  di  compatire  una  sua  canzone  in  lode  del  cardinale 
di  Lugo,  e  ne  acclude  un'altra  indirizzata  a  monsignor  Vulpio. 

[Di  Roma,  tra  il  28  e  il  31  decembre  1648]. 
CXIV 

Al  medesimo 

Le  negoziazioni  col  duca  di  Bracciano  sono  a  buon  porto.  Gode  che  il 
Gallicano  vada  quasi  d'accordo  con  lui  circa  il  concatenamento  delle 
favole  della  Nuova  Arcadia.  La  quinta  prosa  gli  è  parsa  «alquanto 
seccorella».  L'egloga  gli  piace,  ma  non  vorrebbe  che  nell'opera  ne  fos- 
sero altre  oltre  le  due  composte  finora.  Invia  una  poesia. 

[Di  Roma],  9  gennaio  1649. 

cxv 

Al  medesimo 

La  sesta  prosa  ed  egloga  della  Nuova  A  rcadia  gli  piacciono  per  la  forma 
ma  non  per  l'argomento.  Riceve  un  componimento  del  Prina.  Con- 
tento che  il  Gallicano  abbia  lodata  la  canzone  al  cardinal  di  Lugo,  ne 
manda  un'altra  in  lode  del  pittore  Vet. 

[Di  Roma,  poco  dopo  il  16  gennaio  1649]. 
CXVI 

Al  medesimo 

Ha  ricevuto  il  Discorso  politico  del  Gallicano,  il  cui  difetto  è  di  essere 
troppo  buono.  Non  intende  perché,  «  nell'esaminarsi  le  forze  e  le  vo- 
lontà de'  signori  e'  hanno  i  loro  Stati  in  Abruzzo,  sì  sia  taciuto  del 
Guasto  >.  Manderà  versi  pel  prossimo  procaccio. 

Di  Roma,  [poco  dopo  il  5]  febbraio  1649. 


379 


CXVII 
Al  medesimo 

Ancora  del  Discorso  politico.  Si  sta  a  momenti  per  stipulare  dal  duca 
di  Bracciano  il  contratto  di  vendita  del  palazzo  a  Campo  dei  Fiori  per 
50000  scudi.  Prega  il  Gallicano  di  raccomandarlo  al  barone  del  Vaglio, 
acciò  lo  aiuti  a  riscuotere  gli  arretrati  delle  rendite  del  beneficio  sito 
in  quella  terra. 

Di  Roma,  26  febbraio  1649. 


CXVIII 

Al  medesimo 

Ancora  delle  negoziazioni  col  duca  di  Bracciano. 
[Di  Roma,  fine  del  febbraio  1649]. 

CXIX 

Al  signor  dottor  Giovan  Battista  di  Luca,  a  Frascati 

Dedica  del   Trattato  della  nobiltà. 
Di  Roma,  7  di  marzo  1649. 

cxx 

Al  principe  di  Gallicano 
È  suo  creditore  in  ducati  41,  che  desidererebbe  di  riscuotere. 
[Di  Roma,  aprile  1649]. 

CXXI 
Al  medesimo 

Manifesta  molta  allegrezza 
per  la  notizia  della  liberazione  del  suo  protettore. 

[Di  Roma,   1649]. 


380  TOMMASO    STIGLIANI 

CXXII 

Al  signor  Giovanni  Angelo  Maccafani,  a  Pereto 
Della  peste  romana  del  1649  e  della  ristampa  del  Mondo  nuovo. 

Da  un  prete  paesano  di  V.  S.,  il  quale  ora  è  qui  presente 
al  mio  scrivere,  io  ho  ricevuto  la  cara  di  lei,  a  cui  non  ho  che 
rispondere  fuor  che  ringraziarla,  come  fo  e  grandemente,  della 
affettuosa  memoria  che  tiene  di  me.  Della  quale  oltracciò  Ella  è 
ricambiata,  ma  vantaggiosamente,  non  contentandomi  io  di  solo 
riamar  l'amico,  ma  sempre  pretendendo  di  soprafarlo  in  amore; 
il  che  al  soprafatto  non  credo  sia  incarico,  ma  più  tosto  onore  e 
gloria,  essendo  indizio  in  lui  di  maggioranza  di  merito.  Ma  di- 
scendiamo a  soddisfare  alle  due  dimande  ch'Ella  m'ha  fatte 
dopo  i  compimenti. 

Dico,  quanto  alla  prima,  che  '1  caldo  in  Roma  è  crudele  e  che 
la  mortalità  dura  tuttavia,  anzi  cresce,  e  massimamente  negli 
spedali.  Ben  dicono  i  medici  che  essa  comincia  a  mancare,  e 
forse  il  lor  detto  è  anco  vero;  ma  intanto  non  è  bugia  quel  che 
all'incontro  dico  io.  Perché,  se  bene  adesso  muor  manco  gente, 
ciò  avvien  perché  manco  ve  n'è;  né  maraviglia  dee  parere 
che  '1  falcione  tronchi  ora  minor  numero  di  spiche,  quando  quasi 
tutto  il  campo  s'è  ridutto  a  stoppia.  Chi  sarà  vivo  questo  ottobre 
prossimo  è  un  valentuomo,  e  se  dopo  l'anno  maladetto  potremo 
veder  l'anno  santo,  avremo  non  picciola  ventura.  Al  qual  prezioso 
guadagno  spirituale  io  esorto  V.  S.  a  serbar  la  sua  vita  in  cotesto 
si  sincero  paese  e  sano,  ove  al  presente  si  trova,  e  non  venga 
per  ancora  a  Roma,  come  par  che  nella  sua  lettera  accenni  di 
voler  fare;  che,  se  bene  il  pericolo  è  cosa  non  certa,  certa  cosa 
è  che  v'è  pericolo. 

Per  conto  della  sua  seconda  domanda,  rispondo  ch'io  non 
ho  ancora  cominciato  a  ristampare  il  Mondo  nuovo,  perché  il 
Manelfi,  con  chi  già  m'era  accordato,  è  morto  repentinamente 
in  questo  comune  influsso.  Cerco  io  però  di  rattaccar  la  prattica 
con  suo  figlio,  il  quale  non  è  men  galantuomo  che  '1  padre  e 


LETTERE  381 

seguita  ancor  egli  il  paterno  esercizio  del  torcolo.  Nel  qua! 
volume  si  son  da  me  fatti  finalmente  tanti  miglioramenti,  che 
non  n'è  rimaso  privo  foglio  alcuno  né  facciata  né  forse  stanza. 
Il  povero  libro  naviga  in  questo  tempo  (dico  finch'io  son  vivo) 
colle  vele  basse,  perché  il  rabbioso  vento  dell'invidia  degli  emoli 
lo  tien  combattuto  non  poco.  Ma  con  tutto  ciò,  essi  non  possono 
godere  appieno,  turbandoli  assai  il  sapere  che  ciò  non  è  per 
durare  in  lungo,  mentre  veggono  che  il  mondo  ha  cominciato 
a  disingannarsi  e  che  molti  lettori  al  loro  mal  dire  rispondono 
col  romitello  del  Boccaccio:  —  Oh!  son  si  fatte  le  male  cose?  — 
Addunque  possiamo  ragionevolmente  aspettare  il  bene,  mentre 
del  male  se  n'è  avuto  a  dovizia.  Col  qual  fine  a  V.  S.  bacio 
le  mani. 

Di  Roma,  io  d'agosto  1649. 

CXXIII 

Al  signor  Francesco  Franchi,  al  Corvaro 

Si  scusa  di  non  avergli  ancora  potuto  rendere  un  servigio, 
e  lo  ringrazia  del  dono  d'una  lepre. 

Di  Roma,  25  decembre  1649. 

CXXIV 
Al  signor  principe  di  Castellaneta,  a  Napoli 

E  pieno  d'acciacchi  e  malanni,  il  peggiore  dei  quali  è  l'esser  prossimo 
ai  settantotto  anni. 

L'avermi  il  signor  Caruso,  coll'occasion  della  sua  venuta 
a  Roma,  arrecato  il  prezioso  favor  del  saluto  di  V.  E.  ha  in 
me  non  già  ravvivata  (che  ravvivar  non  si  può  una  cosa  che 
non  è  mai  morta),  ma  certo  stuzzicata  la  taciturna  ma  divota 
ricordanza  ch'io  serbo  ognora  del  valor  di  lei  e  della  sua  gen- 
tilezza e  degli  altri  suoi  rarissimi  pregi.  Si  che  io  non  mi  son 
potuto  contenere  che,  dal  solito  mio  riverir  V.  E.  col  silenzio, 
non  sia  passato  a  ringraziarla  colle  parole,  si  come  ora  faccio 


382  TOMMASO    STIGLIANI 

e  cordialmente.  Poiché  esso  suo  saluto  ha  fatto  ufficio  di  salute 
apunto  sopra  le  varie  indisposizioni  ch'io  patisco,  e  tutte  crudeli, 
secondo  che  il  signore  Caruso,  eh 'a  lei  è  lator  della  presente, 
testificherà  in  voce;  il  quale,  coli 'occasione  del  visitarmi,  m'ha 
spesso  udito  gridare,  anzi  quotidianamente.  Ma  la  piggiore  in- 
fermità ch'io  abbia,  e  che  maggiormente  accresce  l'altre  e  di- 
strugge me,  si  è  una  che  si  chiama  «  settantasette  »  e  che  l'anno 
che  verrà  si  chiamerà  «  settantotto  »,  purch'io  non  muti  mondo 
avanti  che  ella  muti  nome.  Comunque  però  sia  per  succedermi, 
s'assicuri  l'È.  V.  che,  finché  sarò  lasciato  in  questa  vita,  le 
viverò  sempre  parzialissimo  servo  ed  avido  de'  suoi  comanda- 
menti e  che,  quando  sarò  salito  all'altra.  Ella  avrà  in  paradiso 
un'anima  obbligata,  che  sempre  pregherà  il  Signor  de'  signori 
a  far  si  che  noi  ci  abbiamo  là  a  rivedere,  ma  di  qui  a  cento 
anni. 

E  fratanto  le  fo  affettuosa  riverenza. 
Di  Roma,  20  aprile  1650, 

CXXV 

Al  principe  di  Gallicano 

Dedica  delle  Lettere. 
In  Roma,  primo  d'ottobre  1650. 


NOTA 


I 

Lettere  e  dedicatorie  di  Giambattista  Marino  (*) 


Tante  e  tante  volte,  fin  dal  suo  soggiorno  a  Parigi,  Giambat- 
tista Marino  aveva  annunziato  come  d'imminente  pubblicazione 
un  volume  di  Lettere  gravi,  piacevoli  e  facete  {^),  che,  dopo  la  sua 
morte,  gli  amici  erano  sicuri  di  trovarne  fra  le  sue  carte,  già  ap- 
parecchiato per  la  stampa,  il  ms.  Ma,  sia  che  codesta  raccolta  fosse 
stata  compresa  tra  quei  componimenti  che  il  poeta  napoletano 
dal  letto  di  morte  volle  dannare  inesoràbilmente  al  rogo,  sia  (cosa 
forse  più  probabile)  che  egli  non  l'avesse  messa  insieme  se  non  con 
la  fervida  immaginazione,  certo  è  che  i  ricercatori  provarono  una 
delusione  (2).  Sicché  non  poca  fatica  dovè  durare  il  libraio  Giacomo 
Scaglia  (amico  e  corrispondente  del  M.)  per  procurarsi  da  diverse 


(*)  Le  lettere  del  M.  erano  state  raccolte  per  gli  Scrittori  dal  prof.  Angelo  Bor- 
zelli,  ben  noto  nel  mondo  degli  studi  per  parecchi  lavori  sul  M.,  tra  cui  una  larga 
biografia,  premiata  dall'Accademia  pontaniana  di  Napoli.  Senonché,  mentre  egli  si 
accingeva  a  ordinarle,  lavori  più  urgenti  lo  assorbirono  in  tal  modo,  che  fu  costretto 
ad  affidare  a  me  la  prosecuzione  del  lavoro.  Cosicché  l'ordinamento  dell'epistolario 
(del  quale  assumo  io  solo  la  responsabilità)  e  la  cura  della  stampa  sono  opera  mia. 
E  poiché  le  lettere  del  M.  erano  troppe  per  un  sol  volume  degli  Scrittori  e  troppo 
poche  per  due,  ho  creduto  che  utile  appendice  a  cosi  bella  serie  di  documenti  della 
vita  letteraria  nef  primi  decenni  del  Seicento  fossero  il  carteggio  del  più  arrab- 
biato marinista  e  le  lettere  di  chi  da  se  stesso  si  proclamò  campione  dell'antima- 
rinismo  (F.  N.). 

(i)  Si  veda  passim,  n^W Epistolario,  nonché  la  lett.  del  Claretti  in  questo  voi., 
p.  99. 

(2)  Vita  del  cav.  M.  descritta  dal  signor  G.  B.  Baiacca  (in  Venezia,  mdcxxv, 
appresso  Giacomo  Sarzina),  p.  59. 

G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -n.  25 


386  NOTA 

parti  quel  primo  gruzzolo  di  novantasei  lettere,  che  egli  raccolse 
e  pubblicò  nel   1627(1). 

Fino  a  quell'anno  correvano  stampate,  oltre  le  quattordici  de- 
dicatorie premesse  dal   M.   a  diverse   opere    (numeri   xviii,   xix, 

XLVII,    XCIX,    CHI,    CIV,    CV,    evi,    CXIX,    CXXIX,    CXLI,    CXLII,  CXLIX, 

ce  della  nostra  edizione),   le  seguenti  lettere: 

15  e  16)  quelle  all'Achillini  e  al  Ciotti  (cli  e  clii),  pubblicate 
dal  M.  stesso  a  principio  della  Sampogìia  (1620); 

17)  la  celebre  lettera  allo  Scoto  (cxxiv),  pubblicata  per  la  prima 
volta  dal  Sarzina  (pseudonimo  dello  Scaglia)  nella  sua  ediz.  della 
Sferza  (1625)  (2),  e  poi  tante  volte  riprodotta,  anche  nelle  antologie 
per  le  scuole  (3); 

18-20)  una  a  Giulio  Sforza  e  due  allo  Scaglia  (clxx,  clxxix, 
ecvii),  inserite  a  pp.  64-70,  73-7,  77-9  della  Vita  del  M.  del 
Baiacca  (1625); 

21)  l'altra  al  Bruni  (cexLix),  premessa  a  La  ghirlanda  del 
medesimo  Bruni  (1625)  (4); 

22-3)  le  lettere  xv  e  Lxvi,  pubblicate  per  la  prima  volta  a  Parigi 
nel   1626  (5); 


(i)  Lettere  del  cav.  M.kkiììo  gravi,  argute  e  facete,  con  alcune  poesie  dell' istesso, 
all'illustrissimo  signor  Bartucci  Valiero  fu  dell' illustrissimo  ed  eccellentissimo  signor 
Silvestro  (in  Venezia,  mdcxxvii,  appresso  Francesco  Babà,  con  licenzia  de'  superiori 
e  privilegio,  pp.  350 -[-  14  innumer.  innanzi).  Precedono  la  dedica  firmata  da  Giacomo 
Scaglia,  un  breve  avviso  «  al  benigno  lettore  »,  la  «  tavola  dei  nomi  dei  personaggi 
a'  quali  sono  dirette  le  lettere  »  e  la  «  tavola  delle  poesie  ».  Seguono,  da  p.  299  in  poi, 
una  lett.  del  Preti  all'Achillini  con  la  risposta  di  quest'ultimo,  due  lettere  di  Giovan 
Francesco  Busenelli  allo  Scaglia  e  al  M.,  e,  dopo  4  pp.  in  bianco,  10  poesie  del    M. 

(2)  La  sferza,  invettiva  del  cav.  M.  a  quattro  ministri  dell'iniquità,  con  una 
lèttera  faceta  del  medesimo,  aggiuntovi  un  Discorso  in  difesa  dell'a  Adone  »  (Venezia, 
Sarzina,  1625),  pp.  113-30.  La  lettera  ha  questo  titolo:  «Copia  d'una  lettera  faceta 
scritta  dal  cav.  M.  ad  un  cavaliere  piamontese  nel  suo  arrivo  a  Parigi,  avutasi  dalla 
libreria  del  signor  Giulio  Strozzi  ». 

(3)  Si  veda  p.  e.  nel  Manuale  del   D'Ancona  e  Bacci,  mi,  387. 

(4)  Si  veda  sopra,  p.  74. 

(5)  Il  padre  Naso  con  le  due  prigionie  di  Napoli  e  Torino  (Parigi,  1626,  per 
gli  eredi  di  Abramo  Pacardo).  Cosi  almeno  il  Graesse  cita  questo  opuscolo,  che  né 
il  Borzelli  né  io  siamo  riusciti  a  vedere.  Che  il  Graesse  abbia  equivocato  con  l'opu- 
scolo che  reca  il  medesimo  titolo  complessivo,  e  la  data:  «in  Parigi,  appresso  gli 
eredi  di  Abram  Pacardo,  nella  strada  di  San  Giacomo,  all'insegna  delle  spiche  ma- 
ture, MDCXLVi,  con  privilegio  del  re  »?  —  Nel  quale  ultimo,  la  lett.  xv  si  trova  a 
pp.  33-56,  col  titolo:  Del  camerone,  prigione  orridissima  in  Napoli,  ove  fu  carcerato 
il  cavalier  Marino;  e  la  lxvi  a  pp.  .'S9-103,  col  titolo:  Prigionia  del  cavalier  Marino 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  387 

24)  il  memoriale  al  duca  di  Savoia  intorno  all'attentato  del 
Murtola  (lii),  che,  diffuso  antecedentemente  in  molte  copie  mss., 
fu  posto  a  stampa  per  la  prima  volta  (se  pure  non  si  tratti  già  di 
ristampa)  nel   1627  ('\ 

Con  la  raccolta  dello  Scaglia  giungiamo  a  centotto  lettere.  In 
essa  infatti  vengono  date  nel  seguente  ordine  (o,  meglio,  disordine) 
queste:    lii,  xli,  l,  xlix,  cxcix,  xx,  lix,  lxxiv,  lxxvii,  lxxv, 

CXII,  CXIII,  CLIX,  CL,  CXLVIII,  XXXV,  XCII,  CCXXXI,  CCXLIX,  CCXVI, 
CCIV,  CCXLIV,  CCII,  CLXV,  III,  I,  II,  VII,  Vili,  V,  IV,  X,  IX,  XII,  XI, 
XIII,  VI,  CLII,  LVI,  CLXVII,  CCXXVIII,  CCXXXII,  CCXVII,  CCXXIV, 
LXXVI,  CCXXV,  CCXXVI,  CCXXVIl,  CCXXXV,  CXVI,  CLXIV,  CXCVII, 
CCIX,  CCXXX,  CCXLVI,  CXVII,  CXXXVI,  CCXXXVI,  CCXXXVII,  CCXXXIX, 
CCXLl,  CCXLIII,  CCXLV,  CCXLVII.  CCXLII,  CCXIV,  CCXL,  CCXLVIII, 
CXCVIII,     CCXXXVIII,     CXCVI,     CCXV,     CXXII,     CCV,     CXXXI,      CLXXXV, 

XXXIV,  LX,  CLXXxiii,  CLXxviii,  cxviii,  CLXX,  cxxiv,  cxxiii,  la  let- 
tera al  padre  Naso,  xxxvii,  le  lettere  del  pupolo  e  della  pupola, 

CIV,    XVIII,    XIX,    XCIX,    CXXIX,    CXIX,    LIV,  XVII,  CLXIX,  LXVII,  CXLI. 

Da  quest'elenco  può  scorgersi  che  lo  Scaglia  riprodusse  soltanto 
dodici  delle  ventiquattro  lettere  e  dedicatorie  precedentemente 
pubblicate.  Inoltre  la  lettera  clii  non  fu  data  da  lui  per  intero;  si 
bene  ne  soppresse  tutto  il  primo  capoverso,  nonché  le  parole  «  que- 
sto disordine  mi  ha  fatto  mutar  deliberazione  »  e  il  brano  «  la  qual 
sarà  più  dilettevole...  quando  egli  ebbe  gli  stimmati  »  del  secondo. 
Al  contrario,  nella  lettera  ccxlix  il  testo  dello  Scaglia  è  più  pieno 
di  quello  già  dato  dal  Bruni,  il  quale,  forse  per  riguardo  verso 
il  Santo  ufficio,  soppresse,  nel  secondo  capoverso  (pp.  75-6  di 
questo  voi.),  il  brano  «  parendomi  che  il  trovarsi  in  mano  del- 
l'illustrissimo signor  cardinal  Pio...  considererà  la  sua  innocenza». 

La  centesimanona  lettera  del  M.  in  ordine  di  pubblicazione  è 
quella  inserita  nel  1628  a  principio  ééìV Erocallia  del  Manso,  e 
non  più  riprodotta  (ccl)  (2). 


in  Torino,  al  conte  Lodovico  d'A^lié.  L'una  e  l'altra  furono  ripubblicate  integral- 
mente dal  BoRZELLi,  Del  cav.  G.B.  M.  (Napoli,  Priore,  1898),  pp.  216-224  e  254-264. 
Del  Camerone  una  copia  ms.  del  sec.  xvili,  la  quale  offre  moltissime  varianti  dal 
lesto  a  stampa,  si  trova  nella  bibl.  della  Soc.  nap.  di  storia  patria  (cod.  segn.  xxvi, 
d,  4,  pp.   2-10). 

(i)  Ragguaglio  del  cav.  M.  all' A.  S.  di  Savoia  degli  affari  suoi  e  delle  neini- 
cizie  private  col  Murtola  (Parigi,  1627).  Per  la  diffusione  che  il  M.  dette  a  questa 
sua  autoapologia  si  veda,  oltre  la  lett.  al  Sanvitali  (i,  87),  anclie  nel  Carteggio  del- 
l'Achillliii  (11,   123). 

(2)  Si  veda  sopra,  p.  76. 


3S8  NOTA 

Lo  stesso  anno  1628  veniva  pubblicata,  anche  a  Venezia,  a  spese 
del  medesimo  Scaglia  e  forse  a  cura  di  Cristoforo  Tomasini  ('),  una 
nuova  raccolta  di  Lettere  del  cavalier  ]\IarÌ7to,  gravi,  argute  e 
facete,  no?t  più  stampate,  con  alcune  poesie  dell' istesso .  «  Non  più 
stampate  »  non  è  un'esagerazione,  giacché,  tranne  quattro,  le  cento 
lettere  contenute  in  questo  volumetto  sono  effettivamente  inedite. 
Come  già  nella  precedente  serie  dello  Scaglia,  esse  sono  date  in  un 
disordine  da  far  rabbrividire.  «  Avverrà  forse  —  prevede  lo  stesso 
editore  —  ch'altri  non  apieno  informato,  leggendo,  o  mi  riprenda  o 
si  maravigli  che...  non  si  sia  fatta  distinzione  di  persone  intorno  alla 
precedenza,  né  osservazione  di  tempi  intorno  all'ordine.  Ma  ces- 
seranno e  la  maraviglia  e  le  querele,  se  s'avrà  in  considerazione 
che  sono  state  stampate  a  spezzoni,  e  non  come  s'è  voluto,  ma 
come  s'è  possuto;  onde  il  desiderio  di  raccórle  e  di  publicarle 
ha  cagionato  che,  pensando  più  volte  d'aver  finito,  mi  sia  conve- 
nuto continuare  e  fare  nuova  aggiunta,  ed  in  conseguenza  trascu- 
rare ogni  ordine  ».  Comunque,  l'elenco  delle  lettere  e  dedicatorie 
contenute  in  quest'altra  raccolta  è  il  seguente:   civ,  cv,  evi,  li, 

LXVIII,  LXXI,  CCXVni,  LUI,  LVII,  LVIII,  LXXXIV,  LXXXV,  CVIII,  CXIV, 
CXXX,  CLXVI,  CLVII,  CLVI,  CLXXXII,  CXCV,  CCX,  CCVI,  CCI,  CCXXXIV, 
CLX,  CLXI,  CLXII,  CLXIII,  CLXXXVII,  CLXXXVIIl,  CCXIX,  CCXX,  CCXXI, 
LV,  CXV,  CXXXIV,  CXLIII,  CLIII,  CXC,  CI.V,  CLVIII,  CLXXVI,  CLXXIV, 
CLXXII,    CXLIV,    CLXXVII,    XXI,    XL,    XXII,    XXIII,    XXIV,     XXV,     XXVII, 

XXVIII,  XXXII,    XXXIII,    XXX,     XXXI,    XXXVI,     XXXVIII,    XXXIX,     XXVI, 

XXIX,  XLVIII,  LXir,  LXXVIII,  LXXXII,  covili,  CCXIII,  CCXI,  XLVI, 
XLII,  LXV,  LXIII,  LXXIX,  LXXII,  LXXX,  LXXXI,  LXI,  LXXIII,  LXXXVI, 
LXXXVII,    LXXXVIII,   LXXXIX,  XC,  XCI,  XCIII,  XCIV,  XCV,  XCVI,  XCVII, 

xcviii,  e,  CI,  cu,  cvii,  cix,  CXI,  ex,  XLVii,  e  una  «  lettera  amo- 
rosa» in  versi  che  abbiamo  omessa. 

Di  codesta  seconda  raccolta  (ci  si  perdoni  la  non  inutile  digres- 
sione) abbiamo  innanzi  un  esemplare  prezioso,  perché  appartenuto 


(i)  Dico  questo,  perché,  se  il  volumetto  (di  pp.  286-|-i6  innumer.  innanzi)  reca  la 
data  «in  Venezia,  mdcxxviii,  presso  Giacomo  Sarzina  >>,  che,  come  s'è  detto,  era 
lo  jiseudonimo  dello  Scaglia,  la  dedica,  per  altro,  «all'illustrissimo  signor  conte 
G.  B.  Ganibara  »,  ecc.,  è  firmata  dal  Tomasini.  Comunque,  oltre  la  dedica,  precedono 
l'avviso  de  «lo  stampatore  a  chi  legge»,  che  riferisco  parzialmente  nel  testo,  la 
solita  tavola  dei  nomi  dei  corrispondenti,  nonché  quella  «dei  pittori  che  hanno  favo- 
rito il  cav.  M.  nella  Galena»,  e  un  non  bel  ritratto  del  M.  Ogni  lettera  è  preceduta 
da  un  sommario  abbastanza  lungo.  Mancano  le  poesie  annunziate. 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  389 

nientemeno  a  Tommaso  Stigliani  (0,  il  quale,  com'era  naturale, 
v'appose  nei  margini  alcune  postille  (fin  qui  quasi  tutte  inedite  (2)), 
ispirate  in  generale  al  livore  che  egli  nutriva  contro  il  IM.,  ma 
che  talvolta  recano  qualche  giovamento  all'intelligenza  del  testo. 
Eccone  le  principali  : 

Lett.  XLVi,  sotto  l'intestazione  «  AI  sig.  N.  N.  »:  ^  &  Al  sig.  Pietro 
Ettorre  giovinetto  »  (errata  è  dunque  la  congettura,  da  noi  fatta,  che  questa 
lettera  fosse  diretta  al  Barbazza). 

Lett.  LI,  accanto  alle  parole  «  per  aver  perduta  la  razione  è  diventato 
veramente  irrazionale»: —  «  'Razione'  per  'parte  cortegiana':  parola  na- 
politana  ».  —  Ivi:  «  io  era  in  carozza  col  duca  »:  —  «  Il  duca  non  mena 
in  carrozza  se  non  il  suo  mastro  di  cammera,  e,  se  v'è  altri,  son  principi  ». 

Lett.  LVii  :  «  il  libro  [l'Anversa  del  Sanvitali]  si  è  perduto  »:  —  «  E  per- 
duto fu  il  tempo  in  farlo  » . 

Lett.  Lxviii:  «  nel  mio  poema  della  Cuccagna  »:  —  «  Questo  poema  fu 
fatto  contra  Tiberio  Bucca  ». 

Lett.  Lxxi:  «l'intercessione  dell'ambasciador  di  Francia  e  d'Inghil- 
terra»: —  «  Fu  solo  l'ambasciador  di  Inghilterra,  che  lo  favori  col  mo- 
strar questa  fede  del  Manso  ». 

Lett.  Lxxxiv:  «  Piacemi  che...  Stigliani  si  sia  compiacciuto  di  seguitar 
la  maniera  da  me  tenuta  nel  Panegirico  »:  —  «  Questa  testura  di  sesta  rima 
non  è  introdotta  dal  M.,  ma  dall'autor  della  Leandra  ». 

Lett.  ci:  «Mi  rido...  delle  ridicole  malignità  di  cotesto  invidiosetto  »: 

—  «  Il  Testi  ». 

Lett.  cviii:  «  In  Bologna  un  certo  parmigiano...  »:  —  «  Ferrante  Carli». 
Lett.  cix:    «Circa   il   verso   notato  dal   genovese  nelle   mie  rime...»: 

—  «  Il  genovese  son  io,  e  la  scusa  e  la  correzzione  sono  false,  essendo 
l'istesso  errore  in  altri  componimenti  del  medesimo  autore». 

Lett.  ex:  «  \JEssamina  del  finto  conte  dell'Arca...  »:  —  «Ferrante 
Carli  ». 

Lett.    cxi  :    «    Che    le...    Dicerie  non  piacciano   a    quel   tisicuzzo...   »: 

—  «  Questo  son  io  ». 

Lett.  cxiv  (postilla  relativa  a  tutta  la  lettera):  —  «  Se,  con  averlo  accre- 
sciuto [l'Adone]  a  dodici  canti,  dice  che  è  più  l'aggiunta  che  l'opera,  che 
sarà  l'averlo  dapoi  riaccresciuto  a  canti  venti?». 

Lett.  CLVi:  «servo  ad  uno   de'  primi   re  del   mondo  [Luigi  XIII]   »: 

—  «  Sfionda,  che  il  servizio  del  re  non  fu  mai  vero  ». 

Lett.  CLVii:  «  Non  parlo  del  Materiale...  »:  —  «  Questo  son  io  ». 


(i)  È  posseduto  dalla  V.  E.  di  Roma  (voi.  segn.  71,  3  A,  33),  cui  pervenne  «ear 
bibl.  maiori  coli.  rom.  Societ.  lesu  ». 

(2)  Due  sole,  a  quanto  io  sappia,  furono  pubblicate  da  Mario  Menghini,  T.  Slt- 
' gliani  (Genova,  1890),  pp.  26  n,  44  n. 


390  NOTA 

Lett.  CLx  (postille  relative  a  tutta  la  lettera):  —  «  Biasima  il  Mondo 
nuovo  per  gabbare  il  mondo  vecchio».  «Si  vanta  di  aver  composte  le 
Smorfie  y>.  «Dice  ch'io  in  un  foglio  abbia  fatto  500  errori  in  grammatica: 
grande  iperbole,  anzi  iperbolissima  » . 

Lett.  CLXvi:  «  Quanto  a  cotesti  stracciafogli.. .  »  :  —  «  Cioè  io  ed  il  Testi  » . 

Lett.  cxc  (postilla  relativa  all'ultimo  capoverso):  —  «  Si  protesta  che, 
se  il  Ciotti  seguita  a  stampare  il  Mondo  nuovo,  non  gli  vuol  dare  le  sue 
[opere]  a  stampare». 

Lett.  CXCV  :  «  Quanto  alla  mutazione  di  servitù...  »:  —  «  Finge  d'essere 
invitato  al  servigio  di  Parma:  il  che  è  vanità  e  bugia  espressa,  mentre  il 
duca  Ranuccio  l'odiava  a  morte  e  fece  processarlo  all'Inquisizione  ».  — 
Ivi:  «determinandomi  di  passare  a  Roma...  »:  —  «Vuol  venire  a  Roma 
per  assolversi  del  processo  dell'Inquisizione». — Ivi:  «Di  questa  facenda 
si  sarà..,  cicalato  per  Roma»: —  «  Suspica  che  a  Roma  si  sappia  ch'egli 
viene  per  assolversi  dalla  Inquisizione  ».  —  Ivi:  «  Il  re  mi  ha  concesso... 
che  la  mia  pensione  sia  qui  pagata  al  mio  procuratore  ».  —  «  Sfionda, 
perché  mai  non  ebbe  pensione  dal  re  né  da  nessuno  ». 

Lett.  cci  (postilla  relativa  a  tutta  la  lettera):  —  «  Volendo  difendere  che 
V Adone  sia  non  osceno  ma  tenero,  arguisce  che  non  voglia  emendarlo». 

Lett.  ccxxxiv:  «  Il  ...viceré  è  quasi  ogni  giorno  meco...  »:  —  «  Sfionda, 
perché  il  viceré  non  va  a  casa  di  nessuno  ».  — ^  Ivi  :  «  La  città...  tratta  di 
voler  farmi  una  statua  »:  —  «  Sfionda,  perché  a'  vivi  non  si  può  fare 
statua  publica  ». 

Ripigliando  la  storia  esterna  dell'epistolario  del  M.,  una  terza 
raccolta  di  lettere  vide  la  luce  nel  1629  a  Torino  (i).  Si  badi,  per 
altro,  che  per  circa  due  terzi  si  tratta  di  una  materiale  e  bruttis- 
sima riproduzione  della  seconda  raccolta  dello  Scaglia,  della  quale 
l'editore  torinese  si  appropriò  tutto:  frontespizio,  prefazione,  som- 
marietti  preposti  alle  lettere  (date  naturalmente  nel  medesimo 
disordine),  ecc.;  ponendovi  di  suo  soltanto  una  diversa  dedica, 
nonché  molti  e  grossolani  errori  tipografici.  Senonché  egli  ebbe 
la  fortuna  di  ottenere  da  don  Lorenzo  Scoto,  uno  dei  più  intimi 
amici  del  M.,  un  bel  gruzzolo  di  trenta  lettere  a  lui  dirette,  tutte 
inedite    (cxxi,    cxxvi,    cxxv,    cxx\)n,    cxxviii,    cxxxii,    cxxxm, 

CXXXV,     CXLV,      CXLVI,      CXLVII,      CLIV,     CLXVllI,      CLXXI,      CLXXIU, 
CLXXV,  CLXXX,    CLXXXI,    CLXXXIV,    CXXXVI,    CXXXIX,    CXCII,  CXCIIl, 

cxciv,  cxci,  ceni,  ccxii,  ccxxii,  ccxxix,  ccxxiii);  e  queste  pose 
in  calce  al  suo  volumetto,  rispettando  abbastanza  (come  si   può 


(1)  Lett.  del  cav.  M.,  ecc.  (in  Torino,  appresso  i  Cavalleris,  mdcxxix,  pp.  317). 
Precede  la  dedica,  firmata  dagli  stampatori,  ad  «Onorato  Claretto,  conseglier  di 
Stato  e  primo   secretarlo   del  serenissimo  prencipe  di  Piemonte». 


1.    GIAMBATTISTA    MARINO  39I 

scorgere  dall'elenco  che  ne  abbiamo  dato)  l'ordine  cronologico, 
ma  sopprimendo  anche  lui,  barbaramente,  in  tutte  la  data  cronica. 

Siamo  già,  se  non  erriamo  nel  computo,  a  dugentotrentacinque 
lettere.  Una  nuova  raccolta  più  voluminosa  delle  precedenti  venne 
pubblicata,  in  corretta  e  anche  leggiadra  veste  tipografica,  a  Ve- 
nezia, nel  1673  (1).  L'anonimo  raccoglitore  annunzia  d'avere  pel 
primo  tratte  dalle  varie  opere  del  M.  tutte  le  dedicatorie,  d'avere 
«ancora  diligentemente  raccolte  tutte  le  lettere  che  del  M.  anda- 
vano sparse  »,  e  d'avere  infine  «  anco  aggiunte  alcune,  che  veni- 
vano come  tesori,  per  essere  state  scritte  di  propria  mano  del- 
l'autore, conservate  dal  signor  Michelangelo  Torcigliani  ».  La  prima 
asserzione,  per  quanto  un  po'  esagerata  nella  forma,  risponde  a 
verità:  che  anzi  in  codesta  raccolta  è  data  anche  la  dedica  «  Al  suo 
bel  sole  »  premessa  ai  Sospiri  d'Ergasto,  che  noi  abbiamo  creduto 
inutile  di  riprodurre.  La  seconda  è  falsa,  giacché,  in  sostanza,  il 
nuovo  editore  non  fece  altro  che  fondere  insieme,  imbrogliandole 
peggio,  le  lettere  già  apparse  nelle  due  raccolte  dello  Scaglia, 
omettendo,  tra  le  lettere  pubblicate  prima  del  1627,  quelle  che 
lo  Scaglia  aveva  omesse,  e  tutte  le  lettere  venute  in  luce  dopo 
il  1628,  vale  a  dire  le  trenta  dirette  allo  Scoto,  che,  come  s'è 
accennato,  erano  state  inserite  nell'edizione  torinese  del  1629. 
Se  non  totalmente  falsa,  di  una  amplificazione  che  confina  assai 
con  la  bugia  è  la  terza  asserzione;  giacché  il  contributo  inedito, 
che  sarebbe  stato  fornito  dal  Torcigliani,  si  riduce  in  fondo  a 
una  sola  lettera:  quella  al  Buonalingua  (ccxxxiu);  con  la  quale 
il  numero  complessivo  di  lettere  del  M.  pubblicate  nel  corso  del 
sec.  xvn  giunge  a  dugentotrentasei. 

Non  ci  resta  dunque  se  non  a  rendere  conto  di  altre  sole  quat- 
tordici lettere,  le  quali  sono  state  pubblicate  nel  seguente  ordine: 

237-8)  due  (xLiii-iv),  nel   1773,   da  mons.  Giovanni   Bottari  (2); 


(i)  Leti,  del  cav.  G.  B.  M.  ^ravi,  argute,  familiari,  facete  e  piacevoli,  dedica- 
torie, aggiuntevi  alcune  poesie  che  nell'altre  sue  rime  non  sono  stampate,  consa- 
crate all'illustrissimo  signor  marchese  Guido  Rangoni,  ecc.  (in  Venezia,  mdci.xxiii, 
per  gli  eredi  di  Fr.  Babà,  pp.  574-I-12  innumer.  a  princ.  e  2  in  fine).  Precedono  la 
dedica,  un  avviso  «a  chi  legge»  e  il  ritratto  tradizionale  del  M.  Seguono  le  poesie 
e  la  tavola  dei  corrispondenti.  Le  lettere  sono  precedute  da  sommarietti. 

(2)  Raccolta  di  lettere  sulla  pittura,  scultura  ed  architettura,  vii  (in  Roma, 
MDCCLXXlli,  nella  stamperia  di  Marco  Pagliarini),  14-6.  Si  veda  anche  la  seconda 
edizione,  «continuata  fino  ai  nostri  giorni  da  Stefano  Ticozzi  »,  vii  (Milano,  per 
Giovanni  Silvestri,  mdcccxxii),  23-7. 


392  NOTA 

239)  una  (lxxxiii),  nel   1844,  dal  Gualandi  (i); 

240)  una  (XLV),  nel  1890,  dal  Bertolotti  (2); 

241-4)  quattro  (cxxxvii-cxl),  nel   1893,  da  Mario  Menghini  (3); 

245-7)  tre  (LXiv,   LXix,   lxx),   nel   1S94,  dal  Rossi  M; 

248-9)  due  (xiv,  xvi),  nel   1S9S,  dal  Borzelli  (5); 

250)  una  (cxx)  vede  la  luce  per  la  prima  volta  nella  presente 
edizione  (6). 

A  queste  avremmo  potuto  aggiungere  altre  due,  finora  inedite, 
dirette  all'Achillini,  se  avessimo  avuto  notizia  in  tempo  utile  di 
un  codice  dell'Universitaria  di  Bologna,  di  cui  appresso  faremo  pa- 
rola. Abbiamo  riparato  all'involontaria  omissione  inserendole  nel 
Carteggio  dell'Achillini. 

Dei  tre  componimenti  raccolti  nella  prima  parte  dell'appendice 
non  occorre  qui  far  parola,  avendo  noi  avuta  precedentemente 
occasione  di  discorrerne:  circa  le  lettere  contenute  nella  seconda 
parte,  basterà  avvertire  che  la  i  fu  pubblicata  dal  M.  stesso  a 
principio  della  Sampogna;  la  11  è  inedita  e  si  conserva  autografa 


(i)  Nuova  raccolta  di  lettere  sulla  pittura,  scultura  ed  architettura,  scritte  dai 
più  celebri  personaggi  dei  secoli  xv  a  xix,  con  note  ed  illustrazioni  di  Michelangelo 
Gualandi,  in  aggiunta  a  quelle  date  in  luce  da  nions.  Bottari  e  dal  Ticozzi,  il 
(Bologna,  1844),  34-8.  Indarno  il  mio  amico  ing.  Amilcare  Ramazzini,  primo  archivista 
nell'Archivio  di  Stato  di  Modena,  ha  tentato  di  penetrare  nell'archivio  di  casa  Fon- 
tanelli,  in  cui  passò  la  parte  migliore  di  quello  della  famiglia  Coccapani,  per  rin- 
venire e  collazionare,  per  me,  la  lettera  sull'autografo. 

(2)  A.  BERTOLom,  Lettera  di  G.  B.  M.  al  sig.  serenissimo  sig.  duca  di  Man- 
tova, offrendogli  una  canzonetta,  i8  giugno  1607,  in  //  bibliofilo,  xi  (1890),  72. 
L'autogr.  di  questa  lettera  si  conserva  nell'Archivio  di  Stato  di  Mantova.  Su  di  esso 
ha  voluto,  cortesemente,  collazionarla  per  me  Alessandro  Luzio,  cui  porgo  i  più  vivi 
ringraziamenti. 

{3)  Per  nozze  Benzoni-Martini  {\%<j-^.  Gli  autografi  nella  Comunale  di  Ferrara, 
cod.  361.  Ringrazio  l'amico  prof.  Dante  Olivieri,  il  quale  mercé  una  dilìgentissima 
collazione  mi  ha  dato  agio  di  correggere  non  pochi  errori. 

(4)  Vittorio  Rossi,  Tre  lettere  di  G.  B.  Marino.  —  Per  nozze  Papa-Berlini 
(Bergamo,  Istituto  d'arti  grafiche,  1894).  Anche  queste  lettere  si  conservano  autografe 
nell'Archivio  di  Stato  di  Mantova,  ed  esse  pure  sono  state  collazionate  dal  Luzio. 

(5)  //  cav.  M.,  pp.  214-5,  234.  Apografi  della  prima  si  trovano  nel  cod.  224  della 
Palatina  di  Firenze  e  nel  cod.  xiii,  AA,  76  della  Nazionale  di  Napoli.  La  seconda 
esiste  autografa  nell'Archivio  di  Stato  di  Modena,  Cancelleria  ducale.  Letterati. 
L'una  è  stata  collazionata  da  me  sull'apografo  napoletano;  l'altra  sull'autografo  mo- 
denese dal  Ramazzini,  che  cordialmente  ringrazio. 

(6)  Se  ne  conserva  l'autografo  nell'Archivio  di  Stato  di  Mantova,  donde  me 
ne  ha  favorita  copia  A.  Luzio,  il  quale  mi  assicura  di  non  avere  rinvenuto  in  quel- 
l'archivio nessun'allra  lettera  del   M. 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  393 

neir  Archivio  di  Stato  di  Torino  (0;  la  lu  e  la  vi  furono  inserite 
nella  prima  raccolta  dello  Scaglia;  la  iv  fu  stampata  dal  Bruni 
stesso  a  principio  della  Ghirlanda;  la  v  si  trova  nella  Vita  del  M. 
del  Baiacca. 

II 

Dalla  precedente  esposizione  risulta  che  nessuna  difficoltà  spe- 
ciale dovevamo  superare  circa  i  testi  da  seguire  nella  presente 
edizione  dell'epistolario  mariniano.  Abbiamo  tenuti  presenti  gli 
autografi  per  le  poche  lettere  di  cui  essi  esistano  ancora,  le  edi- 
zioni originali  delle  opere  del  M.  per  quelle  in  esse  pubblicate 
per  la  prima  volta:  pel  resto  ci  siamo  affidati,  a  seconda  dei 
casi,  alle  raccolte  dello  Scaglia,  del  Cavaleris,  e  via  discorrendo, 
limitandoci  semplicemente  a  correggere  qualche  evidente  errore 
tipografico  e  ad  ammodernare  grafia  e  punteggiatura. 

La  vera  e  sola  difficoltà  che  ci  si  sia  presentata  è  stata  quella 
dell'ordinamento.  Di  certo,  non  potevamo  imitare  i  precedenti 
editori  nel  loro  spaventevole  confusionismo.  Bisognava  dunque 
disporre  le  dugentocinquanta  lettere  da  noi  raccolte  in  ordine  cro- 
nologico; e,  poiché  quasi  tutte  mancavano  di  data  cronica,  supplirla. 
In  qual  modo?  Anzitutto,  col  metodo  comparativo,  ossia  mettendo 
a  confronto  l'una  lettera  con  l'altra,  e  desumendo  dal  loro  rispettivo 
contenuto  quale  dovesse  precedere  e  quale  venir  dopo.  Indi,  con 
l'avvalerci,  per  taluna  di  esse,  degli  accenni  a  qualche  fatto  di 
cui  fosse  nota  la  data  precisa  o  almeno  assai  probabile,  per 
istabilire,  con  relativa  sicurezza,  l'anno  in  cui  fu  scritta,  e  tal- 
volta (purtroppo  assai  raramente)  anche  il  mese  e  il  giorno.  La  cosa 
non  era  facile,  specialmente  pel  M.,  il  quale,  oltre  a  parlare  quasi 
sempre  di  sé,  e  solo  di  rado  e  con  vaghe  allusioni,  dì  avvenimenti 
pubblici,  non  aveva  scrupolo  di  sorta  a  dire  ai  suoi  amici,  o  per 
vanteria  o  anche  pel  semplice  gusto  di  dirle,  un  mondo  di  bugie, 
che  è  facile  immaginare  quale  elemento  turbative  sieno  venute  ad 
arrecare  nel  nostro  ingrato  lavoro.  E  quante  volte,  dopo  aver  cre- 
duto di  trovare  il  filo  conduttore  per  datare  un  gruppo  di  lettere, 


(i)  Ringrazio  il  soprintendente,  conte  Giovanni  Sforza,  il  quale,  oltre  a  inviarmi 
copia  di  questa  lettera,  ha  compiuta  una  minuziosa  indagine  nel  prezioso  Archivio, 
da  lui  diretto,  per  rinvenire  lettere  o  memoriali  del  M.  Ma  purtroppo  la  ricerca  ha 
dato  risultato  negativo. 


394  NOTA 

ci  è  balzata  innanzi  una  circostanza,  a  cui  a  principio  non  ave- 
vamo posto  mente,  la  quale  ci  ha  costretti  a  rifar  tutto  daccapo! 
Pure,  dopo  aver  mutato  e  rimutato,  siamo  giunti  a  un  ordinamento, 
che,  almeno  nelle  linee  generali,  ci  soddisfa.  Di  certo,  non  por- 
remmo per  esso  le  mani  sul  fuoco.  La  datazione  congetturale  di 
un  epistolario  è  come  la  restituzione  di  un  testo  mutilo:  una  volta 
su  dieci  la  scoperta  del  testo  integro  dà  al  restitutore  la  soddis- 
fazione di  vedere  confermate  le  sue  congetture.  Non  proveremmo 
quindi  nessuna  sorpresa  se,  venendo  fuori  un  giorno  gli  autografi 
del  M.,  che  abbiamo  indarno  ricercati,  risultasse  da  essi  che  una 
lettera  da  noi  assegnata,  p.  e.,  al  1619  sia  invece  del  1617  o  del 
162 1.  Tuttavia  ci  lusinghiamo  che  errori  gravi  (come  l'avere  anti- 
cipata o  posticipata  di  dieci  o  quindici  anni  una  lettera)  nel  nostro 
ordinamento,  fatto  in  base  agli  ultimi  studi  sulla  vita  del  M.,  non 
sieno  incorsi.  Rendere  particolareggiato  conto  di  tutta  la  serie  di 
induzioni  e  deduzioni,  che  ci  hanno  persuasi  ad  assegnare  a  questa 
o  a  quella  lettera  questa  o  quella  data,  non  è  possibile:  occor- 
rerebbe fare  l'analisi  minuta  di  almeno  dugento  lettere,  ossia 
esibire,  a  dir  poco,  trenta  o  quaranta  pagine  di  prosa  tutt'altro 
che  divertente.  Riassumeremo  quindi,  il  più  brevemente  possibile, 
il  risultato  delle  nostre  indagini. 

La  vita  del  M.  può  dividersi  in  sei  periodi:  nel  primo,  che  va 
fino  al  1598,  egli  dimorò  a  Napoli;  nel  secondo,  che  giunge  fino 
ai  principi  del  1610,  menò  vita  randagia  tra  Roma,  Firenze,  Ve- 
nezia, Ravenna,  Bologna,  Torino  e  forse  qualche  altra  città  d' Italia; 
nel  terzo,  dal  1610  ai  principi  del  16 15,  ebbe  stabile  dimora  alla  corte 
di  Carlo  Emanuele  primo  di  Savoia;  nel  quarto,  dal  1615  all'aprile 
1623,  menò  vita  fastosa  a  Parigi,  presso  quella  di  Luigi  decimoterzo; 
nel  quinto  (maggio  1623-maggio  1624)  sua  stanza  fu  Roma;  nel 
sesto  tornò,  dopo  tanto  peregrinare,  nella  sua  città  nativa,  ove 
mori  il  25  marzo  1625  ('). 

Che  le  lettere  i-xiii  appartengano  al  primo  periodo,  si  scorge 
a  colpo  d'occhio.  Chi  le  scrisse  non  era  già  il  poeta  di  fama  ormai 
indiscussa,  e  accarezzato,  vezzeggiato,  colmato  d'onori  e  di  ric- 
chezze; ma  ancora  il  giovane  principiante,  che  cerca  entrar  nel 
mondo  letterario  pubblicando  scritti  altrui,  e  che  purtroppo  ha 
bisogno    di    chi    gli    presti    pochi    ducati    per   tirare   innanzi    alla 


(i)  Riassumo  dalla  cit.  biografia  del  Borzelli. 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  395 

men  peggio  la  vita.  D'altronde,  in  quasi  tutte  si  parla  del 
Tasso  come  di  persona  ancora  vivente:  dunque  sono  anteriori 
al  1595.  Noi  abbiamo  creduto  opportuno  distribuirle  fra  il  1593 
e  il  1594- 

Assai  meno  sicuro  ci  è  riuscito  l'ordinamento  e  la  datazione 
delle  lettere  che,  a  nostro  vedere,  sono  da  assegnare  al  secondo 
periodo  (xvi-lx).  Anzitutto,  mancano  spesso  i  dati  di  fatto  per 
assodare  se  la  dimora  del  M.  in  una  città  sia  anteriore  o  posteriore 
a  quella  in  un'altra.  Di  più,  è  certo  che  egli  si  fermò  in  una  me- 
desima città  due,  tre,  quattro  volte:  e  in  tal  caso  come  regolarsi?  — 
Comunque,  abbiamo  creduto  assegnare  la  lettera  xvii  alla  fine  del 
1601,  perché  scritta  da  Firenze  mentre  fi  M.  si  recava  a  Venezia, 
ove  sappiamo  che  egli  giunse  ai  principi  del  1602;  e  conseguente- 
mente al  1602  la  XX,  che  è  datata  per  l'appunto  da  Venezia.  — 
Che  le  lettere  xxi-xxxiii,  le  quali  hanno  tra  loro  stretto  vincolo  di 
connessione,  sieno  state  scritte  in  un  medesimo  periodo  di  tempo, 
risulta  chiaro:  le  abbiamo  poste  perciò  tutte  nel  1604,  giacché  pare 
che  in  quell'anno  il  M.  non  si  sia  mai  mosso  da  Roma.  —  Cono- 
sciamo che  la  prima  gita  del  M.  a  Ravenna  risale  al  1605:  da  ciò  la 
data  quasi  certa  delle  lettere  xxxiv-v.  —  Ma  eccolo  nell'aprile  del 
1605  di  nuovo  a  Roma,  ove  scrive  \\  Panegirico  di  Leone  XI,  eletto 
papa  e  morto  per  l'appunto  in  quel  mese:  donde  si  giustifica  la 
data  da  noi  assegnata  alla  lettera  xxxvi.  —  Sarà  parimente  del 
1605  la  xxxvii?  —  Chi  sa?  Certo  è  .che  nel  1606  il  poeta  ritor- 
nava a  Ravenna,  e  certo  è  ancora  che  le  lett.  xxxviii-xl  furono 
scritte  a ^ breve  distanza  l'una  dall'altra:  è  legittimo  quindi  con- 
getturare che  appartengano  al  1606.  —  Se  nella  lett.  xli  il  M.  non 
dice  bugia  annunziando  un  suo  prossimo  viaggio  a  Bologna,  è 
probabile  che  codesta  lettera  sia  di  poco  anteriore  alla  xlii,  scritta 
per  l'appunto  da  Bologna,  ove  il  poeta  si  recò,  sembra,  nel  1607.  — 
Assai  dubbia  è  la  data  delle  lettere  xliii-iv,  scritte  a  ogni  modo 
a  non  molta  distanza  tra  loro:  forse  avremmo  fatto  meglio  a 
ritardarle  fino  al  1609,  perché  un  accenno  al  «quadro  del  Car- 
raccio  »  è  nella  lett.  lix,  che  abbiamo  assegnata  per  l'appunto  a 
quest'anno.  —  La  stretta  connessione  tra  la  lett.  xlv  (datata)  e 
la  XLVi  (non  datata)  ci  ha  permesso  di  collocare  al  debito  posto 
quest'ultima.  Lo  stesso  si  dica  della  lettera  xlviii  rispetto  alla 
XLVii.  —  Giungiamo  per  tal  modo  alla  prima  gita  del  M.  a  Torino 
(avanti  che  vi  si  fissasse  stabilmente)  e  alle  sue  fiere  contese  col 
Murtola,  e  cioè  alla  fine  del   1608  e  ai  principi  del  1609:  agevole 


396  NOTA 

riesce  quindi  la  datazione  delle  lett.  xlix-liv.  Il  M.  prese  l'abito 
di  San  Maurizio  l'it  gennaio  1609  (si  veda  i,  67):  dunque  la  let- 
tera L,  scritta  la  vigilia  di  tale  avvenimento  (p.  63),  è  del  io.  L'at- 
tentato del  Murtola  ebbe  luogo  il  1°  febbraio  (p.  66):  dunque  la 
lett.  LI  è,  al  massimo,  di  sette  giorni  dopo  («  domenica  passata  » 
dice  il  M.,  narrando  il  fatto).  E  a  questa  posteriori  di  pochi  giorni 
sono  evidentemente  le  lett.  lii-iv.  —  Abbiamo  poi  assegnato  al 
terzo  o  quarto  soggiorno  ravennate  del  M.,  e  cioè  al  1609,  le 
lett.  LV-LX,  le  quali  sono  certamente  posteriori  al  suo  primo 
viaggio  a  Torino  e  all'attentato  del  Murtola.  Si  tenga  infatti  pre- 
sente che  nella  LVi  (p.  91)  si  parla  di  «tornare»  a  Torino,  che 
nella  lviii  (strettamente  connessa  con  la  lvii)  si  accenna  all'auto- 
difesa contro  il  Murtola  (ossia  alla  lett.  lii),  che  nella  lx  il  M. 
dice  di  dover  partire  fra  due  o  tre  giorni  per  Torino,  «richia- 
mato da  quel  serenissimo»,  ecc.  ecc. 

Il  M.  dunque  si  è  fissato  stabilmente  a  Torino.  Saranno  dei 
primi  tempi  della  sua  seconda  dimora  alla  corte  del  duca  di  Sa- 
voia le  lett.  LXi-iii?  È  probabile.  —  Certo  è  che  egli  entrò  in  car- 
cere nell'aprile  del  r6ii:  dunque  la  lett.  lxv,  scritta  dopo  «nove 
mesi»  di  prigionia  (p.  103),  è  del  gennaio  1612.  E  parimente  del 
1612  sono  le  seguenti  lettere  fino  alla  lxxvii,  scritte  o  dal  car- 
cere o  poco  dopo  di  esserne  stato  liberato.  —  Verso  quel  tempo 
il  M.,  ricuperate  le  sue  carte,  cominciò  a  preparare  la  Galeria;  e 
ciò  ci  ha  permesso  di  datare  la  lett.  lxxix  (e  con  essa  la  lxxviii, 
che  deve  precederla  di  poco),  e  cosi  via  via  le  altre  lettere  che 
seguono,  fino  alla  xcviir,  le  quali  tutte  dipendono  l'una  dall'altra, 
e  che  perciò  abbiamo  poste  fra  il  1613  e  il  1614.  —  Dalla  e  alla  cu 
il  M.  si  lagna  degli  errori  tipografici  della  terza  parte  delle  Rune, 
di  fresco  stampata,  e  accenna  alla  polemica  con  Ferrante  Carli: 
siamo  dunque  ancora  al  1614.  —  Agli  argomenti  anzidetti  si  ag- 
giunge nelle  lett.  cvii-cxiii  anche  l'annunzio  dell'invio  delle  Dice- 
rie sacre  a  parecchi  amici:  anche  per  queste,  conseguentemente,  la 
data  del  1614  è  sicura.  —  Finalmente  il  M.  si  risolve  a  partire  per 
la  Francia,  e  di  ciò  scrive  a  qualche  amico,  dicendo  prossimo  il 
viaggio:  er^o,  le  lett.  cxiv-cxvi  e  cxviii  sono  della  fine  del  1614 
o  dei  principi  del  1615.  E  assai  probabilmente  in  questo  torno  di 
tempo  deve  cadere  la  lett.  cxvii  (se  a  essa  vuol  implicitamente 
accennare,  come  è  verisimile,  una  lettera  di  Tommaso  Stigliani 
del  16 16,  di  cui  appresso  discorreremo):  tranne  che  i  primi  editori 
(il  che  può  anche  essere)  non  abbiano  sbagliata  la  data  topica, 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  397 

scrivendo  «Di  Torino»  anziché  «Di  Parigi»;  nel  qual  caso  biso- 
gnerebbe ritardarla  di  un  anno  o  due. 

La  lett.  cxxi  è  datata  da  Lione:  dunque  è  poco  posteriore  alla 
cxx,  di  cui  conosciamo  la  data  (15  maggio  16:5).  —  Le  lett.  cxxii- 
cxxvi  furono  scritte  indubbiamente  nei  primi  tempi  del  soggiorno 
parigino:  perciò  le  abbiamo  assegnate  al  1615.  Anteriore  di  certo 
agli  Epitalami  è  la  lett.  cxxvii  (in  cui  il  M.  dice  di  voler  fare 
«  un  epitalamio  sopra  queste  nozze  »),  e  con  essa  forse  la  cxxviii: 
siamo  perciò  ancora  al  1615  o  ai  principi  del  1616.  Posteriore  in- 
vece agli  Epitalavii,  e  cioè  al  1°  aprile  1616,  è  la  cxxx.  —  Nessun 
elemento  avevamo  per  datare  la  lett.  cxxxi.  —  Per  la  cxxxiii  (e 
con  essa  la  cxxxii,  che  dovè  precederla  di  non  molto)  ci  è  stato 
utile  l'accenno  alle  prime  trattative  fatte  col  Luines  per  ottenere 
dalla  cassetta  reale  la  sovvenzione  di  mille  scudi  per  la  stampa 
^€A'' Adone  :  la  lettera  è,  quindi,  quasi  certamente  anteriore  a  quelle 
dirette  al  Magnanini  (cxxxvii  sgg.),  tutte  datate,  dalle  quali  pare 
che  nel  mezzo  del  1619  siffatte  trattative  erano  assai  inoltrate,  anzi 
quasi  per  essere  rotte.  —  La  Galeria  fu  pubblicata  nel  novem- 
bre 1619:  dunque  il  ms.  dovè  esserne  inviato  dal  M.  al  Ciotti  almeno 
sei  o  sette  mesi  prima:  da  ciò  la  data  delle  lett.  cxxxiv-v.  —  La 
famosa  lettera  dello  Stigliani  al  M.  reca  la  data  del  2  giugno  1619: 
tutt'al  più  posteriore  di  qualche  mese  può  essere  la  secca  risposta 
del  poeta  napoletano  (cxxxvi).  —  Cosi  del  pari  non  troppo  tempo 
dovè  scorrere  tra  la  pubblicazione  della  Galeria  e  le  lettere  cxliii- 
CXLVi,  che  abbiamo,  per  tal  ragione,  poste  tra  la  fine  del  1619  e 
i  principi  del  1620.  —  Per  converso,  di  poco  anteriore  alla  pubbli- 
cazione della  Sampogna,  e  quindi  ai  principi  del  1620,  è  la  lett, 
CXLVII.  —  Per  le  lettere  cxlviii-clii,  premesse  alla  prima  ediz. 
della  Sampogna  non  occorrono  spiegazioni  :  sono  dei  primi  del 
1620;  e  nessuno  potrà  dubitare  che  le  lett.  cliii-v,  le  quali  accom- 
pagnano la  spedizione  ad  alcuni  amici  dei  primi  esemplari  di 
questa  nuova  opera,  siano  poco  posteriori  alla  pubblicazione  di 
essa.  —  Assai  incerta  si  presentava  la  cronologia  delle  lett.  clvi- 
CLXi,  CLXiv,  CLXVi-ix.  Che  siano  state  scritte  a  breve  distanza 
l'una  dall'altra  e  che  sieno  tutte  posteriori  alla  pubblicazione  della 
Sampogìia,  è  evidente;  che  sieno  anche  anteriori  all'inizio  della 
stampa  di^iV Adone  (e  quindi  alla  metà  circa  del  1621),  è  anche 
fuor  di  dubbio:  le  abbiamo  dunque  collocate  tra  il  1620  e  i  principi 
del  1621,  ponendo  innanzi  quelle  in  cui  si  dice  che  V Adone  uscirà 
«per  questo  verno  »  (le  quali  possono  essere  dell'autunno  1620), 


39^  NOTA 

poi  quelle  in  cui  il  M.  si  duole  di  incagli  che  gli  vietano  d'inco- 
minciare l'impressione  (scritte  forse  quando  il  «verno»  era  già 
sopraggiunto,  e  non  s'era  incominciato  nulla),  e  finalmente  le  altre 
in  cui  dà  notizia  che  siffatti  incagli  sono  stati  superati  (probabil- 
mente dei  primi  mesi  del  1621^  Quanto  alle  lettere  clxii-iii  e 
CLXV,  in  cui  non  si  parla  né  di  Sanipogtia  né  di  Adone,  è  chiaro 
che  le  due  prime  furono  scritte  poco  dopo  (e  la  clxii  forse  con- 
temporaneamente) la  CLXi,  con  cui  si  connettono,  e  che  la  clxv 
fu  a  dirittura  inclusa  nella  clxiv  (il  «nepote»,  di  cui  si  parla  in 
questa,  è  per  l'appunto  Francesco  Chiara).  —  Una  questione  inso- 
lubile ci  si  è  presentata  per  la  datazione  della  lettera  clxxi,  la 
quale  è  in  istretta  connessione  con  la  clxviii,  e  che,  da  un  canto, 
le  sembrerebbe  anteriore,  dall'altro,  posteriore.  Anteriore,  perché 
nella  clxxi  il  M.  crede  ancora  prossima  la  venuta  del  cardinal 
Maurizio  di  Savoia  a  Parigi,  laddove  nella  clxviii  è  già  informato 
che  il  prelato  non  verrà  più:  posteriore,  perché  nella  clxviii  egli 
chiede  allo  Scoto  per  la  prima  volta  i  quadri  del  Brandin,  lad- 
dove nella  clxxi  accusa  ricezione  d'una  lettera  in  cui  l'amico 
gli  promette  che  lo  «  avviserà  del  séguito  circa  i  quadri  del 
Brandino».  Forse  i  primi  editori  hanno  dovuto  fare  qualche  con- 
fusione, e  fondere,  o  nella  clxviii  o  nella  clxxi,  due  lettere  in 
una.  —  Si  comincia  finalmente,  come  abbiamo  detto,  verso  la 
metà  del  1621  la  stampa  deW Adone,  la  quale,  a  causa  di  parec- 
chie interruzioni,  dura  circa  due  anni.  Del  successivo  progresso 
del  lavoro  discorrono  per  l'appunto  le  lettere  clxxii-v  e  clxxviii, 
le  quali,  quindi,  debbono  essere  del  1621.  Circa  le  altre  due  tra 
queste  intercalate,  nella  clxxvi  il  M.  accusa  ricezione  di  un 
quadro  del  Palma,  chiesto  con  la  clxxii;  perciò  dovè  scriverla 
nel  medesimo  anno  162 1:  la  data  della  seconda  ediz.  della  Ga- 
leria  (anche  1621)  ci  permette  poi  di  fissare  con  sicurezza  quella 
della  lett.  clxxvii.  —  Quand'erano  già  tirati  ottanta  fogli  del- 
V Adone,  il  M.  fu  assalito  da  una  grave  malattia,  che  lo  tenne 
inchiodato  a  letto  un  periodo  di  tempo,  che  egli  fa  variamente 
ascendere  a  un  mese  e  mezzo,  due  mesi  e  tre  mesi.  Parecchie 
circostanze,  che  sarebbe  troppo  lungo  esporre,  c'inducono  a  con- 
getturare che  tale  malanno  lo  incolse  nell'estate  del  1622,  e  proba- 
bilmente dopo  il  4  giugno  di  quell'anno  (data  sicura  della  lettera 
CLXXix,  nella  quale  il  M.  non  accenna  affatto  alla  sua  infermità). 
Conseguenza:  le  parecchie  lettere  in  cui  egli  discorre  del  pericolo  su- 
perato (cLXXx-iii,  CLXxxv,  CLXXxvii),  debbono  csserc  dell'autunno 


I.    GIAMBATTISTA    MARINO  399 

o  tutt'al  più  dell'inverno  1622.  —  Ad  assistere  lo  zio  infermo 
narra  il  Baiacca  (')  che  venne  a  Parigi  Francesco  Chiara,  il  quale, 
quando  non  vi  fu  più  bisogno  dell'opera  sua,  ritornò  a  Napoli: 
dunque  anche  nell'autunno  o  inverno  1622  possono  porsi  le  lett. 
CLXXXiv  e  CLXXXVi,  che  a  tale  ritorno  accennano.  —  Poiché  dal 
testo  appare  che  la  clxxxvii  fu  la  prima  lettera  scritta  dal  M.  allo 
Scarnato,  è  chiaro  che  la  clxxxviii  dev'essere  a  quella  posteriore 
di  poco.  —  Che  la  clxxxix  sia  del  1623,  è  detto  dal  M.  stesso  nel 
corpo  della  lettera.  —  Abbiamo  assegnato  ai  primi  mesi  del  1623 
le  lett.  cxc-viii,  perché  in  tutte  si  dice  l'Adone  quasi  finito  di 
stampare  (insieme  con  l'ultima,  anzi,  se  ne  spedisce  in  Italia  un 
esemplare  incompleto");  ma  noi  stessi  avremmo  da  opporre  alle 
nostre  deduzioni  altre  ragioni,  che  indurrebbero,  considerando  la 
questione  da  un  diverso  punto  di  vista,  ad  anticipare  codeste  let- 
tere al  1622:  prova  (se  altre  mancassero)  che  la  datazione  conget- 
turale di  un  epistolario  è  talvolta  impresa  disperata.  —  Assai  più 
sicure  sono  invece  le  date  delle  lett.  cci-cciii,  in  cui  il  M.  an- 
nunzia la  sua  imminente  partenza  per  l' Italia  (aprile  1623). 

Verso  il  maggio  1623  il  M.  giunge  a  Roma,  dove  scrive, 
forse  un  po'  più  tardi,  la  lett.  cciv.  —  Frattanto,  l'S  luglio,  muore 
Gregorio  XV,  cui  succede,  il  6  agosto.  Urbano  Vili:  donde  le  date 
delle  lett.  ccv-vi,  appartenenti  al  periodo  di  «  sedia  vacante  »,  e 
delle  lett.  ccviii  e  ccxi,  scritte  l'una  poco  dopo  l'elezione  e  l'altra 
il  giorno  stesso  dell'incoronazione  del  nuovo  papa.  —  Che  la  ccix 
sia  anteriore  al  12  sett.  1623,  risulta  dall'attestato  che  a  essa* 
segue.  —  Per  le  altre  lettere  dell'ultimo  soggiorno  del  M.  a  Roma 
(ccx,  ccxii-xxiii)  non  occorrono  minute  spiegazioni,  giacché  non 
può  cader  dubbio  che  risalgano  al   1623  o  al  1624. 

Né  dubbia  è  la  data  delle  restanti  lettere,  dalla  ccxxiv  in  poi, 
scritte  tutte  da  Napoli.  Infatti  esse  (parliamo  sempre  di  quelle  prive 
di  data)  potrebbero  essere  o  della  gioventù  del  poeta  (1593  sgg.) 
o  del  periodo  maggio  1624-marzo  1625.  Un  esame,  anche  superfi- 
cialissimo,  del  loro  contenuto  fa  escludere  recisamente  la  prima 
ipotesi  :  dunque  non  resta  se  non  la  seconda.  —  Avvertiamo  sol- 
tanto che  alla  lett.  ccxlvi  abbiamo  assegnata  la  data  dell' 8 
ottobre  1624,  perché  con  tale  data  per  l'appunto  essa  vien  citata 
dal   Baiacca(2),  il  quale  ne  trascrive  un  brevissimo  brano. 


(i)  Op.  cit.,  p.  53. 
(2)  Op.  cit.,  p.  51 


II 

CARTEGGIO  DI  CLAUDIO  ACHILLINI 


I 


Non  crediamo  che  il  lettore  esiga  da  noi  la  minuta  esposizione 
delle  ragioni,  assai  ovvie,  che  ci  hanno  indotti  a  dare  dell'A. 
(e  cosi  pure  dello  Stigliani)  il  testo  integro  non  di  tutte  le  lettere 
da  lui  scritte  o  a  lui  dirette,  che  eravamo  riusciti  a  mettere  in- 
sieme, si  bene  di  quelle  soltanto  che  offrissero  un  qualche  inte- 
resse storico,  letterario,  autobiografico  e  anche  di  curiosità;  limi- 
tandoci per  le  altre  a  inserirle  nella  raccolta  con  la  sola  indica- 
zione sommaria  del  loro  contenuto.  Possiamo  dunque,  senz'altro 
preambolo,  passare  alla  bibliografia  del  carteggio  dell'A.,  il  quale 
viene,  quasi  di  per  sé,  a  dividersi  in  tre  gruppi: 

a)  lettere  pubblicate  durante  la  vita  dell'A.; 

b)  lettere  pubblicate  dopo  la  morte  di  lui; 

e)  lettere  che  appariscono  per  la  prima  volta  nella  presente 
edizione. 

Appartengono  al  primo  gruppo  dodici  lettere: 
i)  Lett.  XL,  inserita  in  Prose  del  sig.  Alessandro  Guarini 
gentiluomo  ferrarese,  accademico  intrepido,  dedicate  al  serenis- 
simo signor  di  Mantova  e  di  Monferrato  (in  Ferrara,  per  Vittorio 
Baldini  stampator  camerale,  1611,  con  lic.  de'  sup.).  —  Non  più 
ristampata. 

2)  Lett.  XXXI,  inserita  nel  primo  volume  delle  Lettere  di  Ce- 
sare Rinaldi  (1617). 

3)  Lett.  LXiv,  inserita  da  G.  B.  Marino  a  principio  della  Sam- 
pogna  (1620).  —  Ripubbl.,  oltre  che  in  tutte  le  ristampe  della  Sam- 
pogna,  e  nell'ediz.  delle  Lettere  del  M.  del  1673,  anche  nelle  varie 
edizz.  delle  Rime  e  prose  dell'A.,  di  cui  appresso  faremo  parola. 

4-5)  Lett.  cvi-vii,  inserite  nella  Vita  del  Marino  del  Baiacca 
(1625).  —  Ristamp.  nelle  edizz.  delle  Lettere  é^\  M.  del  1627  e  1673, 
nonché  in  tutte  quelle  delle  Rime  e  prose  dell'A. 


II.    CLAUDIO    ACHILLINl  4OI 

6)  Lett.  cxiv,  inserita  a  principio  del  volumetto  citato  a  p.  i8i.  — 
Non  più  ripubblicata. 

7)  Lett.  cxv,  pubbl.  in  opuscolo  dal  titolo:  Al  re  cristianis- 
simo, il  gran  Luigi  il  vittorioso,  il  giusto,  panegirico  con  sonetto 
(Bologna,  per  gli  eredi  Cochi,  1629).  —  Ripubbl.  (se  l'A.  nella  let- 
tera cxviii  non  fa  una  rodomontata),  nello  stesso  anno  1629,  altre 
ventidue  volte  in  diverse  città  d' Italia,  e  poi  nelle  varie  edizz. 
delle  Rime  e  prose. 

8-9)  Lett.  cxxviii  e  cxxix,  pubbl.  in  opuscolo  intitolato:  Due 
lettere,  l'una  del  Mascardi  all' A.,  l'altra  dell' A.  al  Mascardi  so- 
pra le  presenti  calamita  (in  Bologna,  per  Fr.  Catanio,  1630).  —  Ri- 
stamp.,  anche  in  opuscolo,  con  la  data  «  in  Firenze,  per  il  Nardi, 
1631  »,  e  nelle  varie  edizz.  delle  Rime  e  prose.  Ne  esiste  una  ver- 
sione latina:  C.  A.  ad  Augustinum,  Mascarduni  epistola,  responsum. 
Paulus  Mancinus  in  latinum  vertebat  (Bononiae,  apud  Clementem 
Ferronium,   1631)  (i). 

lo-ii)  Lett.  cxxxvi  e  cxl,  inserite  nella  prima  ediz.  delle  Rime 
dell'A.  (Bologna,  presso  Clemente  Ferroni,  1632)  —  Ristamp.  in 
quasi  tutte  le  edizz.  delle  sole  Rime  e  delle  Rime  e  prose. 

12)  Lett.  CXLVII,  pubblicata  in  opuscolo  dal  titolo:  Lettera  al 
cav.fra  Ottavio  Piccolomini  d' Aragona  espugnatore  del  re  di  Svezia 
(in  Modena,  pres.so  Giuliano  Cassiani,  1633).  Ristamp.  nelle  Let- 
tere memorabili  del  Giustiniani  (ediz.  di  Roma,  1669:  nelle  altre 
edizz.  manca),  11,   162. 

Dopo  la  morte  dell'A.  venne  pubblicato  a  Venezia,  nel  1650, 
per  i  Giunti  e  il  Babà,  un  volumetto  dal  titolo:  Rime  e  prose  di 
C.  A.,  in  questa  nuova  impressione  accresciute  di  molti  sonetti  e 
altre  composizioni  non  più.  stampate,  con  aggiunta  di  diverse  bellis- 
sime lettere  di  proposta  e  risposta  del  medesimo  autore.  E  incre- 
dibile quanta  fortuna  avesse  questo  libriccino.  Il  Fantuzzi  ne  cita 
sei  ristampe:  Venezia,  Babà,  1651  (2);  ivi,  Giacomo  Bartoli,  1656; 
ivi,  Zaccaria  Conzatti,  1662  (che  è  la  più  completa);  ivi,  Nicolò  Pez- 
zana,  1673;  ivi,  Iseppo  Prosdocimo,  1677;  ivi.  Benedetto  Milocho, 
1680.  Noi  siamo   riusciti  a  vederle  quasi    tutte;  anzi  ne  abbiamo 


(i)  È  noto  che  al  curioso  ragionamento  fatto  dalI'A.  nella  sua  risposta  al  Ma- 
scardi s'ispirò   il    Manzoni  nella   famosa  dissertazione  di   don  Ferrante  si:lla  peste. 

(2)  In  questa  ediz.  precede  una  lett.  di  G.  B.  Manzini  al  Babà,  entusiastica 
per  l'A.  Avrebbe  dovuto  sapere  il  povero  Manzini  ciò  che  di  lui  scriveva  l'A.  nella 
lett.  C  ! 

G.  B.  Marino,  C.  Aciiillini  e  G.  Preti,  Lettere  -w.  26 


402  NOTA/ 

rinvenuta  nella  Brancacciana  di  Napoli  una  settima:  Venezia,  Abon-  ' 
dio  Menefoglio,  1666.  Per  altro,  solo  per  poche  lettere  siamo  stati 
costretti  a  prendere  a  fondamento  questi  testi  a  stampa,  giacché 
per  quasi  tutte  ci  siamo  avvalsi  degli  autografi  o  apografi  di  cui 
appresso  faremo  parola,  e  di  cui,  indubbiamente,  dovettero  anche 
servirsi,  a  dir  vero  con  soverchia  libertà  e  non  senza  mutilazioni 
e  cangiamenti,  gli  anonimi  curatori  delle  edizioni  innanzi  menzio- 
nate. Mercé  tutte  queste  ristampe  il  numero  delle  lettere  dell'A. 
o  all'A.  giunge  complessivamente  a  cinquantotto.  In  esse  infatti 
vennero  inserite  (al  solito,  disordinatissimamente  e  spesso  soppri- 
mendo la  data  cronica),  oltre  che  le  lett.  cxxxvi,  cxl,  cxxviii, 
cxxix,  cxv,  LXiv,  evi  e  cvii,  già  pubblicate,  anche  queste  altre: 

CLVIII,  CLX,  CLXI,  CLXII,  CLXIII,  CLXVI,  CLXIV,  LXXXV,  LXXXVI, 
LXXXVII,  XCVI,  XLI,  CXXXVII,    CXXXVIII,  CXXVII,  CIX,  ex,   LV,  XXVII, 

CLix,  etxxi,  CLxx,  cxxi,  exxii,  exLvi,  xeviii,  cu,  lxiii,  xxxiii, 
CLVii,  LXii,  Lvni,  exxvi,  eLiii,  clxvii,  eLxviii,  clxxiii,  cxli, 
exLii,  cxLiii,  cxLiv,  eLv,  CLVi,  exxx,  exxxi,  clxxiv. 

Appartengono  ancora  al  secondo  gruppo: 

59-60)  due  lettere,  sciocchissime  (exxv  e  exxxix),  le  quali 
vedevano  la  luce  fra  altre  Lettere  diverse,  in  cìnquantadtce  capi, 
che  il  vanitosissimo  Giovan  Francesco  Loredano  faceva  pubblicare 
da  Enrico  Giblet  nel  1654  (Venezia,  Guerigli); 

61)  un'altra  (xcv),  pubblicata  da  Antonio  Bulifon  nella  sua  rac- 
colta di  Lettere  memorabili,  iv  (Napoli,  1698),  49; 

62-3)  due  altre  (xix  e  ei).  infine,  riferite  quasi  per  'ntero  dal 
Fantuzzi  nei  suoi  Scrittori  bolognesi  (i,  57,  n.  7;  58,  n.   io). 

Ed  eccoci  alle  lettere  fin  qui  inedite,  le  quali  sono  ben  cento- 
undici. Di  queste,  due  (v  e  vi)  sono  autografe  a  ce.  148-9  del 
cod.  909  dell'  Universitaria  di  Bologna,  ossia  nel  primo  voi.  delle 
Lettere  scritte  al  card.  Serafino  Razzali  Olivieri;  una  terza  (xxv), 
anche  autografa,  si  conserva  nella  Comunale  di  Ferrara  {Autografi,, 
n.  13)  ('):  le  altre  tutte,  o  autografe  o  in  minuta  o  in  copia,  formano 
gran  parte  del  cod.   2232  dell'Universitaria  di  Bologna  (2),  prove- 


(1)  Ringrazio  l'amico  Dante  Olivieri,  che  l'ha  ritrovata  e  me  ne  ha  favorita 
copia. 

(2)  Vadano  i  miei  ringraziamenti  più  sinceri  all'illustre  Olindo  Guerrlni  e  al 
prof.  Ludovico  Frati,  i  quali,  oltre  a  fare  per  me  una  diligenlissima  indagine  nella 
biblioteca  da  loro  amministrata,  mi  hanno  cortesemente  concessi  in  prestito  i  codici 
di  cui  ho  avuto  bisogno. 


II.    CLAUDIO    ACHILLINI  403 

niente  dalla  biblioteca  del  monastero  di  San  Salvatore,  ove  lo 
aveva  già  studiato  il  diligentissimo  Fantuzzi. 

È  un  grosso  volume  miscellaneo,  di  cui  ometteremo  la  descri- 
zione minuta,  la  quale  allungherebbe  di  molto  questa  già  troppo 
lunga  nota.  Diremo  soltanto  che  a  e.  280  è  un  «bottello»,  su  cui 
è  scritto:  «  Notizie  della  vita  ed  opere  del  signor  C.  A.  Molte  sue 
com.posizioni  latine  e  italiane.  Molte  lettere  a  lui  scritte  da  diversi 
prencipi,  vescovi,  cardinali  e  letterati.  Ventitré  lettere  del  card. 
Lodovisio  scritte  al  medesimo».  E  seguono,  fino  a  e.  675,  in  un 
grande  confusionismo,  frammischiate  a  notizie  biografiche,  scritti, 
appunti  e  poesie  dell'A.,  nonché  a  lettere  e  carte  varie  del  Preti, 
le  lettere  seguenti,  di  cui,  come  .si  può  scorgere,  taluna  è  in  due 
e  perfino  tre  copie:  cvii  (copia),  cliv  (aut.),  lv  (a.),  lxxi  (c),  cvii 

(e),  XXX  (e),  LXIV  (e),  XIV  (e),  XV  (e),  CLIII  (c),  CLII  (c),  CXI  (c), 
LXXXIX  (e),  xc  (e),  xci  (e),  civ  (e),  CXII   (e),  CXXIV  (e),   CXXIII 

(e),     CXLVIII    (e),     CXLIX    (e),    XLl     (c),     LXXXV     (c),     LXXXVII    (c), 

XIX  (e),  XX  (e.  mutila),  CLXXiv  (e),  lxxv  (a.),  lxxvi  (a.),  iii 
(a.),  cxviii  (a.),  LXIV  (e),  xxvii  (e),  xeni  (e),  xciv  (e),  clv  (c), 
CLXxii  (e),  CI  (e),  CXI  (a.),  i  (a.),  cxxxv  (a.),  cxvi  (e),  viii  (e), 
XXIX  (e),  IX  (e),  xiii  (e),  xxvii  (e),  xxviii  (e),  II  (e),  xiv  (e), 

XV  (e),  XVI  (e),  LXXXIV  (e),  CXIII  (e),  XVII  (e),  XVin  (e),  XIX  (e), 

XX  (e),  XXI  (e),  XXII  (e),  XXIII  (e),  XXIV  (e),  cu  (e),  xxvi  (e), 

XI  (e),  XII  (e),  X    (e),    LXI  (e),  VII  (e),  XXXII  (e),  XCIX  (e),  XXXIII 

(e),  LXii  (e),  XLV  (e),  XLi  (e),  XXXIX  (c),  IV  (firma  aut.),  cxvii 
(minuta  aut.),   11  (a.),   lxviii   (m.   a.),    cxxii   (f.   a.),  lxxviii  (e), 

LXXIX  (e),  LXXX  (e),  LXXXI  (c),  LXXXII  (c),  LXXXIII  (c),  LXXVI  (c.) 
LXXVIl  (c),  LXXV  (c),   LXXVIII  (c),  LXXIX  (c),  LXXX  (c),  LXXXI  (c), 

LXXXII  (c),  LXXXIV  (c),  Lvi  (a.),  XIV  (c),  XV  (e),  XXI  (e),  poscritta 
della  LXXXI  (a.),  lviii  (e),  cviii  (a.),  evi  (a.),  liv  (a.),  lx  (a.), 
Lxxxviii  (a.),  Lxxii  (a.),  lxx  (a.),  lxvii  (a.),  lxvi  (a.),  xliv  (a.), 
xxxiv  (a.),  Lxv  (a.),  li  (a.),  l  (a.),  lii  (a.),  lui  (a.),  xxxvi  (a.), 
xxxvii  (a.)  XLix  (a.),  xxxviii  (a.),  lvii  (a.),  lix  (a.),  xxxv  (a.), 
XLiii  (a.),  XLViii  (a.),  cxx  (f.  a.),  cxlv  (f.  e  poscritta  a.),  cxxxiii 
(f.  a.),  xcvii  (a.),  CHI  (f.  a.),  xlvi  (f.  a),  xlvii  (f.  a.),  xcii  (f.  a.), 
CL  (a.),  cxxxii  (f.  a.),  lxxiii  (a.),  lxxxvi  (a.),  cxxxiv  (f.  a.),  clv 
(f.  e  p.  s.  a.),  CLXV  (a.),  cxxxi  (a.),  lxxiv  (a.),  lxix  (a.),  clxix 
(a.),  e  (e).  —  Al  quale  elenco  è  da  aggiungere  la  tett.  cxix  (di 
cui,  quantunque  non  firmata,  perché  in  minuta,  è  indubbia  l'auto- 
grafia), la  quale  per  un  errore  di  rilegatura,  anziché  trovarsi  tra 
le  carte  dell'A.,  è  confusa  tra  carte  varie,  in  altra  parte  del  me- 


404  NOTA 

desimo  volume,  e  cioè  al  fol.  262.  —  Al  contrario,  non  abbiamo 
voluto  comprendere  nella  nostra  raccolta  alcune  lettere  scritte  cer- 
tamente dall'A.  per  conto  altrui  (e  specialmente  per  mons.  Fachi- 
netti);  e  altre,  le  quali,  più  che  lettere,  sono,  come  si  desume  anche 
dai  titoli  che  recano  («Buone  feste»,  «Ragguaglio  di  morte»  e 
simili),  modelli  di  lettere,  di  cui  egli  si  soleva  servire  in  occasione 
di  augùri,  condoglianze,  ecc.,  riempiendo  i  bianchi  a  seconda  delle 
circostanze. 

Poniamo  termine  a  questa  rassegna,  avvertendo  che  l'Universi- 
taria di  Bologna  possiede  ancora  un  secondo  codice  (n.  2349)  di 
scritti  achilliniani,  tra  i  quali  ai  ff.  67-72  sono  trascritte  pure  undici 
lettere,  tutte,  per  altro,  contenute  nel  voi.  miscellaneo  precedente- 
mente descritto,  e  cioè:  xxix,  lxxxix,  xc,  xci,  civ,  cv,  cxii,  cxxiii 
cxxiv,  cxLViii  e  CXLIX.  Ciò  non  ostante,  ci  è  stato  utile  consultarlo, 
perché  da  esso  abbiamo  potuto  ricavare  la  data  della  lett.  cxLviii, 
la  quale  nel  cod.  2232  mancava. 

Circa  la  lettera  del  Preti  che  abbiamo  aggiunta  in  appendice, 
e  che  fu  già  pubblicata  nel  corso  del  secolo  xvii  tra  le  sue  Rime, 
essa  esiste  autografa  ai  fogli  565-76  del  cit.  cod.  2232  dell'Univer- 
sitaria di  Bologna. 


II 


Perchè  riesca  più  perspicua  l'esposizione  dei  criteri  che  ci 
hanno  guidati  nell'ordinamento  del  carteggio  dell'A.,  crediamo 
non  inutile  premettere  le  date  dei  principali  avvenimenti  della 
vita  di  lui. 

Nacque  a  Bologna  il  iS  sett.  1574;  —  si  laureò  in  utroque  il  16 
dee.  1594; — ebbe  nel  1598  la  cattedra  d'istituzioni  di  diritto  ci- 
vile nell'università  di  Bologna;  —  diventato  favorito  di  mons.  (poi 
cardinale)  Serafino  Olivieri  Razzali,  si  recò  con  lui,  nel  1602,  a 
Roma,  ove  pare  che  stette  (non  sappiamo  se  continuatamente  o 
a  intervalli)  fino  al  1606;  —  nel  1607  e  1608  certamente  leggeva 
nello  Studio  di  Bologna;  —  nel  giugno  1609  fu  nominato  professore 
di  diritto  civile  a  Ferrara;  —  tra  il  1610  e  il  1616  fu  segretario  di 
mons.  de'  Massimi,  vicelegato  pontificio  in  Piemonte,  recandosi 
per  altro  spesse  volte  a  Ferrara  a  riprendere  le  lezioni  ;  —  la  me- 
desima carica  di  segretario  ebbe  nel  1616  presso  monsignor  (poi 
cardinale)  Alessandro  Ludovisi,  che  nel  febb.  1621   divenne  papa 


11.    CLAUDIO    ACHILLINI  405 

Gregorio  XV;  —  nel  1621  era  certamente  a  Roma,  donde  parti  im- 
provvisamente, forse  disgustato  per  non  avere  ottenuti  dal  nuovo 
pontefice  i  favori  che  si  aspettava;  —  il  suo  antico  desiderio  di 
essere  richiamato  all'università  di  Bologna  non  ebbe  effetto  se  non 
nel  1624;  — dal  27  ott.  1626  al  18  nov.  1636  fu  professore  nell'uni- 
versità di  Parma;  —  nel  1636  ritornò  a  Bologna,  ove  mori  il  3  ot- 
tobre 1640  (i). 

Posto  ciò,  la  data  della  lett.  u  ci  è  fornita  da  quella  della  morte 
di  Leone  XI:  le  parole  «  communemente  si  spera  l'essaltazione  di 
Saulo»,  e  cioè  di  «  Paolo»,  ci  hanno  fatto  congetturare  che  l'A. 
volesse  alludere  alla  probabile  elezione  del  card.  Camillo  Borghese, 
che,  diventato  effettivamente  papa,  assunse  il  nome  per  l'appunto 
di  Paolo  V.  —  Ulisse  Aldrovandi  mori  nel  maggio  1605  (2):  da 
ciò  la  data  della  lett.  iv,  scritta  probabilmente  da  Roma  (e  cer- 
tamente non  da  Bologna,  ove  risiedeva  il  Lamberti)  nel  1606.  — 
La  prima  ediz.  dello  Siato  rustico  dell'Imperiali  è  del  1607 
(Genova,  Pavoni)  (3):  perciò  in  quest'anno  abbiamo  collocata  la 
lett.  VII.  —  La  data  delle  lett.  viii-x  ci  è  stata  fornita  da  quella 
delle  nozze  di  Cosimo  II  de'  Medici  (4).  —  Probabilmente  contempo- 
ranea alla  X  è  rxi,sia  perché  nel  cod.  vengono  una  dopo  l'altra,  sia 
perché  in  questa  si  parla  del  Cavalli,  mittente  di  quella.  Nessun 
dubbio  che  la  xii  segua  di  poco  l'xi,  cui  risponde.  —  La  data  della 
xm  è  fornita  da  quella  della  nomina  del  Tonti  a  cardinale  (5).  — 
Sicure  sono  le  date  delle  lettere  xiv-vi,  giacché  sappiamo  che  l'at- 
tentato del  Murtola  contro  il  Marino  avvenne  il  1°  febbr.  1609  (6).  — 
Che  le  lett.  xvii-viii  debbano.precedere  di  poco  la  xix  e  che  quelle 
che  seguono,  dalla  xx  alla  xxiv,  sieno  state  scritte  non  molto 
dopo,  è  ovvio.  —  Il  fatto  stesso  che  l'A.  domandi  di  essere  confer- 
mato nella  cattedra  ferrarese  per  un  triennio  induce  a  congetturare 
che  nella  prima  nomina  egli  non  l'ottenesse  se  non  per  un  anno: 
donde  la  probabile  data  della  lettera  xxv,  per  la  quale  d'altronde 
il  prof.  Dante  Olivieri,  che  ce  ne  ha  favorita  copia,  ci  scrive  che 


(1)  Riassumo  dal  Fantux.zi,  op.  cit.,  sub  Achillini. 

(2)  Fantuzzi,  op.  cit.,  sub  Aldrovandi. 

(3)  Io  non   sono  riuscito  a  vederla,    ma  cito  dal  Belloni,  //   Seicento,    p.   484, 
11.  36. 

(4)  Muratori,  Annali,  ad  a.   1608. 

(5)  Du   Masi.atrie,    Tris,  ae  chronol.,  col.   1226. 

(6)  Si  veda  più  avanti,  p.  396 


4o6  NOTA 

«è  assegnata  al  1610  circa».  —  Nessun  elemento  poteva  aiutarci 
a  datare  la  lett.  xxvi:  il  giorno  della  morte  di  G.  B.  Guarini 
abbiamo  preso  invece  a  fondamento  della  datazione  delle  lett. 
xxvii-viii.  —  Gaspare  Ercolani  fu  discepolo  dell'A.  a  Ferrara,  e 
nel  1617  era  certamente  a  Roma  (si  veda  più  oltre  la  lett.  lvi): 
potrà  quindi  essere  del  161 5  la  lett.  xxx?  Forse.  —  La  lett.  xxxii 
fu  scritta  indubbiamente  nel  periodo  culminante  della  guerra  di 
Carlo  Emanuele  I  contro  Spagna:  l'abbiamo  quindi  assegnata  al 
1616;  anno  in  cui  l'A.  dovè  trovarsi  a  Torino  al  séguito  o  del 
Massimi  o  del  Ludovìsi.  .Si  badi  che  la  Turca  (per  la  quale  l'A. 
scrisse  anche  un  «  cartello  di  giostra  »)  non  è  una  dama  torinese, 
come  ci  assicurano  il  conte  Sforza  e  il  barone  Manno,  che,  assai 
cortesemente,  hanno  voluto  fare  per  noi  accurate  indagini  :  forse 
apparteneva  alla  nota  famiglia  ferrarese  di  tal  cognome.  —  Non 
avremmo  fatto  male  ad  aggiungere  un  punto  interrogativo  accanto 
alla  data  della  lett.  xxxix,  scritta  per  altro  dall'A.  subito  dopo 
l'arrivo  a  Ferrara  in  séguito  a  una  delle  sue  peregrinazioni  piemon- 
tesi, e  quindi  non  posteriore  al  161 7.  —  Una  distrazione  (che  il  let- 
tore vorrà  perdonarci)  non  ci  ha  fatto  por  mente  alla  data  di  stampa 
delle  Lettere  di  A.  Guarini,  e  quindi  collocare  la  lett.  xl  tra  il 
1610  e  il  1616,  fondandoci  sull'allusione  alla  passeggiata  in  car- 
rozza fatta  dal  Guarini  insieme  con  l'A.,  il  card.  Pio  e  «mons. 
Massimi  vicelegato»,  e  attribuendo  per  conseguenza  la  lettera 
al  periodo  in  cui  il  nostro  autore  era  al  séguito  del  Massimi. 
Senza  dubbio,  essa  è  di  quel  tempo,  ma  con  maggiore  precisione 
avremmo  dovuto  asserirla  non  posteriore  al  1611.  —  La  sola  col- 
locazione nel  cod.  della  lett.  xlii  ci  ha  indotto  ad  assegnarle  la  data 
dei  principi  del  1617.  —  La  xlv  è  in  troppo  stretta  connessione 
con  la  XLiv  perché  non  le  sia  di  poco  posteriore.  —  La  lviii  nelle 
edizioni  a  stampa,  nelle  quali  manca  l'ultimo  periodo,  è  attribuita 
all' A.,  leggendosi  in  esse,  invece  che  «il  signor  Achillini  e  io», 
«il  signor  Preti  e  io»,  anzi  in  alcune  «il  signor  ***  e  io», 
e  sostituendosi  negli  altri  passi,  sempre,  ad  «  Achillini  »,  «  Preti  ». 
Abbiamo  preferito  attenerci  all'apografo.  Circa  la  data,  la  lettera 
fu  scritta  indubbiamente  prima  che  si  conchiudesse  la  pace  tra 
Venezia  e  l'Austria,  e  cioè  prima  del  1618.  D'altra  parte,  dal  testo 
appar  chiaro  che,  mentre  il  Preti  scriveva,  l'A.  doveva  trovarsi 
a  Roma.  Ora  dalle  lettere  del  card.  Ludovisi  si  desume  che  il 
Nostro  si  recò  a  Roma  nel  161 7;  e  che  vi  si  sia  dovuto  recare  dopo 
il  26  aprile  161 7  è  anche  certo,  altrimenti  il  Preti  non  gli  avrebbe 


II.    CLAUDIO    ACHILLINI  407 

scritta  la  lett.  lvi:  da  ciò  la  conseguenza  che  la  lettera  in  questione 
sia  della  metà  circa  di  quell'anno.  —  Per  la  data  della  lett.  LXi 
ci  ha  soccorso  quella  della  pubblicazione  delle  Lagrime  della  Ver- 
dine del  Campeggi  (');  per  quella  della  lett.  lxii  le  parole  «già 
l'anno  vigesimoquinto  del  mio  dottorato  s'avicina»,  ossia  l'anno 
vigesimoquinto  dopo  il  i6  dee.  1594;  per  quella  della  lxiii  le  se- 
guenti annotazioni  che  si  trovano  nella  Serie  dei  legati,  governa- 
tori ecc.  dal  132'/  al  iS^g,  conservata  nell'Archivio  di  Stato  di 
Bologna (2):  «Capponi  Luigi,  fiorentino,  cardinale,  legato  per  breve 
di  Paolo  V  delli  2  settembre  1614:  arrivò  li  17  detto  e  parti  li 
15  die.  1619.  Savelli  Giulio,  romano,  cardinale,  vescovo  d'Ancona, 
legato  per  breve  di  Paolo  V  delli  2  decembre  1619:  arrivò  li  19 
detto  e  parti  li  30  gennaio  1621  ».  —  Per  la  lett.  lxiv  non  occor- 
rono spiegazioni  :  la  connessione  tra  la  lxviii  e  la  Lxvii  ci  sembra 
assai  probabile;  come  certamente  connesse  tra  loro  sono  la  lxxvi  e 
la  Lxxvii.  —  Il  testo  parla  troppo  eloquentemente  nelle  lett.  lxxviii- 
Lxxxiii  perché  vi  sia  bisogno  di  comento.  —  Assai  incerta  è  la 
lettura  del  cognome  del  mittente  della  lett.  lxxxiv:  le  sole  lettere 
di  cui  siamo  sicuri  sono  le  prime  tre  («  Mor  »).  Ma  di  un  Girolamo 
Morini  o  di  altro  cognome  affine  abbiamo  fatto  invano  ricerca. 
Circa  la  data,  è  assai  probabile  che  la  lettera  fu  scritta  poco  dopo 
l'improvvisa  partenza  dell'A.  da  Roma  nel  1621:  come  probabile  è 
anche  che  «  il  signor  ***  »  sia  il  Preti.  —  In  evidente  connessione 
stanno  le  lett.  lxxxvi-vii  con  la  lxxxv.  —  La  data  dell'arrivo  del 
Marino  a  Roma  e  quella  della  pubblicazione  dell'  Adone  hanno 
resa  agevole  la  datazione  delle  lett.  xciii-iv,  scritte  certamente 
dalla  campagna,  e  perciò  dalla  valle  al  Sasso,  cosi  cara  all' A.  —  Per 
la  xcviii  non  avevamo  altro  elemento  che  la  data  della  morte  del 
Cesarini  (3);  e  per  la  xcix  e  e  la  circostanza  che  l'A.  lasciò  nel 
1624  definitivamente  la  cattedra  ferrarese.  —  Al  1624  abbiamo  asse- 
gnate in  forma  dubitativa  le  lett.  ci-ii,  le  quali  potrebbero  anche 
essere  di  data  anteriore,  giacché  l'A.  cominciò  ad  agitarsi  per 
la   cattedra  bolognese  fin  dal   1617.  Senonché  per  la  ci  abbiamo 


(i)  Si  veda  Fantuz/.i,  stib  Campeggi  Ridolfo. 

(2)  Ringrazio  vivamente  il  soprintendente  cav.  Giovanni  Livi,  il  quale,  con  la 
sua  abituale  cortesia,  mi  ha  fornita  questa  e  le  altre  notizie  relative  ad  arrivi  e  par- 
tenze di  legali  pontifici  a  Bologna,  assicurandomi  in  pari  tempo  che  nessuna  lettera 
dell'A.  si  conserva  in  quell'Archivio. 

(3)  Bki.i.oni,  op.  cit.,  p.  50. 


4o8  NOTA 

un  elemento  di  maggiore  certezza  nell'espressione:  «Son  quin- 
deci  anni  [dal  1609]  che  io  leggo  nella  prima  cattedra  dello  Studio 
di  Ferrara  ».  —  Antonio  Barberini  fu  nominato  cardinale  nell'otto- 
bre 1624  (i):  donde  la  data  della  lett.  civ.  —  La  cvii,  responsiva 
alla  evi,  deve  seguirla  di  poco.  —  Il  Preti  mori  nel  1626  (2):  la 
lett.  cviii,  scritta  in  un  anno  di  giubileo,  non  può  essere  quindi 
se  non  del  1600  o  1625.  Ma  nel  1600  il  Preti  era  ancora  un  fan- 
ciullo: dunque  la  data  del  1625  è  sicura.  —  Sola  circostanza  cui  po- 
tevamo riferirci  per  datare  le  lett.  ex  (e,  con  questa,  della  eix,  se  in 
ambedue  si  presenta  e  raccomanda  lo  stesso  personaggio)  e  cxi,  era 
l'epoca  della  morte  del  Preti.  —  Se  la  grazia  chiesta  nella  exvii 
è  efifattivamsnte  quella  da  noi  congetturata-,  è  chiaro  che  questa 
lettera  deve  precedere  di  poco  la  exviii,  la  quale  a  sua  volta  non 
può  essere  se  non  del  1629.  —  Il  card,  di  Montalto  (cioè  Andrea 
Peretti)  mori  il  3  ag.  1629  (^):  da  ciò  la  data  della  lett.  exix.  — 
L'accenno  al  famoso  assedio  di  Casale  ci  permette  di  assegnare 
la  lett.  exxii  (e  quindi  anche  la  exxi,  che  ha  con  essa  stretto 
vincolo  di  connessione)  al  1629.  —  Nessun  elemento  avevamo  per 
la  datazione  delle  lett.  exxiii-exxvii,  non  essendo  riusciti  a  trovare, 
per  la  exxiv,  l'epoca  precisa  della  morte  del  Sagramosio.  —  La  data 
della  cxxx  ci  è  fornita  dalla  exxxi.  —  La  exxxvi  fu  scritta  certa- 
mente dopo  la  venuta  di  Luigi  XIII  a  Susa  (1629),  alla  quale  si 
accenna  nella  canzone,  e  prima  della  pubblicazione  delle  Rime 
dell'Achillini  (1632),  in  cui  questa,  con  la  dedica,  fu  inserita.  —  Im- 
possibile, per  mancanza  di  elementi,  datare  le  lettere  cxxxvii-ix.^ 
Le  date  delle  lettere  cxui-exLiit  ci  sono  fornite  da  quella  della 
pubblicaz.  éoiV Istoria  del  Bentivoglio  e  anche  da  quella  della  lett. 
exLiv.  —  Monsignor  Ciampoli  fu  allontanato  dalla  corte  romana 
nel  1632  (4):  donde  la  data  della  lettera  exLvi.  —  Nella  lett.  exLviii 
l'A.  dice  esplicitamente  d'avere  scritta  contemporaneamente  la 
cxLix.  —  Per  la  en  il  Livi  ci  scrive:  «  Il  catalogo  succitato  non 
fa  alcuna  menzione  del  Furieti  (Lanfranco).  Lo  troviamo  per  altro 
vicelegato  del  card.  Antonio  Santacroce,  il  quale,  nominato  per 
breve  di  Urbano  Vili  del  24  giugno  1631,  fu  qua  sino  al  3  mag- 
gio   1634;    ma   il    Furieti   era  stato  richiamato    a    Roma    nel    1633 


(i)  Du  Masi.atrib,  op.  cit.,  col.   1227. 

(2)  FANTUzzr,  op.  cit.,  sub  Preti;  e  Belluni,  op.  cit.,   p.  38. 

(3)  Du  MASi.ATRtiì,  op.  cit.,  col.  1224. 

(4)  Belloni,  op.  cit.,  p.  56. 


II.    CLAUDIO    ACHILLINI  409 

(cfr.  Muzzi,  Annali  della  citta  di  ^c/co-wa,  '  Bologna,  1884,  vn, 
995-400,  414-15)  ».  Posteriore  dunque  al  1633  è  la  lettera,  e  scritta, 
d'altra  parte,  come  si  desume  dal  testo,  l'anno  appresso  la  par- 
tenza del  F.,  e  dalla  villa  del  Sasso,  ove  l'A.  si  soleva  recare  nel 
maggio:  da  tutto  ciò,  la  probabile  data  del  maggio  1634.  —  Ci  man- 
cava ogni  elemento  per  la  datazione  delle  lett.  clii-iii  :  la  seconda 
delle  quali  fu  scritta  certamente  ad  anno  scolastico  già  inoltrato.  — 
Perla  clvi,  responsiva  alla  clv,  non  occorrono  spiegazioni.  —  Per 
la  data  delle  lett.  clvii  e  CLix  ci  siamo  attenuti  alla  nomina  del 
cardinale  Sacchetti  a  legato  (aprile  1637,  giusta  il  menzionato  cata- 
logo dell'Archivio  bolognese)  e  alla  nascita  di  Luigi  XIV:  la  clix, 
per  altro,  potrebbe  essere  anche  del  1639  (si  veda  infatti  lett.  clxv). 
Né  deve  far  maraviglia  il  ritardo  con  cui  rispose  il  Richelieu  (let- 
tera CLXXi),  forse  a  ciò  spinto  dal  Mazzarini  (si  veda  lett.  clxx), 
al  quale,  probabilmente,  i'A.  dovette  scrivere  una  lettera,  ora 
smarrita,  per  implorare  appunto  la  risposta  che  tardava  tanto  a 
venire.  —  Abbiamo  assegnate  al  1640  circa  le  lettere  CLXVii-viii, 
semplicemente  perché  abbiamo  avuta  l'impressione  (la  quale,  natu- 
ralmente, come  tutte  le  impressioni  non  fondate  sui  documenti, 
potrebbe  essere  del  tutto  erronea)  che  appartengano  agli  ultimi 
anni  dell'A.  —  La  «nuova  edizione»  delle  Rime  àX  Urbano  Vili 
è  del  1640:  donde  la  data  delle  lett.  CLXXii-iii.  —  E  finalmente 
che  la  lett.  clxxiv  sia  degli  ultimi  giorni  dell'A.,  è  detto  espli- 
citamente in  tutte  le  edizz.  delle  Rime  e  prose. 


Ili 

LETTERE  DI  TOMMASO  STIGLIANI 


1 


Pochissima,  anzi  nessuna  fortuna  ebbe  nel  sec.  xvii,  e  quasi 
sconosciuto  fuori  del  mondo  erudito  è  oggidì  un  volumetto,  orri- 
bilmente stampato,  di  Lettere,  che  Tommaso  Stigliani  raccolse  e 
pubblicò  egli  stesso  pochi  mesi  prima  di  morire  (i).  Eppure  quanto 
codeste  lettere  sono  più  interessanti  e  divertenti  di  quelle,  talvolta 
insipide,  spesso  noiose  e,  ciò  non  ostante,  tanto  fortunate  di  Clau- 
dio Achillini  !  Ma  lo  S.  esibiva  lettere  per  davvero,  l' Achillini  assai 
spesso  meri  pezzi  rettorìci  ;  e  allora  era  la  rettorica  che  faceva  fu- 
rore. —  Comunque,  codesto  non  è  affar  nostro,  che  dobbiamo  limi- 
tarci ad  informare  il  lettore  che  nel  volumetto  avanti  citato  è 
inserita,  insieme  con  lettere  scritte  dallo  S.  per  altri,  con  una 
prefazione  alla  sua  Grammatica  e  con  un  «  cartello  di  giostra  » 
(componimenti  di  cui  non  abbiamo  tenuto  conto),  la  maggior  parte 
delle  lettere  comprese  nella  nostra  raccolta,  e  cioè:  cxxv,  xlviii, 

XLV,    XLVII,    XCII,  XXXI,  XCI,   LXXXIV,  CI,  XXXIV,   LXIV,  LXXXII,   LVI, 

XIX,  LXXII,  LXXV,  LXVI,  XXI,  LXXXIX,  L.  XXV,  LXXXVIII,  XXII,  XC, 
XXIII,  LV,  XLVI,  XLIV,  XVIII,  LVII,  XXXIX,  XCVIII,  XLIII,  LIV,  LIX, 
LX,  XCIX,  LXXXVII,  LXXVII,  LXXVIII,  XCIII,  XCIV,  LVIII,  CXXII,  XV,  li, 
CXXIII,  XVI,  LXV,  XCVI,  XCVII,  XXXVIII,  CXIX,  LXXIV,  LXXIX,  LXXII, 
LXXIII,  XXXVI,  XXXVII,  XL,  XCV,  LXXXVI,  LXX,  XXVII,  VI,  CXXIV,  XXIV, 
XXIII,  XLVII,  LXIII,  C,  LXXXIII,  XXVIII,  LI,  XLIX,  LXXX,  XVII,  XXIX, 
XXX,    XXXII,    Lll,    XLII,    LXXV,    XXVI,    LXXI,    LXVII,    LXXXI,   XXXV,   V, 

XX,  LXXXV,    XXXV. 


(i)  Lettere  del  cavaliere  fra  Tomaso  Stigliani  (in  Roma,  Manelfi,  1651,  pp.  346 
in-24).  Se  ne  hanno  anche  esemplari  con  la  data  «  in  Roma,  per  Angelo  Bernabò, 
1664,  ad  instanza  di  Gregorio  e  Giovanni  Andreoli»:  ma  si  tratta  di  ristampa  del 
solo  frontespizio  e  della  dedica;  la  quale  ultima,  invece  di  essere  indirizzata  al  prin- 
cipe di  Gallicano  e  firmata  dallo  S.,  è  indirizzata  a  Giovan  Battista  Cerioli  e  fir- 
mata da  Giovanni  Andreoli. 


III.    TOMMASO    STIGLIANI  4II 

A  queste  novantadue  lettere  abbiamo  potuto  aggiungere  altre 
trentasette,  di  cui  diamo  l'elenco  secondo  l'ordine  in  cui  vennero 
pubblicate: 

93)  Lett.  I,  pubbl.  naturalmente  dallo  S.  stesso  nel   1600. 

94)  Lett.  Ili,  pubbl.  nel  1601. 
95-102)  Lett.  vii-xiv,  pubbl.  nel  1605. 

103)  Lett.  XXXIII,  pubbl.  in  fine  della  prima  ediz.  del  Mondo 
nuovo  (Piacenza,  Bazacchi,   1617). 

104)  Lett.  LUI,  pubbl.  in  fine  di€[V Occhiale,  opera  defensiva  del 
cav.  fra  T.  S.,  ecc.  (in  Venezia,  1627,  appresso  Pietro  Carampelli). 

105)  Lett.  IV,  non  pubblicata,  ma  semplicemente  citata  come 
inedita  dal  Tiraboschi  (i). 

106)  Lett.  LXix,  pubbl.  nel  1887  dal  Gattini  (2),  di  su  l'auto- 
grafo da  lui  posseduto. 

107-125)  Lett.  cii-cxviii  e  cxx-xxi,  pubbl.  nel  1890  dal  Men- 
ghini  (3),  di  su  gli  autografi  conservati  nella  Casanatense  di  Roma, 


II 


L'ordinamento  delle  lettere  dello  S.,  tranne  per  qualche  punto 
assai  dubbio,  ci  è  costato  relativamente  poca  fatica,  poiché,  per 
fortuna,  l'autore,  nel  pubblicarle,  quantunque  le  disponesse  disor- 
dinatissimamente, ebbe  tuttavia  la  buona  idea  dì  non  sopprimere, 
nella  maggior  parte  di  esse,  le  date.  E  brevissimo  sarebbe  stavolta 
l'adempimento  del  nostro  compito,  se  non  dovessimo  dedicare 
qualche  parola  di  più  intorno  alle  lett.  xxix,  xxx  e  xxxii  e  alle 
lettere  xlvii,  lvi  e  lvii. 

Circa  le  prime  tre,  esse,  a  dir  vero,  nell'edizione  originale  sono 
indirizzate  «  Al  signore  N.,  a  Parigi  »,  e  recano  rispettivamente  la 
data  del  9  aprile  1612,  del  15  giugno  1612  e  del  29  sett.  1613. 
Ora,  che  codesto  «  signore  N.  »  sia  proprio  il  Marino,  a  noi  sembra 
indiscutibile.  Si  tratta  d'un  signore  che  aveva  chiesto  allo  S.  il 
ritratto;  —  d'un    signore   che   faceva   raccolta   di    quadri;  —  d'un 


(i)  St.  d.  lett.  ital.,  ediz.   Napoli,  Muccis,   1784,   vili,  286. 

(2)  Conte  Giuseppe  Gattini,  Storia  della  cillà  di  Malera  (Napoli,  Pellegrino, 
1887),  p.  427- 

(3)  Mario    Menghtni,    T.  S.,   contributo   alla   storia   letteraria  del  sec.  XVII 
(Genova,  1890),  pp.   161-82. 


412  NOTA 

signore  che  aveva  avuti  rapporti  con  la  corte  di  Mantova  e  quella 
di  Torino;  —  d'un  signore  dalla  «  fisonomia  turchesca  »,  dalla  «  car- 
nagione ebraica»,  dai  «mostacci  grandi»,  dalla  «faccia  furba», 
dagli  «  occhi  gatteschi  e  sfavillanti  »;  —  d'un  signore  che  si  vantava 
d'aver  avuto  gran  successo  a  Parigi;  —  d'un  signore  che  soleva 
profondere  nelle  sue  lettere  allo  S.  espressioni  di  sviscerata  amici- 
zia, laddove  in  cuor  suo  non  lo  poteva  soffrire;  —  d'un  signore  che 
aveva  comune  con  lo  S.  l'amicizia  per  monsieur  d'  Urfé;  —  d'un 
signore,  infine,  le  cui  scritture  composte  «  da  un  tempo  in  qua, 
dopo  la  stampa  delle  prime  Rime,  son  tutte  quante  fior  di  perfe- 
zione... mercé  dello  stil  metaforuto...,  dal  quale  è  affatto  sbandito 
tutto  ciò  che  non  fa  stordire  di  maraviglia,  strabiliare  e  cader 
morto  »,  e  cosi  continuando  nell'astiosa  caricatura  che  lo  S.  fa  del 
marinismo.  —  Ora  chi  non  riconosce  a  colpo  d'occhio,  in  tanta 
folla  di  particolari,  Giambattista  Marino?  Allo  S.  egli  aveva  per 
l'appunto  chiesto  il  ritratto  (');  —  egli  da  lungo  tempo  raccoglieva 
da  ogni  parte  quadri  per  la  Galeria  (2);  —  dei  suoi  rapporti  con  la 
corte  di  Mantova  testimoniano  le  lett.  xlv,  lxiv,  lxix,  cxx,  e  del 
suo  lungo  soggiorno  a  Torino  circa  una  quarta  parte  del  suo  epi- 
stolario; —  occhi  vivi,  lunghi  baffi,  faccia  furba  e  gli  altri  connotati 
additati  dallo  S.  sono  proprio  quelli  caratteristici  del  M.;  —  piene 
di  vanterie  di  enorme  successo  sono  le  sue  lettere  scritte  da  Pa- 
rigi; —  si  legga  la  lett.  xeni  al  Benamati  e  si  scorga  quanto  lo 
S.  (il  quale,  d'altronde,  ripagava  il  suo  avversario  di  egual  moneta) 
indovinasse  giusto  nel  non  credere  alle  proteste  d'amicizia  del 
M.;  —  amico  del  M.  era  appunto  il  D'Urfé,  il  quale  tentò  anche, 
ma  invano,  di  farlo  rappattumare  con  lo  S.  dopo  la  pubblicazione 
del  Moìido  nuovo  (3)  —  e,  finalmente,  in  perfetto  riscontro  con 
l'accenno  non  malevolo  alle  prime  Rime,  e  con  la  fiera  satira  dello 
«  stil  metaforuto  »  (del  quale  il  M.  fa  l'apologia  nella  lett.  cxvii, 
diretta  proprio  allo  S.)  si  trova  il  fatto  che  nella  sua  campagna 
antimarinista  lo  S.  lasciò  ',in  pace  le  prime  Rime,  delle  quali  dice 
esplicitamente  altrove,  come  implicitamente  qui,  nella  lett.  xxxii, 
che  gli  piacevano  «  in  gran  parte  »  (4).  Posto  ciò,  è  chiaro  che  la 


i)  Epistolario,  lett.  lvi. 

(2)  Ivi,  passim. 

(3)  Si  veda  la  lett.  cxxxvi  del  M.  e  la  lett.  xxxix  dello  S. 

(4)  Menghini,  op.  cit.,  p.  25  n. 


III.    TOMMASO    STIGLIANI  413 

data  assegnata  dal  medesimo  S.  alle  tre  lettere  sia  errata.  Il  M. 
non  parti  per  Parigi  se  non  nel  1615:  dunque,  al  più  presto,  le 
prime  due  sono  del  1615,  e  l'altra,  scritta  evidentemente  un  anno 
dopo,  del  1616. 

Senonché  ci  sopraggiunge  ora  un  altro  dubbio.  Queste  tre  let- 
tere furono  inviate  effettivamente  al  M.  nel  tempo  da  noi 
congetturato;  o  lo  S.  le  foggiò  per  semplice  esercitazione  letteraria 
e  a  sfogo  del  suo  livore,  p.  e.,  quando,  morto  già  da  venticin- 
que anni  il  suo  avversario,  ma  non  per  questo  cessata  la  guerra 
atroce  fatta  dai  marinisti  al  campione  dell'antimarinismo,  quest'ul- 
timo preparava  per  la  stampa  le  sue  lettere?  L'ipotesi,  la  quale 
verrebbe  a  spiegare  in  modo  abbastanza  verisimile  l'errore  di  data 
già  rilevato,  sarebbe  confortata  da  due  circostanze:  a)  che  nell'epi- 
stolario del  Marino  si  trova,  si,  come  abbiamo  detto,  una  lettera, 
che  lo  S.  quasi  certamente  dovette  aver  presente  nello  scrivere 
la  xxxn;  ma  nessuna  che  accenni  a  ricezione  di  una  qualsiasi  delle 
tre  lettere  in  questione;  b)  che  sembra  un  po'  forte  che  lo  S.,  prima 
ancora  della  pubblicazione  del  Mondo  nuovo  e  della  conseguente 
rottura  col  Marino,  egli  che  poi  cercò  in  tutti  i  modi  di  rappattu- 
marsi con  lui,  gli  scrivesse  e  inviasse  effettivamente  si  fatte  lettere, 
la  cui  insolente  provocazione  è  assai  mal  dissimulata  sotto  lo 
scherzo;  e  che  il  Marino,  cosi  accanito  difensore  della  propria 
fama  letteraria,  se  le  ricevesse  con  cristiana  rassegnazione,  senza 
nemmeno  dolersene  col  Sanvitali,  col  Benamati,  col  Ciotti  o  qual- 
che altro  dei  suoi  corrispondenti.  Comunque,  certa  cosa  è  che,  se 
tali  lettere  furono  inviate,  la  loro  data  non  può  essere  se  non 
quella  da  noi  precedentemente  stabilita. 

Prima  di  discorrere  delle  lettere  xlvii,  lvi  e  lvii,  è  oppor- 
tuno premettere  che  abbiamo  ritenute  la  xli,  la  XLii  e  la  xliii 
anteriori  al  1620,  perché  datate  tutte  da  Parma,  città  che  lo  S. 
abbandonò  definitivamente  verso  quel  tempo,  per  stabilirsi  a 
Roma;  —  e  che,  al  contrario,  dei  primi  tempi  della  sua  dimora 
nell'  Urbe  debbono  essere  la  xlv  (nella  quale  alle  parole  «  io  non 
manco  col  mio  N.  »  abbiamo  sostituito  «  io  non  manco  col  mio 
Carlo»,  nome  per  l'appunto  del  figliuolo  dello  S.)  e  la  xlvi. 

Per  la  datazione  delle  altre  tre  lettere  avanti  accennate  noi  ave- 
vamo ragionato  cosi:  —  In  tutte  tre  le  lettere  si  tratta  d'una  pen- 
sione in  Ispagna  di  40  ducati,  concessa  allo  S.  da  un  papa  di  cui 
non  si  fa  il  nome.  La  prima  si  dice  scritta  due  anni  dopo  la  con- 
cessione della  pensione;  la  seconda,  otto;   nella  terza  lo   S.   si 


414  NOTA 

duole  di  aver  perduta  codesta  benedetta  pensione,  per  l'esazione 
della  quale  aveva  dovuto  tanto  litigare.  Di  quest'ultima  lettera 
conosciamo  la  data,  conservataci  dallo  stesso  S.:  15  agosto  1626: 
dunque  la  seconda,  al  più  tardi,  può  essere  del  medesimo  anno 
1626;  il  che  obbliga  a  fissare  la  data  della  concessione  della  pen- 
sione, al  più  tardi,  al  161 8  (otto  anni  prima)  e  quella  della  prima 
lettera  al  1620  (due  anni  dopo  la  concessione).  —  Il  ragionamento 
non  fa  una  grinza:  eppure,  è  totalmente  sbagliato,  e  noi  (bisogna 
pur  confessare  allegramente  ì  propri  errori)  abbiamo  presa  una 
solenne  cantonata.  Giacché,  rileggendo  ora  con  maggiore  calma 
il  testo  delle  lettere,  ci  accorgiamo  che  il  «  Nostro  Signore»,  che 
concesse  la  pensione,  per  ristorare  lo  S.  «in  parte  del  danno... 
in  non  aver  mai  tirato  la  provision  che  gli  fu  promessa  quando 
da  principio  eìitrò  nel  servizio  del  sig.  N.,  per  mezo  della  nego- 
ziazione di  Sua  Santità  istessa,  ch'allora  era  cardinale  »,  era  ancora 
vivo  quando  lo  S.  si  doleva  dell'abolizione  della  pensione  stessa 
(1626).  Dunque  non  può  essere  né  Paolo  V,  né  Gregorio  XV;  si 
bene  Urbano  Vili.  Ma  allora,  al  più  presto,  la  pensione  fu  con- 
cessa alla  fine  del  1623:  dunque  la  lett.  XLVii  è  del  1625  e  la  lvi 
è  del  1631.  —  Secondo  ragionamento  che  filerebbe  come  un  olio, 
senza  quella  benedetta  lettera  lvii,  della  quale,  ripetiamo  ancora 
una  volta,  lo  S.  stesso  fissa  la  data  al  1626,  e  che  fu  scritta  quando 
la  pensione  era  già  abolita.  E  si  badi  che  non  se  ne  può  neanche 
supporre  errata  la  data,  e  posticiparla  al  1631  o  1632.  In  essa  infatti 
lo  S.  si  duole  anche  d'aver  perduta,  per  la  morte  di  Virginio  Ce- 
sarini,  un'altra  pensione  che  gli  veniva  corrisposta  dal  nobile  lette- 
rato romano.  Ora,  che  egli  se  ne  dolesse  due  anni  dopo  la  morte 
del  suo  mecenate  (1624),  è  plausibile;  ma  che  si  ricordasse  di  fare 
le  sue  lagnanze  ben  otto  anni  dopo,  ci  sembra  fuori  d'ogni  veri- 
simiglianza.  Dunque  si  tratta  d'un  laberinto  senza  via  d'uscita, 
tranne  che...  Ma,  anziché  proporre  un'altra  ipotesi,  che  una  terza 
lettura  del  testo  potrebbe  mostrare  infondata,  preferiamo  lasciare 
la  soluzione  della  questione  all'acume  del  prudente  lettore. 

Circa  le  restanti  lettere,  non  anteriore  di  certo  al  1620  può  es- 
sere la  XLViii,  datata  da  Roma.  —  Anteriore  invece  al  1624  (anno 
in  cui  mori,  come  abbiamo  detto  più  volte,  il  Cesarini)  è  la  l.  — 
Per  la  datazione  della  li  siamo  ricorsi  all'Ughelli,  il  quale  (0  pone 


(i)  Italia  sacra,  ediz.  di  Venezia,  1717,  1,  570. 


III.    TOMMASO    STIGLIANI  415 

la  nomina  di  monsignor  (poi  cardinale,  come  preconizzava  lo  S.) 
Giovanni  Altieri  al  vescovato  di  Camerino  al  26  febbraio  1624.  — 
Che  il  «  dottor  Graziano  »,  di  cui  nella  lettera  lii,  sia  l'Achillini,  non 
può  cadere  in  dubbio.  Lo  S.  dice  che  è  uno  dei  due  a  cui  il  Marino 
scrisse  la  lettera  premessa  alla  Sanipogna:  ora  il  Preti,  a  quel  che 
sappiamo,  non  insegnava  diritto  in  nessuna  università;  dunque  si 
tratta  dell'Achillini  (O.  Si  badi,  a  tal  proposito,  che  nell'edizione 
originale  la  lett.  ha  la  data  del  16 15  (anzi,  per  riprodurre  esat- 
tamente l'errata  grafia,  «11615»);  ma  che  si  tratti  di  errore  tipografico 
appare  evidente,  sol  che  si  pensi  che  la  lettera  dello  S.  al  INlarino,  di 
cui  in  essa  si  discorre,  è  del  1619.  Perciò  l'abbiamo  assegnata  al 
1625.  —  Che  il  «signor  L.  »  e  il  «  signor  B.»,  nominati  nella  lett.  lxv, 
sieno  il  Loredano  e  il  Busenelli,  è  congettura  del  Menghini  (2),  che 
noi  troviamo  assai  verisimile.  —  La  data  della  lett.  lxvi  ci  è  for- 
nita chiaramente  dalla  xvii.  —  Mancava  ogni  elemento  per  la  data- 
zione della  lett.  lxxxvi.  —  La  data  della  lxxxiv  ci  è  fornita  dalla 
Lxxxiii.  —  L'Orsini  fu  nominato  cardinale  nel  dee.  del  1641  (3): 
donde  la  data  della  lett.  xc.  —  Monsignor  Carrafa  fu  nominato 
arcivescovo  di  Matera  nel  1638  (si  veda  lett.  lxxxiii)  e  cessò  dal- 
l'ufficio nel  1647.  D'altra  parte,  lo  S.  nel  dee.  1641  era  ancora  a 
Matera  (si  veda  lett.  xc):  dunque  la  lett.  xci,  datata  da  Roma,  è 
compresa  tra  il  1642  e  il  1647.  —  Il  D'Afflitti  era  una  specie  di 
procuratore  che  lo  S.  aveva  a  Matera  per  l'esazione  delle  rendite 
dei  suoi  benefici,  tra  cui  quello  del  Vaglio:  da  ciò  la  congettura 
che  la  lett.  xcii  sia  stata  scritta  nello  stesso  periodo  della  prece- 
dente. —  Per  la  datazione  della  lett.  xcviii  siamo  utilmente  ricorsi 
all'opera  del  Gattini  (4).  —  Non  siamo  riusciti  a  pescare  una  storia 
dell'ordine  agostiniano:  donde  la  necessità  di  lasciare  dubbia  la 
data  della  lett.  ci.  —  Per  le  lett.  cii-cxviii  e  cxx-i,  rilegate  nel 
codice  della  Casanatense  e  pubblicate  dal  Menghini  in  ordine  to- 
talmente diverso  da  quello  da  noi  adottato,  siamo  ricorsi  al  me- 
todo comparativo.  Tranne  che  per  le  prime  due,  per  le  quali  ab- 
biamo qualche  dubbio,  della  datazione  delle  altre  siamo  sicuri. 
Né  crediamo  che  sieno  necessarie  spiegazioni,  che  la  successione 


(1)  Cfr.  d'altronde  Menghini,  op.  cit.,  p.  73. 

(2)  Op.  cit.,  p.  140. 

(3)  Du  Maslatrie,  op.  cit.,  col.   1229. 
{4)  Op.  cit.,  p.  250. 


41 6  NOTA 

cronologica  di  codeste  lettere  (di  alcune  delle  quali  abbiamo  dallo 
S.  stesso  o  la  data  intera  o  una  parte  di  essa),  è  cosi  evidente,  che 
il  lettore  potrà  scorgerla,  senza  ricorrere  al  testo  integro,  anche 
mercé  i  semplici  sommari  da  noi  riferiti.  Basterà  dunque  avvertire 
che  le  lett.  cxiii,  cxv,  cxvi,  rispondono  rispettivamente  a  lettere 
del  25  dee.  1648,  16  genn.  e  5  febbr.  1649:  donde  la  possibilità 
di  fissare  per  esse,  con  relativa  precisione,  anche  il  giorno  in  cui 
vennero  scritte. 

Fausto  Nicolini. 


INDICE  DEI  NOMI 


Abati  (Ercole),  i,  134. 

Accarisio  (Giacomo),  11,  215-8. 

Accio  —  vedi  Plauto. 

Accursio,  li,  144. 

Aceste,   i,   167. 

Achillini  (Alessandro),  n,  218. 

—  (Claudio),  I,  64,  89,  95,  248-65, 
285,  291;  II,  97,  306,  314-7,  344. 

Adamanto  (Alberto),  i,  155. 
Adamo  (Antonio  d'),  11,  5^3. 
Adorni  (Ferdinando),  11,  108. 
Afeltro  (Orazio  d'),  i,  6,  9,  13. 
Afflitti  (Girolamo  d'),  11,  373- 

—  (Marcello  d'),  11,  360. 
Affricano  (giureconsulto),  11,   145. 
Agilulfi,  I,  164. 

Aglié  (conte  Ludovico  d'),  i,  72, 
105-16,  201,  204,  240,  242,  251, 
269,  301,  316;  II,  42,  70,  172. 

Agostino  (sant'),  11,  186,  361. 

Agostino  viniziano,  11,  3,  59. 

Agrippa  (Rodolfo),  i,   162 

Alamanni,  11,   17. 

Alba  (duca  d'),  n,  35,  45,  60,  64. 

Albergati-Ludovisi  (Lavinia),  11, 131. 

Alberti  (Filippo),  I,  252. 

Alberto  magno,  11,  86. 

Alcalà  (duca  d'),  11,  107,  326. 

Alciato  (Andrea),  11,  144. 

Alcibiade,  1,  154. 

Alcide,  II,  185. 


Aldegrave,  i,  235. 
Aldobrandini  (card.  Cinzio),  11,  116, 
252-3,  258,  260. 

—  (card.  Ippolito),  11,  356. 

—  (card.  Pietro),  i,  36-8,  40,  48,  53, 
68,  70,  loi,  105,  119,  121,  134;  II, 
74,   116,  163. 

—  (card.  Silvestro),  i,  70,  95;  11, 
122-3. 

—  (principe),  11,  167-S. 
Aldrovandi  (Ulisse),  11,  117,  358. 
Aleandri  (Giacomo),  i,  291;  11,  47, 

62,  69,  181-4,  328,  330,  343. 
Alessandro  magno,  i,  62,  157,   161, 

215;  II,  86,  185,  225. 
Algarotti  seniore  (medico),  11,  372. 

—  iuniore  (ciarlatano),  11,  372. 
Alonzo  (don),  11,  49. 

Altieri  (mons.  Giovanni),  11,  314. 

Alunno,  i,  24. 

Amadis  de  Gaula,  11,  346. 

Ambrogio  (sant'),  i,  154. 

Ammiano  Marcellino,  11, 244-5, 247-8. 

Anacreonte,  11,  201. 

Ancra  (Teresa  Galigai,  detta  la  ma- 

rescialla  d'),  i,  184-8. 
Ancre  (Concino  Concini,  maresciallo 

d'),  I,  206-16. 
Ancroia  (1'),  11,  52. 
Andrea...  (signor),   i,  224. 
Andreozzi,  i,  275. 


G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere- 11. 


27 


4i8 


INDICE    DEI    NOMI 


Angelico  (Alessandro),  n,  320. 

Angoscioli  (Lucrezia),  11,  263,  265. 

Annibale,  i,  154. 

Anonimi  vari,  i,  50-2,  55,  100-5, 
278;  II,  24,  32,  70,  113-5,  118-9, 
126-7,  142,  146,148-9,  170-1,173-4, 
189-90,  193,  223-4,  235-8,  241,  340. 

Ansi  (marchese   d'),  11,  44,  46,  48. 

Antigono  di  Macedonia,  i,  159. 

Antinori   (monsignor    Fabrizio),    11, 

332,  337- 
Antonino  pio,  11,   17. 
Apelle,  I,  62. 
Apuleio,  II,  109,  361. 
Aragona  (Alfonso  d'),  i,   157,  214. 
Arca  (conte  dell')  —  vedi  Carli  Fer- 
rante. 
Aretino  (giureconsulto),  11,   144. 
—  (Pietro),  I,  77;  II,  17. 
Ariosto    (Ludovico),   i,    in;  11,  16, 

201,  258,  279,  281-2,  2S5,  376. 
Aristide,  i,  57. 
Aristobolo,  i,  215. 
Aristosseno,  i,  168. 
Aristotele,  i,   151,   155,  233,  257;  11, 

54,  56-7,  68,   118,  136-8,  140,  143, 

269,  295. 
Armi  (Francesco  dell'),  i,  55. 
Arò  (conte   d'),  i,  71. 
Arpino   (cavalier),  i,  39-43,   50;    11, 

106. 
Aspromonte  (Vincenzo  barone  di), 

II,  172. 
Attalo,  I,  57. 

Attendolo  (Giovan  Battista),  i,  252. 
Augusto,  i,  62,  156,   185;  II,  169. 
Aurelio  (Marco),  i,  185. 
Aurelio  Vittore,  11,  245. 
Austria  (Maria   Maddalena  d'),  11, 

119-20. 
Avendagno,  i,  46,    118. 

Babà  (Francesco),  11,  331. 
Badoaro,  n,    11. 


Baglione  (pittore),  11,   106. 
Bagnarta,   11,   32. 
Bagnoli  (Giulio  Cesare),  i,  252. 
Baiacca    (Giovan    Battista^,    11,  70, 

105,  317-8. 
Baldassarre,  i,   155. 
Baldi  (Bernardino),  i,  252;  11,  73. 
Baldo,   II,  143. 
Balducci  (Francesco),  II,  3 17-8, 32 1-3, 

325,  338-9- 
Balestrieri  (Alberto),  11,  370. 
Bandinello  (Baccio),  i,  51. 
Barbazza  (Andrea),  i,  54,  64-6,  88-9, 

94-5,    125-6,    128-9,    175-7,    276-7; 

II,  50-1,  104. 
Barberini   (card.   Antonio);  11,  175, 

210,   320. 

—  (card.  Francesco),  11,   171. 
Bargeia  (vicario),  i,   112. 
Barocci  (Federigo),  i,  56. 
Baronio  (cardinale),  11,  116. 
Baronis  (signori),  i,  288,  319. 
Bartolo  da  Sassoferrato,  11,  143-4. 
Bartolomeo  da  Bergamo,  i,  50. 
Bartolotti,  i,  313. 

Bascapè  (Francesco),  11,  314-7. 
Bembo   (Pietro),  i,  21,    116;  11,  jt,, 

285,  287,  346. 
Benamati  (Guido  Ubaldo),  i,  123-4, 

137-46,   162-5,  171,  173-5,  180. 
Benedetti  (Giulio  Cesare),  11,  366-72. 
Benigni  (Domenico),  11,  107. 
Bentivoglio  (Giovanni),  11,  218. 

—  (Guido),  I,  2i5,  304;  II,  99,  215-8, 
224-6. 

Berni  o  Bernia   (Francesco),  i,  19, 

191,  194. 
Berò  (Vincenzo),  II,  25. 
Berria,  i,  315. 

Berti  (padre),  i,  279-S3,  296,  299. 
Bethune  (signor  di),  11,   158,  147. 
Bevilacqua  (cardinal),  i,  95. 
Biante,   11,    103. 
Bidelli  (libraio),  i,  268;  11,  329. 


INDICE    DEI    NOMI 


419 


Bignami  (Vincenzo),  11,  203,  218. 
Bione,  I,  152. 

Bitonto  (monsignor  di),  11,  359. 
Bluimil,  I,  225. 

Boccaccio   (Giovanni),  i,  202,    269, 
272,  312;  II,  283,  285,  287,  381. 
Boccalini  (Ridolfo),  11,  107. 
Bologna  (collegio  dei  legisti  di),  11, 

154-5- 
Bolognetti  (cardinal),  11,   144. 
Bonarelli   (Guidobaldo),   I,   252;   11, 

73- 
Bonassone  (Giulio),  i,  235,  286,  303. 
Bonifaccio  (Gasparo),  11,  70,  105-8. 
Borghese   (card.    Camillo)   —   vedi 

Paolo  V. 

—  (card.  Scipione),  ir,   131-2,  134, 
146,  148,  320. 

Borgnino,  11,   145. 

Borzoni  (Luciano),  11,  273-6,  303-5. 

Boterò  (Giovanni),  i,  61,  251. 

Bovino  (duca  di),  i,   120. 

Bovo,  I,  253. 

Bracciano  (duca  di),  11,  379. 

Braccigliano  (marchese  di),  i,  120. 

Bracciolini,  11,  32. 

Braida  (Ettorre),  i,  67-8,  80,  219;  11, 

124,  307. 
Brandin,  i,  288-9,   293,   297,  308-9, 

319;  II,  5-6,  8,  40-1,  52. 
Brivio  (Girolamo),  11,  107. 
Bronzino,  I,  282. 
Brugolo,  I,  242. 
Bruni  (Antonio),  11,  25,32-6,  43-51, 

56-8,  61-76,  104,  203. 

—  (Francesco),  11,  35-6. 
Brussin,  i,  252,  269. 
Bruto,  i,  261. 

Budeo,  II,  144. 

Budery  (Michele),  11,  222. 

BugHone  (Goffredo  di),  11,  187. 

Bularco,  i,  57. 

BuUegeo,  11,  198. 

Buonalingua  (Emilio),  11,  58-9. 


Buonarroti   (Michelangelo),    11,   92, 
247. 

—  (Michelangelo  il  giovane),  i,  313. 
Buontempo  Musico  (Francesco),   i, 

288,  293. 
Burchiello,  11,  294. 
Bursato,  11,  143. 
Busenelli   (Giovan    Francesco),    11, 

34,  100,  108,   195-6,  212-4,  331- 

Cacastratti  (Trastullo),  11,  86. 
Gaetano  (abate),  11,  38. 

—  (monsignor  Antonio),  i,  252. 
Cagnani,  i,  126,  129. 
Caissotti  (Carlo  Antonio),  11,  99. 
Calestani  (Parmenio),  11,  259. 
Caligola,  I,  154;  II,  246. 

Calvi  (procurator),  11,  215. 
Calvo,  I,  261. 

Camola  (Giacomo),  11,   108. 
Campanile  (monsignor),  11,  47. 
Campeggi   (Ridolfo),   i,  65,  89,  95, 

251;  II,  123,  153-4,  277. 
Campelli  o  Camprelli  (Bernardino), 

I,  305;  II,  12,  26-7. 
Canale,  11,  59. 
Candaule,  i,  57. 
Candido  (monsignor),  11,  107. 
Cangiaso  (Emanuele),  11,  27. 
Cannoniero  (Piero  Andrea),  11,  265. 
Capaccio  (Giulio  Cesare),  i,  205. 
Capece  (Francesco),  11,  39. 
Caporali,  i,  191. 
Capponi,  I,  251,  277. 

—  (cardinal),  11,  155-7. 
Capua  (di)  —  vedi  Conca. 
Caracci  (Lodovico),  i,  55-7,  95,  235. 
Carafa  o  Carrafa  (fra  Giulio),  i,  7-8. 

—  (Pier  Luigi),  11,  174. 

—  (monsignor    Simone),    11,  356-7, 

359,  Z73- 

—  (Tiberio),  11,  351. 

—  di  Maddaloni  (duca),  11,  32. 
Caravaggio,  i,  282. 


420 


INDICE    DEI    NOMI 


Carli  (Ferrante),  I,   162,  174-5,  177; 

II,  299. 
Carlo  V  d'Austria,  n,  342. 
Carlo  IX  di  Francia,  11,  17. 
Carmignano  (Antonio),  11,  38. 
Caro  (Annibal),  i,  jy,  11,  299-300. 
Caruso,   11,  3S1-2. 

Casa  (mons.  Giovanni  della),  n,  346. 
Casoni  (Guido),  i,  252;  11,  11. 
Cassiodoro,  11,  244,  247. 
Castaldi  (Pietro  Antonio),  11,  252. 
Castalun,  i,  202. 

Castel  di  Sangro  (duchessa  di),  l,  14. 
Castellaneta  (principe  di),  11,  381-2. 
Castello  (Bernardo),  i,  35-45,  48-50, 

52-4,  58-9,  63-4,  97-8,  123,  129-33; 

II,  27,  31-2. 

—  (Giacomo  Antonio),  i,  97. 
Castelvetro  (Lodovico),  i,  jy,  11,  55, 

285,  300. 
Castiglia  (connestabile  di),  i,  loi. 
Castrense  (giureconsulto),  11,  144. 
Cataneo  o  Cattaneo  (Lorenzo),  i,  90; 

II,  229. 
Catani  (Lorenzo),  11,  31. 
Catone,  i,  154. 
Catullo,  I,  256;  II,  307. 
Catulo,  II,  246. 
Cavalca   (Camillo    o   Domenico:    il 

M.  lo  chiama   in  ambo  i  modi), 

I,  145,  206. 

—  (Domenico:  lo  scrittore),  11,  283. 

—  (Giacomo),  i,  139,  145,  163,  206, 
271,  273,  287. 

Cavaleris  (Giovan  Battista  de)  i,  2S6. 

—  (librai),  I,  205. 
Cavalli  (Vincenzo),  11,  120. 
Gavazza,  i,  117. 

Cebà  (Innocenzo),  11,  275,  303. 

Cedreno,  11,  202. 

Cella  (Scipione  della),  i,  35,  40-1, 

43,  252. 
Cenci  (Cristoforo),  11,  211. 
Centurioni  (Luigi),  i,  229-31. 


Cerati,  i,  88. 

Cercenasco   (monsignor  di),  11,  31, 

42,  52. 
Cerefane,  11,  75. 
Cerrini  (famiglia),  i,  30. 

—  (Sallustia),  I,  30. 

Cesare,  i,  156,  161;  11,  16,  185. 

—  ...  (don),  I,  319. 

Cesarini  (Virginio),  11,  166-7,  171-2, 

264,  305,  314.  320. 
Cesario,  i,  206. 
Ceva  (monsignor),  11,  240-1. 
Chiabrera   (Gabriello),  i,   35-6,   61, 

252. 
Chiara  o  Chiaro  (Cesare),  i,  318. 

—  (Francesco),  i,  284,  313,  318. 
Chigi  (Fabio),  11,   210. 
Ciampoli  (monsignor),  11,  107,   219, 

376. 
Cicerone,  i,  151,   156,  261,  263;  11, 

137-9- 

Cimabue,  i,  51. 

Cinna,  I,  245. 

Ciotti  (Giovan  Battista),  i,  34,  71, 
89-90,  174-5,  178,  182-3,  206,  219- 
21,  228,  233-8,  242,  265-71,  275, 
279-80,  295-6,  298-9,  301-4;  II,  3-4, 

39,  327-8,  331- 
Ciro,  I,  187;  II,  225. 
Cittadini  (Celso),  11,  285,  287. 
Claretti  (Onorato),  i,  201-2,  205,  255, 

288,  301,  306;  II,  99. 
Claudiano,    i,    259;    11,    16,  71,  75, 

301. 
Claudino,  11,  117. 
Claudio,  II,  248. 
Claudione,  i,  195. 
Clemente   V  (papa),  il,  362. 
Clemente   Vili  (papa),  i,  yj,   119. 
Coccapani    (conte    Guido),    i,    58, 

105,    I33-4- 
Collini  (padre),  11,  34. 
Colombo  (Cristoforo),  i,  232;  11,  88, 

294. 


INDICE    DEI    NOMI 


421 


Colonna  (cardinal  Ascanio),  11,  254. 

—  (Carlo),  II,  49,  105. 

—  (Sciarra),   i,    17. 
Commentario  sopra  la  corona  del 

dito  della  Madonna,  11,  30. 
Conca  (principe  di),  i,  17-26. 
Connano,  11,  144. 
Consales,  II,  45. 
Contarini  (Angelo),  i,  303,  305,  314; 

II,  3,  25,  29 

—  (Domenico),  i,  89. 

—  (Giorgio),  I,  268. 
Conti  (Appio),  II,  364-6. 

—  (Lottano),  lì,  264-5,  296,  307-8. 
Conturso  (padre  provinciale),  11,341. 
Coppetta    Beccuti    (Francesco),    11, 

339- 
Coppini  (Aquilino),  11,  273. 
Coralbo  (autor  del),  11,  345. 
Corigliano  (marchese  di),  11,  35. 
Cornelio  Nepote,  11,  27. 
Correggio,  I,   164. 
Costanzo  (Angelo  di),  11,  343,  348. 
Costo  (Tommaso),  11,  299. 
Covarruvia,  11,   144. 
Crarnpone  (Ruberto),  11,  12,. 
Crema  (vescovo  di),  11,  160. 
Cremona  (capitano),  li,  259. 

—  (cardinal  di)  —  vedi  Scaglia. 
Cremonino,  il,   11. 
Crescenzio  (cardinal),  11,  106. 

—  (Francesco),  11,   106. 

—  (Gregorio),  i,  30. 

—  (Melchiorre),  i,  28-32,  35,  183, 
290-1. 

—  (Ottaviano),  i,  30. 

—  (signori)  I,   118. 
Croce,  I,  288. 
Grotti,  I,   238,  300. 

Crusca  (accademia  della),  lì,  276-88. 
Cuiacio  (Giacomo),  11,  144. 
Cuogliero  (Quirino),  11,  117. 
Curione  (Caio),  11,  187. 
Curzio  (Quinto),  li,  225,  290. 


Damiano,  11,  85. 

Daniele,  i,   105. 

Dante,  i,  4,   16,  36,    m,    171,   181, 

256;  II,  277,  281-5,  360-4- 
Dante  da  Maiano,  11,  279. 
Davila  (Enrico  Caterino),  11,  254-60. 
Delminio  (Giulio  Camillo),  11,   17. 
Demade,  i,  261. 
Demetrio  falereo,  11,  138. 
Demetrio  Poliorcete,  i,  159. 
Demissiano,  I,   118,   129,   176. 
Democrito,  11,  199. 
Demostene,  i,  214,  261,  263. 
Dempstero  (Tommaso),  11,   168. 
Deuchino  (libraio),  11,  329. 
Didimo,  I,  261. 
Diemo  (Vitale),  11,  259,  370. 
Diocleziano,  11,  244. 
Diodato,  I,  24. 
Dione  Cassio,  11,  201-2. 
Dionigi  di  Alicarnasso,  11,  202. 
Dionigi  di  Siracusa,  i,  159. 
Dioscoride,  11,  371. 
Dolci,  I,  251. 
Domenichino,  11,  359. 
Dominici,  i,  301. 
Domiziano,  i,   159;  il,   16. 
Donatello,  i,  50. 
Donati  (Forese),  11,  363. 
Donello  (giureconsulto),  11,  144. 
Doni,  I,  Ito;  11,  294-5. 
Donzella  (autore  della),  11,  345. 
Doria  (Andrea),  i,  148. 

—  (cardinal)  i,  146-62,  165. 

—  (Carlo),  I,  149. 

—  (famiglia),  i,  148,  162. 

—  (Giacomo),  i,  49. 

—  (Giovanni  Andrea),  i,  148. 

—  (Giovanni  Carlo),  i,  229-30,  237. 
Drusiano,  i,  253. 

Duareno,  11,  144. 

Dura  (Alberto),  i,  235,  318. 


422 


INDICE   DEI    NOMI 


Elia,  I,   158,  215. 

Eliano,  n,  20. 

Eliodoro,  I,  259. 

Elio  Lampridio,  i,  149. 

Elogi  de'  pittori  moderni,  i,  135. 

Emilio...,  Il,  46. 

Enea,  i,  156,  166. 

Ennio,  i,  256,  261. 

Enrico  III  di  Francia,  11,   17. 

—  IV  di  Francia,  i,  17;  11,  17. 
Epaminonda,  i,  214;  11,  99. 
Epistole  scritte  ad  Aristotele  (au- 
tore delle),  II,  290. 

Epitome  dell' Ortelio  (autore  dell'), 

li,  290. 
Eraclito,  11,   199. 
Erasmo,  11,  316. 
Ercolani  (Gasparo),  11,   129,  149-50, 

181. 
Eremita  (Giovanni  Stefano),  11,  2S5. 
Erode,  i,  155. 
Erodoto,  li,  198. 
Erostrato,  i,  262. 
Eschine,  i,  261. 
Esopo,  II,  351. 
Este  (Alfonso  d'),  i,  104,  116. 

—  (cardinal   d'),  i,  27,   146;  11,  2>2>ì 
35>  270. 

—  (casa  d'),  11,  16. 

—  (Francesco  d')  11,   193. 
Ettori  (Pietro),  11,  59. 
Eunomio,  i,  168;  11,  201. 
Euripide,  i,  261;  11,  53. 
Evagrio,  11,  202. 
Ezechiello,  i,  231. 

Fabi  (famiglia),  11,  %■]. 

Fabro  (Giovanni),  11,  166-7. 

Facciotti,  II,  304. 

Fachineo,  11,  144. 

Fachinetti  (conte  Alessandro),  11,  232. 

—  (mons.  Cesare),  11,  226-33. 

—  (Giovanna),  11,  232. 

—  (conte  Innocenzio),  il,  326. 


Fachinetti  (Ludovico),  11,  231. 

—  (marchesa),  11,  232. 

Falconio    (Enrico),    i,    118,    190-6; 

II,  47,  69,  105. 
Fama  {La),  i,  49. 
Famiano  (padre),  11,   150,  218. 
Farnese   (Alessandro),  11,    150,  225. 

—  (don  Giovanni),   11,   217. 

—  (card.  Odoardo),  11,  243,  246,  254, 
264,  364-6. 

—  (duca  Odoardo),  11,    181,   215-6, 
228. 

—  (duca   Ranuccio),  11,  146-7,  173, 
252,  254-60,  264,  3x0-1,  365-6. 

Felice...  (don),  11,  31. 

Feliciani  (Porfirio),  i,  252. 

Felino,  II,  144. 

Ferrara  (magistrato  de'  Savi  di),  11, 

124-7,  148- 
Ferrari  (Pier  Antonio),  i,  15. 
Ferratini,  11,  133. 
Festo,  II,  361. 
fiammingo  (il  pittore),  i,  295,   298; 

II,  44. 
Fieschi,  II,  115-6. 
Figino,  I,  63. 

Filinghieri  (Vincenzo),  i,  5,  13. 
Filippo  il  bello  di  Francia,  11,  362. 

—  II  di  Spagna,  i,   104. 

—  Ili  di  Spagna,  i,   149. 

—  IV  di  Spagna,  11,  189-90,  323-5. 
Filonardi  (monsignor),  11,  43,  46,  49, 

61,  64. 
Filostrato,  i,  161;  11,  20. 
Finzoni  (Ferraro),  i,  234. 
Flavio  (commediante),  i,   195. 
Flores,  i,  73. 

Fontanella  (Giuseppe),  i,  134. 
Forteguerra,  i,  251. 
Fortini  (padre),  11,  178-80. 
Fortunato,  i,  47. 
Fozio,  II,  201. 
Fracastoro,  11,  135. 
Francesco  I  di  Francia,  11,  17. 


INDICE    DEI    NOMI 


423 


Franchi  (Francesco),  11,  381. 
Francia  (ambasciatore  di)  a  Roma, 

II,  190. 
—  (ambasciatore    di)   a   Torino,   i, 

178. 
Franco  (pittore),  i,  77,  286,  303,  11,3. 
Frangipane,  11,  190. 
Fresia,  i,  238-9,  242,  269-70. 
Fulminetto  (il),  i,  304. 
Fulvio,  II,  22. 
Furieti  (monsignor),  11,  222-3. 

Gabbaleoni,  i,  309. 

Gaggi,  II,  178. 

Galeno,  11,  197,  206,  367-8. 

Gallicano  (principe  di),  11,  359,  365, 

373-9,  382. 

Gallo  (imperatore),  11,  202. 

Gallo  Asinio,  i,  261. 

Gallucci,  I,  97. 

Gandulfi  (Antonio),  11,  99. 

Garbeza,  11,  46. 

Gaufridio  (Giacomo),  11,  195,   232. 

Gellio  (Aulo),  II,  290. 

Genserico,  11,  346. 

Gentiloni  (Lucilio),  i,  134,  203,  205. 

Gessi  (mons.,  poi  card.),  li,  72,  215. 

Ghetti  (padre),   11,  2,72,. 

Ghini  (Ghino),  11,  210,  233-5. 

Ghisi  (Ortensio),  11,  263. 

Gian  Bernardo...,  i,  24. 

Gianfattori  (Carlo)  — vedi  Carli  Fer- 
rante. 

Gian  Giacomo...,  11,  352. 

Giapponi  (Pietro),  11,  270. 

Giavardi  (Gioseppe),  11,  255-7,  259. 

Giobbe,  I,  106. 

Gioia  (conte  di),  i,  289. 

Gioiosa  (cardinal),  i,  58. 

Giolito,  I,  265,  272,  312. 

Giona,  i,  105. 

Giordano  Orsini  (Paolo),  11,  363-4. 

Giorgi  (Francesco),  11,  304. 

Giorgio  (Marino),  11,  159. 


Giorgio...    (servitore    del    Marino), 

I,  299. 
Giotto,  I,  51. 

Giovan  Antonio...,  i,  9. 

Giovan  Battista...  (fra),  11,  238. 

Giovan  Maria...  (carceriere),  i,    19. 

Girolamo  (san),  11,  202. 

Giulio  II  (papa),  11,  247. 

Giunti  (librai),  i,  265,  296,  302;  11, 

46,  100,  328. 
Giuseppe,  i,  105. 
Giustiniani  (Orsatto),  i,  252. 
Giusto  (monsignor),  i,  41,  44- 
Gonzaga   (cardinal),    i,    loi,    120-2, 

129. 

—  (duca  Ferdinando),  i,  187-8  277; 

II,  266. 

—  (duca  Francesco)  i,  57-8,  99-101, 
125-6,  128. 

—  di  Guastalla  (Ferrante),  11,  251, 
253,  258. 

—  di  Molfetta  (Ferrante),  11,  251. 
Gorgia,  II,  140. 

Grandi  (Ascanio),  11,  359. 
Graziano  (dottor)  —  vedi  Achillini. 
Gregorio  magno  (san),  i,  115,  154; 

n,  107. 
Gregorio  XV  (papa),  11,  26,  131 -2, 

146-8,  150,  152,   158-63,  203. 
Grilli  (Niccolò),  11,  357. 
Grillo  (abate  Angelo),  i,  178-9,  182, 

252,  291;  II,  32. 
Grini  (padre  Domenico),  11,  150-2. 
Gualanti,  11,  247. 
Gualdi  (Francesco),  11,  58. 
Gualenghi  (marchese),  11,   126. 
Gualterotti    (Francesco    Maria),    i, 

141,   144,  146,  313- 

—  (Raffaele),  i,  313. 

Guarini  (Alessandro),  11,  134-42. 

—  (Giovan   Battista),  i,  27,  61,  73, 
117, 128, 179, 252;  II,  72,  106,  127-8. 

Guerrieri,  i,  165. 

Guido  giudice  messinese,  11,  279. 


424 


INDICE    DEI    NOMI 


Guinigi  (Giovanni),  i,  268,  274,  286, 
302,  308-9,  311,  316,  318-9;  II,  3, 

5,  7-8,  14,  24- 
Guiotti  (padre  Giovan  Francesco), 

II,  34,  46. 
Guisa  (duca  di),  i,  204;  11,  24. 
Guittone  d'Arezzo,  i,   181;  11,  279. 
Gussoni  (Andrea),  11,  253. 
Gustavo  Adolfo  di  Svezia,  11,  220. 

lefte,  I,  229. 

Imperiali  (Giovaa  Vincenzo),  i,  35- 

45;  II,  ii8-9- 
Infarinato  delia  Crusca,  i,  73,  192. 
Infuriati  (accademia  degli),    11,  44, 

46,  48. 
Innominati    (accademia    degli),    11, 

260-3. 
Insensati  (accademia  degli),  11,  319- 

20. 
Ippocrate,  11,  144,  209,  367-8. 
Ippolito,  II,  25. 
Isaia,  II,  161. 

Ischia  (Tommaso  d'),  11,  66. 
Isidoro  di   Siviglia  (sant'),  11,  161. 
Isocrate,  i,  245. 

Laderchi,  11,  144. 

Lamberti  (Antonio),  11,   117,   161-4, 

177-9.  193-4,  229,  243-8. 
Lamberto...  (corriere),  i,   182. 
Lampognani  (Pier  Giorgio),  II,  31 1-3. 
Landino  (Cristoforo),  11,  362-3. 
Lanfranco,  11,   106. 
Lanzo  (marchese  di),  i,   196. 
Larzio  (Licinio),  i,  261. 
Latino  (re),  i,   148. 
Lauro  (monsignor  Giovan  Battista), 

II,  30,  107. 
Leandro,  i,  293. 
Lentuli  (famiglia  dei),  11,  87. 
Leone  X  (papa),  i,   157. 
—  XI  (papa),  I,  49;  II,   115-6. 
Leti  (cardinal),  11,   134. 


Leto  (Pomponio),  11,  220. 

Licurgo,  II,  20. 

Lionello,  i,  274. 

Lipsio  (Giusto),  I,  181,  290,  315; 
II,  245-6. 

Litigato,  II,  70. 

Livio  (Tito),  I,  261;  II,  201,  225,  245. 

Loredano  (Giovan  Francesco),  11, 
195,  215,  331. 

Lorenzo...,  i,  133. 

Lot,  I,   155. 

Luca  (Giovan  Battista  di),  11,  379. 

Lucano,  i,  259;  11,   16, 

Luciano,  i,  161;  11,  109. 

Lucietta...  (meretrice),  11,  256,  258. 

Lucilio  (poeta),  i,  261. 

Lucilio...  (signor),  i,  59. 

Lucrezio,  11,   109. 

Ludovichi  (signori),  11,  5. 

Ludovisi  (Alessandro)  —  vedi  Gre- 
gorio XV. 

—  (monsignor,  poi  cardinale  Ludo- 
vico), II,  9,  10,50,  159-63, 167,  169. 

—  (Orazio),  II,  131. 

Lugo  (cardinal  di),  11,  27^- 

Luigi  XIII  di  Francia,  i,  184,   186, 

216-7,    221,    225,    228,    276,    299, 

304,  308,  319;  II,  7,  9-22,  24,  43, 

158,  177,  184-93,  227-8. 
Luigi...  (conte),  i,  164. 
Luines    (connestabile    di),    i,    219, 

225-7,  240. 
Lumaga,  i,  310. 
Lumaghi  (signori),  i,  288,  319. 

MaccaneUi  (monsignor),  11,  39,  17S. 

Maccafani  (Giovan  Angelo),  11,  380. 

Maddaloni  (duca  di)  —  vedi  Carafa. 

Magagnati,  i,  179. 

Maggi  (Silvio),  II,  339-40. 

Magini,  II,   121. 

Magnani    (Pietro),    i,    222;    11,    289, 

305-10,  336,  365. 
Magnanini  (Ottavio  Santi),  i,  221-8, 

269,  284;  II,  288-91,  300. 


INDICE    DEI    NOMI 


425 


Magnesio  (abate).  11,  49,  61. 
Magno  (Celio),  i,  252,  315;  11,  11,  26. 
Maia    Materdona    (Francesco),    11, 

108. 
Malacreta,  i,  74. 
Malombra,  i,  90,  237-S;  11,  327. 
Malossi,  I,  136-40;  II,  255,  259. 
Malvezzi  (Pirro),  11,   174. 

—  (Virgilio),  II,   193-4. 
Mancini  (Lorenzo),   11,   239. 

—  (Paolo),  I,   118;  II,   105. 
Manelfi  (stampatore),  11,  380. 
Manlio  (Fortuniano),   11,  310 -i. 
Manso  —  vedi  Villa. 

Mantova  (duca  di)  —  vedi  Gonzaga 
(Ferdinando  e  Francesco). 
Manuzio  (famiglia),  i,  265. 
Manzini  (Giovan  Battista),  11,   173, 

339- 
Marcantonio...  (pittore),  i,  235,  286. 
Marcellino  (fra)  11,  357. 
Marcello  (Marco),  r,   184. 

—  ...  (signor),  I,  46. 

Marciano   (consiglier),  i,  317-8;   11, 

36,  38- 
Mariani  (Benedetto),  i,  54. 
Marini  (signor),  i,   183. 
Marino  (cavalier)  seniore,  11,  294-5. 

—  (Giambattista),  11,  121-4,  157-8, 
168-70,  172,  175-8,  181-4,  266-72, 
275,  288-304,  306,  314-8,  321-3, 
327-31.  336,  340,  342,  345- 

—  (Stefano),  11,   108. 
Mario  (Caio),  i,   156. 

Marliani  (conte  Luigi),  i,  132,  139, 

144-5,  203. 
Martinelli  (Francesco),  i,  270,  275. 
Marziale,  11,   109. 
Mascardi   (Agostino),  xi,    107,    196- 

210,  328. 
Masetto  di  Lamporecchio,  i,   107. 
Massi  (abate),  11,  46. 
Massimi  (monsignor  de'),  11,  134-5, 

209,  211. 


Massimiliano  (conte),  i,  59,   105. 
Massimino  il  giovane,  i,   159. 
Massini,  11,   144. 
Matera  (comunità  di),  11,  326. 
Materiale  —  vedi  Stigliani. 
Mazarini  (Giulio),  i,  252;  11,  239-40. 
Mazzei  (Decio),  11,  108. 
Mecenate,  i:,  16,   169,  200. 
Medici  (Cosimo  II  da'),  11,  119-20. 

—  (don  Lorenzo  de'),  11,  210. 

—  (Maria  de'),  i,  202,  205,  304;  11, 
16-22. 

Meietti,  II,  31. 

Meinier  (Dionigi  o  Luigi:  il  M.  lo 

chiama  in  ambo  i  modi),  i,  238-9. 
Melantone  (Filippo),  i,  50. 
Melchiori  (Tommaso),  i,  32-4. 
Mellini  (cardinal),  11,  46. 
Menini,  i,   179. 
Menochio,  11,   144. 
Merlini  (dottor,  poi  monsignor),  11, 

133-4,   142-5,   160. 
Michelburg   (Alberto  duca  di),    11, 

221. 
Mitridate,  11,  206. 
Molini  (Domenico),  11,  326-30. 
Monaca  (Carlo  della),  11,  357-8. 
Mondolfese  (fra  Agostino),   i,  95-7. 
Montalbano,  11,  64. 
Montalto  (cardinal  di),  11,  193. 
Monte  (Girolamo  del),  11,  36. 
Monterey  (conte  di),  11,  323. 
Montescaglioso   (baronessa   di),    11, 

352-6. 
Montuè,  II,  31. 
Moran  (monsignor),  i,  225-6. 
Morazzone,   I,   189,  266,  310. 
Morbido,  11,  120. 
Moretta   (conte  di),  11,   31,  41,  52, 

299. 
Morini  (?)  (Girolamo),  11,  164. 
Mosé,  I,   158. 
Muratore,  11,  117. 
Murtola  (Gasparo),  i,  65-87,  90,  94, 

268;  II,   121-4,  291,  299. 


426 


INDICE    DEI    NOMI 


Musico  —  vedi  Buontempi  Musico. 

Mustafà,  II,  360. 

Muti  (Onofrio),  i,  145,  204,  2S9. 

—  (cavalier:  figlio  del  precedente), 
I,  289,  316;  II,  5. 

Muzio  (cavalier),  i,  9,   io,  51. 

Nabucodònosor,  11,  86. 

Nasi  (famiglia),  11,  87. 

Navarra  —  vedi  Enrico  IV. 

Nazianzeno  (san  Gregorio),  11,  201. 

Nemours  (duca  di),  i,  64,  89,  196. 

Nerone,!,  154,  159;  11,  16,  200,244-7. 

Nisseno  (san  Gregorio),  11,  202. 

Noci  (Carlo),  i,  14. 

Noè,  I,  105,  155. 

Nonio  Marcello,  11,  361. 

Nonno,  i,  292;  11,  75. 

Nores,  11,   260. 

Nori,  I,  313. 

Numa  Pompilio,  i,  185. 

Olanda  (Luca  d'),  i,  235. 
Olivares  (conte-duca  d'),  11,  323-4. 
Omero,  l,  259,  263;  11,  20,  69,  200, 

295,  329- 
Onorio  (imperatore),  n,  16. 

—  Ili  (papa),  I,  30. 

Oppiano  (non  Appiano,  come   s'è 

stampato  per  errore),  n,  17. 
Orazio,  I,  150,  245,  261-3;  ">  16,  141, 

343.  349- 
Orazio  Coclite,  i,  30 
Orfé  —  vedi  Urfè. 
Orfeo,  X,  III. 
Orsini  (Giovanni  Antonio),   11,  58, 

264,  273,'  321,  325-6,  SZ7- 

—  (cardinal  Virginio),  11,  359-63. 

—  (duca  Virginio),  11,  253. 
Orsino  (signor),  i,  303. 

Ovidio,  i,  256;  II,  54-5,  90,  262,  361. 
Oziosi  (accademia  degli),  11,  44,  46, 
48,  52,  60. 


Pacard  o  Paccardo  (Abramo),  i,  311; 

II,  12-3. 
Pacuvio,  I,  261. 
Padova  (riformatori  dello  studio  di), 

II,  28,  241. 
Pallavicino  (Isabella),  11,  251-2. 

—  (Oberto),  11,  288. 

—  (Orazio),  II,  254. 

Palma  (Iacopo),  i,  56,  91,  179,  182, 
237,  267,  270,  275,  280,  298-9,301, 

303- 

Palombini  (Gian  Paolo),  11,  335-7. 

Panciroli  o  Panziroli  (Giovan  Gia- 
como), ],  118,  128,  133. 

Pandulfus,  11,   128. 

Panziroli  o  Panzirolo  —  vedi  Pan- 
ciroli. 

Paoli  (Pier  Francesco),  i,  252;  11, 
108,  211. 

Paolo...  (conte),  i,  134. 

—  (giureconsulto),  11,   145. 

—  (san),  I,  106. 

—  diacono,  11,  202. 

—  V  (papa),  I,  119,  166;  II,  116, 
125-6,  159. 

Paolo  Emilio...  (signor),  i,  224,  228. 
Paoluzzi  (Numidio),  i,  234,  275. 
Papiniano,  11,  145. 
Parchi  (Giovan  Battista),  i,  189,  2x7, 

314-5;  II,  25-6. 
Parco,  II,  97. 

Parmigiano  (il),  i,  164;  11,  3. 
Pasquali  (monsignor),  i,  129,  176. 

—  (Scipione),  i,  252. 
Passalacqua  (fra  Muzio),  11,  351. 
Passano  (conte  di),  i,  74. 
Passignano,  i,  43. 

Pastrana,  11,  107. 

Patavino,  i,  306. 

Paulicelli   (Nunzio),  11,  373. 

Pausania,  i,  161. 

Pavoni  (stampatore),  11,  304,  329. 

Pellegrino  (Camillo),  i,  15-7,  252. 

Penna  (dottor),  11,  296. 


INDICE    DEI    NOMI 


427 


Pepoli    (conte    Alessandro),    i,    66, 

^^9,  95- 

—  (conte  Ercole),  i,  64,  134. 

—  (Guido),  I,  277. 
Pera,  i,  17. 

Peretta  (signora),  i,  11. 
Peretti  (principe),  i,  128. 
Perez  (Antonio),  i,  104. 

—  (Diego),  II,  333. 

Perona  (cardinal  di),  i,  252;  11,  17. 

Pesaro  (ambasciator),  i,  309,  313, 
316. 

Pesie  nianufacta  (opuscolo  intito- 
lato: De),  II,  208. 

Petracci,  i,  179,  234,  236,  275. 

Petrarca  (Francesco),  i,  26,  181,  256; 
II,  277,  283,  285,  295,  342,  346. 

Petris  (Francesco  de),  11,  39. 

Petronio  Arbitro,  11,   198. 

Petruccio,  11,  59. 

Piacenza  (monsignor  di),  11,  219. 

Piamonte  o  Piemonte  (principe  di)  — 
vedi  Savoia  (Vittorio  Amedeo  I). 

—  (madama  di)  —  vedi  Savoia  (ma- 
dama). 

Piccinelli,  II,  362. 

Piccolomini  d'Aragona  (Ottavio),  11, 

220-1. 
Piezesk  (de),  11,  222. 
Pignatelli  (Ascanio),  i,  6,  7,  9,  11, 

14,  252.- 

—  (cardinal),  11,  320. 
Pilato,  I,  262. 

Pio  (cardinal),  11,  50,  (>•],  145,  148, 

150. 
Pio  II  (papa),  I,  217. 
Pisoni  (Francesco),  11,  87. 
Pitagora,  i,  214;  11,  361. 
Platone,  i,  76,  loi,  147,  155,  158-60, 

209;    II,    67,    70,    138-9,    20I. 

Plauto,  I,  261. 

Plimarse  (Davitte),  11,  311-2. 
Plinio,  I,  161;  II,  246,  248,  290. 
Plutarco,  I,  155;  II,  246. 


Poggi  (fra  Iacinto),  11,  326. 
Polenione,  i,  155. 
Poli   (duca  di)  —  vedi  Conti  (Lot- 
tano). 
Pomarancia  (pittore),  11,  106. 
Pompeo,  I,  184;  II,  86. 

—  (messer:  pittore),  i,  189. 
Pontano  (Giovanni),  i,  155. 
Portes  (Filippo  di),  i,  252;  11,  17. 
Pozzo  (conte  Alfonso),  i,  124,  135. 
Preti  (Girolamo),  i,  249,  251,  277; 

",  23-4,  45,  47,  50,  52-8,  61,  63, 
69,  70,  97,  99,  116,  149-52,  162-4, 
168-9,  175-81,  243-8,  317. 

Prina,  11,  378. 

Priuli  o  Priulli  (Girolamo),  i,  217, 
305,  313-4,  316;  II,  25,  29. 

Procaccino,  i,  165. 

Procopio,  II,  202,  246. 

Provana,  11,  31. 

Pulci  (Luigi),  II,  283. 

Purbis  (pittore),  i,  293,  308-9,  313. 

Puteano,  11,  198. 

Quattromani  (Sertorio),  i,  5,  6,  8. 
Querenghi  (monsignor  Antonio),  i, 
105,  252;  IX,  62,  107. 

—  (Flavio),  II,  255-7,  259. 
Quintiliano,  i,  263;  11,  137,  139. 
Quirini,  i,  126. 

Rabbia  (Raffaele),  i,  57,  95,  162,  176. 
Rada  (Emanuele),  i,  89. 
Raderò,  11,  198. 
Raffaello,  i,  286;  11,  3,  27,  32. 
Rambougliet  (marchese  di),  i,  i86, 

204. 
Ranini  (Giulio  Cesare),  11,  259. 
Razzali-Olivieri  (cardinal  Serafino), 

II,  117-8. 
Regni  (Bernardino),  11,  359. 
Reni  (Guido),  i,  266. 
Riccardi  (Morello  de'),  11,  222. 
Ricci  (Giovan  Romano  de'),  11,  373. 


428 


INDICE    DEI    NOMI 


Richelieu (cardinal di),  ii,  i86, 191-3, 

222,  227-8,  239-40. 
Rinaldi  (Cesare),  i,  57,  95,  277;  II, 

129. 

—  (...)  I,  181;  II,  306. 

•^     Rinocini  o  Rinuccini    (Ottavio),   i, 
252,  313;  ",  119- 
Rivolte  di  Parnaso  (autore  delle), 

II,  318. 
Rocca,  I,  42-3,  49. 
Rocco  (Girolamo),  11,   107. 
Rodrigo...,  II,  341-51. 
Rolando,  11,   143. 
Roma  (conservatori  di),  11,  25. 
Romano  (Giulio),  i,   136,  286. 
Romolo...  (signor),  11,  218. 
Ronchino,  11,  2>72>- 
Rondinelli    (Simon     Carlo),    i,    46, 

312-3. 
Ronsard  o  Ronzardo,  11,   17. 
Rosa  (Scipione),  i,  181;  11,  263,  291. 
Rossino,  II,  59. 
Rosso,  II,  3. 
Rota  (Giovan   Battista),  11,  273. 

—  (Martino),  i,  286;  11,  3. 
Rovere  (Costantino),  11,  275. 

—  (Francesco  Maria  II  Feltrio  della) 
II,  74,   104. 

Rovigliasco  (conte  di),  i,  59,  63,  289. 
Rucellai  (monsignor),  11,   158. 
Ruginini,  i,  95. 
Ruini,  II,    143. 

Sacchetti  (cardinal),  n,  226. 
Sacramoso  o   Sagramosio,    i,    163; 

",  195- 
Sallustio,  I,  261. 
Salomone,  i,   156;  11,  366. 
Salviani  o  Salviano  (Gasparo),  i,  27, 

117-8,   290-1;    II,   45,   47,   49,    62, 

64,  66. 

—  (Orazio),  I,   14. 

'  Salvucci  (Marco  Antonio),  11,  263, 
320. 


Salzilli  (Giovanni),  11,  364. 

Sampieri  (abate),  11,  181. 

San  Cesareo  (cardinal  di)  — vedi  Al- 

dobrandini  (Silvestro). 
San  Gemini  (duca  di)  —  vedi  Orsini 

(Giovan  Vincenzo). 
San   Giorgio    (cardinal    di)  —  vedi 

Aldobrandini  (Cinzio). 

—  (Guido),  I,  204. 

Sannazaro   (Iacopo),  i,  247;   11,  35, 

357,  in- 

San  Secondo  (conte  di),  i,   137-40. 

Santa  Cecilia  (cardinal  di),  11,  332. 

Santafede  (pittore),  11,   266,  268. 

Sant'Agata  (marchese  di),  i,   120. 

Santi,  I,   126,   129. 

Sanvitali  (conte  Fortuniano  di),  l, 
66-9,  87-8,  92-4,  124,  134-6,  171-2, 
177-8,  216,  271-4,  284-7,  312;  II, 
9-10,   23,  26-7,   29,  47,  60-1,   109. 

Sardanapalo,  i,  154. 

Sarto  (Andrea  del),  i,  280. 

Savelli  (cardinal),  11,  157. 

—  (principe),  11,   108. 

Savoia  (Carlo  Emanuele  I  di),  i,  59, 
68-87,  90,  93-4,  96,  99-122,  125, 
128,  130,  136,  164,  166-8,  204;  II, 
24,  40,  42,  61,  122,  129-32,  147-8. 

—  (Filiberto  di),  11,  68. 

—  (cardinal  Maurizio),  i,  125,  168-9, 
179,  217-8,  221,  240,  269,  288,  294, 
309;  II,  23,  26,  30-3,  70-1,  107, 
122,   163,  172,  307. 

—  (Tommaso  di),  i,  218,  240-8,  269, 
299,  300,  309-10;  II,  24,  42-3,  99. 

—  (Vittorio  Amedeo  I  di),  l,  59-63, 
84,  99,   126,   170,  221,  273. 

—  (madama),  i,  269. 

Scaglia  (cardinale),  11,  45-6,48,62-6, 
69,   168. 

—  (Giacomo),  i,  189,  283-4,  287, 
305-6,  318;  II,  11-4,  26,  28-9,  33-4, 
46,  70,  100,   108. 

Scaligero  (Giulio  Cesare),  11,  198. 


INDICE    DEI    NOMI 


429 


Scaiamelli,  i,   182. 

Scarnafiso,  11,  31,  41. 

Scarnato  (Bartolomeo),  i,  316-9;  11, 

36-40. 
Scarron,  i,  225-6. 
Scevola  (giureconsulto),  11,   145. 
Schiatti  (Gian    Giacomo),  i,   140. 
Schidoni  (pittore),  i,  88,  135,  137-40, 

143-5,  163-5. 
Schombert  (maresciallo)  i,  319. 
Scipione  Nasica,  11,  86. 
Scoppa,  I,  24. 
Scorza  (Sinibaldo),    i,    307-9,    311, 

313-4,  316,  319;  II,  5-6,  8,  31,  40-1. 
Scoto  (Lorenzo),  i,  179,  183,  18S-9, 

196-206,  217-21,  228,238-42, 269-70, 

273,   288,    293-4,    296-7,    299-301, 

306-11,  3^3-^,  319-20;  II,  4-9,  24, 

30-1,  40-3,  51-2,  109. 
Scotti  (Galeazzo),  11,  259. 
Scotto  (Francesco),  11,  65-6. 
scozzese  (lo),  11,   161. 
Scrignuto  (lo),  i,  68. 
Secchi  (Livio),  i,  224-5,  227. 

—  (monsignor),  i,  252. 
Sementi  (pittore),  11,  62,  107. 
Seneca,  i,   152;  11,   194,   201,  245-6. 
Senofonte,  11,   138-9,   225,  317. 
Serafini,  11,   133. 

Serano,  i,  165. 

Serse,  i,  215. 

Sessa  (Giovan  Bernardino),  11,  120. 

Severo,  i,  149. 

Sforza  (conte  Alessandro),  11,  259,  264. 

—  (Antonio),  11,  66,   107-8. 

—  (Muzio),  II,  254. 
Sigiberto,  11,  202. 
Sigonio  (Carlo),  i,  179,  238. 
Silio  Italico,  II,  16. 

Silva  (Diego  de),  11,  335. 
Simonetta,  11,  257. 
Sincero  —  vedi  Sannazaro. 
Sissa,  I,  181;  li,  109,  306. 
Smeraldi  (Lorenzo),  11,  291. 


Socino,  II,  144. 

Socrate,  1,   154;  11,  91. 

Somma  (Agazio  di),  11,  48,  50,  52-3, 

55-7- 
Spada  (cardinal),  11,  204-5,  210. 

—  (signor),  I,  272-3,  286. 
Spanochi  o  Spannochi,  11,  144,  159. 
Speusippo,  I,  62. 

Spinola  (cardinal),  11,  124,   126. 

—  (Giovan  Francesco),  11,  307. 
Squillace  (principe  di),  11,  333-5. 
Stazio,  I,  258;  II,   16,  40,  109. 
Stelluti   (Francesco),  i,  47;  11,  273. 
Stigliani  (Carlo),  11,  310,  356. 

—  (Tommaso),  I,  34-5,  46-7,  6S,  87, 
90-2,  124,  127,  135,  139-42,  163-5, 
171,  178-82,  222,  241,  251,  253-4, 
261,  263-4,  273,  278,  285,  295,  301, 
305;  II,  4,  24,  90,  181-4. 

Strozzi    (Giovan    Battista,),    i,    252, 

313  (?)• 

—  (Giulio),  I,  40,  118,  196,  291-3, 
296,  304-5,  313  (?). 

Stuppino  (frate),  i,  107. 
Summo,  I,  74. 
Svetonio,  11,  244-5. 

Tacito,  I,  147;  II,  361. 
Tagliaferri  (Alessandro),  11,   256-7, 

259- 
Talete  cretese,  11,  200. 
Tancredi  (dottor  Latino),  11, 359, 372. 

—  (signor),  II,  59. 
Tansillo  (Giacopo)  11,  342. 

—  (Luigi),  II,  342-3,  348. 
Tarquinio  (coppiere),  i,  24. 
Tasso  (Torquato),  i,  6,  9,  11-3,  61, 

73,  104,  116,  130,  178,  180,  254, 
258-9.  292,  296,  311;  li,  16,  54,  73, 
281-3,  307,  342. 

Tassoni  (Alessandro),  11,  107. 

Taverna  (Brunoro),  11,  203. 

Tempesta,  i,  235,  266-7,  3^^- 

Teodoli  (Giuseppe),  11,  107. 


430 


INDICE    DEI    NOMI 


Teofrasto,  i,  261;  11,   138. 
[Tesauro    (?)]   (Emanuele),    i,    115, 

301;  II,  31- 

—  (Lodovico),  I,  162,  165,  172,  177, 
183,  189,  201-2,  238-40,  242,  251, 
269-70, 289, 294, 297, 301, 316;  II,  31 . 

Testi  (Fulvio),  i,  285;  11,  148-9. 
Timomaco,  11,  75. 
Tiraquello,  n,  144. 
Tito,  I,  29,   186;  II,  202,  245. 

—  (Sante  di),  i,  2S6. 
Tobia,  II,   109. 
Tolomei,  11,   17. 

Tomasoni  (Gian  Francesco),  i,  47. 
Tommaso   d'Aquino  (san),   i,    150; 

II,  207. 
Tonti  (cardin.  Michelangelo),  11, 120. 
Torelli  (Pomponio),  i,  252,  279;  11, 

261,  291. 
Torquato...  (signor),  i,  59. 
Torre  (marchese  della),  11,  251. 

—  (Raffaello),  11,  377. 
Torres  (Gasparo),  11,  175. 
Traiano,  i,  115;  11,  202,  247. 
Trevisano  o  Trivisano  (Francesco), 

i,  182-3. 

—  (Marco),  i,   178. 

Trissino  (Gian  Giorgio),  i,  259. 
Trombetta,  i,  136. 
Turca  (famiglia),  11,  294. 

—  (Livia),  II,  129-30. 
Tuttavilla  (Vincenzo),  i,   15. 

Ubaldini  (monsignor),  i,  188-9,  206, 

252;  II,  97. 
Ulpiano,  I,  149;  II,  145. 
Umoristi  (accademia  degli),  i,  251; 

II,  105,  295. 
Unghero  (Ferrante),  11,  314. 
Urbano  Vili  (papa),  11,  27,  30,  32, 

42,  170-1,  174,  205,  228,  231,  240-1. 
Urbano  da  Messina  (frate),  11,  238. 
Urfè  (marchese  d'),  i,  252;  11,  270, 

288,  291. 


Vaglio  (barone  del),  11,  379. 

Vago  (Pierino  del),  i,  52. 

Valentino  (Giulio  Cesare),  11,   108. 

Valeriano  (Pierio),  i,  156. 

Valerio  Massimo,  i,  154. 

Valesio,  I,  251,  266. 

Valgrisio,  i,  265. 

Valignani,  i,  11. 

Valle  (Francesco  della),  11,  32. 

Vallesio  (Giovan   Battista),  11,   io6. 

Valletta  (cardinal  della),  11,  ;ì^. 

Vannelli,  i,  318. 

Vannetti,  i,  181;  11,   109,  306. 

Vanni,  i,  295. 

Varchi  (Benedetto),  11,  284. 

Vaugelà  (monsignor  di),  i,  252. 

Vellutelli,  II,  363. 

Veniero  (Sebastiano),  11,  327. 

Verrua  (conte  di),  i,  242,  300;  11,  147. 

Vet  (pittore),  11,  378. 

Vialardi,  i,  44-5. 

Vico  (Enea),  i,  271,  286. 

—  (Tadio),  I,   189,  217,  239. 

Viglioni,  I,  309,  314. 

Villa  (marchese  di),  i,  3-15,  118-20, 

122-3;  II,  31,  70,  76-81,  150,  331. 
Villafaletto,  11,  31. 
Villifranchi,  i,  143-4,  146,  163,  174. 
Vinta  (cavalier),  11,  120. 
Viotti,  II,  255,  303. 
Visconte  (Fabio),  11,  253. 
Virgilio,  I,  li,  148,  256,  258;  II,  16, 

35,  54,  ^77,  290,  295,  329,  360. 
Virtuani,  i,  180. 
Visdomini  (Eugenio),  11,  291. 
Vitali  (Giovan  Battista),  1,90;  11,  299. 
Volponi  (casa),  11,  349. 
Volusiano,  11,  202. 
Vulpio  (monsignor),  11,  378. 

Zagarolo  (duca  di),  11,  58. 

Zaparella,  i,  59. 

Zurlini  (cavalier),  i,  47,88,92-3,  135. 


INDICE 


CONTINUAZIONE    DELLE    LETTERE    E    DEDICATORIE 


GIAMBATTISTA  MARINO 


cxc.  Al  signor  Giovati  Battista  Ciotti  — Accusa  ricezione 

di  alcune  stampe  e  si  sfoga  contro  lo  Stigliani     .     pag.       3 
cxci.  A  don  Lorenzo  Scoto  —  Notizie  di  una  nuova  ma- 
lattia, che  gì' impedisce  il  ritorno  in  Italia      .     .      »  4 
cxcii.  Al  medesimo  —  Si  lagna  di  non  ricevere  lettere    .      »  6 
cxciii.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento       .                ivi 
cxciv.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento       .      »  7 
cxcv.  Al  signor  conte   Fortuniano  San  Vitali  —  Non   è 
affatto  disposto  a  cangiar  «servitù  »,  per  quanto 

tra  breve  debba  ritornare  in  Italia »  9 

cxcvi.  Al  signor  Giacomo  Scaglia  —  Promette  d'inviargli 
subito  l'Adone  e  gli  comunica  la  morte  dello  stam- 
patore Abramo  Pacard,  la  quale  per  altro  non  ar- 
recherà ostacoli  alla  prossima  pubblicazione  del 

poema »  11 

cxcvii.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento        .      »  12 

cxcviii.  Al  medesimo  —  Manda  incompleto  l'Adotie      .     .      »  13 

cxcix.  Alla  Maestà  cristianissima  di  Lodovico  decimo- 
terzo,   re  di  Francia   e   di   Navarra  —  Abbozzo 

della  dedica  che  segue »  14 

ce.  Alla  Maestà  cristianissima  di  Maria  de'  Medici,  reina 

di  Francia  e  di  Navarra  —  Dedica  dell'Adone  .      »  16 

cci.  Al    signor    conte    Fortuniano    San   Vitali  —  Invia 

l'Adone        »  23 

ccii.  Al   signor   Girolamo    Preti  -  Roma  —  Fra   quattro 

giorni  partirà  per  l' Italia ;>         ivi 


432 


ceni.  A  don  Lorenzo  Scoto  —  S' incammina  verso  l' Italia     pag.     24 
cciv.  Al  signor  Antonio  Bruni  —  Lo  invita  ad  andar  con 

lui  a  pranzo  presso  i  conservatori  di  Roma    .     .      »  25 

ccv.  Al  signor  Giovan  Battista  Parchi  — •  Si  lagna  che 
Vincenzo  Berò   non  abbia  consegnate  due  copie 

deli' Adone  al  Friuli  e  al  Contarini »         ivi 

ccvi.  Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali  —  Si  scusa 
di  scrivergli  brevemente,  a  causa  delle  sue  occu- 
pazioni durante  il  conclave  dopo  la  morte  di 
Gregorio  XV,  e  lo  ringrazia  d'un  sonetto       .     .      »  26 

ccvii.  Al  signor  Giacomo  Scaglia  —  Occupatissimo  a  causa 
del  conclave,  non  può  inviare  il  Discorso  sullo 
scriver  lascivo;  e  dichiara  di  ridersi  deiri?^5fl- 
ìnina  scritta  contro  di  lui  dal  Camprelli  ...»  ivi 
ccviii.  Al  signor  Bernardo  Castello  —  Accusa  ricezione 
d'uno  schizzo,  attende  un  dipinto  di  Raffaello  e 
annunzia  l'eiezione  di  Urbano  ottavo     ....      »  27 

ccix.  Al  signor  Giacomo  Scaglia  —  Gli  concede  il  diritto 

di  ristampare  e  vendere  egli  solo  V Adone  .  .  »  28 
ccx.  Al  signor  conte  Fortuniano  San  Vitali  —  Ringrazia 
l'amico  d'avergli  inviato  il  ritratto,  e  si  scusa  di 
mandargliene  in  contraccambio  uno  assai  brutto  »  29 
ccxi.  A  monsignor  Giovan  Battista  Lauro,  cameriere  se- 
creto di  Nostro  Signore  —  Ringraziamenti  e  com- 
plimenti        »          30 

ccxii.  A  don  Lorenzo  Scoto  —  Si   lagna  del  silenzio  del- 
l'amico, discorre  delle  varie  ristampe  d^W Adone 
e  si  ricorda  a  parecchi  amici  torinesi     ....      »         ivi 
ccxiii.  Al  signor  Bernardo  Castello  —  Dà  conto  della  con- 
valescenza  di  Urbano   ottavo  e  del   cardinal    di 

Savoia,  e  chiede  un  quadretto »  31 

ccxiv.  Al  signor  Antonio  Bruni  —  Consiglia  all'amico  con- 
valescente  di   guardarsi  la  salute,  intermettendo 

gli  studi »  32 

ccxv.  Al  signor  Giacomo  Scaglia —  Si  duole  d'una  ristampa 
à€^V Adoìie  fatta  in  Bologna,  e  ringrazia  Giovan 
Francesco   Busenello  della  lettera  scritta  in  sua 

lode >^  Z2, 

ccxvi.  Al  signor  Antonio  Bruni-  Napoli  —  Consiglia  al- 
l'amico, convalescente  in  Napoli,  il  soggiorno  di 

Mergellina        »  34 

ccxvii.  Al  signor  cardinal  d'  Este  -  Roma  —  Lo  prega  di 
raccomandare  al  viceré  di  Napoli,  duca  d'Alba, 
Francesco  Bruni       »  35 


INDICE  433 

ccxviii.  Al  signor  Bartolomeo  Scarnato  —  Ringrazia  il  con- 
siglier  Marciano,  accenna  a  difficoltà  nell'avere 
certa  dispensa,  si  duole  d'un  amico,  e  promette 

un  esemplare  dell'Adone pag.     36 

ccxix.  Al  medesimo — Ringrazia  del  dono  di  alcuni  limoni, 
e  si  scusa  di  non  poter  mandare  un  componimento 
poetico  a  don  Antonio  Carmignano  ....  _»  ;iy 
ccxx.  Al  medesimo  —  Invia  una  copia  del  suo  ritratto  .  »  39 
ccxxi.  Al  medesimo  —  Si  duole  della  perdita  delle  sue 
lettere  e  promette  d'occuparsi  di  un  affare  del- 
l'amico     »         ivi 

ccxxii.  A  don  Lorenzo  Scoto  —  Essendosi  smarrita  una  balla 
contenente  pitture,  desidera  che  il  Brandin  e  lo 
Scorza  ridipingano  per  lui  i  quadri  già  fatti       .      »  40 

ccxxiii.  Al  medesimo  —  Gode  di  esserenella  buona  grazia 
del  duca  di  Savoia  e  del  principe  Tommaso,  e 
discorre  della  Strage  degli  innocenti    ....      »  42 

ccxxiv.  Al  signor  Antonio  Bruni  -  Roma  —  Si  duole  che  non 
possa  riavere  dalla  dogana  le  balle  dei  suoi  libri, 
e  narra  delle  liete  accoglienze  avute  a  Napoli  dalle 
accademie  degli  Oziosi  e  degli  Infuriati  e  dal  vi- 
ceré, duca  d'Alba »  43 

ccxxv.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento.  Dà 
inoltre  istruzioni  circa  alcuni  quadri  e  ossequia  il 
cardinale  Scaglia »  45 

ccxxvi.  Al  medesimo  —  Chiede  consiglio  come  possa  in- 
viare alcune  leccornie  al  cardinale  Scaglia,  e  dà 
altre   notizie   sulle  dispute  tra  gì'  Infuriati   e   gli 

Oziosi »  47 

ccxxvii.  Al  medesimo  —  Ancora  non  ha  potuto  ricuperare  le 

balle  dei  libri        »  49 

ccxxviii.  Al  signor  cavalier  Andrea  Barbazza  -  Roma  —  De- 
scrive entusiasticamente  le  bellezze  di  Posilipo,  e 
loda  un  poemetto  di  Antonio  Bruni       ....      »  50 

ccxxix.  A  don  Lorenzo  Scoto  —  Avendo  ricuperata  la  balla 
con  le  pitture,  non  ha  più  bisogno  dei  quadri  del 
Brandin       »  ^i 

ccxxx.  Al  signor  Gierolamo  Preti  —  Si  duole  che  egli  abbia 
polemizzato  contro  il  Di  Somma  a  proposito  del- 
V  Adone        »  52 

ccxxxi.  Al  medesimo  —  Si  duole  che  abbia  trascinato  anche 

il  Bruni  nella  polemica  contro  il  Di  Somma  .     .      »  55 

ccxxxii.  Al  signor  Antonio  Bruni  -  Roma  —  Si  duole  che  egli 
si  sia  alleato  col  Preti  nella  polemica  contro  il 
Di  Somma » 


57 


G.  B.  Marino,  C.  Achillini  e  G.  Preti,  Lettere -u. 


434  INDICE 

ccxxxiii.  Al  signor  Emilio  Buonalingua  —  Discorre  di  diversi 

affari  e  invia  riconoscenti  saluti  al  Crescenzio   .     pag.     58 
ccxxxiv.  Al    signor    conte   Fortuniano   San    Vitali  —  Narra 

degli  onori  tributatigli  a  Napoli »  60 

ccxxxv.  Ad  Antonio  Bruni  -  Roma  —  Si  lagna  di  non  aver 
lettere,  e  s'informa   come   debba  inviare  alcuni 

libri  a  Roma »  61 

ccxxxvi.  Al  medesimo  —  Si  lagna  della  posta,  dà  istruzione 
per  l'invio  d'un  disegno  del  Barbazza,  chiede 
conto  di  alcuni  sonetti  e  non  sa  come  mandare 
alcune  leccornie  al  cardinale  Scaglia      ....      »  62 

ccxxxvn.  Al  medesimo  —  Ancora  della  spedizione  dei  libri 
a  Roma,  dell'  invio  dei  dolci  al  cardinale  Scaglia 
e  della  polemica  a  proposito  dell'Adone    ...»  63 

ccxxxviii.  Al  medesimo  —  Si  scusa  di  non  mandare  una  poesia 
di  risposta,  invia  scatole  pel  procaccio  e  si  scusa  di 
non  poter  rendere  un  servigio  a  Gaspare  Salviani      »  64 

ccxxxix.  Al  medesimo  —  Annunzia  d'aver  inviati  i  dolci  al 

cardinale  Scaglia ->  65 

ccxL.  Al   signor  cardinal   Scaglia   a   Roma  —  Invia  due 

scatole  di  dolci »         ivi 

ccxLi.  Al    signor   Antonio   Bruni  —  Ancora    delle    scatole 

inviate  al  cardinale  Scaglia »  66 

ccxLii.  Al  medesimo  —  Invia  una  scatola  di  dolci     ...»         ivi 
ccxLiii.  Al  medesimo  —  Si  dichiara  pronto  a  sottomettersi 
al  giudizio  che  deW Ado7te  darà  il  censore  pon- 
tificio, cardinal  Pio »  67 

ccxLiv.  Al  medesimo  —  Manda  un  sonetto        »  68 

CCXLV.  Al  medesimo  —  Complimenti »         ivi 

CCXLVi.  Al  medesimo  —  Loda  versi,  dà  notizie  della  Sh-age 
degl' innocenti  e  ringrazia  il  Bonifacio  e  il  Liti- 
gato dei  sonetti  scritti  in  sua  difesa       ....      »  69 

CCXLVii.  Al  medesimo  —  Complimenti »  71 

ccxLViii.  Al  medesimo  -  Urbino  —  Si  congratula  con  l'amico 
della  carica  avuta  di  segretario  del  duca  di  Ur- 
bino; ricorda  il  Baldi,  il  Guarini,  il  Bembo  e  il 
Tasso,  e  parla  della  Filli  di  Sciro  del  Bonarelli      »  72 

ccxLix.  Al  medesimo  —  Lettera  elogiativa  premessa  a 
La  ghirlanda,  elogio  del  Bruni  per  l'Altezza 
sereni.ssima  di  Francescomaria  secondo  F'eltrio 
della  Rovere,  duca  sesto  d'Urbino  (Roma,  Zan- 

netti,  1625) »  74 

CCL.  Al  marchese  di  Villa  —  Lettera  elogiativa  preposta 
aXV  Erocallia  overo  dell'  Amore  e  della  Bellezza 
del  Manso  (Venezia,  Deuchino,   1628)    ....      »  76 


INDICE  435 


-    APPENDICE 

I 

Componimenti  burleschi  del  Marino  in   forma  epistolare 

I.  Al  padre  Naso pag.     85 

II.  Il  pupolo  alla  pupola »  93 

III.  La  pupola  al  pupolo »  95 

II 

Alcune  lettere  al  Marino  o  intorno  al  Marino 

I.  Girolamo  Preti  al  cavalier  Marino  —  Lodi     .     .     .     pag.     97 
II.  Onorato  Claretti  al  cavalier  Marino  —  Discorre   di 

una  raccolta,  della  Strage  degli  innocenti  e  delle 

Lettere »  99 

III.  Giovanni  Francesco  Busenelli  al  cavalier  Marino  — 

Loda  V Adone »        100 

IV.  Antonio  Bruni  al  cavalier  Andrea  Barbazza  —  Mani- 

festa il  suo  dolore  per  la  morte  del  Marino        .      »        104 
V.  Giambattista   Baiacca   a  Gasparo    Bonifacio  —  De- 
scrive le   cerimonie  funebri  fatte  dagli  Umoristi 

in  onore  del  Marino »        105 

VI.  Giovanni  Francesco  Busenelli  al  signor  Giacomo 
Scaglia  —  Invia  copia  della  lettera  scritta  in  lode 
dell'Adone »        108 

II 

CLAUDIO  ACHILLINI 
carteggio 

I.  Al  signor...  —  Difficoltà  che  s'incontrano  a  Roma 

per  far  fortuna pag.   113 

II.  Al  signor  Antonio  Lamberti  —  Della  morte  di  papa 

Leone  XI  e  della  probabile  elezione  del  cardinal 

Camillo  Borghese »         115 

III.  Al    medesimo  —  Racconta   che   gli    è    riuscito    di 

sventare  i  mali  uffici  fatti  a  Roma  contro  di  lui, 

e  dà  notizie  dell'interdetto  contro  Venezia     .     .      »        n6 


436 


IV.  Al  medesimo  —  Sulla  stampa  delle  opere  di  Ulisse 
Aldrovandi,  fatta  per  ordine  e  a  spese  del  «  reg- 
gimento >  di  Bologna pag.   117 

V.  Al  cardinal  Serafino  Razzali  Olivieri  —  Lo  ringrazia 
di  avergli  fatto  ottenere  dal  «  reggimento  »  di 
Bologna  la  «  grazia  »  di  trecento  ducati  ...»  ivi 
VI.  Al  medesimo  —  Lo  ringrazia  di  avergli  affidato 
l' incarico  di  riferire  su  d'un  processo,  non  ostante 
le  malignità  sparse  sul  suo  conto,  per  l'«odio 
antico  »  che  gli  portano  a  Bologna  a  causa  della 
cattedra  da  lui  occupata        »        118 

VII.  Al  signor...  —  Intorno  allo  S^aio  rustico  di  Giovan 

Vincenzo  Imperiali >         ivi 

vili.  Al  signor  cavalier  Rinocini  [RinucciniJ,  a  Firenze  — 
Loda  parecchi  componimenti  poetici  del  R.  e  di 
altri,  scritti  in  occasione  di  un  lieto  avvenimento 
della  casa  de'  Medici  (probabilmente  il  matri- 
monio di  Cosimo  II  con  Maria  Maddalena  d'Au- 
stria), alla  quale  augura  il  più  prospero  avve- 
nire      »        119 

IX.  Al  signor   cavalier  Vinta  —  Manda  due  sonetti  in 

occasione  delle  nozze  di  Cosimo  II  de'  Medici  .  ■»  120 
X.  Del  signor  Vincenzo  Cavalli  —  Desidera  una  com- 
mendatizia per  cavare  dalle  mani  d'un  tal  Mor- 
bido il  sonetto  «  Ecco  il  padre  de'  boschi,  alto 
Apennino»  e  l'idillio  di  «Venere  che  cerca  Adone», 
scritto  in  occasione  delle  nozze  di  Cosimo  II  de' 

Medici »         ivi 

XI.  Di  Giovan  Bernardino  Sessa  —  Loda  entusiastica- 
mente alcune  composizioni  poetiche  dell'Achillini       >         ivi 

XII.  A  Giovan  Bernardino  Sessa  —  Ne  loda  i  componi- 
menti poetici  e  ringrazia  della  precedente  lettera      »         ivi 

XIII.  Al  cardinale  Michelangelo  Tonti — Congratulazioni 

per  la  sua  nomina  a  cardinale »         ivi 

XIV.  A    Giambattista    Marino  —  Lieto    che    l'amico    sia 

scampato  dall'attentato  del  Murtola,  si  congratula 

con  lui »        121 

XV.  Di    Giambattista    Marino   —   Risposta    alla    lettera 

precedente        »        122 

XVI.  A  Giambattista  Marino  —  Ancora  dell'attentato  del 

Murtola        ->         123 

XVII.  Al  cardinale  Spinola,  legato  in  Ferrara  —  Lo  rin- 
grazia d'avergli  promesso  di  fargli  sapere  a  suo 
tempo  ciò  che  sarà  risoluto  circa  la  sua  nomina 


INDICE 


437 


XXXI. 

XXXII, 


125 


126 


alla  cattedra  vespertina  di  leggi  nell'università  di 

Ferrara pag.  124 

Al  medesimo  —  Non  appena  riceverà  la  lettera  del 
magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  con  cui  gli  si 
offrirà  la  cattedra,  risponderà  accettando  e  pre- 
gando di  ottenergli  l'approvazione  da  Roma 

Del  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  —  Nomina  del 
l'Achillini  alla  prima  cattedra  vespertina  di  leggi 
nell'università  di  Ferrara 

Al  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  —  Ringraziament 
per  l'ottenuta  cattedra 

Al  marchese  Gualenghi  —  Lo  ringrazia  di  essersi 
adoperato  a  fargli  conferire  la  cattedra  a  Ferrara 

Al  dottor...  —  Ringraziamenti  per  la  medesima 
ragione 

Al  cardinal  [Spinola]  —  Speciali  ringraziamenti  per 
la  medesima  ragione 

Al  medesimo  —  Il  papa  ha  finalmente  concesso  che 
egli  possa  partire  per  Ferrara,  senza  perdere  il 
diritto,  nel  caso  di  ritorno  a  Bologna,  alla  cattedra 
quivi  occupata 

Al  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  —  Domanda  di 
essere  confermato  nella  cattedra  per  un  triennio 

Al  signor...  —  Protesta  ancora  una  volta  di  non 
essere  autore  d'una  scrittura  legale,  composta 
contro  di  lui,  nell'interesse  del  figlio;  ma  ciò  non 
toglie  che  il  figlio  abbia  molta  ragione  nel  volere 
dal  padre  almeno  gli  alimenti         

Del  cavalier  Battista  Guarini  —  Ringrazia  d'un 
sonetto 

Al  cavalier  Battista  Guarini  — •  Risposta  alla  prece- 
dente lettera    

Ad  Pandulfum,  Ferrariam  —  De  immani  praesentis 
aestatis  ardore 

A  [Gaspare?]  Ercolani  —  Etimologia  del  cognome 
Ercolani 

Di  Cesare  Rinaldi  —  Lodi 

Alla  signora  marchesa  Livia  Turca  —  Le  dedica  due 
sonetti  in  lode  di  Carlo  Emanuele  primo  di  Savoia 

Alla  signora  Lavinia  Albergati-Ludovisi  —  Congra- 
tulazioni per  la  nomina  a  cardinale  di  monsignor 
Alessandro  Ludovisi  (poi  papa  Gregorio  XV)     . 

Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi,  poi  papa  Grego- 
rio XV  —  Ha  avuta  a  Chiasso  ottima  accoglienza 


127 


128 


129 
ivi 


131 


438 


dal  duca  di  Savoia.  Acclude  copia  d'una  lettera 
del  cardinal  Borghese,  e  autorizza  l'Achillini,  nel 
caso  che  giunga  un'altra  lettera  del  Borghese,  ad 

aprirla pag.   131 

XXXV.  Del  medesimo  —  Gli  pare  mille  anni  di  sentire  che 
l'Achillini  sia  giunto  a  Ferrara  e  abbia   riprese 

le  lezioni »         132 

XXXVI.  Del  medesimo  —  Desidera  che  venga  a  raggiun- 
gerlo, e  gli  comunica  il  contenuto  d'una  lettera 
in  cifra  del  cardinal  Borghese,  nella  quale,  tra 
l'altro,  gli  si  dice  di  servirsi  pure  dell'Achillini 
durante  la  sua  legazione,  purché  non  lo  conduca 
in  città  ove  si  trovi   il  duca  di   Savoia  coi  suoi 

ministri »         ivi 

xxxvn.  Del    medesimo  —   Discorre    brevemente    di    affari 

vari »         ivi 

xxxviii.  Del  medesimo  —  Non  abbia  alcuna  preoccupazione 

circa  la  sua  cattedra  di   Ferrara:  è  meglio,  per 

altro,  che  egli  non  si  trasferisca  in  Savoia     .     .      »         ivi 

xxxix.  Al   signor  dottore  Merlini,  a   Roma — Gli   augura 

prospero   avvenire,  e   discorre   di   sé   e    del  suo 

insegnamento  universitario »        133 

XL.  Di   Alessandro  Guarini  —  Sull'uso   della   metafora      »        134 
XLi.  Di  monsignor  Merlini  a...  —  Discorrendo  della  ne- 
cessità della  filosofia  nella  giurisprudenza,  adduce 
l'esempio  e  invoca  l'autorità  dell'Achillini      .     .      »        142 
XLii.  A  un  amico  —  Ringrazia  del  dono  di  un  libro      .      »        146 
XLin.  Del    cardinal    Alessandro    Ludovisi  —  Il    cardinal 
Borghese  ha  scritto   a  Ferrara  perché  la  licenza 
dell'Achillini  sia  prolungata  fintanto  che  dura  la 

legazione  del  Ludovisi »         ivi 

XLiv.  Del  medesimo  —  Il  cardinal  Borghese  ha  riscritto, 
comunicando  che,  in  séguito  alla  sua  istanza,  il 
magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  ha  concesso  che 
la  licenza  dell'Achillini  sia  prolungata  per  tutta 

la  quaresima »         ivi 

XLV.  Al  cardinal  Borghese  —  Lo  ringrazia  di  essersi  tanto 

interessato  per  lui »         ivi 

XLVi.  Del  duca  Ranuccio  Farnese  —  Lo  prega  di  passare 
da  lui  nel  recarsi  a  raggiungere  il  cardinale  Lu- 
dovisi        »         ivi 

XLVli.  Del  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento     .      »        147 
XLViii.  Del    cardinal    Alessandro    Ludovisi  —  Dell'ottima 
accoglienza  ricevuta  ad  Asti.  Alloggia  nello  stesso 


INDICK  439 

palazzo  con  monsignor  di  Bethune,  col  quale  ha 
discorso  della  sua  missione  in  Piemonte     .     .     .     pag.   147 
XLix.  Del  medesimo  —  Notizie  varie  della  corte  di  Torino      »         ivi 
!..  Del  medesimo  —  Sta  in  buona  salute.  Ha  restituito 

un  cavallo.  Notizie  della  corte  di  Savoia  ...»         ivi 
i.i.  Del  medesimo  —  Lo  prega  d'informarsi  se  è  stata 

recapitata  una  sua  lettera  al  duca  di  Parma       .      »         ivi 
Lii.  Del  medesimo  —  Gli  spagnuoli  non  vogliono  sapere 
di  pace,  a  causa  dei  continui  progressi   fatti  dal 

duca  di  Savoia »        148 

LUI.  Del  medesimo  —  Riferisce  un  brano  d'una  lettera 

del  cardinal  Borghese,  nella  quale  si  annunzia  che 

a  sua  istanza  il  magistrato  de'  Savi  di  Ferrara  ha 

ancora  prorogata  la  licenza  alI'AchilIini      ...»         ivi 

Liv.   Del  medesimo  —  Lo  incarica  di  esprimere  tutta  la 

sua  gratitudine  al  cardinal  Pio »         ivi 

LV.  Al  signor  N.  N.,  a  Torino  —  Presenta  e  raccomanda 

Fulvio  Testi »         ivi 

Lvi.  Di  Girolamo   Preti  —  Della   reputazione   che  gode 

l'Achillini  in  Roma        »         149 

LVii.  Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi  —  Acclude  una 
lettera  pel  cardinal  Pio,  che  l'Achillini  ringrazierà 
ancora  lina  volta  a  voce,  e  un'altra  pel  marchese 

di  Villa        »        150 

LViii.  Di  Girolamo  Preti  al  padre  Domenico  Grini  ge- 
suita —  Intorno  ad  alcune  scritture  politiche  del 

Grini       »         ivi 

Lix.  Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi  —  Notizie  varie. 

Gli  augura  prospero  l'anno  nuovo »        152 

LX.  Del  medesimo  —  Lo  aiuterà  nel  suo  disegno  di  esser 
chiamato  alla  cattedra  di  diritto  civile  nell'uni- 
versità di    Bologna  con   lo   stesso   stipendio  che 
gode  a  Ferrara;  ma  la  cosa  non  è  facile    ...»         ivi 
LXi.  Al   conte  Ridolfo  Campeggi  —  Ne  loda   il   poema: 

Le  lagrime  della   Vergine »         153 

Lxii.  Al  collegio  de' dottori  leggisti  di  Bologna  —  Domanda 

di  far  parte  del  collegio  medesimo »        154 

LXiii.  Al  cardinal  Capponi  —  In  occasione  della  sua  par- 
tenza da  Bologna »        155 

LXiv.  Al  cavalier  Marino —  Lodi.  (Lettera  premessa  alla 

Sampogna  del  Marino) »        157 

Lxv.  Del  cardinal  Alessandro  Ludovisi  —  Prende  atto 
che  l'Achillini  promette  di  partire  da  Roma  fra 
quattro  giorni,  e  non   mancherà  di  raccomandarlo 


44°  INDICE 

ai  signori  del  «  reggimento  »  di  Bologna  circa  la 

cattedra  da  lui  desiderata pag.  158 

Lxvi.  Del  medesimo  —  Troppi  obblighi  di  gratitudine  ha 
verso  l'Achillini,  perché  questi  possa  menoma- 
mente dubitare  che  egli  non  faccia  quanto  è  in 
lui  circa  l'affare  delVa  cattedra  bolognese   ...»         ivi 

LXVii.  Del  medesimo  —  Ha  fatto  quel  che  poteva  presso 
il  legato  e  i  signori  del  «  reggimento  »  di  Bologna 
circa  l'affare  della  cattedra;  ma  non  ha  il  coraggio 
di  scriverne  direttamente  al  papa.  Pensi  piuttosto 
l'Achillini,  ora  che  si  trova  a  Roma,  a  farsi 
raccomandare  a  Paolo  qunito  da  qualche  perso- 
naggio inliuente        »        159 

Lxviii.  Al  papa  Paolo  quinto  —  Supplica  relativa  alla  cat- 
tedra bolognese »         ivi 

Lxix.  Di  monsignor  (poi  cardinale)  Ludovico  Ludovisi  — 
Ringrazia  degli  augùri  per  capodanno,  e  comunica 
d'aver  ottenuto  da  papa  Paolo  quinto  un  «  luogo 

di  consulta  » »         ivi 

Lxx.  Del   cardinal  Alessandro    Ludovisi  —  Lo   prega   di 

acconsentire  che  il  signor  Marino  Giorgio,  nobile 

veneto,  possa  godere  temporaneamente   l'uso   di 

alcune  camere  presso  il  signor  Spannochi       .     .      •>         ivi 

Lxxi.  Al  papa  Gregorio  decimoquinto  —  Congratulazioni 

per  la  sua  elezione  al  pontificato >>         ivi 

Lxxii.  Del   cardinal   Ludovico   Ludovisi  —  Ringrazia,    in 

nome  del  papa,  della  precedente  lettera     ...      >        i6o 

Lxxiii.  Di    monsignor    Merlini  —   Può    l'Achillini    recarsi 

liberamente  a  Roma »         ivi 

Lxxiv.  Del  vescovo  di  Crema  —  Vada  presto  a  Roma  a 
baciare  il  piede  al  nuovo   papa,  giacché  «  beaii 

primi  » »         ivi 

Lxxv.  Al  signor  Antonio  Lamberti  —  Difende  gli  amba- 
sciatori bolognesi  a  Roma  dall'accusa  di  presen- 
tarsi in  pubblico  in  assetto  non  pari  al  loro  grado      >        161 

Lxxvi.  Al  medesimo  — ■  Stia  tranquillo,  che  il  papa  e  il 
cardinal  Ludovico  Ludovisi   hanno  letta   la   sua 

lettera »         ivi 

Lxxvii.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento  .     .      »         ivi 
Lxxviii.  Al  medesimo  —  D'un'accademia  che  si   terrà,  per 
ordine  di  Gregorio  decimoquinto,  il   giorno  del 
ferragosto,  in  Roma »         ivi 

Lxxix.  Al  medesimo  —  Ancora  dell'accademia,  indicando 

se  stesso  col  sopratinome  di    (la  Rossa»    ...»        162 


INDICE  441 

Lxxx.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento        .     pag.   162 
Lxxxi.  Al   medesimo  —  D'un'altra  accademia  tenutasi   in 

Roma »        163 

Lxxxii.  Al  medesimo  —  È  in  procinto  di  partire  da  Roma      »        164 
Lxxxiii.  Di  Girolamo  Preti  —  Si  lagna  dell'improvvisa  par- 
tenza dell'amico  da  Roma »         ivi 

Lxxxiv.  Di  Girolamo  Morini  (?)  —  Solo  soggiorno  adatto  ai 

meriti  dell'Achillini  è  Roma »         ivi 

Lxxxv.  Di  Giovanni  Fabro  —  Invia  al  poeta  l'anello  del- 
l'accademia dei  Lincei »        ió6 

Lxxxvi.  Al   signor  Giovanni  Fabro  —  Risposta  alla  lettera 

precedente »         ivi 

Lxxxvii.   Al  signor  don  Virginio  Cesarini  —  Ringraziamenti 

per  la  nomina  ad  accademico  linceo      ....      »        167 
Lxxxviii.  Del  cardinal  Ludovico  Ludovisi  —  Ringrazia  degli 
augùri  per  capodanno.  Scriverà  a  Ferrara  circa 

una  tratta  che  interessa  l'Achillini >         ivi 

Lxxxix.  Al  principe  Aldobrandini  —  Congratulazioni  per  la 

nascita  di  un  figlio        »         ivi 

xc.  Del   principe  Aldobrandini  —  Risposta  alla  prece- 
dente lettera >         ivi 

xci.  Al  principe  Aldobrandini  —  Replica  alla  precedente 

lettera »        168 

xcii.  Del   cardinal   di   Cremona  —  Tratterà   coi   dovuti 
riguardi  Tommaso  Dempstero,  a   lui   presentato 

per  lettera  dall' Achillini »         ivi 

xeni.  Al  signor  Girolamo  Preti  —  Dà   il   bene  giunto   al 

Marino,  arrivato  a  Roma  da  Parigi,  e  loda  l'x'la'o»^  »  ivi 
xciv.  A  Giambattista  Marino  —  Loda  V Adoìte  .  .  .  >  169 
xcv.  A    un    amico  —  Oroscopo    sulla   salute    del    papa 

Urbano  ottavo »         i/*' 

xcvi.  Al  cardinale  [Francesco]  Barberini  —  Rallegramenti 

per  la  sua  nomina  a  .socio  dei  Lincei  e  a  cardinale      »        171 
xcvii.  Di   Giambattista   Marino  —  Include   una   lettera   di 

raccomandazione  del  cardinal  di  Savoia     ...      »        172 
xcviii.  A  don  Virginio  Cesarini  —  Ringraziamenti    ...»         ivi 
xcix.  Al  signor  don  Vincenzo  barone  di  Aspromonte  in 
Sicilia  —  Ne    loda    le    poesie,    proclamandolo    il 
Petrarca  della  Sicilia,  e  invia  un  sonetto    ...»         ivi 
e.  A...  — Intorno  a  una  lettera  adulatoria  scritta  da 
Giambattista  Manzini  probabilmente  al  duca  di 

Parma »        ^71 

CI.  A...  —  Domanda  di  ritornare  alla  cattedra  di  Bo- 
logna col  medesimo  stipendio  che  percepisce  in 
quella  di  Ferrara »         ivi 


442  INDICE 

CU.  Al    marchese    Pirro    Malvezzi  —  Lo    ringrazia    di 
quanto  ha  fatto  per  lui  intorno  alla  sua  nomina 
alla   cattedra   di   diritto   civile   a   Bologna       .     .     pag.  174 
CUI.  Di  monsignor  Pier  Luigi   Carafa  —  Ringrazia   dei 
complimenti  inviatigli  dall'Achillitii  in  occasione 
della  sua  nomina  a  vescovo  e  a  nunzio  apostolico      »         ivi 
civ.  Ad    illustrissimum   et   reverendissimum   principem 
Antonium  Barberinum,  cardinalem  et  prius  capu- 
cinum  —  Congratulazioni  pel  cardinalato    ...      »        175 
cv.  Ad  illustrern  Gasparem  de  Torres —  Ringrazia  d'una 

lettera  laudativa        »         ivi 

evi.   Di  Girolamo  Preti  —  Annunzia  la  morte  di  Giam- 
battista Marino »         ivi 

CVII.  A  Girolamo  Preti  —  Risposta  alla  lettera  precedente      »         176 
cviii.  Di  Girolamo  Preti  —  Accusa  ricezione  di  una  lettera 
speditagli  dall'amico  per  mezzo  del  signor  Gaggi, 
e  invita  l'Achilliiii  a  venire  a  Roma  in  occasione 

del  giubileo »        178 

Cix.   Ad  Antonio    Lamberti  ■ —  Lodi    di    un    predicatore, 
probabilmente    lo    ste.sso    padre    Fortini    di    cui 

nella  lettera  seguente »         ivi 

ex.  A  Girolamo  Preti  —  Presenta  e  raccomanda  il  pre- 
dicatore padre  Fortini,  di  cui  forse  nella  lettera 

antecedente »        179 

exi.  Al  medesimo  —  Lo  invita  con  lui  in  campagna     .      »        180 
cxii.  Ad   Hieronymum    Pretum,   amicorum  caesarem  — 

Gli  augura  eccellente  viaggio  in  Ispagna        .     .      »        181 
CXI  II.  Al  duca  di  Parma  —  È  prontissimo  a  scrivere  un 

parere  intorno  a  una  causa  che  .sta  a  cuore  al  duca     »         ivi 
cxiv.  Di  Giacomo  Aleandri  —  Invia  il  ms.  della  Difesa 
dell' «.  Adone-»  del  Marino  per  risposta  all'*  Oc- 
chiale »  del  cavalier  Stigliani  (Venezia,  Scaglia, 

1629) »         ivi 

cxv.  Al  re  cristianissimo,  il  gran  Luigi,  il  vittorioso,  il 
giusto  —  Lo  esorta,  dopo  la  conquista  della  Roc- 
cella  e  la  liberazione  di  Casale,  a  tentare  l' impresa 

del  Santo  Sepolcro       »        184 

cxvi.  A  ...  —  Narra  i  guai  avvenutigli  a  causa  del  sonetto 

«  Sudate,  o  fochi,  a  preparar  metalli  »  ...»  189 
ex  VII.  All'ambasciatore  francese  a  Roma  —  Chiede  che 
venga  esaudita  la  grazia  (forse  l'ottenere  da  Luigi 
decimoterzo  una  risposta  al  sonetto  «  Sudate,  o 
fochi,  a  preparar  metalli  »)  che  gli  chiederà  per 
lui,  Achillini,  il  signor  Frangipane »         190 


INDICE  443 

cxviii.  Al   cardinale   di   Richelieu  —  Chiede  una  riga  di 
risposta  da  Luigi  decimoterzo  al  sonetto  «  Sudate, 

o  fochi,  a  preparar  metalli  » pag.   191 

cxix.  A...  — Condoglianze  per  la  morte  del  cardinal  di 

Montalto »        193 

cxx.  Del  duca  Francesco   d' Este — Ringraziamenti  per 
un  sonetto  inviatogli  dall' Achillini   in   occasione 

della  sua  successione  al  ducato »         ivi 

cxxi.  Al   signor   marchese   Virgilio   Malvezzi  —  Ne    loda 

un  libro        »         ivi 

cxxii.  Al  signor  Antonio    Lamberti  —  Loda   il   libro   del 

Malvezzi »         194 

cxxiii.  lacobo  Gaufridio  —  Descrive  la  vita  che  mena  nella 

solitudine  della  sua  villa  al  Sasso »        195 

cxxiv.  Al  medesimo  —  Piange  e  invita  l'amico  a  piangere 

la  morte  del  poeta  A.  Sagramosio »         ivi 

cxxv.  Del   signor  Giovan   Francesco   Loredano  —  Com- 
plimenti         »         ivi 

cxxvi.  Al  signor  Giovan  Francesco  Loredano  —  Risposta 

alla  lettera  precedente »         ivi 

cxxvii.  A  Giovan  Francesco  Busenelli  —  Complimenti       .      »         ivi 
cxxviii.  Di  Agostino  Mascardi  —  Intorno  alla  peste  milanese 

del  1629 »        196 

cxxix.  Ad  Agostino  Mascardi  —  Risposta  alla  lettera  pre- 
cedente   »        203 

cxxx.  A  monsignor  Fabio  Chigi,  vicelegato  di  Ferrara  — 

Complimenti »        210 

cxxxi.  Di  monsignor  Fabio  Chigi  —  Risposta  alla  lettera 

precedente »         ivi 

cxxxii.  Del  cardinale  Spada  —  Manifesta  all'Achillini  tutto 

il  suo  affetto »         ivi 

cxxxiii.  Del   principe   don   Lorenzo   de'  Medici  —  Attende 

con  desiderio  le  Rime        »         ivi 

cxxxiv.  Del  cardinal  Antonio  Barberini  —  Ringraziamenti      »         ivi 

cxxxv.  Al  signor  Paoli  —  Ne  loda  un  idillio »        211 

cxxx  VI.  A  monsignor  de'  Massimi  —  Dedica  della  canzone 
«  nella  quale  va  deplorando  la  poca  sorte  de'  poeti 
nella  corte  de'  prencipi,  e  con  destra  occasione 
loda  quasi  tutti  i  prencipi  della  cristianità»  .  .  »  ivi 
cxxxvii.  Di  Giovan  Francesco  Busenelli  —  Invia  un'ode  lau- 
dativa       »        212 

cxxxviii.  A  Giovan  Francesco  Busenelli  —  Risposta  alla  let- 
tera precedente »        214 

cxxxix.  Di  Giovan  Francesco  Loredano  —  Aiuterà  in  tutti 


444  INDICE 

i    modi    il    signor    Galvano,    raccomandato    dal- 

l'Achillini piir.  215 

CXL.  Al  serenissimo  Odoardo  Farnese,  duca  di  Parma  — 

Dedica  delle  Rime >         ivi 

CXLI.  Di  Giacomo  Accarisio  —  Invia  la  prima  parte  del- 

Vlstoria  di  Fiandra  del  cardinal  Bentivoglio     .      »         ivi 
CXLII.  A   Giacomo  Accarisio  —  Risponde  alla  precedente 

lettera,  e  attende  l'Istoria  del  Bentivoglio     .     .      »        216 
cxLiii.  Al  medesimo  —  Lodi  à&WIstoria  del  Bentivoglio      »         ivi 
cxLiv.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento       .      »        217 
CXLV.   Del  cardinal  Guido  Bentivoglio  —  Ringrazia  il  poeta 
d'avergli  fatto  conoscere  cosi  compito  gentiluomo 

come  il  signor  Vincenzo  Bignami >        218 

CXLVI.  A  monsignor  Ciampoli  —  Lo  conforta  pel  suo  allon- 
tanamento dalla  corte  romana        •>        219 

cxLVii.  Al  cavaliere  fra  Ottavio  Piccolomini  d'Aragona  — 
Nel  congratularsi  con  lui  per  la  vittoria  di  Liitzen, 
lo  invita  a  conquistare  Gerusalemme  ....  >  220 
cxLViii.  Ad  dominum  de  Piezesk,  consiliarium  regis  chri- 
stianissimi  —  Ha  edificata  nella  sua  villa  del  Sasso 
presso  Bologna  una  torre,  e  domanda  il  permesso 
al  cardinale  di  Richelieu  di  apporvi  un'  iscrizione 

in  lode  di  lui       '        222 

cxLix.  Ad  Michaelem  Buderium  [Budery]  —  Della  morte 
di  un  illustre    «  magnate  »   di   Francia,  ricordata 
in  un  nobile  epigramma  d'un  poeta  francese      .      »         ivi 
CL.  Di  Morello  de' Riccardi,  d'Ortona  —  Invia  un  so- 
netto elogiativo ivi 

CLi.  A  monsignor  Furieti,  già  vicelegato  di  Bologna  — 

Rimpianto  per  la  partenza  dell'amico     .     .     .     .      >         ivi 
CLii.  A  . . .  —  Per  ora  ha  la  vena  inaridita.  Ma  a  maggio, 
quando    sarà    libero    dalle    cure    della   cattedra, 
invierà  qualche  componimento  poetico       ...      »        223 
CLiii.  Al  signor  cardinale  N.  —  Complimenti     ....       >        224 
CLiv.  A   monsignor...  —  E   pronto   a   rendergli  servigio, 

ma  quando  sarà  im  po'  rinfrescata  l'aria    .     .     .       >         ivi 
CLV.  Del  cardinale  Guido  Bentivoglio  —  Invia  la  seconda 

parte  della  Istoria  di  Fiandra >         ivi 

CLVi.  Al  cardinal  Guido  Bentivoglio  —  Risposta  alla  pre- 
cedente lettera >        225 

CLVii.  Al  cardinal  Sacchetti,  legato  di  Bologna  —  Congra- 
tulazioni per  la  sua  nomina >        226 

CLViii.   Di  monsignor  Cesare  Fachinetti  —  Gli  raccomanda 

un  suo  fratello >         ivi 


INDICE  445 

CLix.  Al  cardinale  di  Richelieu  —  Invia   un'ode  per  la 

nascita  di  Luigi  decimoquarto pag.  227 

CLX.  Di   monsignor  Cesare  Fachinetti  —  (ili  manifesta 

caldamente  la  sua  gratitudine        ?>        228 

CLXi.  Dello   stesso   al   signor  Antonio   Lamberti  —  Lodi 

dell'Achillini »        229 

CLXII.  Dello  stesso  a  Claudio  Achillini  —  Annunzia  il  suo 
viaggio  in  Ispagna,  dove  va  come  nunzio  apo- 
stolico       0         ivi 

CLXiii.  A    monsignor    Cesare    Fachinetti  —  Risposta    alla 

lettera  precedente .>        230 

ci-xiv.  Al  marchese  Ludovico  Fachinetti  —  Conforta 
l'amico,  addolorato  per  la  partenza  del  figlio  alla 

nunciatura  di  Spagna        »        231 

ci.xv.  Di  Giacomo  Gaufridio  —  Dell'applauso  destato  dal- 
l'ode per  la  nascita  di  Luigi  decimoquarto    .     .      »        232 
CLXVi.   Di  monsignor  Cesare  Fachinetti  —  Nel  procinto  di 

partire,  prende  novellamente  commiato  ...»  233 
ci.xvii.  A  Ghino  Ghini  —  Sull'efficacia  dei  medicinali  .  »  ivi 
CLXviii.  Al  signor  N.  N.  —  che  gli  aveva  scritto  di  trovarsi 

innamorato  degli  occhi  della  sua  donna     ...»        235 
CLXix.  Di    fra    Giovanni    Battista**'*,   cappuccino  —  Do- 
manda  conto  del  valore   del  padre   Urbano   da 
Messina,  cappuccino,  che  predica  in  Bologna     .      »        238 
CLXX.  Di  monsignor  Mazarini  —  Acclude  la  risposta   del 

Richelieu  alla  lettera  clix »        239 

CLXxi.  Del   cardinale   duca   di    Richelieu  —  Risposta    alla 

lettera  clix »         ivi 

CLXXii.  Di  monsignor  Ceva,  maestro  di  Camera  di  nostro 
signor  papa  Urbano  ottavo  —  Invia  le  Rime  di 
papa    Urbano    ottavo,    nuovamente    stampate    a 

Roma »        240 

CLxxm.  A  monsignor  Ceva  —  «  Intorno  ai  poemi  di  Sua 
Beatitudine,  inviatigli  da  Sua  Signoria  illustris- 
sima » »         ivi 

CLXXiv.  Al  signor  segretario  N.  —  Si  scusa  di  non  poter 
accettare  la  «prima  cattedra»  nell'università  di 
Padova »        241 

APPENDICE 

Lettera  di  Girolamo  Preti  ad  Antonio  Lamberti  — 
Sulla  chiesa  di  San  Pietro,  paragonata  alle  antiche 
costruzioni  romane       .     - »        243 


446 


III 

TOMMASO  STIGLIANI 

LETTERE 

I.  A  Ferrante  Gonzaga,  principe  di  Molfetta  —  Dedica 

del  Poli/emo  (Milano,   Ponzio,  1600)       ....     pag.  251 
II.  Alla  signora  marchesa  donna  Isabella  Pallavicina,  a 

Cortemaggiore  —  Ringrazia  del  dono  di  una  gioia      »         ivi 

III.  All'illustrissimo    e    reverendissimo    signor    Cinzie 

Aldobrandini,  cardinal  di  San  Giorgio  —  Dedica 

della  prima  parte  delle  i?«w^  (Venezia,  Ciotti,  1601)      »        252 

IV.  A  Ferrante  Gonzaga,  duca  di  Guastalla  —  Gli  an- 

nuncia di  essere  passato  al  servigio  di  Ranuccio 

Farnese,  duca  di  Parma        »         ivi 

V.  Al  signor  Pietro  Antonio  Castaldi,  a  Milano  —  Non 
ha  ingannato  l'amico  scrivendogli  che  il  figlio 
«studiava  come  un  cane»,  laddove  costui  non 
apriva  i  libri »         ivi 

VI.  Al  signor  Andrea  Gussoni,  in  Vinezia  —  Lo  esorta 
a  sopportare  pazientemente  le   persecuzioni  che 

patisce  dagli  emuli        »        253 

VII.  Al   cardinal   Cinzio   Aldobrandini  —  Dedica   della 
prima  parte  del  Canzoniero  (Venezia,  Ciotti,  1605): 

Amori  civili »         ivi 

vili.  Al   duca  Virginio   Orsini  —  Dedica   della   seconda 

parte  del  Canzojiiero:  Amori  pastorali    ...»         ivi 

IX.  A  Ferrante  Gonzaga,  duca  di  Guastalla  —  Dedica 
della  terza  parte  del  Canzoniero:  Amori  mari- 

?iareschi »         ivi 

X.  Al   conte   Fabio    Visconte  —  Dedica   della   quarta 

parte  del  Canzoniero:  Amori  giocosi  ....      »         ivi 

XI.  Al  duca  Ranuccio  Farnese  —  Dedica  della  quinta 

parte  del  Canzoniero:  Soggetti  e7-oici        .     .     .      ■>        254 

XII.  Al  cardinale  Odoardo  Farnese  —  Dedica  della  sesta 

parte  del  Canzoìiiero  :  Soggetti  morali     ...»         ivi 

XIII.  A  Muzio  Sforza,  marchese  di  Caravaggio  —  Dedica 

della    settima    parte    del    Canzoniero  :    Soggetti 
funebri »         ivi 

XIV.  Al  cardinale  Ascanio  Colonna  —  Dedica  dell'ottava 

parte  del  Canzoniero:  Soggetti  familiari      .     .      »         ivi 
XV.  Al    signor    duca    di    Parma   Ranuccio    Farnese,   a 


INDICE  447 

Piacenza  —  Rende  conto   di    un    suo   duello  con 

Enrico  Caterino  Davila pag.  254 

XVI.  Al  cardinale  Cinzio  Aldobrandini  —  Lo  ringrazia 
di  avergli  impetrato  il  ritorno  a  Parma,  non 
ostante  il  duello  avuto  col  Davila,  e  promesso 
di  non  fargli  trovare  ostacoli  nella  ristampa  del 
Canzoniero »        260 

xvii.  Ai  signori  accademici  Innominati,  a  Parma  —  Rin- 
graziamenti  per  essere  stato  nominato  principe 

dell'accademia       .     .         »         ivi 

XVIII.  Alla  signora  contessa  Lucrezia  Angoscioli,  a  Roma  — 

Contraccambio  di  augùri »        263 

XIX.  Al   signor   Marco  Antonio  Salvucci,   a    Perugia  — 
Riceve  da  lui  una  lettera  assai  laudativa.  Ma  tali 
lodi  converrebbero  per  l'appunto  a  chi  le  ha  scritte     »         ivi 
XX.  Al  signor  capitano  Ortensio  Ghisi,   a  Fiorenza  — 

Congratulazioni  per  la  nascita  di  un  bambino     .      »         ivi 

XXI.  Al  signor  duca  Lottarlo  Conti,  a  Poli  —  Loda  un 
Discorso  politico  composto  dal  Conti,  a  richiesta 
del  duca  di   Parma,   «  in  favor  della  aderenza  e 

contra  la  neutralità  » »        264 

XXII.  Al  signor  cardinal  Odoardo  Farnese,  a  Roma  — 
Presenta  e  raccomanda,  anche  a  nome  del  duca 
di  Parma,  il  capitano  Giuseppe  Ponti    ....'>         ivi 

XXIII.  Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  a  Roma — Augùri 

pel  natale »         ivi 

XXIV.  Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsini,  duca  di  Santo 

Gemini,    a   Roma  —  Chiede   una  dilazione  per 
scrivere  un  parere  circa  la  pace  fra  due  cavalieri, 

che  trattava  l'Orsini »         ivi 

XXV.  Al  signor  conte  Alessandro  Sforza,  a  Foro  nuovo  — 
Lo  ringrazia  di  avergli  dato  l'incarico  di  scrivere 
la  storia  di  casa  Sforza »         ivi 

XXVI.  Alla    signora   contessa    Angosciola,    a    Piacenza  — 

Complimenti »        265 

xxvii.  Al  signor  duca  Lottarlo  Conti,  a  Poli  —  Lo  prega 

di  non  essergli  avaro  di  lettere »         ivi 

xxviii.  Al  signor  Piero  Andrea  Cannoniero,  a  Milano  — 
Non  può  scrivere  per  lui  un  discorso  accademico, 
perché  ammalato »         ivi 

XXIX.  A  Giambattista  Marino,  a  Parigi  —  Intorno  al  pro- 
prio ritratto,  chiesto  in  dono  dal  Marino   ...»        266 
XXX.  Al  medesimo  —  Ancora  del  ritratto »        268 

XXXI.  Al  signor  cardinale  d'  Este  il  vecchio,  a  Modena  — 


448  INDICE 

Raccomanda  il  sacerdote  Pietro  Giapponi,  il  quale 
desidera  entrare  al  servigio  del  cardinale  in  qualità 
di  cappellano        pag.  270 

xxxii.  A  Giambattista  Marino  —  Satira  del  marinismo     .      »         ivi 

XXXIII.  Al  signor  Aquilino  Coppini,  lettor  publico  nello 
Studio  di  Padova  —  Lunga  confutazione  di  tre 
accuse  mosse  dal  Coppini  al  Mondo  nuovo  :  umiltà 
dello  stile,  lunghezza  dei  canti  e  dissimiglianza 
nell'  invenzione »        273 

xxxiv.  Al  signor  Francesco  Stelluti,  a  Fabriano  —  Si  scusa 

di  non  potergli  rendere  un  servigio        ....      >         ivi 
XXXV.  Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsino,  duca  di  Santo 
Gemini,  a  Nerola  —  Non  accetta  la  sfida  a  chi 
sappia  meglio  empire  di  baie  le  lettere       ...»         ivi 

xxxvi.  Al  signor  Luciano  Borzoni,  a  Genova  —  Manifesta 
apertamente  i  suoi  sospetti  sulle  vere  ragioni  che 
inducono   il    Borzoni   a   ritardare   la   stampa  del 

Mondo  nuovo        »         ivi 

xxxvii.  Al  medesimo  —  Intorno  allo  stesso  argomento       .      »        274 
XXXVIII.  A'  signori  accademici  della  Crusca,  a  Fiorenza  — 
Si  difenda  da  una  critica  grammaticale  mossagli 
dall'accademia  intorno  alla  forma  «votti»,  usata 
nel  Mondo  miovo »        276 

XXXIX.  Al  signor  cavalier  Marino,  a  Parigi  —  Protesta  di 
non  averlo  voluto  offendere  in  un  famoso  brano 

del  Mondo  nuovo »        288 

XL.  Al  signor  Luciano  Borzoni  —  Più  che  sospetti,  ora 
ha  la  prova  certa  che  il  Borzoni  lo  ha  ingannato 

per  compiacere  al  Marino »        303 

XLi.  Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  a  Roma  —  Condo- 
glianze per  la  morte  del  padre »        305 

j(^,    XLii.  Al  signor  dottor  Pietro  Magnani,  a  Roma  —  D'un 
galeotto   liberato  e  diventato  di  punto  in  bianco 

poeta  a  tempo  perso »         ivi 

XLiii.  Al  signor  Ettorre  Braida,  a  Torino  —  Si  congratula 
con  lui  per  la  nomina  a  segretario  del  cardinale 
di  Savoia,  e  scusa  il  duca  di  Poli,  se,  scrivendo 
al  medesimo  cardinale,  gli  abbia  dato  dell'*  Emi- 
nenza »  invece  che  dell'»  Altezza» »      307 

XLiv.  Al  signor  duca  Lottano  Conti,  a  Poli  —  Lo  ha 
atteso  invano  a  Parma  durante  le  feste  natalizie: 
perciò  gli  invia  con  ritardo  gli  augùri  ....  »  308 
V-)  XLV.  Al  signor  Pietro  Magnani,  a  Parma  —  Del  caro 
vivere  a  Roma,  e  dei  confini  in  cui  vanno  ristretti 
gli  obblighi  dei  padri  verso  i  figliuoli    ....      »         ivi 


INDICE  449 

XLVi.  Al  signor  Fortuniano  Manlio,  a  Roma  —  Ragioni 
che  lo  hanno   indotto   a   lasciare  il  servigio   del 

duca  di  Parma pag.  310 

XLVU.  Al  signor  N.,  a  Castel  Gandolfo  —  Prega  l'amico 
che  gii  ottenga  dal  papa  una  nuova  pensione,  di 

■^  cui  sia  facile  l'esazione >        311 

XLViii.  Al  signor  Pier  Giorgio  Lampognani,  a  Parma  — 
Lo  rimprovera  di  avergli  scritta  una  vuota  lettera 
di  complimenti,  invece  di  dargli  le  informazioni 

che  gli  bisognavano >         ivi 

XLix.  Al  signor  Ferrante  Unghero,  a  Matera  —  Gli  ha 
scritto;  ma  i  materani  hanno  il  vizio  d'aprire  le 
altrui  lettere  loro  affidate,  di  leggerle,  e  poi   di 

lacerarle       »        3^4 

I,.  Al  signor  don  Virginio  Cesarini,  in  Roma  —  Mani- 
festa la  sua  gratitudine  per  avergli  il  Cesarini 
ceduto  generosamente  un  quinto  della  sua  «  pen- 
sion  di  Spagna  » ,  ossia  cento  ducati  annui  .  .  »  ivi 
LI.  A  monsignore  Giovanni  Altieri,  vescovo  di  Camme-  . 
rino  —  Si  congratula  del  suo  felice  arrivo  a  Ca- 
merino e  gli  augura  il  cardinalato »         ivi 

Lii.  Al  signor  Francesco  Bascapè,  a  Ferrara  —  A  pro- 
posito della  sua  lettera  apologetica  al  Marino, 
definisce  che  cosa  si  debba  intendere  per  falsifi- 
cazione d'uno  scritto  letterario,  e  pone  in  ridicolo 
Claudio  Achillini,  indicato  con  l'ironico  pseudo- 
nimo di  «  dottor  Graziano  »        »         ivi 

LUI.  A  Francesco  Balducci  —  Intorno  alla   Ftia  di  G.  B. 

Marino,  scritta  dal  Baiacca ''        317 

Liv.  Ai  signori  accademici  Insensati,  a  Perugia  —  Rin- 
grazia di  essere  stalo  aggregato  alla  loro  accademia 

e  discorre  del  Mondo  nuovo »         3^9 

LV.  Al  signor  cardinale  Pignatelli,  a  Morlupo  —  Non 
può  venire  di  persona  a  Morlupo,  perché  intento 
ad  accudire  alla  ristampa  del  Canzoniero  :  manda 

pertanto  un  sonetto »        320 

LVi.  Al  signor  cardinale  Antonio  Barberini,  a  Roma  — 
Poiché  egli  si  trova  a  Frascati,  al  servigio  del 
cardinal  Borghese,  prega  il  Barberini  di  fare  ese- 
guire un  mandato  contro  un  debitore  moroso  pel 

pagamento  rateale  d'una  pensione »         ivi 

Lvn.  Al  signor  Alessandro  Angelico,  a  Cataro  —  Gli  au- 
gura buoni  affari  nell'esercizio  della  medicina  a 
Cataro,  e  si  duole  della  perdita  delle  sue  pensioni      »         ivi 


450 


LViii.  Al  signor  Francesco  Balducci,  a  Nerola  —  Intorno 
a  un  errore  di  rima  commesso  dal  Balducci,  e 
allo  Scherzo  di  Parnaso  composto  dallo  Stigliani 

contro  il  Marino pag-   321 

Lix.  Al    signor   conte  d'Olivares,   a    Madrid  —  Invia    il 

Mondo  nuovo >        323 

LX.  A    Sua    Maestà    cattolica    il    re    Filippo    quarto,    a 

Madrid  —  Invia  il  Mondo  nuovo        »        324 

LXi.  Al  signor  duca  Giovanni  Antonio  Orsini,  a  Nerola  — 

Ha  scritte  altre  poesie,  che  mostrerà  all'amico  .      »        325 

LXii.  Al  padre  fra  Iacinto  Poggi,  a  Matera  —  Si  congra- 
tula con  lui  per  la  ricuperata  salute,  e  augura  al 
mondo  che  abbia  lunga  vita  un  predicatore  cosi 
valente »        326 

LXiii.  Al  signor  duca  d'Alcalà,  viceré  di  Napoli  —  Invia 

il  Mondo  nuovo »         ivi 

LXiv.  Alla  communità  di  Matera  —  Domanda  ai  suoi 
concittadini  l'autorizzazione  di  scrivere  e  presen- 
tare a  loro  nome  una  lettera  di  congratulazione 
al  cardinale  di  Santa  Cecilia,  testé  eletto  arcive- 
scovo di  Matera        ■>         ivi 

LXV.  Al  signor  Domenico  Molini,  a  Vinezia  —  Lo  prega 
di  aiutarlo  a  ristampare  il  Canzoniere,  V  Occhiale 
e  il  Mondo  yiuovo,  giacché  le  mene  dei  marinisti 
non  gli  fanno  trovare  uno  stampatore  a  Venezia      ■>         ivi 

LXVi.  Al  signor  cardinale  di  Santa  Cecilia,  a  Genova  — 
Gli  avvisa  che  monsignor  Antinori,  già  arcive- 
scovo di  Matera  e  ora  di  Siracusa,  si  recherà 
nella  sua  antica  diocesi  per  alcune  riscossioni  .  »  332 
LXVII.  A  monsignor  Fabrizio  Antinori,  arcivescovo  di 
Matera,   a    Napoli  —  Scherza   intorno   all'andata 

di  lui  a  Matera »         ivi 

LXViii.  Al  medesimo,  a  Frascati  —  Invia  alcuni  dolci        .      »         ivi 

LXix.  Ad  Antonio  d'Adamo,  a  Matera  —  Discorre  di  vari 

afifari  domestici »        333 

Lxx.  Al  signor  principe  di  Squillace,  a  Madrid  —  Si  rac- 
comanda per  ottenere  una  pensione  nel  Regno 
di  Napoli  in  premio  del  Mondo  nuovo       ...»         ivi 

Lxxi.  Al  signor  Gian  Paolo  Palombini,  a  Verona  —  Gli 
riesce  impossibile  di  rispondere  a  una  sua  lettera, 
perché  scritta  in  pessima  calligrafia  ....  >  335 
Lxxii.  Al  signor  Giovanni  Antonio  Orsini  duca  di  Santo 
Gemini,  a  Nerola  —  Desidera  di  non  essere  im- 
mischiato nella  compera  che  l'Orsini  intende  fare 
di  Matera,   per  mezzo  di  monsignor  Antinori      .      »        337 


INDICE  451 

LXXJii.  Al  medesimo  —  Si  scusa  della   precedente   lettera    pag.  ^^j 
Lxxiv.  Al  signor  Francesco  Balducci,  a  Montelibretti  —  Gli 

annunzia  che  lascerà  Roma  per  ritirarsi  a  Matera      »        338 
Lxxv.  Al  signor  Silvio  Maggi,  a  Napoli  —  Non  è  in  col- 
lera con  lui,  per  quanto  ne  abbia  il  diritto    .     .      »        339 
Lxxvi.  Al  signor  N.,  in  Roma  —  Lo   prega   di  restituirgli 
due  scritture  originali,  le  quali   trattavano  della 

stampa  dei  libri ;>        340 

Lxxvn.  Al  signor  Rodrigo***  —  Risposta  prima — Esorta 
l'amico  a  non  pubblicare  alcune  rime,  e  discorre 

del  marinismo »        341 

Lxxviii.   Al   medesimo  —  Risposta  seconda  —  Intorno  allo 

stesso  argomento »        347 

Lxxix.  Al  signor  cavaliere  fra  Muzio  Passalacqua  —  Si  con- 
gratula  con   lui  per  avergli   il   viceré  di  Napoli 

conferito  il  governo  di  Cosenza »        351 

Lxxx.  AI  signor  don  Tiberio  Carrafa  principe  di  Bisignano, 
a  Napoli  —  Lo  prega  di  fargli  ottenere  giustizia 

contro  d'un  suo  debitore »         ivi 

Lxxxi.  Alla  signora  baronessa  di  Montescaglioso  —  D'una 

finta  ossessa,  da  lui  smascherata »        352 

Lxxxii.  Al  signor  cardinale  Ippolito  Aldobrandini,  a  Roma  — 
Si  duole  d'un  arciprete  che,  invidioso  per  un 
beneficio  di  giuspatronato  conferito  a  un  figliuolo 
di   lui,   Stigliani,    pretende    le    decime  in    misura 

eccessiva »        356 

Lxxxiii.  A  monsignore  don  Simon  Carrafa,  arcivescovo  di 
Matera,    a   Roma  —  Congratulazioni   per  la   sua 

nomina  ad  arcivescovo »         ivi 

Lxxxiv.  Al  medesimo,  a  Napoli  —  Da  antico  servitore  di  casa 
Carrafa,  prega  monsignore,  ora  diventato  arcive- 
scovo di  Matera,  a  volerlo  onorare  dei  suoi  co- 
mandi       

Lxxxv.  Al  signor  baron  Niccolò  Grilli,  a  Montescaglioso  — 

Scherza  intorno  a  due  ceste  di  frutta  avute   in 

dono  dall'amico  e  giunte  dimezzate        .... 

Lxxxvi.  Al  signor  Carlo  della  Monaca,  a  Gallipoli  —  Intorno 

alla  proprietà  del  gallo  di  fare  arrochire  le  sam- 

pogne       

Lxxxvii.  Al  signor  Ascanio  Grandi,  a  Lecce  —  Leggerà  i 
libri  di  lui  con  l'avidità  con  cui  lesse  quelli  del 

Tancredi 

Lxxxviii.   Al  signor  Bernardin  Regni,  a   Bitonto  —  È  pronto 
a  vendere  a  monsignor  di   Bitonto  dodici  quadri 


357 


359 


452  INDICE 

del  Domenichino  della  seconda  maniera,  rappre- 
sentanti i  dodici  apostoli,  e  ne  manda  uno  a  titolo 

di  saggio pag.  359 

LXXXix.  Al  signor  principe  di  Gallicano,  a  Roma  —  Si  scusa 
del  suo  lungo  silenzio,  e  gli  professa  che  conserva 

di  lui  indelebile  memoria »         ivi 

xc.  AI  signor  cardinal  don  Virginio  Orsini,  a  Roma  — 

Congratulazioni   per  la  sua  nomina  a  cardinale      »         ivi 
xci.  A  monsignor   don   Simon   Carrafa  arcivescovo   di 
Matera,  a   Matera  —  Lo  supplica  di   agevolargli 
la  presa  di  possesso  del  beneficio  detto  del  Vaglio      »         ivi 

xcii.  Al  signor  Marcello  d'Afflitti  — Continui  a  diffidare 
d'un  tale,  indicato  col  nome  di  Mustafà,  che  è 
sempre  uno  scellerato,  anche  quando  sembra  che 
compia  un'azione  buona,  giacché  indubbiamente 
lo  move  a  ciò  un  fine  perverso »        360 

xeni.  Al  signor  cardinale  Orsini,  a  Bracciano  —  Sui  vv. 

34-6  del  trentesimoterzo  del  Purgatorio     ...»         ivi 

xciv.  Al  signor  duca  Paolo  Giordano  Orsini,  a  Brac- 
ciano —  Sui  vv.  31-3  del  ventesimoterzo  del  Pur- 
gatorio     »        363 

xcv.  Al  signor  Giovanni  Salzilli,  a  Treviso  —  Suole 
Apollo  abbandonare  i  suoi  seguaci  quando  Ve- 
nere abbandona  i  suoi  cultori.  Per  questa  ragione, 
non  può  promettere  di  certo  all'amico  di  man- 
dargli una  poesia  in  lode  di  una  duchessa     .     .      r,        364 

xcvi.  Al  signor  Appio  Conti  duca  di  Poli,  a  Parma  — 
Non  può  entrare  al  servigio  del  cardinal  Farnese, 
se  non  si  scioglie  dagli  impegni  che  ha  col  prin- 
cipe di  Gallicano »         ivi 

-Q  xcvii.  Al    signor   Giulio   Cesare    Benedetti,    all'Aquila  — 

Sull'arte  medica        »        366 

xcviii.  A  monsignor  don  Simon  Carrafa,  già  arcivescovo 
di  Matera  ed  ora  di  Messina,  a  Napoli  —  Con- 
gratulazioni per  la  promozione »        373 

xcix.  Al  signor  Giovan  Romano  Ricci,   a  Matera  —  Lo 
sconsiglia  dal  muover  lite  in  Roma  per  far  revo- 
care la  vendita  di  una  casa       ........      »         ivi 

e.  Al  signor  Girolamo  d'Afflitti,  a  Matera  —  Accetta, 
ringraziando,  i  150  ducati,  che  l'amico  gli  anticipa 

per  conto  di  un  debitore »         ivi 

CI.  Al  signor  Nunzio  Paulicelli,  a  Matera  —  Non  può 
raccomandare  l'amico  presso  il  generalato  del- 
l'ordine agostiniano,  non  essendo  più  generale 
il  padre  Ghetti »         ivi 


INDICE  453 

■^"^  cu.  Al   principe  di  Gallicano  —  Non  ha  ricevuta  una 

lettera,  alla  quale  si  accenna  in  altre  posteriori     pag.  373 
CHI.  Al   medesimo  —  Loda  il  Setaccio,  pieno   di   cose 

astrologiche.  Ma  lo  stampatore  lo  ha  assassinato     »        374 
civ.  Al  medesimo  —  Descrive  facetamente  la  miseria  in 

cui  egli  versa        »         ivi 

cv.  Al  medesimo  —  Riceve  da  lui  una  polizza  di  sessanta 

scudi  e  lo  ringrazia "        376 

evi.  Al  medesimo  —  Invia  le  Rime  di  monsignor  Ciam- 
poli.  Non  ardisce  inviare  alcune  sue  poesie  sulla 
prigionia  del  Gallicano.  Accusa  di  nuovo  ricezione 

dei  sessanta  scudi »         ivi 

cvii.  Al  medesimo  —  Invia  tre  canzonette  per  musica,  e 
un   trattatello   in   versi  sul!'  Orlando  furioso,  di 

cui  desidera  un  breve  giudizio •>         ivi 

cviii.  Al  medesimo  —  Gode  che  il  Gallicano  s'affligga 
assai  poco  della  sua  prigionia  a  Napoli;  al  qual 
contento  s'aggiunge  l'altro  delle  lodi  date  dal  suo 
protettore  ai  componimenti  acclusi  nella  lettera 

precedente        »         ivi 

cix.  Al  medesimo  —  Loda  il  primo  capitolo  della  Nuova 
Arcadia  del  Gallicano  e  la  prosa  relativa,  che  lo 

precede        »        377 

ex.  Al  medesimo  —  Ancora  del  primo  capitolo  e  della 

prima    prosa    della   Nuova    Arcadia »         ivi 

CXI.  Al  medesimo  —  La  terza  prosa  e  i  terzi  versi  della 
Nuova  Arcadia  sono   migliori   dei   primi   e   dei 

secondi »         ivi 

cxii.  Al  medesimo  — •  Bellissimi  la  quarta  prosa  e  il  quarto 

capitolo  della  Nuova  Arcadia »         ivi 

cxiii.  Al  medesimo  —  Attende  la  quinta  prosa  e  i  quinti 

versi  della  Nuova  Arcadia »        378 

cxiv.  Al  medesimo  —  Le  negoziazioni  col  duca  di  Brac- 
ciano sono  a  buon  porto.  La  quinta  prosa  della 
Nuova  Arcadia  gli  è  parsa  «  alquanto  secco- 
rella  ».  L'egloga  gli  piace,  ma  non  vorrebbe  che 
nell'opera  ne  fossero  altre  oltre  le  due  composte 

finora.   Invia  una  poesia        »         ivi 

cxv.  Al  medesimo  —  La  sesta  prosa  ed  egloga  della 
Nuova  Arcadia  gli  piacciono  per  la  forma,  ma 

non   per  l'argomento .     .      »         ivi 

cxvi.  Al  medesimo  —  Ha  ricevuto  il  Discorso  politico 
del  Gallicano,  il  cui  difetto  è  di  essere  troppo 
buono »         ivi 


454  INDICE 

cxvii.  Al  medesimo  —  Ancora  del  Discorso  politico  e  delle 

negoziazioni  col  duca  di   Bracciano pag.  379 

ex  vili.  Al  medesimo  —  Ancora  delle  negoziazioni  col  duca 

di  Bracciano »         ivi 

cxix.  Al  signor  dottor  Giovan  Battista  di   Luca,  a   Fra- 
scati —  Dedica  del   Trattato  della  nobiltà       .     .      >         ivi 
cxx.  Al  principe  di  Gallicano  —  È  suo  creditore  in  du- 
cati 41,  che  desidererebbe  di  riscuotere      ...»         ivi 
cxxi.  Al  medesimo  —  Manifesta  molta  allegrezza  per  la 

notizia  della  liberazione  del  suo  protettore  .      »         ivi 

cxxii.  Al  signor  Giovanni  Angelo  Maccafani,  a  Pereto  — 
Della  peste  romana  del  1649  e  della  ristampa  del 

Mondo  nuovo »        380 

cxxiii.  Al  signor  Francesco  Franchi,  al  Corvaro  —  Si  scusa 
di  non  avergli  ancora  potuto  rendere  un  servigio, 
e  lo  ringrazia  del  dono  d'una  lepre  ....  »  381 
cxxiv.  Al  signor  principe  di  Castellaneta,  a  Napoli  — 
È  pieno  d'acciacchi  e  malanni,  il  peggiore  dei 
quali  è  l'esser  prossimo  ai  settantotto  anni  .  .  »  ivi 
cxxv.  Al  principe  di  Gallicano  —  Dedica  delle  Lettere    .      »        382 

Nota »       383 

Indice  dei  nomi »       417 


1166 


Editohi  gius.   LATERZA  &  FIGLI  -  Baki 


SCRITTORI  D'ITALIA 


La  giaiule  collezione,  nella  (juale  ci  propouiaiiiu  di  raccogliere 
in  edizioni  criticamente  cvuate  il  lìore  della  letteratura  italiana, 
comprenderà  in  oltre  seicento  vohmii  tutte  le  opere  che  più  e 
meglio  pt)ssono  interessare  non  solameiìte  il  pubblico  delle  per- 
sone colte,  ma  anche  quello  degli  studiosi  specialisti.  Sitiatto 
indispensabile  strumento  di  cultura  e  di  studio  non  dovrebbe 
iiuintli  mancare,  non  solo  nelle  biblioteche  pubbliche,  ma  nem- 
meno nelle  raccolte  di  libri  private,  anche  nelle  più  modeste. 
Il  metodo  della  pubblicazione,  il  sistema  di  vendita,  le  opportune 
combinazioni  degli  abbonamenti,  pongono  la  raccolta  alla  portata 
di  tutte  le  borse;  e  noi  confidiamo  che  la  più  benigna  accoglienza 
del  pubblico  risponderà  alle  fatiche  di  tanti  insigni  studiosi  rac- 
colti a  cooperare  nella  grande  impresa,  e  alle  molte  cure  che  noi 
ci  studiamo  d'impiegarvi  perché  essa  riesca  sotto  l'aspetto  tipo- 
grafico nitida,  corretta,  severamente  elegante,  degna  in  tutto  degli 
scopi  che  si  propone. 

.Sono  pubblicati  : 

2  BANDELLO  M.  -  Le  novelle,  a  cura  di  Gioachino  Brogno- 

LiGO,  voi.   L  di  PP-  424. 
5  —  —  voi.   II,   di  pp.  448. 
9  —  —  voi.   IH,   di  pp.  488. 

17  —  —  voi.   IV,  di  pp.   496. 

23  —  —  voi.  V  ed  ultimo,  di   pp.   384. 

13  BARETTI  G.  -  Prefazioni  e  polemiche,  a    cura  di    Luigi  Pic- 
cioni, di  pp.  408. 

26  —  Scelta  di  lettere  familiari,  di  pp.  460. 

18  BERCHET  G.  -  Opere,  voi.   I:  Poesie,  a  cura  di  Egidio  Bel- 

LORiNi,  di  pp.  438. 

27  —  —  voi.   Il:  Scritti  critici,  di  pp.   254. 

7  BLANCH   L.  -  Della  scienza  militare,  a  cura  di  Amedeo  Gian- 
nini, di  pp.   296. 


6  BOCCALINI  T.  -  Ragi^ua^^li  di  Parnaso  e  Pietra  del  paragone 
politico,  a  cura  di  Giuseppe  Rua,  voi.   I,  di  pp.  380. 

10  COCAI  M.  (Teofilo  Folengo)  -  Le   macclieronec,  a    cura  di 

Alessandro  Luzio,  voi.    I,  di  pp.   354. 

19  —   —  voi.   II  ed  ultimo,  di   pp.   376. 
25   Coniìnedie,  del  Cinquecento,  a  cura  di   Ireneo    Sanesi,  voi.   I, 

di  pp.  412. 

4  DELLA  PORTA  G.   B.  -  Le  Commedie,  a   cura   di  Vincenzo 
Spampanato,  voi.   I.  di  pp.  394. 

21  —   —  voi.   II,  di  pp.  392. 

31  DE  SANCTIS  F.,  Storia  delta  letteratura  italiana,  a  cura  di 

Benedetto  Croce,  voi.  I,  di  pp.  432. 

32  —  —  voi.   lì,  di  pp.  470. 

15  FOLENGO  T.  -  Opere  italiane,  a   cura    di    U.mberto  Renda, 

voi.   I,  di  pp.  392. 

28  —  —  voi.   II,  di  pp.  320. 

14  GIOBERTI   \'.  -  Del  rinnovamento    civile   d'Italia,    a    cura   di 
Fausto  Nicolini,  voi.   1,  di  pp.  374. 

16  —  —  voi.   II,  di  pp.  400. 

24  —   —  voi.   III  ed  ultimo,   di  pp.   388. 
3  GOZZI-  C.  -  Memorie  inutili,  a  cura  di  Giuseppe  Prezzolini, 

voi.  I,  di  pp.  392. 
8  —  —  voi.   II,  di  pp.  332. 

22  —  La  Marfisa  bizzarra,  a  cura  di  Cornelia  Ortiz,  di  pp.  356. 
I  Liìici  marinisti,  a  cura  di  Benedetto  Croce,  di  pp.  560. 

20  MARINO  G.   B.  -  Epistolario  seguito  da  lettere  di  altri  scrit- 

tori  del    seicento,  a   cura    di    Angelo    Borzelli  e  Fausto 
Nicolini,  voi.  I,  di  pp.  332. 

29  —  —  voi.  II  ed  ultimo,  di  pp.  454. 

30  POLO  M.,  //  Milione,  a  cura  di  Dante  Olivieri,  di  pp.  318. 

11  VICO  G.   ^.  -  L'autobiografia,  il  carteggio   e   le  poesie  varie, 

a  cura  di  Benedetto  Croce,  di  pp.  356. 

12  VITTORPZLLl   1.  -  Poesie,  a  cura  di  Attilio  Simioni,  di  pa- 

gine 392. 

(  in  brochure       L.  5,50 
Prezzo  di  ogni  volume  ... 

(  legati  in  tela     »    7, — 

Abbonamento  a  una  serie  di  io  volumi,  a  scelta,  tra  quelli  pub- 
blicati e  da  pubblicarsi:  L.  40  per  1'  Italia,  L.  45  per  l'estero,  pa- 
gamento anticipato,  anche  a  rate  mensili  di   L.   5. 

Domandare  le  schede  di   ablionamento. 


I 


i 


NOV  2  4  1992 
NOV  2dìm